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venerdì 12 agosto 2016

POPULISTI, PAUPERISTI E….POVERI



Agosto, finalmente arrivano per molti le meritate ferie. Dopo un anno di lavoro, studio o impegni vari ci vuole proprio un periodo in cui si stacca la spina.
I media ci raccontano di 33 milioni di italiani in vacanza. Da quello che vedo intorno sembrerebbe una cifra un po’ gonfiata, ma forse, inserendoci dentro tutti, anche quelli che vanno via per un fine settimana e quelli che partono per una visita parenti a costo zero, o quasi, forse ci siamo. I media, in questo periodo, pongono l’attenzione su quelli che partono. Fa parte del corollario classico dell’informazione di questo periodo, insieme ai bollini neri delle partenze, ai consigli per combattere la calura e le insidie degli animali “pericolosi”.
Io, invece, vorrei invitare a volgere lo sguardo laddove, spesso, si tende invece, a distoglierlo, se non per articoli di costume e denuncia che lasciano il tempo che trovano.
Insomma su quelli che restano. Alcuni perché obbligati dal lavoro, altri per scelta, molti, troppi, però perché non possono permetterselo. Si dirà: è così, è sempre stato così, c’è chi può e chi non può e non possiamo certo colpevolizzare quelli che possono. Lungi da me tale impostazione, la mia non è una visione manichea e calvinista della questione. Il “carpe diem” è sempre valido e non sarò certo io a condannarlo, vorrei soltanto soffermarmi su quello che è il nostro (e per nostro intendo, gente di sinistra, impegnata, molti, anche, con compiti di dirigenza) atteggiamento complessivo, che in questo periodo raggiunge l’acme della contraddizione e, per certi aspetti, dell’ipocrisia. Ovviamente è una riflessione che ha un carattere generale, non indirizzata a tizio o caio, reputando la libertà collettiva e individuale sempre come la massima conquista dell’essere umano.
Se nel corso dell’anno, grazie all’attivismo, alle vicende che ti prendono, agli impegni stringenti, alcuni aspetti seppur presenti, tendono ad essere tenute ai margini, in questo periodo emergono in tutte le loro valenze “negative” e inducono alla riflessione.
Una grossa spinta ad affrontare questo aspetto è venuto dai social che rimbalzano e amplificano qualsiasi cosa.
Dopo le esternazioni dell’On. Sannicandro (immagino, persona degna e compagno stimabile), vedo che tutti continuano a pubblicare foto di viaggi, soggiorni, località esotiche, capitali culturali, e altro. Tutte cose, comunque, non alla portata di tutti e che, con quelle dichiarazioni, per certi aspetti, vanno a braccetto.
Mi si potrà contestare: “Ma questa è invidia sociale!”
Forse, certamente c’è anche questo aspetto, ma è sicuramente secondario rispetto a quello principale che vorrei evidenziare.
In questo periodo storico in cui la politica, i partiti e i suoi rappresentanti per ben oltre la metà degli elettori rappresentano il male assoluto, forse sarebbe il caso di adottare un riservatezza e una discrezione maggiore nei modi e nelle forme comunicative.
Non si può (ritorno sul tema) parlare di disagio, di ritorno nelle periferie, e poi farsi immortalare in luoghi e situazioni che più si addicono ai moderni parvenu sociali rilanciando il tutto sui social per prendere i like dei propri sostenitori.
E questa critica vale per tutti, nessuno si senta escluso per la sua (vera o presunta) maggiore radicalità nelle scelte politiche.
In un periodo di disaffezione quasi totale, di populismi coltivati ad arte, con lo sforzo e l’ambizione di voler costruire un partito di sinistra che rappresenti  gli ultimi e i penultimi della scala sociale, questa incapacità di lettura, fa riflettere seriamente sui guasti prodotti da un certo modo di fare e considerare la politica. Non è un invito populista e nemmeno un invito al pauperismo bigotto e peloso ma un necessario ripensamento sui nostri modi di essere, di rapportarci con la società, i suoi disagi e i suoi drammi. Basterebbe aver seguito un minimo ed elementare corso di formazione sulla comunicazione per capire che per bilanciare l’effetto di un solo atteggiamento negativo c’è bisogno di almeno sei o sette avvenimenti positivi. In questi ultimi anni a sinistra, mi sembra, senza voler essere pessimista o ipercritico che il rapporto sia stato più o meno l’esatto contrario.
Certo, molti penseranno, e giustamente, che questo è un punto di vista molto limitato, limitante, e anche prevenuto, ma se non impareremo a gestire e rendere leggibili, comprensibili neanche i nostri piccoli atteggiamenti, come possiamo immaginare di rendere patrimonio collettivo il frutto delle nostre interessanti, infinite ma stucchevoli disquisizioni strategiche?
Come già detto in altre occasioni, sembra che manchi, quasi volutamente quel fiuto politico, quella capacità  che, anche in maniera opportunistica, riesca, comunque a legarsi e a interpretare un sentimento collettivo.
Manca un leader? Manca un partito? Manca una strategia?
Non lo so e non sta a me dirlo.
Quello che so è che molti di quelli che rimangono a casa (per i fortunati che un tetto lo hanno) e tutti quelli che abbiamo paura anche a noi a chiamare poveri, sono sempre più soli in balia di disperazione e facile preda di opportunismi e clientele.
Vedete un po’ voi cosa volete e potete fare!
Ad maiora


MIZIO

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