Ogni anno che passa la celebrazione del 25 aprile, sembra diventare più problematica. Per tutto quello che sappiamo a livello di risultati elettorali nel nostro paese, oltre che per un clima più generale a livello globale.
domenica 26 aprile 2026
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domenica 29 marzo 2026
Ritorno a scrivere su questo blog dopo molto tempo. E lo faccio riportando una riflessione di qualche tempo fa. Riflessione frutto di un accadimento particolare, ma che, alla luce degli avvenimenti successivi e della deriva attuale, nazionale e globale, mantiene intatta, anzi ne aumenta valore e significato. Questo vuol dire una sola cosa. Che le sensibilità individuali e le relative capacità e conclusioni, quasi mai hanno le stesse tempistiche e risultanze di quelle frutto di comunicazioni mediatiche. Troppo spesso interessate e funzionali all'ego e gli interessi di una cerchia sempre più ristretta e compresa in un circuito di pensiero escludente dei più. Con il risultato pressochè scontato che, le condizioni dei più poveri scivola sempre più in basso, mentre da quelle parti ci si arrotola nel tormento della comprensione della cosiddetta complessità. trovando soluzione, quasi sempre nella polemica frontista, quasi fine sè stessa. Ragionamento che porta quasi sempre e inevitabilmente, a giustificare le proprie titubanze e scelte ininfluenti per i poveri ma gratificanti e auto promozionali per sè stessi.
Marzo 2019
-Qualcuno un pochino più attento, paziente e sensibile, avrà notato che negli ultimi tempi la morte di una persona particolarmente significativa, nella mia formazione personale e politica mi ha portato a fare alcune considerazioni. La persona in questione è un prete, Don Roberto Sardelli, cosa strana e sorprendente, per chi mi conosce e sa il mio atteggiamento nei confronti della Chiesa e di tutte le religioni organizzate. Ma una grande persona non può essere aumentata o diminuita nella stima e nella considerazione a seconda dei ruolo ricoperto, soprattutto per chi l' ha conosciuta. Don Roberto ha accompagnato la mia (nostra) crescita nel periodo forse più delicato della vita, quella del passaggio dall' infanzia all'adolescenza. Ha dato un senso compiuto a quella che era la rabbia o la rassegnazione respirata nelle borgate della periferia romana. Ha trasmesso il concetto che non si media quando si parla dei diritti dei poveri. Non si fa politica per sé stessi, ma ci si deve porre al servizio degli ultimi. Che, seppure questo sia possibile farlo soprattutto a sinistra, non deve mai prevalere la logica d'appartenenza sulla necessità di difendere e servire comunque i più poveri. E farlo non con lo spirito delle dame di carità ma con il fuoco sacro della passione per la giustizia. La vita poi, con le sue problematiche e le sue durezze, ci ha allontanato e, negli anni, ho rischiato più volte di far venir meno, quello che era l' intendimento iniziale di servizio. Facendo prevalere un sentimento più egoistico e circoscritto. Quando mi sono accorto di ciò, non ho fatto altro che fare un passo di lato e guardare il tutto da una posizione non predefinita e non sclerotizzata. Ed è quello che sono ritornato a fare adesso. Nel momento in cui già stavo avendo la netta percezione che il dibattito si stava, per l'ennesima volta arrotolando su se stesso e su chi avesse ragione o torto tra chi ci è più vicino, è arrivata la notizia della scomparsa di Don Roberto. Oltre il dispiacere in sé e' stato il motivo per riavvolgere il nastro del mio impegno recente e attuale, scoprendo che stavo sbagliando ancora una volta, nonostante l'età non più verdissima. Stavo facendo anch'io, far prevalere il senso d'appartenenza disperdendo forze ed energie in sterili guerre intestine. Tutto questo per dire che pur non mancando di esercitare critiche, anche pungenti, non intendo arruolarmi per nessuna ulteriore guerra sacra tra compagn*. Guerre che come la logica e la storia ci insegnano, non servono ad altro che a rafforzare l'avversario e, di conseguenza, venir meno al proprio compito primario. Per cui sono consapevole che adesso non sia, visto il momento pre elettorale, quello migliore per fare un ragionamento del genere, ma io credo che, superate le elezioni, il mio impegno e quello di tanti altri dovrebbe essere quello di ritrovarsi in uno spazio neutro, senza bandierina di rappresentanza e verificare se esiste la possibilità di ritrovarsi dalla stessa parte. Con la voglia, non di promuovere sé stessi, ma di trovare il modo di difendere gli ultimi dando vita a qualcosa. Non so neanche cosa di preciso, che però riesca a trovare un tratto unitario nella chiarezza e nella radicalità. Chiarezza nel rifiuto della mediazione e compromissione al ribasso, quindi paletti netti verso chi lo fa (PD e satelliti) ed esclusione, non alla partecipazione, ma alla smania dirigistica di tutti quei personaggi responsabili di tale situazione. Probabilmente sarà questo il tipo di impegno su cui, se si potrà farlo, lavorerò, non demonizzando nessuno, ma nello stesso modo non sposandone alcuno.
mercoledì 22 novembre 2023
PATRIARCATO E DINTORNI
Ripeto che il dibattito suscitato dalla morte della povera Giulia è perlomeno stucchevole. Almeno secondo me. Non serve il puntare il dito in modo indiscriminato. Non serve scavare un fossato incolmabile e incomprensibile ai più tra generi e gruppi di persone. Non serve una graduatoria di buoni e cattivi a prescindere. Se accanto all'analisi politica, sociale e storica non si affianca quella indispensabile e riferita ad una natura umana che sappiamo imperfetta. Natura di cui ignoriamo fondamentalmente, origine e finalità ultime, si rimane in mezzo al guado. Un guado che oltre non risolvere alcunché, aggiunge problematiche ulteriori. Vedo attacchi concentrici e anche bipartisan ad un cosiddetto patriarcato. Concetto che, di fatto, in larga parte della popolazione di questi tempi sembra, almeno nel suo
senso più deteriore abbondantemente non più rispondente alla realtà. C'è piuttosto, sempre più presente ed esaltata la logica del più forte. Logica che poi si ritiene "normale" affermare anche con la violenza. Sia essa fisica, che economica, sociale o di genere. Questione che, se è assolutamente vero per alcuni aspetti essere più presente nella componente maschile, risulta però, laddove le condizioni lo permettano, anche assolutamente trasversale. Nel bullismo, ad esempio, così diffuso, sembrano non esserci differenze e limiti sostanziali tra chi lo esercita. L' affermazione e riconoscimento del sé attraverso la logica del gruppo che passa dallo svilimento e umiliazione del più debole. Di qualsiasi genere questi sia. Magari su qualcuna/o più di altri perché visti più deboli e facili.
Altro esempio, nei rapporti di lavoro spesso non è certo il genere a modificare i rapporti e gli abusi del potere e il ricorso all'uso della forza derivante dalla posizione. (In questo caso non fisica)
Certo si può affermare che questi siano esempi che possono essere analizzati e riportati più facilmente all'interno di un dibattito e di un posizionamento per una loro modifica . Come, altrettanto ovviamente, di fronte ad una morte innocente, l'approccio non può che essere diverso. Ma, pur nella diversità e nel maggiore sconquasso emotivo derivante, non può e non deve mancare mai la lucidità necessaria per un'analisi serena tesa alla ricerca del necessario equilibrio. Pare, invece, anche in questi casi prevalere una logica di schieramento aprioristico, piuttosto quella che sarebbe necessaria e più funzionale. Credo che la società nel suo complesso debba e possa mettere in piedi misure di contenimento di tali fenomeni, oltre che mettendo in discussione sé stessa e la propria natura, anche sgombrando il campo dalla faciloneria e semplificazione con cui, in genere, si è portati a ricorrere in tali situazioni. Necessario introdurre modelli educativi e relazionali diversi sia nelle istituzioni preposte che negli ambiti familiari, ovviamente Ma quelle stesse istituzioni e le famiglie per poter esercitare a pieno tale esercizio, non potrebbero che farlo in un contesto sociale, economico e politico completamente diverso che lo renda compatibile e proficuo. Come potrebbe essere altrimenti se, accanto alla buona volontà dei singoli, corrispondesse poi, un ambiente attorno in cui fosse esaltata la competizione, il merito e conseguentemente la logica del più forte (migliore) cui si accennava prima?
E, comunque, sappiamo già che, oltre tutto quello che si potrebbe e si dovrebbe mettere in campo, ci sarà sempre quel tot di imponderabilita' e imperscrutabilità dell'animo umano. Quegli aspetti che potrebbero, nonostante tutto, ancora dar vita a episodi anche tragici.
Il patriarcato, se lo vogliamo definire così non è, almeno in questa fase storica, appannaggio caratteristici di un genere. Ma eventualmente, di un sistema basato su rapporti di forza e di potere in cui le vittime sono sempre da ricercare tra i più deboli E se sono di più tra appartenenti a un genere piuttosto che ad un altro, non è certo nella maggiore propensione di questi all'uso della violenza. Ma più semplicemente, nella maggiore possibilità di esercitarla (almeno fisicamente). Personalmente sono nato e cresciuto in ambienti non certo all'avanguardia. Circondato da famiglie "tradizionali" nell'estrema periferia cittadina. Frequentatore abituale di oratorio e catechismo. Quindi il prototipo perfetto del tipico maschio italico secondo alcune analisi che si vogliono progressiste. Eppure nella mia vita come in quella dei tanti con cui sono cresciuto di anni e di esperienze, non ci sono mai stati episodi violenti. Non sono mancati momenti complicati, anche dolorosi certamente, ma mai sfociati nella violenza o in nessuna presunta superiorità o supremazia di alcun tipo.
Perché quelle forme educative e modelli, seppur condizionanti, alla fine, nel bene e nel male, passano al vaglio del proprio singolo, unico e intimo sentire.
MIZIO
















