giovedì 28 settembre 2017

SILENZI E UTOPIE


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Avevo scritto in passato di momenti di silenzio necessari e di frammenti di utopia altrettanto necessari. Oggi sempre nel solco di una riflessione più generale non legata a momenti o situazioni specifiche, cerco di approfondire il concetto. Cosa vuol dire, in pratica, oggi inseguire l'utopia? Significa forse riannodare i fili spezzati con un passato che, al contrario di oggi faceva intravedere luminose prospettive? Certo, ma non solo e non prevalentemente. Non solo perchè altri e troppi sono i soggetti, poco o nulla coinvolti o affascinati da un'operazione nostalgica rispetto fatti e accadimenti spesso vissuti, al massimo, come elementi storici non dissimili da tanti altri studiati poco e male a scuola. Ma soprattutto perchè difficilmente inquadrabili in una lettura manichea delle problematiche attuali. Tantomeno si possono affascinare con le politiche e le posizioni tanto care ai cultori della realpolitik o dell'altrettanto anestetizzante politically correct, che hanno fatto letteralmente terra bruciata di ogni elemento utopico anestetizzando il dibattito e le prospettive in un disegno che ha alimentato conflitti sociali e paure. Quindi sgomberiamo il campo, pur non dimenticandolo o accantonandolo da visioni che si rifanno a un mondo che non c'è più e ragionevolmente non ci sarà neanche nel prossimo futuro. Il conflitto capitale lavoro è sempre d'attualità, anzi per certi versi in maniera ancor più netta oggi, ma si inserisce in una frammentazione di sensibilità in cui non sono più presenti solo il buono e il cattivo, e, soprattutto il cui punto d'osservazione va obbligatoriamente spostato a un livello superiore e sovranazionale. Perchè sovranazionali sono gli interessi in gioco sia economici che di strategia. L'idea di rinchiudersi in un'ottica locale, seppur attrattiva, non sarebbe in grado di spostare quasi nulla se non inserita in un'azione più complessiva che tenga conto non solo del bianco e nero di cui sopra , ma anche di tutte le sfumature di grigio comprese fra loro. I cambiamenti climatici, ad esempio, ci esporranno sempre più a fenomeni di migrazione per miseria e fame, oltre ai disastrosi riscontri sul nostro territorio. La desertificazione dell'Africa e di parte dei paesi mediterranei, non sarà fermata certo dai decreti Minniti o da qualsiasi atto similare, buoni al massimo per limitare i flussi nell'immediato. I devastanti effetti della robotizzazione e della cosiddetta industria 4.0, prossima ventura creeranno milioni di nuovi poveri anche tra quelle classi sociali che finora erano state appena sfiorate dalla crisi e le classiche letture e ricette non saranno certo sufficienti a capire e a dare risposte. L'affacciarsi di paesi, fino ad oggi ai margini dell'economia mondiale e che a grandi balzi si stanno impadronendo di ricchezze e risorse finora limitate ai soli paesi avanzati, fa presagire scenari inquietanti non solo in termini economici, ma di utilizzo e gestione di quei beni che diventeranno sempre più rari e preziosi. Tra l'altro in alcuni di questi non si esita ad usare l'arma del fanatismo religioso per mascherare miseri interessi di bottega, ma che stanno contribuendo alla crescita di milioni di fanatici pronti a guerre sante di cui ignorano, però, di essere le prime vittime sacrificali. 
Quindi se è vero che la causa prima dei problemi, fondamentalmente è sempre la stessa, cioè lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in nome del profitto e del potere, non è più sufficiente che, nel cercare e proporre soluzioni, ci si possa fermare solo a quella visione. Sarà necessario avventurarsi in campi probabilmente inesplorati e nuovi, correndo il rischio di incappare anche in errori, incomprensioni e rischiando anche di pestare qualche sensibilità poco incline ai cambiamenti. Tornando rapidamente a noi e all'immediato, la sinistra, se si rinchiude nel classico recinto identitario o se sceglie di riproporre il giochino dell'accordo "necessario" contro le destre o chicchessia si condannerebbe all' inconsistenza e fondamentalmente all'inutilità della sua presenza. Le utopie si coltivano e crescono nel coraggio e nella coerenza delle scelte, non nelle acrobazie dialettiche o nel rifiuto del cambiamento. Cambiamento, tra l'altro, che non può limitarsi ad essere tale, purchessia, ma che deve essere prospetticamente e significativamente migliorativo della vita degli esseri umani (e non solo).

MIZIO

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