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sabato 22 ottobre 2016

NAJA, NON NOIA



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"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


Ebbene si, sono proprio io ….
E’ cominciato così, grazie alle nuove potenzialità che il progresso tecnologico ci ha messo a disposizione. Dall’altra parte della tastiera e del monitor come un fantasma liberato da secolari catene il volto, il nome, che si sostanzia come presenza uscendo dai cassetti della memoria. 
Altre volte in questi anni casualmente o meno, hai ritrovato volti e nomi antichi, tutti smarriti per le strade del mondo eppure,….eppure. Eppure questa volta è diverso. Nella vita ci sono dei punti che possiamo riconoscere, a posteriori, come dei crinali. Quelli in cui deve operare delle scelte. Se scendere a valle, a destra o sinistra, se continuare a camminare o se fermarti ancora un po’ a rimirare il panorama e riempirti occhi e anima di qualcosa che, temi difficilmente potrà ripetersi
Ecco, la naja (servizio militare obbligatorio) per la mia generazione e per tutte quelle che ci hanno preceduto o seguito, ha significato, alla fin fine tutto questo. Un periodo di tempo sospeso in cui potersi permettere, giustificati, di rimandare le decisioni e intanto godere degli orizzonti e dei confini della propria vita da un  punto di vista tanto neutro quanto provvisorio.
Ritrovarsi, quindi, dopo più di tre decenni in un modo fortunoso, in un mondo, naturalmente regno del caos in cui sembra non esistere il caso, ha fatto riemergere e annusare di nuovo quel profumo, quella sensazione di senza tempo, di distacco, sia pur momentaneo, dalle beghe esistenziali.
I rapporti nascevano e si esaurivano in maniera assolutamente occasionale ma, a volte, si affinavano, si consolidavano e si sostanziavano grazie proprio a quell’ apparente casualità e transitorietà. Non c’era motivo di competizione, invidia o dietrologia proprio per la mancanza di incroci di interessi comuni e, potenzialmente,  conflittuali. La comunanza d’interessi si basava, soprattutto, sulla condivisione di questo tempo sospeso proprio sul confine di una vita che era lì lì per sbocciare con i suoi problemi, le sue aspettative e le sue responsabilità. E ci si scambiava momenti leggeri come il fumo della sigaretta che passava da una mano all'altra.
Alfio è stato il primo a riemergere dal web. Il toscano, che mi iniziò alla conoscenza del vin santo. Poi come un filo di Arianna che si srotola davanti, rapidamente,con  un passaggio dopo l’altro ecco Vincenzo, il gigante buono della Sabina, Eugenio il serio lavoratore padano, Gianni che ci deliziava con i profumi e i prodotti della sua Sardegna, e poi Luca che generosamente ci ospitava nella fattoria del nonno e poi Salvatore che sembra non attraversare un periodo facile e poi…. poi sicuramente altri arriveranno.
Nostalgia del bel tempo che fu, senz’altro. Rimpianto per qualcosa che poteva essere e non è stato, anche. Ma soprattutto il ritrovare e riallacciare in una qualche misura, momenti di vita che, altrimenti, sarebbero rimasti incompiuti ed estranei da tutto il resto. Come oasi sperdute nel deserto avvolte nelle sue immensità, di cui rimane solo un malinconico sentore.
Come inquadrare, altrimenti correttamente, le serate in pizzeria con quattro lire, le escursioni alla scoperta del territorio naturale e artistico della Tuscia, le serate a mangiare salame, vin santo e formaggio che il buon Alfio e il Gianni riportavano dai loro brevi permessi a casa.
I papaveri e le margherite nelle bocche dei cannoni cantando la canzone dei Giganti, le interminabili discussioni politiche che finivano in bisboccia. La quarta internazionale, la FGCI, i proletari in divisa, la morte di Paolo Sesto e di Papa Luciani. Le Brigate Rosse, il rapimento Moro. Tutto centrifugato da quel nostro particolare punto di vista.
Ci stavamo preparando alla vita, e pensavamo di averla già capita. Atto di presunzione perdonabile,solo in quanto, addebitabile all’ età. Solo oggi capisco e riconosco che, novello Socrate, tutto quello che so è di non sapere.
Poi, anche se atteso spasmodicamente, ma quasi all’ improvviso arrivò il giorno del congedo. Quello dei saluti, dell’impegno di rivederci e di non perdersi e, in qualche momento abbiamo anche tenuto fede all’impegno. Poi la vita ci ha preso, ci ha trascinato nei suoi gorghi. Ognuno di noi ha tentato, perlomeno, di rimanere a galla, di dare un senso compiuto agli anni che avevamo srotolati davanti, sperando fossero più e migliori di quelli che ci lasciavamo alle spalle.
E ne sono passati tanti, alcuni migliori, altri che non hanno rispettato le aspettative e, a volte, quando meno te lo saresti aspettato, ritornavi a percorrere quei sentieri, quelle serate apparentemente senza senso, tentando, almeno, di ricordare ancora il profumo di quell'oasi. Ritornavano le immagini buffonesche di quattro cialtroni, fondamentalmente pacifisti, che trafficavano con un fucile in mano, cercandogli un uso alternativo rispetto quello per cui era stato costruito.Si riviveva, quasi epidermicamente, quella solidarietà nata nel comune sentire, di sottrarsi a quei riti, tanto stupidi quanto diffusi, del nonnismo e della rivalità regionale.
Solo adesso che ci siamo ritrovati, sia pur virtualmente, in uno di quegli incroci, quasi karmici, di cui si parlava prima, so che la vita stessa, come del resto fa sempre, ci sta offrendo l’occasione di ritrovare quella parte di noi stessi che avevamo quasi dimenticato di avere. Sepolta com’ era sotto montagne di impegni, di doveri, di responsabilità, di attese messianiche di qualcosa che sappiamo non arrivare mai, in quanto sempre stata e, sempre sarà, parte di ognuno di noi.



MIZIO

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