martedì 12 maggio 2015

LE STORIE DEGLI SPAZI BIANCHI: POI ARRIVO’ DON ROBERTO...

"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


Era un’estate della fine degli anni ’60, la scuola era finita e, a quel tempo, non si aspettavano le vacanze per andare in villeggiatura, se non per qualcuno più fortunato con la casa al paese o in visita parenti. Era sufficiente qualche giornata al mare e  l’immenso tempo libero che ci aspettava. Praticamente dall’alba al tramonto impegnati in infinite partite a pallone o altrettanto infinite scorribande nei prati o nelle vie del moderno quartiere che stava sorgendo vicino la nostra borgata. Un paio di volte a settimana un prete, mi pare si chiamasse Don Arnaldo, con un gruppo di giovani ci veniva a trovare per farci fare un po’ di doposcuola, per la gioia delle nostre apprensiva madri e il nostro malcelato disappunto. Tanto più che questo comportava anche il gravoso e tedioso impegno domenicale della messa, spesso anche da servire come chierichetti. Ricordo ancora la sorpresa, in una di quelle occasioni, di uno scapaccione partito verso la mia testa il giorno che dichiarai  di essere comunista. Ovviamente non sapevo neanche cosa volesse dire, ma lo ripetevano spesso i miei in casa e per me affermare di esserlo era la cosa più naturale del mondo. I figli non dovevano forse seguire gli insegnamenti dei genitori?
Non capii al momento, lo capii pochi anni dopo quando di quello schiaffo capii la violenza non solo fisica.
Don Arnaldo non fu molto costante nel suo volontariato con i figli dei non abbienti (eravamo noi) e, all’improvviso, diradò le sue presenze sino a non venire più. Noi riprendemmo l’abituale rituale estivo senza più il timore di dover rinunciare a qualche pomeriggio per annoiarci con i compiti estivi.
Si arrivò così ai primi di settembre, quasi alla fine dell’estate e, considerando, che a quei tempi la scuola iniziava ad ottobre avevamo ancora quasi un mese a nostra completa disposizione.
Era di pomeriggio, impegnati nell’ennesima disfida calcistica sul nostro meraviglioso campo in terra battuta e erba secca con le porte indicate da sassi e barattoli. “Guardate” disse qualcuno, “Don Arnaldo”. Ci girammo dalla parte della strada sterrata che conduceva nella nostra borgata non senza un certo timore e vedemmo, in effetti, un prete, senza tonaca come si cominciavano a vedere in quei tempi, che si avvicinava, ma non sembrava proprio Don Arnaldo. Era più magro, più giovane, con la barba. Interrompemmo la partita, tanto l’avremmo ripresa quando volevamo, anche il giorno dopo. E ci avvicinammo con quella petulante curiosità sfrontata  dei bambini abituati a vivere in strada. “Ciao, chi sei? Un prete?” “Certo non si vede?” “Come ti chiami?” “Roberto e voi?” “Adolfo”, “Luciano”, “Cesidio”, “Maurizio”, Luigi”, “Emidio”…..
"Ma se sei un prete sei Don Roberto no Roberto e basta"
Ci chiese molte cose di noi, della nostra vita, della scuola che frequentavamo. del lavoro dei nostri genitori e molto chiedemmo anche noi. Infine ci salutò per ritornare nella chiesa dove era viceparroco. Noi riprendemmo a giocare non sospettando minimamente che, da quel giorno, la nostra vita non sarebbe più stata la stessa. Le visite di Don Roberto nella nostra borgata divennero sempre più frequenti fino a che, all’inizio delle lezioni, ci comunicò che avrebbe aperto una sua scuola. Noi si pensava a qualcosa di molto simile ad un doposcuola classico, e. così, pensavano anche le nostre famiglie ben contente di saperci in un posto controllato e a studiare invece che per la strada. Insieme a Don Roberto arrivarono anche dei ragazzi con il compito di affiancarlo in questa attività: Maurizio, Matteo, Grazia, Alberto, Enzo, Agnese….. Erano però, un po’ diversi da quelli che eravamo abituati a vedere in chiesa. Erano barbuti con i capelli lunghi, le ragazze colorate e nient’affatto timide o riverenti nei confronti di Don Roberto, anzi! Erano i primi risultati visibili e tangibili delle lotte femministe, a noi completamente ignote fino a quel momento. Il nostro rapporto con l’universo femminile era, infatti, limitato al tentare di sfuggire alle attenzioni delle nostre coetanee ostinate nel volerci coinvolgere nei terribili giochi che piacevano tanto a loro ma che per noi, iperattivi, insofferenti e  anarchici, nel senso più puro del termine, rifuggivamo come la peste.
Fin dal primo giorno che cominciammo a frequentare la Scuola 725 ci si accorse che non era una scuola nel senso classico del termine. Infatti, finito di fare i compiti della scuola “vera”, quella statale, Don Roberto non ci fece andare via, aprì un quotidiano (era “il Giorno”) e cominciò la lettura delle notizie. Ci cominciò a parlare di Vietnam, di scioperi, di ricchi, di poveri, di capitalismo, di comunismo. Alla parola comunismo mi rallegrai, quella la conoscevo, ero comunista anch’io! Ma non lo dissi, lo scapaccione di Don Arnaldo aveva lasciato un ricordo doloroso e, benchè Don Roberto, sembrava decisamente diverso, pensai fosse meglio non rischiare. Finita la lettura del giornale iniziammo la lettura di un libro “Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera sopravvissuto al campo di sterminio di       Mauthausen e cominciammo così, a conoscere gli orrori del nazismo e del fascismo. Nei giorni seguenti la lettura collettiva divenne una piacevole routine e, devo dire, molti di noi non vedevano l’ora di mettere via i libri di scuola per sapere, sentire, parlare. Senza saperlo stavamo crescendo, non solo dì età, che quello è naturale e scontato, ma nel senso più compiuto del termine. Stavamo prendendo coscienza!
La politica per noi, fino ad allora, era cosa lontana e astrusa, Don Roberto la fece diventare parte integrante del nostro vivere quotidiano. “I ricchi, i borghesi ci hanno sempre fregato!” stava diventando la nostra parola d’ordine. Per un bambino la sua condizione, per quanto precaria, è l’unica possibile perché l’unica conosciuta. Il suo mondo famigliare e ambientale è tutto il mondo che gli serve, non ha bisogno di farsi domande su differenze sociali che ,almeno fino all’adolescenza non pesano e non vengono avvertite. Ma il prendere coscienza, se pur, in maniera manichea, didascalica e, in quel momento, non strutturata fece fare un balzo enorme alla nostra autostima. Non eravamo più solo i poveri e, per alcuni benpensanti del quartiere, gli zingari, ma eravamo i rivoluzionari, quelli che avevano capito il mondo, le sue ingiustizie. Quelli che le avrebbero combattute e cambiate, ne eravamo certi!
Don Roberto in tutto questo tsunami emotivo e comportamentale che aveva suscitato, spiegava e indirizzava la nostra indignazione, il nostro risentimento verso la conoscenza e l’analisi. Noi si proponeva barricate, assalti ai “borghesi”, vendette sulla base della legge del taglione, lui ci riportava al ragionamento, all’efficacia dello strumento del dialogo, pur non escludendo, in futuro, anche l’adozione di forme di lotta più incisive.
Intanto partecipavamo insieme a lui, alle prime manifestazioni di piazza. Ricordo la prima in assoluto a Piazza Venezia per la pace nel Vietnam, un’altra per la tragedia della fame in Biafra anche se, Don Roberto, ci teneva a tenerci estranei e distaccati dai partiti, anche quelli d sinistra, per non essere etichettati e manipolati. La nostra voglia di azione era però un potenziale che non poteva essere disperso e, si decise, allora, di scrivere una lettera al sindaco, sulla falsariga di “Lettera ad una professoressa” della scuola di Barbiana di Don Milani, dove avremmo denunciato le precarie situazioni abitative e sociali della nostra borgata e avremmo potuto attaccare i borghesi e il potere politico. La stesura del documento ci impegnò per mesi, con ragionamenti, riletture, rifacimenti, sempre sotto la supervisione di Don Roberto e dei suoi collaboratori. Per la presentazione fu organizzata una conferenza stampa che ebbe nei giorni successivi l’effetto di una bomba ad alto potenziale. Divenimmo l’oggetto d’ attenzione di televisioni nazionali ed estere, intellettuali e politici, si avvicinarono alla scuola, molti alla ricerca di una facile pubblicità, decine di giovani soprattutto dell’estrema sinistra venivano a conoscere il prete e i bambini rivoluzionari, la maggio parte di loro, però, solo per poter dire “sono stato da loro”. La stampa borghese e di destra metteva l’accento sull’incredibile e inaccettabile ruolo di un prete che faceva politica speculando sull’ingenuità dei bambini. Puntava l’indice accusatore sui poster di MaoTse Tung e di Che Guevara alle pareti, insieme al crocefisso e al Vangelo, chiedendo l’intervento della Curia per “mettere a posto” quel prete comunista e lasciare che i figli dei poveri non si mettessero troppi grilli in testa, ma che scherziamo?
In quel periodo Don Roberto aveva ancora la messa di maggior affluenza la domenica e, alla fine di una di quelle, fu avvicinato e aggredito da alcuni fascisti della zona. Non ricevette solidarietà da parte dell’istituzione ecclesiastica ma cominciarono
gli interventi della Curia, prima diplomatici attraverso canali discreti, come nella migliore tradizione vaticana, con inviti a moderare gli atteggiamenti e le posizioni, poi sempre più decisi e minacciosi. Fino a che fu “licenziato” (non so se sia il termine più adatto) da viceparroco della sua parrocchia e si trasferì a vivere definitivamente, anche lui in borgata, insieme a noi. Continuò la sua opera di impegno quotidiano nella scuola, ormai diventata un punto di riferimento non solo per la città di Roma. C’erano giorni in cui si era quasi assediati da una moltitudine di persone che si avvicinavano per conoscerci. Arrivarono libri, documentari, saggi. Don Roberto era molto impegnato a difenderci dalla curiosità e da tutto ciò che quel clamore mediatico poteva rappresentare, in negativo, per dei ragazzi neanche adolescenti
Credo che pochi abbiano avuto la fortuna di crescere tanto, e tanto in fretta come noi in quei pochi anni. Da ragazzi destinati, probabilmente, ad una vita trascorsa tra strada, bar e, forse, anche qualcosa di peggio, ci trasformammo in uomini coscienti e impegnati. La cultura, la politica, la curiosità intellettuale divennero nostro patrimonio permanente utilizzato, successivamente, da ognuno nel ruolo e nel posto che le cose della vita avevano predisposto per lui.
La borgata pian piano si svuotava, molti di noi (me compreso) si trasferirono nei nuovi quartieri residenziali, la restante parte fu abbattuta e i residenti trasferiti ad Ostia.
Don Roberto capì che la sua missione, almeno con noi, era finita e, non ce ne sarebbe stata, probabilmente, un’altra uguale. Un nuovo mondo stava nascendo e nuovi poveri, nuove situazioni richiedevano la sua presenza di “missionario”, come in effetti fece.
Non ci siamo mai salutati e, non ci siamo più visti. Se n'è andato tenendo per sé la delusione di non essere riuscito a trasmetterci, insieme alla passione per l’impegno sociale e politico, la sua fede cristiana, ma sia lui che noi sappiamo che se esiste da qualche parte un paradiso dei giusti è lì che ci ritroveremo tutti quanti!


MIZIO

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