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martedì 28 febbraio 2017

LA COSCIENZA NON GIOCA A PALLONE


"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".

Nella borgata dove si abitava in mezzo a prati spelacchiati e cantieri i punti di riferimento per noi ragazzini erano pochi e perfettamente adeguati all’ambiente circostante. Il bar con il biliardino e il televisore, la sezione del PCI con il campo di bocce, la parrocchia con l’oratorio e il campo di calcio. Quello grande, con le porte regolari le strisce bianche, qualche gradinata di tubi Innocenti che per noi, abituati a giocare negli spiazzi sterrati o, addirittura sul’asfalto, aveva lo steso fascino del Maracanà, dove, ci si immaginava novelli Pelè a segnare valanghe di gol tra tifosi festanti. La realtà era molto diversa. Su quel campo non potevamo giocare, perché si pagava l’affitto e, addirittura non potevamo neanche vedere le partite di infima categoria che si giocavano la domenica perché, anche le 100 lire necessarie per entrare, erano troppe per le esigue risorse delle nostre tasche.
Quello che, però, mancava in risorse economiche si colmava con la fantasia e l’ingegno.
Come detto prima, la zona era sempre piena di cantieri, in stragrande maggioranza abusivi, anche questi vietati per noi, ma per altri motivi, che però avevano la caratteristica di offrire punti d’osservazione elevati buoni per guardare la partita domenicale . Un po’ lontani e un po’scomodi ma a scrocco, e questo ne rendeva accettabile qualsiasi disagio. In genere ci posizionavamo dietro una delle porte perché spesso il pallone usciva e noi si faceva a gara per riprenderlo e calciarlo con forza ributtandolo nel campo superando il muro e la rete che lo recingeva.
A quei tempi anche possedere un pallone da calcio era un privilegio non da poco, e il proprietario di questo tesoro aveva un potere quasi illimitato su tutti gli altri potendo decidere chi poteva giocare e chi no, in quale squadra o ruolo. E si parlava di palloni  nel migliore dei casi marca Supertele, leggerissimi, o S.Siro, più pesanti ma sempre di gomma. Figurarsi possedere il sogno, il miraggio, l’utopia rappresentato  dal mitico pallone di cuoio quello riservato ai grandi e ai danarosi che potevano giocare nel campo pagando.
Quindi, si capisce facilmente che, quando capitava di averlo anche per pochi attimi tra le mani, l’emozione era forte, talmente forte da far ipotizzare anche un’azione criminale.
Ci si rimuginava a lungo, si studiavano strategie, si valutavano i rischi e i compromessi con la coscienza nel caso in cui avessimo deciso veramente di saltare il fosso della legalità. Devo dire che gli scrupoli di coscienza erano messi a tacere abbastanza facilmente, quello che condizionava molto erano le eventuali conseguenze sia legali, ma soprattutto quelle legate alla reazione dei genitori. Le nostre madri e ancor più i padri non seguivano il metodo Montessori. Avevano poco tempo e molto da fare, quindi seguivano la via classica ma, decisamente,  più rapida ed efficace del terrore. Terrore che si materializzava sotto forma di battipanni, pantofole, cinghie o, in mancanza di questi strumenti, di robusti scapaccioni.
Il rischio era quindi altissimo ma la tentazione, domenica dopo domenica si faceva sempre più forte. E si sa che, se la carne è debole, quella di ragazzini di periferia di fronte a un pallone di cuoio era praticamente carta velina.
Si trattava, alla fin fine solo di trovare l’attimo, la situazione più favorevole.
Situazione che si venne a creare una domenica mattina quando un giocatore calciò con forza il pallone spedendolo oltre la porta dalle nostre parti e, subito dopo, l’arbitro fischiò la fine dell’incontro. Praticamente la situazione perfetta! I giocatori rientravano negli spogliatoi, i pochi spettatori paganti uscivano dalla parte opposta, l’arbitro parlottava in campo e il pallone era lì, con tutta la sua capacità seduttiva e tentatrice apparentemente ignorato da tutti. Ovviamente da tutti gli altri ma non certo da noi e da me.
Uno sguardo circolare in cerca di conferme, un tumulto emotivo e, improvvisamente il buio della ragione. L’istinto predatorio s’impossessò delle mie gambe. Uno scatto, scapicollandomi dalla posizione rialzata, lo prendo! E’ mio, e comincio a correre cercando di nasconderlo sotto la maglietta, ovviamente con scarsi risultati. Gli altri, forse per paura, o per creare un diversivo, comunque spiazzati dagli eventi improvvisi, scappano in direzioni diverse. Io da solo con l’oggetto delle mie più recondite fantasie finalmente tra le mani, attraverso strade, prati, nascondendomi dietro i muri e le poche macchine parcheggiate. Immaginando e, temendo, che fosse stata messa in atto una gigantesca caccia all’uomo. Faccio un giro lunghissimo con il cuore in gola per tornare a casa e far perdere le tracce.
Bene, arrivato in vista di casa, sembra che nessuno mi abbia seguito. I miei pavidi complici, invece, erano già lì ad aspettarmi. Curiosi come scimmie con gli occhi scintillanti immaginando epiche partite ci si strappava il pallone di mano, lo si esaminava, si provava qualche palleggio. Non era il Maracanà, nè S.Siro o l’Olimpico ma in quel momento eravamo tutti Rivera, Pelè o Mazzola.
A quell’età l’euforia pur contagiosa e sopra le righe è , pur sempre, di breve durata e lascia spazio e tempo ad altre considerazioni. “Chi lo tiene?” , “Ah, io non posso”. “Mia madre farebbe mille domande”, “Se lo sa mio padre, mi tronca le gambe””, “Maurì, l’hai preso tu. Lo devi tenere tu”. E’ vero, il desiderio era spasmodico e collettivo ma l’autore materiale ero stato io. Non potevo sfuggire alle mie responsabilità. Considerando, inoltre, che la cosa mi dava anche quel famoso potere che, nello specifico, diventava praticamente assoluto. Il rischio era grosso, ma poteva valerne la pena.
Dopo molte esitazioni cento possibili soluzioni ,valutando tutte le opzioni decisi di nasconderlo dove mio padre teneva attrezzi e carabattole varie. Tanto, sicuramente, di notte, non sarebbero servite.
Passai una notte insonne in un misto di timore, di finto orgoglio e la scoperta di quel fastidioso sentimento che scoprii, in seguito, chiamarsi rimorso.
Mi alzai prestissimo per controllare che nessuno avesse scoperto il provvisorio nascondiglio. Si erano alzati presto anche i miei amici.”Ti hanno detto qualcosa?”, “T’hanno scoperto?”, “Dove l’hai messo?”, “Dai vallo a prendere”.
“Si lo prendo, ma dove ci giochiamo?”. “Hai ragione qui ci vedono”, “Vicino alla strada potrebbe passare qualcuno che lo riconosce”, “Sullo stradone davanti al campo sportivo neanche a parlarne”.
La situazione era seria. Eravamo ricchi, ma non si poteva e non ce la sentivamo di rischiare il riformatorio o i ceffoni per esibire la nostra ricchezza.
La giornata passò in tutt’altra maniera rispetto quella che l’avevamo immaginata.
Dubbi, paure, proposte fantasiose per aggirare l’ostacolo come quella che prevedeva di colorare il pallone per renderlo irriconoscibile.
Eravamo più simili alla “Banda degli onesti”,del  film di Totò che a un nugolo di ragazzini spensierati. E, quello che stava peggio. ero proprio io. Io ero l’autore, io il responsabile, io che avrei avuto la punizione più severa, forse pure i lavori forzati.
Ed ero sempre io che avevo quel magone, quel qualcosa che si agitava nella giovane anima e che, con la sua vocina, mi diceva: “Hai sbagliato, non si ruba, pentiti,”. E più cercavo di zittirla e più continuava:”Tu non sei un ladro, hai fatto una fesseria, puoi e devi rimediare….”.
Si rimediare, sembra facile! Adesso mi presento al campo e dico: “Scusate ho preso in prestito il vostro pallone”, Oppure “L’ho trovato, per caso è vostro?”
No, no, non potevo e, poi avrei rischiato di perdere la faccia e il rispetto dei i miei compagni. No! Non me lo potevo permettere. Dovevo cercare di uscirne con dignità e pagando il prezzo più basso possibile.
Passò un’altra notte difficile in cui scoprii che la coscienza quando ci si mette è veramente una rompiscatole, più dei genitori, più del prete e delle paure che ci infondeva al catechismo. Però al mattino arrivò l’illuminazione. Si avrei fatto così!
Avrei zittito la vocina e ne sarei uscito con dignità agli occhi degli altri.
Dopo un’altra giornata piena di dubbi e domande rimirando, sempre con circospezione e attenti che nessuno ci vedesse,  l’oggetto dei desideri uscii dopo cena con la scusa di andare un attimo a prendere una cosa da un amico. Presi il pallone, lo nascosi, ma non era tanto necessario, perché era già buio. Arrivai dietro il campo di calcio, lo tirai fuori da sotto la maglietta, lo carezzai un’ultima volta, non senza rimpianto, lo alzai e con tutta la forza e la rabbia che avevo lo calciai al di là del muro.
Ecco giustizia era fatta! Era ritornato là dove doveva stare ed io, pur con un certo magone, sentii allentarsi quella morsa alla bocca dello stomaco e la vocina che diceva: ”Bravo! Sono orgogliosa di te! Oggi hai imparato una cosa che ti porterai dietro per tutta la tua vita”.
“Oh, stai zitta , per favore, non l’ho fatto  per te!”,
“Si, lo so, l’hai fatto per te stesso”.
Al mattino successivo tutti aspettavano il pallone invece arrivò, ufficialmente, la notizia che durante la notte era stato rubato. E, un pochino da carognetta, insinuai anche il sospetto, che potesse trattarsi, addirittura di qualcuno di noi. E, lo so, non era corretto ma la mia buona azione l’avevo già fatta, non pretendiamo troppo da un bambino. Avrei avuto tempo e modo negli anni a venire di imparare ad ascoltare quella vocina che, quando serve, non manca mai di farsi sentire e di cui sono diventato, nel frattempo il migliore amico.


MIZIO

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