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lunedì 22 giugno 2015

PSICO SOCIOLOGIA DEI VALORI

Un nuovo contributo dell'amico Dott. Maurizio Santopietro

Risultati immagini per valori giovani

Psico-sociologia dei “valori”: concreti modulatori del comportamento

Spesso il concetto di “mancanza di valori” sembra esprimere l’idea di assenza: di “educazione”; di “principi morali”; di “rispetto per l’altro”; di “altruismo”, di “sensibilità umana”, e, in casi più gravi, di “insufficiente cultura della vita”, ecc... Secondo il senso comune, tale carenza sarebbe causata dallo “sfrenato egoismo”; dal “lassismo educativo”, dalla caduta di “ideologie alternative”, dall’ “arrivismo” ecc... che faciliterebbero, presso i giovani (in particolar modo quelli socialmente svantaggiati), l’assunzione di condotte “antisociali” o esageratamente omologate alle mode vigenti. Giovani, si dice, “privi di valori”. La domanda che viene spontanea è la seguente: perché sono sempre i giovani il bersaglio di tali critiche? E perché sono sempre loro la parte socialmente più vulnerabile all’esposizione del modello cultural-consumistico? Prima di provar a rispondere ai quesiti posti, è utile definire i valori in termini psicodinamico e psicofisiologico. Nell’accezione psicodinamica essi esprimono le “strutture psicologiche interne” e, in particolar modo, le “istanze super-egoiche”, la cui attività intrapsichica, avendo diverse origini (psicologica, culturale, etica, sociale, educativa, religiosa, ecc...), ha la funzione di adeguare gli schemi comportamentali ai diversi contesti relazionali. In termini psico-fisiologici “strutture di personalità” e “valori” corrispondono alla formazione di specifici aggregati neuronali (pace-maker), che presiedono la manifestazione dei rispettivi comportamenti. Questi “pace-maker”, che si integrano con il repertorio di risposte geneticamente predeterminate, si attivano in relazioni a specifiche classi di stimoli relazionali e non ad altre essendo gerarchicamente organizzati secondo una priorità soggettivamente data. Collegato sinteticamente l’astratto concetto dei “valori” con la concretezza psicofisiologica del comportamento manifesto, ora è necessario considerare l’interazione con il relativismo morale. Infatti, nel periodo precedente l’industrializzazione, i modelli, sociale e familiare, organizzati secondo le esigenze del fattore primario, seguivano, in maniera rigidamente stereotipata e, coerentemente strutturata, la chiara suddivisione dei ruoli, da cui emergevano effetti psico-sociali d’indubbia valenza coesiva, che rafforzavano il senso d’appartenenza culturale. In tale contesto, anche il modello educativo era adottato coerentemente, dalla famiglia e dalla scuola, luogo unificato di apprendimento, di didattica, di educazione civica, di morale e di pedagogica. Questa situazione avrebbe favorito la condivisione sociale per quei valori all’epoca dominanti, riducendo notevolmente il gap culturale tra gli adulti e i giovani, diminuendo, quindi, l’intensità dello “scontro” generazionale, che é, in una certa misura, naturale. Gli effetti scatenati dal fatidico “boom economico”, dalla protesta giovanile del “’68”, dall’emancipazione della donna, dall’affermazione del modello tecnologico liberal-consumistico e dalla caduta di ideologie antagoniste, avrebbero prodotto profonde disgregazioni: a) nell’organizzazione della famiglia che, ormai “affettivamente atomizzata”, rende difficoltosa la formazione dei processi di coesione dell’Io, e non fornendo più coerenti modelli di valori alle nuove generazioni, perde parte della capacità di “compattezza morale e psicologica”, anche per la scarsa autorevolezza dei genitori in campo educativo; b) nel sistema scolastico che, non essendo più la sede unificante delle varie esperienze di cui sopra, comporta ulteriori “frammentazioni”; c) nel modello socio-culturale che, divenuto molto più complesso. Tutto ciò incrementerebbe la diversità culturale e comportamentale fra le varie generazioni e, di conseguenza, aumenterebbe la differenza dei modi di “vedere” e di “sentire” fra adulti, giovani, adolescenti e bambini. I valori veicolati dal modello consumistico, sembrano imporsi anche nell’ambito delle relazioni interpersonali, assumendo sfumature pericolosamente strumentali anche fra i più piccoli. La complessità sociale, con le sue infinite articolazioni contradditoriamente frustranti, fa emergere, valori incoerenti, ambigui, ambivalenti che, interiorizzati da piccoli e giovani, favoriscono la formazione di strutture di personalità sofferenti, “nevroticamente conflittuali”, “dissociative”. Ma anche una marcata adesione ai “normali standard culturali”, non esclude stati d’insofferenza esistenziale. Queste ragioni amplificano la vulnerabilità dei giovani, dovuta ai fisiologici cambiamenti legati all’identità. Inoltre, i giovani sono facili bersagli perché storicamente rappresentano potenziali agenti innovatori, costituendo una minaccia destabilizzante del sistema acquisito, e non sempre possono beneficiare di modelli adulti “sani”.

Pubblicato nel 2003su “L’Attualità” (Periodico mensile di società e cultura, Roma, Dir. C. G. S. Salvemini), 

Dott. Maurizio Santopietro

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