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domenica 26 aprile 2026

VIVA IL 25 APRILE

 Ogni anno che passa la celebrazione del 25 aprile, sembra diventare più problematica. Per tutto quello che sappiamo a livello di risultati elettorali nel nostro paese, oltre che per un clima più generale a livello globale.

Ma, detto questo, per molti aspetti, la lettura di questo fenomeno può diventare anche più significativa. A patto che si riesca a mantenere una lucidità e un equilibrio rispetto i processi e i sentimenti, sia collettivi che individuali che tale ricorrenza naturalmente suscita. Dando per scontata una certa retorica connessa a questa, come a tante altre date collettive e simboliche. Retorica giustificata ovviamente da una narrazione accettata collettivamente e non rifiutata o contestabile a prescindere. Se non, in passato, da quei pochi nostalgici, ancora increduli e frastornati dalla loro sconfitta storica e da ciò che ne era derivato. Ma i decenni che sono passati. Le scelte che progressivamente, una classe politica non all'altezza, per non definirla in altro modo peggiore, ha operato. Interrompendo o rendendo più fragile di fatto, il filo che legava quel momento storico alla vita di ognuno. Quel filo rappresentati da una crescita e una progressione democratica di allargamento e riconoscimento dei diritti sociali, civili, individuali e collettivi. Questo ha provocato nel tempo uno scollamento progressivo ma sostanziale e difficile da ignorare nel sentimento comune e collettivo. Scollamento tale ormai,da mettere in discussione addirittura per molti, il ricordarne e riconoscerne il valore.
Ritornando alla necessità di possedere capacità ed equilibrio nel vedere e giudicare tali fenomeni, sembra che non molti ne colgano la portanza e le eventuali gravi conseguenze. Si preferisce fare di questi fenomeni una lettura banalizzata legando il tutto a semplice ignoranza, menefreghismo o collateralita' e complicità col fascismo stesso. Tutti elementi ovviamente presenti e che giustificano anche una reazione di pancia segnata da un frontismo orgoglioso. Cosa confermata anche dal risultato del recente referendum sulla giustizia. Ma questa reazione, se limitata allo sdegno, alla polemica e alle reciproche accuse nelle piazze reali o, più spesso virtuali, poco o nulla cambia dell'esistente. Anzi rischia addirittura di radicalizzare e legittimare ulteriormente, un pensiero "contro". Pensiero che, magari con un'attenzione maggiore, ma soprattutto con un'assunzione di responsabilità cosciente e piena, potrebbe, invece, essere condizionato e indirizzato a tessere quel tessuto connettivo e collettivo. Quello indispensabile per condividere e far sentire come proprie anche determinate ricorrenze. Come appunto la Liberazione e la sua celebrazione il 25 aprile.
Per come è organizzata la moderna società. Per quelle che sono le attuali possibilità, non sembrano esserci potenzialità e possibilità per cambiamenti radicali e rivoluzionari. Ma non sembra neanche che il frontismo fine a sé stesso, di cui sopra, abbia maggiori possibilità, oltre che per qualche vittoria parziale, di poter agire sulle coscienze e suscitare cambiamenti profondi.
Combattere il fascismo condannandone sdegnati la simbologia connessa con tutto il suo ciarpame è logico, doveroso, ma anche estremamente facile. Addirittura è aspetto anche condiviso spesso, dagli stessi nostalgici in doppio petto. Qualora servisse per i loro scopi. Più difficile è condannare quel fascismo non esibito, non sguaiato anzi, addirittura elegante e forbito nel suo agire. Quello che progressivamente, nel recente passato, in nome di non si sa quale bene di superiore interesse, ha impoverito, precarizzato e umiliato proprio quelli che più di tutti dovrebbero essere chiamati a ricordare ed esaltare il 25 aprile. Quel fascismo che si manifesta nel professare il proprio antifascismo di facciata e non sostanziale. Perché ogni scelta che penalizza o umilia i giovani, le donne, i lavoratori è uno schiaffo a chi lotto' per la Liberazione. E un disincentivo per tanti poveracci dal poterne sentire l'immenso valore sulla propria pelle e nella propria vita. Esponendoli, di contro alle contaminazioni di narrazioni interessate e storicamente discutibili.
Quindi, viva il 25 Aprile, viva la Liberazione ma con la consapevolezza che la strada per vaccinarsi definitivamente contro certi virus sembra ancora lunga e impegnativa. E che per essere credibili ed efficaci in questo auspicabile percorso di rinascita politica e culturale sia necessario anche tagliare qualche ramo secco o improduttivo, corresponsabile di tale situazione.
Perché il saluto romano è certamente offensivo e fastidioso, ma molto facile da individuare e contrastare. Meno, molto meno individuare il fascismo latente e subdolo in chi ti sta accanto.
Ma per fare questo ci vuole più impegno, più capacità, meno aria fritta e meno retorica.

giovedì 23 aprile 2026

BORGHESI

 Borghesi

Io vi conosco. Conosco i vostri limiti. Conosco le vostre paure. Conosco le gabbie che avete costruito. Talmente robuste che le vostre anime e le vostre coscienze non ne possono più uscire. Conosco il vostro sguardo, i vostri interessi. Conosco la vostra malcelata soddisfazione nel saper scegliere sempre il più forte. Conosco il vostro ghigno nell' umiliare lo sconfitto. Conosco la vostra incapacità di colorare i vostri giorni se non imbevuti di retorica. Conosco la vostra incapacità critica e la vostra smania di essere accettati.
Ma l'unica paura che non dovete avere è proprio quella. Voi sarete sempre accettati. Il mondo è fatto per voi. Voi che non avete domande, se non quelle per soddisfare i vostri bisogni o reclamare i propri diritti. Voi che fate classifiche tra gli esseri umani. Voi che frequentate le chiese per sentirvi in pace e appena fuori foraggiate le guerre. Voi che siete superiori per fortuna di nascita e non conoscete empatia e misericordia.
Io vi combatto perché vi conosco da sempre.
Perché siete voi che cambiate nome, forma ma che praticate sempre l'opportunismo come sistema di vita. Siete voi che avete permesso di costruire il mondo secondo le misure dei vostri padroni e modelli. E siete sempre voi che ci costringete a definirci comunisti, socialisti, marxisti, progressisti, buonisti o come diavolo meglio credete.
A me sarebbe bastato chiamarmi e sentirmi fratello con tutti.

MIZIO



giovedì 9 aprile 2026

LA RADIO

 



Non ho Sky cinema, nè Dazn calcio, né Netflix o Now TV.  Ovviamente per scelta, non per motivi economici. Perché, magari non  tutti, ma qualcuno avrei potuto  permettermelo tranquillamente. Ma non avendo un rapporto costante, continuo o dipendente dalla TV non ne ho mai avvertito l'esigenza. Qualche Tg (sempre meno anche quelli ultimamente), qualche talkshow (per provare il brivido di spaccare la stessa tv) oltre qualche programma in grado di riempire lo spazio temporale tra la cena e il riposo del giusto. Che siano di intrattenimento, film o qualsiasi altra cosa non esclusa, ovviamente, anche qualche rara partita trasmessa in chiaro. Questo per dire che sono totalmente digiuno e ignorante di tutto ciò che riguarda serie TV, film o altro che sono andati e vanno per la maggiore tra i fruitori di professione di quelle piattaforme. Avevo sempre pensato che il trono di Spade  fosse una variante della briscola o del tresette ove si potesse rispondere anche coppe o bastoni. Considerando che ero rimasto alla storiella della casa di paglia, di legno o di mattoni dei tre porcellini, ovviamente, mi sono ritrovato spiazzato anche dalle meraviglie raccontate e contenute nella Casa di carta. Vabbè queste sono facezie per arrivare a dire che, in un periodo ormai neanche più recentissimo di pandemia e conseguenti  "arresti domiciliari", invece che sottoscrivere un abbonamento a una qualche piattaforma per passare il tempo, ho riscoperto una vecchia amica, la radio. Non che avessi smesso di ascoltarla anche prima, ma certamente, da allora è (ri)diventata una compagnia più costante. Musica, informazione, sport, politica. Ma soprattutto la ricerca di quei programmi considerati trash. Quelli a base di telefonate, irate, sguagliate, così poco politically correct. Con conduttori altrettanto improbabili e sopra le righe. L'equivalente via etere del bar sotto casa o del salone del barbiere di periferia. Hai voglia di leggere trattati di sociologia, articoli puntuali e colti dell'opinionista di turno, o del politico tanto  competente e compreso nel ruolo. È tra queste onde radio misconosciute, viaggiatrici erranti e sorprendenti dell'etere, che si nasconde e si agita il ventre molle del paese. Quello pronto a sbranare tutti, ma che segue sempre il suono accattivante del pifferaio di turno. Quello che ascolta Gigi D'Alessio e si commuove pure sinceramente, magari subito prima e insieme al rapper di periferia che urla la sua rabbia e disagio.  Gli stessi che, per aver letto un post di qualche improbabile tuttologo su FB, sono  convinti di aver capito tutto. E che, al pari di un novello Fantozzi ( per chi ricorda l'episodio) prende coscienza che lo stiano fregando tutti. E il bello, è che è pure vero. È vero che lo stanno fregando tutti. È vero che lui/lei siano le vittime designate di questa società che sta implodendo e che li vuole sempre nel ruolo di vittime sacrificali. E sono sempre loro, gli stessi che, soprattutto chi si ponga o si ritenga  come loro rappresentante o difensore, alla fin fine non conosce e non capisce. Parlano un'altra lingua, vivono da altre parti, hanno altri tempi, altre sensibilità e, soprattutto,  altre priorità. Si disserta di sovranismo, di nuovo ordine mondiale, quando invece qui si rappresenta ancora con orgoglio la supremazia di una borgata o un quartiere rispetto quelli confinanti. Pur mancando la percezione minima del dovere di conoscenza e competenza per essere cittadini attivi, si afferma forte però un disperato e disperante diritto all'esistenza. Diritto sfruttato e utilizzato cinicamente da chi lo sappia meglio indirizzare e strumentalizzare (attualmente i più bravi in questo, sono al governo). Poi ci sono alcuni che di questo diritto si fanno interpreti e testimoni. Ma limitandosi a rappresentare un aspetto quasi estraneo, quasi di semplice carità cristiana o laica che sia. Destinata, fatalmente a rimanere  esempio lodevole, ma incapace di spostare, sia pure  di un solo millimetro le situazioni. Non sembri quindi superfluo, l' invito a tutti coloro che ritengano doveroso impegnarsi per un cambiamento in senso migliorativo. A prestare orecchio e attenzioni anche alle telenovelas di periferia e all' etere trash. Con meno spocchia e puzza sotto il naso, Che forse, possono essere anche più utili e illuminanti  rispetto al tanto figo e sicuramente più culturalmente stimolante, scambio di opinioni sull'ultima serie TV, magari  made in USA.

MIZIO

domenica 29 marzo 2026

Ritorno a scrivere su questo blog dopo molto tempo. E lo faccio riportando una riflessione di qualche tempo fa. Riflessione frutto di un accadimento particolare, ma che, alla luce degli avvenimenti successivi e della deriva attuale, nazionale e globale, mantiene intatta, anzi ne aumenta  valore e significato. Questo vuol dire una sola cosa. Che le sensibilità individuali e le relative capacità e conclusioni, quasi mai hanno le stesse tempistiche e risultanze di quelle frutto di comunicazioni mediatiche. Troppo spesso interessate e funzionali all'ego e gli interessi di una cerchia sempre più ristretta e compresa in un circuito di pensiero escludente dei più. Con il risultato pressochè scontato che, le condizioni dei più poveri scivola sempre più in basso, mentre da quelle parti ci si arrotola nel tormento della comprensione della cosiddetta complessità. trovando soluzione, quasi sempre nella polemica frontista, quasi fine sè stessa. Ragionamento che porta quasi sempre e inevitabilmente, a giustificare le proprie titubanze e scelte ininfluenti per i poveri ma gratificanti e auto promozionali per sè stessi.  



Marzo 2019

-Qualcuno un pochino più attento, paziente e sensibile, avrà notato che negli ultimi tempi la morte di una persona particolarmente significativa, nella mia formazione personale e politica mi ha portato a fare alcune considerazioni. La persona in questione è un prete, Don Roberto Sardelli, cosa strana e sorprendente, per chi mi conosce e sa il mio atteggiamento nei confronti della Chiesa e di tutte le religioni organizzate. Ma una grande persona non può essere aumentata o diminuita nella stima e nella considerazione a seconda dei ruolo ricoperto, soprattutto per chi l' ha conosciuta. Don Roberto ha accompagnato la mia (nostra) crescita nel periodo forse più delicato della vita, quella del passaggio dall' infanzia all'adolescenza. Ha dato un senso compiuto a quella che era la rabbia o la rassegnazione respirata nelle borgate della periferia romana. Ha trasmesso il concetto che non si media quando si parla dei diritti dei poveri. Non si fa politica per sé stessi, ma ci si deve porre al servizio degli ultimi. Che, seppure questo sia possibile farlo soprattutto a sinistra, non deve mai prevalere la logica d'appartenenza sulla necessità di difendere e servire comunque i più poveri. E farlo non con lo spirito delle dame di carità ma con il fuoco sacro della passione per la giustizia. La vita poi, con le sue problematiche e le sue durezze, ci ha allontanato e, negli anni, ho rischiato più volte di far venir meno, quello che era l' intendimento iniziale di servizio. Facendo prevalere un sentimento più egoistico e circoscritto. Quando mi sono accorto di ciò, non ho fatto altro che fare un passo di lato e guardare il tutto da una posizione non predefinita e non sclerotizzata. Ed è quello che sono ritornato a fare adesso. Nel momento in cui già stavo avendo la netta percezione che il dibattito si stava, per l'ennesima volta arrotolando su se stesso e su chi avesse ragione o torto tra chi ci è più vicino, è arrivata la notizia della scomparsa di Don Roberto. Oltre il dispiacere in sé e' stato il motivo per riavvolgere il nastro del mio impegno recente e attuale, scoprendo che stavo sbagliando ancora una volta, nonostante l'età non più verdissima. Stavo facendo anch'io, far prevalere il senso d'appartenenza disperdendo forze ed energie in sterili guerre intestine. Tutto questo per dire che pur non mancando di esercitare critiche, anche pungenti, non intendo arruolarmi per nessuna ulteriore guerra sacra tra compagn*. Guerre che come la logica e la storia ci insegnano, non servono ad altro che a rafforzare l'avversario e, di conseguenza, venir meno al proprio compito primario. Per cui sono consapevole che adesso non sia, visto il momento pre elettorale, quello migliore per fare un ragionamento del genere, ma io credo che, superate le elezioni, il mio impegno e quello di tanti altri dovrebbe essere quello di ritrovarsi in uno spazio neutro, senza bandierina di rappresentanza e verificare se esiste la possibilità di ritrovarsi dalla stessa parte. Con la voglia, non di promuovere sé stessi, ma di trovare il modo di difendere gli ultimi dando vita a qualcosa. Non so neanche cosa di preciso, che però riesca a trovare un tratto unitario nella chiarezza e nella radicalità. Chiarezza nel rifiuto della mediazione e compromissione al ribasso, quindi paletti netti verso chi lo fa (PD e satelliti) ed esclusione, non alla partecipazione, ma alla smania dirigistica di tutti quei personaggi responsabili di tale situazione. Probabilmente sarà questo il tipo di impegno su cui, se si potrà farlo, lavorerò, non demonizzando nessuno, ma nello stesso modo non sposandone alcuno.

mercoledì 22 novembre 2023

PATRIARCATO E DINTORNI

 Ripeto che il dibattito suscitato dalla morte della povera Giulia è perlomeno stucchevole. Almeno secondo me. Non serve il puntare il dito in modo indiscriminato. Non serve  scavare un fossato incolmabile e incomprensibile ai più tra generi e gruppi di persone. Non serve una graduatoria di buoni e cattivi a prescindere. Se accanto all'analisi politica, sociale e storica non si affianca quella indispensabile e  riferita ad una natura umana che sappiamo imperfetta. Natura di cui ignoriamo fondamentalmente, origine e finalità ultime, si rimane in mezzo al guado. Un guado che oltre non risolvere alcunché, aggiunge problematiche ulteriori. Vedo attacchi concentrici e anche bipartisan ad un cosiddetto patriarcato. Concetto che, di fatto, in larga parte della popolazione di questi tempi sembra, almeno nel suo

senso più deteriore abbondantemente non più rispondente alla realtà.  C'è piuttosto, sempre più presente ed esaltata la logica del più forte. Logica che poi si  ritiene "normale" affermare anche con la violenza. Sia essa fisica, che economica, sociale o di genere. Questione che, se è assolutamente vero  per alcuni aspetti essere più presente nella componente maschile, risulta però, laddove le condizioni lo permettano, anche assolutamente trasversale. Nel bullismo, ad esempio, così diffuso, sembrano non esserci differenze e limiti sostanziali tra chi lo esercita. L' affermazione e riconoscimento del sé attraverso la logica del gruppo che passa dallo svilimento e umiliazione del più  debole. Di qualsiasi genere questi sia. Magari su qualcuna/o più di altri perché visti più deboli e facili. 

Altro esempio, nei rapporti di lavoro spesso non è certo il genere a modificare i rapporti e gli abusi del potere e il ricorso all'uso della forza derivante dalla posizione. (In questo caso non fisica)

Certo si può affermare che questi siano esempi che possono essere analizzati e riportati più facilmente all'interno di un dibattito e di un posizionamento per una loro modifica . Come, altrettanto ovviamente, di fronte ad una morte innocente, l'approccio non può che essere diverso. Ma, pur nella diversità e nel maggiore sconquasso emotivo derivante, non può e non deve mancare mai la lucidità necessaria per un'analisi serena tesa alla ricerca del necessario equilibrio.  Pare, invece, anche in questi casi prevalere una logica di schieramento aprioristico, piuttosto quella che sarebbe necessaria e più funzionale. Credo che la società nel suo complesso debba e possa mettere in piedi misure di contenimento di tali fenomeni, oltre che mettendo in discussione sé stessa e la propria natura, anche sgombrando il campo dalla faciloneria e semplificazione con cui,  in genere, si è  portati a ricorrere in tali situazioni. Necessario introdurre modelli educativi e relazionali diversi sia nelle istituzioni preposte che negli ambiti familiari, ovviamente Ma quelle stesse istituzioni e le famiglie per poter esercitare a pieno tale esercizio, non potrebbero che farlo in un contesto sociale, economico e politico completamente diverso che lo renda compatibile e proficuo. Come potrebbe essere altrimenti se, accanto alla buona volontà dei singoli, corrispondesse poi, un ambiente attorno in cui fosse esaltata la competizione, il merito e conseguentemente la logica del più forte (migliore) cui si accennava prima?

E, comunque, sappiamo già che, oltre tutto quello che si potrebbe e si dovrebbe mettere in campo, ci sarà sempre quel tot di imponderabilita' e imperscrutabilità dell'animo umano. Quegli aspetti che potrebbero, nonostante tutto, ancora dar vita a episodi anche tragici. 

Il patriarcato, se lo vogliamo definire così non è, almeno in questa fase storica, appannaggio caratteristici di un genere. Ma eventualmente, di un sistema basato su rapporti di forza e di potere in cui le vittime sono sempre da ricercare tra i più  deboli E se sono di più tra appartenenti a un genere piuttosto che ad un altro, non è certo nella maggiore propensione di questi all'uso della violenza. Ma più semplicemente, nella maggiore possibilità di esercitarla (almeno fisicamente). Personalmente sono nato e cresciuto in ambienti non certo all'avanguardia. Circondato da famiglie "tradizionali" nell'estrema periferia cittadina. Frequentatore abituale di oratorio e catechismo. Quindi il prototipo perfetto del tipico maschio italico secondo alcune analisi che si vogliono progressiste. Eppure nella mia vita come in quella dei tanti con cui sono cresciuto di anni e di esperienze, non ci sono mai stati episodi violenti. Non sono mancati momenti complicati, anche dolorosi certamente, ma mai sfociati nella violenza o in nessuna presunta superiorità o supremazia di alcun tipo.

Perché quelle forme educative e modelli, seppur condizionanti, alla fine, nel bene e nel male, passano al vaglio del proprio singolo, unico e intimo sentire.

MIZIO

giovedì 9 novembre 2023

IMPOTENZA

Ho passato anni a cercare di decifrare quale fosse il sentimento prevalente che, in una qualche misura, fosse capace di agire nel personale intimo più profondo. Quel non luogo dove dovrebbe farla da padrona ciò che definiamo coscienza. Quel substrato caratteriale, ereditario e culturale già preesistente in ognuno di noi che viene progressivamente, alimentato, arricchito e reso intelligibile negli anni attraverso le diverse esperienze della vita. Per molto tempo ho pensato che i sentimenti prevalenti fossero la rabbia, o meglio, il rancore. Il senso di insopportabilita' dell'ingiustizia e la ricerca di un'etica e di una dirittura morale che potesse rendere credibile scelte e azioni conseguenti. Poi, nello scorrere del tempo, si è aggiunto il senso di vuoto, la delusione, l'incapacità di accettare prima ancora di quella per capire di tante situazioni. La strenua, anche se impari, lotta per non abbandonarsi alla rassegnazione e alla sconfitta personale, oltre che storica e ideale. Quindi all'interno del personalissimo eremo esistenziale, in cui ognuno di noi si rifugge per provare a capire e ritrovarsi, improvvisamente appare il tutto molto più chiaro. Il sentimento prevalente che ha accompagnato la mia vita, pur nella differente scala d'importanza e relativa percezione, è stato sempre fondamentalmente quello dell'impotenza. La consapevolezza che, nonostante l'impegno e le buone intenzioni, il tutto fosse intangibile, immutabile e anzi, peggiorato nel tempo. Con relativa conseguente frustrazione esistenziale e il rinchiudersi, per sopravvivere, in recinti più stretti ma più comprensibili e compatibili con il resto della vita. Vita che, nonostante noi e per fortuna, continua a scorrere a prescindere. Soprattutto per chi ci è, nonostante tutto, più vicino. Impotenza quindi, che spiega meglio, e più di mille elucubrazioni, il mio ripetuto allontanarsi da situazioni che non condividevo, non capivo e non riuscivo a far diventare e sentire mie fino in fondo, nonostante una certa e sincera disponibilità. E nell'affermare ciò, non ne esalto certo una sua valenza positiva, che pur potrebbe ritrovarsi, ma ne certifico la sua (credo) quasi definitiva vittoria. Vittoria non facile, non riconosciuta, non accettata per molto tempo. Ma come arrivano implacabili le varie stagioni della vita, arriva pure quella della necessaria consapevolezza. Quella presa di coscienza che rende chiaro e leggibile ciò che sembrava, fino ad un certo momento, incomprensibile o inaccettabile. Però, a differenza di altri sentimenti, quello dell'impotenza rispetto il proprio ruolo nella vita e nella società, può essere combattuto e relegato in un cantuccio. A patto di rimanere, pur nello scetticismo complessivo, parzialmente aperti e disponibili a qualsiasi novità dovesse smuovere curiosità, interesse per i suoi presupposti e le sue potenzialità. MiZIO

martedì 10 ottobre 2023

COMUNITA'...MA DE CHE?

In relazione ad ogni avvenimento più o meno grave che accade in qualche parte del mondo nelle dichiarazioni sia dei media, che dei politici si fa un costante riferimento alla cosiddetta Comunità Internazionale. Una Comunità che, a seconda delle circostanze, condanna, solidarizza o appoggia Tizio o Caio. Ma tradotto in soldoni chi e cosa è questa Comunità Internazionale? Logica vorrebbe che tale entità sia rappresentata dal consesso internazionale più ampio possibile che si conosca, l'ONU. E che, conseguentemente, sia l'opinione espressa da tale istituzione o perlomeno, dalla maggioranza dei partecipanti. Però, leggendo anche molto superficialmente le notizie in merito, veniamo a scoprire che la stragrande maggioranza delle risoluzioni ONU approvate, sono rimaste lettera morta. Non hanno quasi mai, minimamente rappresentato un vincolo tale da condizionare o risolvere le questioni in oggetto. E pensiamo, tanto per non fare nomi e rimanere alla cronaca, alla questione palestinese e anche alla guerra in Ucraina. All'ONU sono state votate risoluzioni, anche a grande maggioranza, esattamente contrarie e contrastanti con quelle che ci raccontano, espresse dalla Comunità Internazionale. Quindi appare chiaro che la cosiddetta comunità è un concetto veicolato e valevole solo in alcuni paesi e porzioni del pianeta. Concetto che risale ad una presunzione di superiorità che, se già molto discutibile nei secoli scorsi, oggi appare totalmente fuori da ogni contesto e logica. Sembrano questioni di lana caprina, a fronte dei drammi e delle tragedie odierne. Ma è proprio dalla sottovalutazione dei linguaggi e dai messaggi meno esibiti, che passano i condizionamenti e e le distorsioni nelle letture degli accadimenti. Le stesse distorsioni e condizionamenti che i poteri, in ogni angolo del mondo, hanno sempre usato per distrarre e tenere divisi e sfruttabili interi popoli. MIZIO

LA RAI E' MIA E NON SI TOCCA

Non ho mai avuto simpatie o lesinato critiche alla Rai. Sia per la qualità non sempre eccelsa dei suoi programmi, che per il modo in cui è stata costantemente utilizzata dal potere politico. Ma lo tsunami programmatico e gestionale in atto, l'abbassamento qualitativo dell'offerta. Le censure preventive su personaggi e programmi. L'informazione drogata o anestetizzata appaltata a personaggi di scarsa o nulla capacità professionale, ma fedeli alla linea. E per quella poca residua con l'ambizione di essere libera, non mancano le minacce preventive e il confino in lager e spazi residuali dei palinsesti. Paradossalmente oggi sembrano quasi più aperti e meno allineati alcuni network privati. Tra l'altro sembra riprendere fiato anche l'ipotesi coccolata da molti da tempo, della sua privatizzazione. Con relativi spacchettamenti magari da lasciare in gestione agli appetiti di egoismi politici o territoriali. Cosa che non troverebbe opposizione nel corpo molle della società. Sia per il diminuito appeal dei suoi programmi, sia per provare a liberarsi dell'odioso ticket del canone (cosa che invece rimarrebbe, a meno di non cambiarne la natura). Io credo di essere tra i pochi che, pur come dicevo all'inizio, critico e non apprezzando granchè i suoi programmi, la difenderei a prescindere. Per lo stesso motivo per cui ho difeso dalle privatizzazioni e dal dare in pasto al cinismo del mercato, tutti gli altri settori strategici dello stato privatizzati nel tempo, Trasporti, comunicazioni, strade e autostrade oltre le migliaia di aziende a questi settori collegate. Tutti aspetti di un patrimonio collettivo lasciati alle speculazioni e al profitto del mercato. E, praticamente sempre, senza neanche riuscire nel cambio, a migliorare il servizio stesso e, tantomeno il bilancio dello stato. Molta della programmazione Rai è indifendibile (soprattutto in quest'ultima versione) ma la sua potenzialità mediatica, tecnica professionale non può essere nè svilita nè svenduta. Ma andrebbe difesa e valorizzata per quello che è il suo compito primario e istituzionale. Rappresentando il meglio dell'informazione e dell'immagine culturale e artistica del paese nel mondo. PS: non ho amici, parenti o interessi privati di alcun tipo legati alla Rai e al suo mondo. MIZIO

martedì 27 aprile 2021

25 APRILE, poi 26...27....28

Anche quest'anno, come tutti gli anni, e doverosamente, si è celebrata il 25 aprile la festa della liberazione. Attenzione, della Liberazione, non della libertà. Quella, eventualmente ne fu la logica conseguenza e, purtroppo, ancora non del tutto conquistata. Come tutte le ricorrenze del passato, presenti e future, la giornata è passata attraverso i necessari rituali richiami storici, ma anche attraverso l'altrettanto immancabile retorica, che diventa inutile e addirittura irritante, quando non supportata da azioni coerenti e conseguenti. Perchè è su questo che vorrei argomentare qualcosa. Siamo tutti d'accordo che sia fondamentale la memoria storica, il ribadirne la verità contro negazionismi e revisionismi interessati, e farlo in una giornata particolare a questo dedicata. Quindi viva la Liberazione, viva la Costituzione, viva la Resistenza e guai a chi tocca il 25 aprile che tutto ciò celebra e ricorda. Ma non possiamo dimenticare che, dopo e prima del 25 aprile, ci siano altri 364 giorni. E che ci siano stati, ormai diversi decenni. Giorni e anni in cui troppo spesso si sono dimenticate e accantonate le motivazioni per cui si festeggia quel giorno. E non mi riferisco ai nostalgici e ai fascisti più o meno mascherati e interessati, ma ai tanti che proprio in quel giorno, in maniera ipocrita, non rinunciano al presenzialismo retorico e autoreferenziale in nome di un antifascismo, troppo spesso solo dichiarato e di facciata. Perchè, penso, si possa essere tutti d'accordo, nel dire che il fascismo più pericoloso non sia solo quello esibito e provocatorio del saluto romano e della simbologia collegata. Qiello di quattro imbecilli già condannati e valutati dalla storia. Molto più subdole e pericolosr sono le scelte e le politiche che permettano, giustifichino e accentuino odiose differenze sociali, razziali e di genere. Perchè, mi sembra chiaro, che sia proprio in questo clima che favorisce l'ingiustizia, il privilegio, la difesa palese di precisi interessi che trovino il loro habitat elettivo l'impotenza, la disperazione e la disaffezione che, facilmente possono trasformarsi in rabbia e rancore. Rabbia e rancore ancor più facilmente sfruttabili dai mestatori di professione. Non è neanche, estraneo a questo processo, l'abbandono fisico dei territori da parte dei partiti e della politica istituzionale, lasciando colpevolmente, praterie immense a disposizione di facili e pericolose speculazioni. Speculazioni in cui, tra l'altro, troppo spesso si intrecciano interessi della peggiore espressione politica e della criminalità più o meno organizzata. Altro aspetto colpevolmente sottovalutato e,anzi, quasi incentivato lasciando (intenzionalmente?) zone franche, non solo dal punto di vista territoriale ma anche della legalità. Quindi, arrivando rapidamente alla conclusione, l'antifascismo per essere reale, credibile e formativo per coscienze, soprattutto giovanili, non può che sposarsi a politiche di giustizia sociale. Di lotta, anche dura, alle disuguaglianze. Di impegno costante, continuo giornaliero che non lasci zone d'ombra. Che faccia dello spirito costituzionale il proprio faro con l'impegno per una rivoluzione progressiva, democratica e permanente che non affidi solo al ricordo e alla simbologia il proprio bagaglio di valori ideali. Capisco sia difficile e impegnativo, soprattutto se lo leghiamo alle logiche, agli errori e alle facili colpevoli letture politiche degli ultimi decenni. Ma credo sia non solo necessario, ma indispensabile farlo. Altrimenti il 25 aprile sarà sempre più solo una retorica giornata sempre meno avvertita e vissuta con la necessaria coscienza e consapevolezza dai più. VIVA IL 25 APRILE! VIVA LA RESISTENZA! VIVA LA COSTITUZIONE! MIZIO

lunedì 19 aprile 2021

DON ROBERTO E PASOLINI

Un paio d'anni fa circa, è morto Don Roberto Sardelli. Un nome che a molti non dirà molto ma che per altri, me compreso, ha rappresentato un mondo e un universo ancora non esplorato e compreso completamente. Don Roberto era un prete e sembra strano, che proprio io così lontano dalla religione costituita e dai suoi precetti, ma non alieno alle eterne domande sulla vita, i suoi perchè e il suo misterioso destino, ne possa parlare e ricordare in maniera così coinvolgente. Ma ho sempre preferito parlare e distinguere il sentimento religioso o la spiritualità, da qualsiasi forma di organizzazione costituita fatta di precetti, comandamenti e, soprattutto di esercizi di fede impossiili e improbabili. Don Roberto pur essendo nella Chiesa era a questa, paradossalmente estraneo ma ostinatamente presente come pietra di scandalo.Inviso e tenuto ai margini. Arrivando addirittura, per diversi anni, a togliergli la possibilità di praticare l'esercizio del sacerdozio. Proprio a causa del suo attenersi profondamente al messaggio originario e, praticamente unico, del Vangelo del Cristo. Stare dalla parte degli ultimi. E lui ci stava, non in modo caritatevole, non catechizzando e alimentando la speranza in un paradiso post mortem. Ma esercitando quello che sentiva come il suo compito principale. La difesa aprioristica e il cercare di far prendere loro coscienza. Don Roberto, in quei tempi di forte e marcato manicheismo ideologico e poitico, era sospettato e addirittura accusato, sia da vertici vaticani che da politici e media interessat, di essere comunista. Pur senza essere mai stato nè iscritto, nè militante, nè tantomeno diffusore di idee, stampa o altro riconducibile ad una propaganda per questo o quel partito o ideale. Ovviamente questo non voleva dire equidistanza o disinteresse qualunquista. Anzi il suo lavoro continuo, certosino, per certi versi estenuante era per fare in modo che i poveri potessero e dovessero appropriarsi della politica come strumento prima di comprensione, poi di liberazione. Lasciare la politica a lor signori, che pur definendola cosa sporca, si guardavano bene dal mollarne la gestione o dal cercare di renderla migliore (in questo aspetto dopo decenni siamo ancora lì se non peggio). Lui, essendo soprattutto una persona libera, aveva come referente principale e forse unico, la propria coscienza di cristiano. Forse di un cristiano senza chiesa e di un comunista senza partito. (Silone) Ma lo era e lo diventava (comunista) agli occhi dei borghesi benpensanti perchè urlava, non solo metaforicamente, contro l'ingiustizia, e non solo dal pulpito di una chiesa. Ma lo faceva dalle strade polverose o fangose dell'estrema periferia degradata di Roma. Lo diventava perchè non scacciava o emarginava i Rom. Ma cercava di comprenderne cultura e usanze per condividerle empaticamente. Lo era perchè aveva deciso di prendersi cura, sostenere e soprattutto tener loro la mano nell'ultimo viaggio. ai malati terminali di AIDS. Quei malati che, in quegli anni, paventando una nuova peste e appestati vittime di una punizione divina, venivano scacciai e abbandonati al loro destino lasciandoli morire da soli, vittime più dell'ignoranza che della malattia. Lo era soprattutto però, perchè nella sua Scuola 725, cui mi onoro di aver fatto parte come allievo, all'Acquedotto Felice, diede una coscienza e preparò una generazione di ragazzi. Ragazzi che nel crescere, sarebbero poi diventati protagonisti attivi nella società e non condannati preventivamente, non da un dio capriccioso, ma da una società cinica, ad occupare gli ultimissimi gradini della scala sociale. Tra questi c'è Chi lo ha fatto in politica. Chi nel sindacato, nei movimenti, nelle associazioni o nell'ambito lavorativo (alcuni sono diventati insegnanti). Ma tutti sicuramente, nella vita, nel rapporto col prossimo e con la società nel suo insieme. Un rapporto in cui la ricerca e difesa della giustizia non ha rappresentato solo un concetto astratto o una semplice enunciazione di principio. Ma una linea di confine netta e non modificabile tra bene e male. Linea di confine che quasi mai permetteva lo sconfinamento nell'altra, più comoda della convenienza opportunistica. Ragazzi i cui legami tra loro si sono nel tempo spesso allentati o addirittura (come nel mio caso) sfilacciati, ma mai provocando nell'intimo, un senso di distacco o allontanamento da quegli insegnamenti e da quell'esempio vivente. Al contrario, avvertendo spesso, un profondo senso d' inadeguatezza per non riuscire neanche lontanamente, ad emularne l'esempio. Ma mai facendo in modo di perdere la consapevolezza di aver fatto parte collettivamente e singolarmente, di un'esperienza sicuramente unica, e di aver potuto usufruire di un raro privilegio. Credo che il sentimento che sicuramente ci accomuni, oltre quello della comune estrazione sociale e dell'esperienza vissuta, sia proprio quel senso di appartenenza ad una ristretta privilegiata cerchia. Fatte le debite proporzioni ma senza tema di esagerare, trattasi di un sentimento abbastanza vicino a quello provato e vissuto da chiunque si sia trovato a stretto contatto con personalità di una grandezza non misurabile. Persone capaci di ergersi almeno di un palmo sopra la mediocrità e la supponenza imperante. Quelli che qualcuno non esita, a seconda dell' habitat, a chiamare santi, grandi anime o eroi. Personalità di diversa estrazione, formazione o rappresentanza religiosa, politica o sociale le cui gesta e le parole attraversano il tempo mantenendone intatto la grandezza e il valore. Ecco noi questa cosa non 'abbiamo sentita dire da qualcuno. Non ce l'ha dovuta raccontare nessuno. Non l'abbiamo letta sui libri. L'abbiamo vissuta, toccata. Ci abbiamo studiato, mangiato e lavorato insieme. A volte abbiamo anche discusso, criticato e anche dubitato. Inutile nasconderlo. L'hanno fatto in tanti molto più preparati e attrezzati di noi in situazioni sicuramente più facili, figuriamoci se non potessero farlo degli spocchiosi adolescenti di borgata, come eravamo. Ma, soprattutto l'abbiamo mantenuto vivo non solo nel ricordo e nelle celebrazioni, ma nel vissuto, con risultati spesso non esaltanti e decisamente criticabili ma mai, grazie a quel seme che lui ha gettato in noi, superando quel sottile confine tra bene e male cui accennavo prima. Quel confine che traccia in maniera invisibile ma determinante, l'appartenenza non solo e non tanto alle brave o cattive persone. Ma tra esseri umani coscienti, sensibili, vigili e attivi protagonisti consapevoli, rispetto l'apatia, il cieco risentimento e il conseguente insensibile menefreghismo cui si sarebbe potuto essere destinati da un potere tanto ingiusto quanto ottuso. Insomma, l'occhio e l'attenzione di Don Roberto verso gli ultimi e verso la loro rappresentazione pratica nelle borgate romane, non era la stessa di Pasolini. Il quale trovava nella fascinazione del brutto, sporco e cattivo motivo per suoi interessi che non solo stimolati da curiosità intellettuale o da sentimenti empatici, definirei più antropologici che sociologici. PPP non ne vedeva la grandezza potenziale, se non nella narrazione delle miserie, e non ne ricercava o auspicava il riscatto. Ne raccontava e ne ricercava le ombre e i paradossi. Ci si calava beandosi ed esaltandone gli aspetti più scandalosi e scandalizzanti. Esattamente il contrario di Don Robero la cui preoccupazione costante era propio quella di difendere, rispettare, minimizzare e mimetizzare gli aspetti di costume e quasi agiografici di quella condizione. Non dimentico la rabbia e la durezza con cui contestava chi si provava ad approcciarsi con quello spirito alla borgata e ai suoi abitanti. Riportandone e raccontandone su stampa e media l'immagine di un'umanità esclusivamente dolente e misera, oscurandone e delegittimandone, di fatto, potenzialità e speranze. Più o meno quello PPP veicolava e trasmetteva attraverso le sue opere e le sue frequentazioni. Opere che, seppur da sempre sono state prese a esempio e modello per denunce e rappresentazioni ulteriori, ne erano in realtà una semplice, seppur mirabile narrazione. Era il regista, lo scrittore, l'osservatore, l'intellettuale talmente posizionato in una dimensione altra, che nel raccontare in modo anche mirabile ne ricercava però, il paradosso e a rappresentazione scandalistica. Certificandone certamente e veicolandone più o meno fedelmente, l'esistenza. Ma senza traccia, impegno o mobilitazione per un suo superamento. La denuncia urlata dello scandalo e dell'ingiustizia, augurandosi quasi però, che il tutto rimanga tale e quale nei tempi e nei modi. Non indicando una via d'uscita e di riscatto, se non affidata alle piccole, meschine trovate o espedienti dei protagonisti delle sue opere, destinati quasi fatalmente, al fallimento. Per questi aspetti paralleli tra le due visioni ma non sovrapponibili a me piace paragonarli un pò alle differenze che possiamo trovare tra un quadro e una fotografia. Il soggetto è lo stesso, la sua rappresentazione e narrazione è però, sicuramente diversa già nel suo approccio iniziale, e ancor più nella sua realizzazione. Rendendo il loro paragone difficoltoso se non addirittura impossibile, proprio per le differenze motivazionali e pratiche presenti fin dalla scelta dela tecnica da usare rispetto il cosa andare a rappresentare. MIZIO

giovedì 15 aprile 2021

LA VITA E' UN MISTERO, LA MORTE NON SEMPRE

L'altro giorno mi sono vaccinato e quindi credo di poter tranquillamente non essere considerato complottista o negazionista, anzi. Però, bypassando tutto quello che riguarda il come dove e perchè del virus, e della conseguente pandemia, argomenti su cui invidio le certezze granitiche di molti, appartenenti e schierati in campi anche diversi, alcune riflessioni sembrano, però doverose. Perchè, ad esempio, dopo oltre un anno, a differenza di altri paesi simili, il numero dei decessi, da noi sia ancora inspiegabilmente e intollerabilmente troppo alto, sia in termini assoluti che percentuali? Credo sia legittimo, se non obbligatorio, da parte di chi ha responsabilità in materia, porsi delle domande e cominciare anche pensare se l'approccio, con cui ci si è confrontati con la pandemia finora, sia stato e sia ancora quello più idoneo. Visti i risultati si comincia legittimamente a dubitare che lo sia. Escludendo, al momento, quelle visioni utopiche e romantiche tra movimento hippy e new age, anche fascinose e potenzialmente valide, ma decisamente necessitanti di tempi storici lunghi per la loro permeabilità e presa di coscienza collettiva, rimane il lavorare se e come cambiare approccio. Cambiamento necessario per poter, almeno, ridurre nell'immediato, l'impatto più grave e pesante. Detto che, attualmente, solo la vaccinazione di massa, pur se tra legittimi dubbi e timori, sembra essere in grado di tirarci fuori, in tempi ragionevolmente brevi dalla fase critica , non può, però la sua risoluzione definitiva essere affidata solo a questa opzione. Visto che, tra l'altro,a fronte delle numerose varianti del virus potrebbe risultare meno efficace delle aspettative. Quindi, se all'inizio, a fronte di una situazione nuova e di un nemico al momento sconosciuto, ci si è mossi tra mille comprensibili tentativi emergenziali, dopo oltre un anno risulta inconcepibile che l'unico, o quasi, approccio con il virus sia rimasto quello, dimostratosi inefficace, della tachipirina e della vigile attesa. Attesa che, troppo spesso, si trasforma poi in ricovero in intensiva e successiva potenziale evoluzione nefasta. Si è colpevolmente, tolto alla medicina di prossimità (medici di base) la possibilità di autonomia e libertà di cura costringendo alla passività (che a molti non è dispiaciuta)e al rigido rispetto del protocollo. Tutto questo, nonostante, nel tempo, ci siano per fortuna e sempre più, esempi di approcci terapeutici tempestivi e diversi che portano ad abbattere enormemente il ricorso all'ospedalizzazione e i conseguenti minori decessi. E, non vogliamo, in questo ambito, considerare il benefico effetto sulle strutture ospedaliere e sulle altre patologie, attualmente meno “attenzionate” dal sistema sanitario (E' di oggi la notizia che nel Lazio sono sospesi tutti gli interventi non urgenti). Col nuovo governo, da questo punto di vista sembra non essere cambiato molto. E' cambiato il responsabile della gestione logistica più per questioni di opportunità (viste le ombre su alcune operazioni) che di cambio di passo vero e proprio. Il ministro è rimasto lo stesso e questo sembra confermare un giudizio, tutto sommato, positivo sulla gestione precedente. D'altra parte, riconosciamo che il ministro si è trovato calato all'improvviso, da uno stato di orgoglioso autocompiacimento per far parte di un governo, al doversi assumere responsabilità in una crisi epocale che mai, avrebbe pensato di dover affrontare neanche nei suoi peggiori incubi. Adesso però, dopo oltre un anno e con evidenze non smentibili che alcune cose siano state affrontate in modo errato, credo ci si debba assumere anche la responsabilità politica di mettere alle strette le risultanze delle certezze, che tali finora, non sono sembrate, dell'ISS e dei vari comitati tecnici. Nuovi protocolli più efficaci sono già attuati quotidianamente e con successo, da medici coraggiosi, responsabili disponibili e aperti. Medici, è bene prcisarlo, non negazionisti, non complottisti o no-vax. Per fortuna alcune regioni, autonomamente, cominciano a riconoscere la validità di tale approccio diverso e, non sarebbe male che anche il governo, nella sua interezza, si assumesse la responsabilità, se non altro, di sperimentarne la validità. Certo, per fare questo non c'è bisogno di effetti spot, ma di un'organizzazione della sanità pubblica che riscopra la sua funzione di prevenzione e cura capillare sul territorio. A cominciare dal mettere effettivamente e finalmente in piedi le USCA che, con assunzioni e fondi mirati, permettano di avere una rete diffusa di assistenza domiciliare dei malati di Covid. Per concludere, possiamo tranquillamente affermare che, a fronte delle cifre, forse non tutto è stato indovinato e fatto nel migliore dei modi. Diciamo che se possiamo riconoscere delle attenuanti, vista l'eccezionalità della situazione, quello che però, non si può e non si deve fare, è la sottovalutazione o mistificazione degli errori e il loro perpetuarsi per non smentirsi o riconoscere i limiti e gli errori commessi anche a livello politico, oltre che tecnico. Perchè, parliamoci chiaro, questa pandemia e i morti, hanno messo prima di tutto in crisi il modello di sanità pubblica, visto sempre più non come servizio ma come azienda con dolorosi tagli epocali. Azienda messa in concorrenza diretta con quella privata che, al contrario, è finanziata sempre più con soldi pubblici e con l'altrettanto penalizzante delega della sua gestione, alle regioni. Riconoscere questo vorrebbe dire ammettere il proprio fallimento in materia. E senza distinzioni percepibili tra destra e centrosinistra. Vorrebbe dire la fine dell'unico modello sociale che si sia in grado di immaginare nei diversi campi che si alternano e si contendono il potere. Il modello capitalista soprattutto nella sua ultima versione liberista e finanziaria. Modello in cui tutto, anche la vita umana è solo una questione economica. Si tratta, evidentemente, solo di stabilire dove fissare l'asticella che renda accettabile o giustificabile il numero delle morti. In Italia, attualmente, sembra essere fissata in alto. MIZIO

giovedì 18 febbraio 2021

LA RETORICA DEL CORAGGIO

Dell'ambiente sociale in cui sono nato e cresciuto, credo d'aver già raccontato abbastanza da far intuire che il mio approccio alla vita non sia stato segnato esattamente da un percorso sul red carpet degli agi e dei facili riconoscimenti. Comunque, grazie a fortuna, combinazione, incontri, predisposizione personale e familiare, quello che sembrava un sentiero già segnato dalla sorte ha potuto prendere, sia pur faticosamente e progressivamente l'aspetto di un percorso di “normalità” (ammesso che esista una normalità). Situazione che, però non poteva non tener conto dell'habitat e delle condizioni in cui essa si era maturata, rappresentando rispetto l'esistente intorno, un'eccezione piuttosto che la regola. La consapevolezza di ciò rendeva, se possibile, ancora più serrato la sensazione di dover “ripagare”, in una qualche maniera le opportunità avute. Quindi scegliere di fare l'insegnante e di impegnarsi in politica e nel sociale sembrarono scelte conseguenti e, quasi naturali. Null'altro sembrava poter dare un senso più alto e nobile nell'ambito delle cose, per me, potenzialmente possibili. Le due scelte convissero tra loro più o meno felicemente per circa 4/5 anni. Almeno fino a che la vita e le sue spietate condizioni costrinsero a valutare che, continuare con la precarietà e i relativi scarsi introiti, non erano più compatibili c on le precarie finanze personali e familiari. Fui così, diciamo “costretto” a impegnarmi nella ricerca del famoso posto fisso, partecipando a decine di concorsi pubblici che spaziavano a 360° dal posto di spazzino a quello di educatore nelle carceri o mediatore culturale in Regione. Comunque in quel lasso di tempo l'impegno politico assorbiva la maggior parte del tempo e mi portava progressivamente, anche a ricoprire posti di responsabilità oltre che nel partito, anche nelle istituzioni pubbliche. Fu proprio in questa veste che le mie convinzioni e la capacità di averle fatte proprie furono messe decisamente alla prova. Come consigliere circoscrizionale (non erano ancora diventati municipi) si stava nelle varie commissioni, perciò per la mia giovane età e per la mia occupazione del momento fui messo in quella che si occupava di cultura, scuola, politiche giovanili. Si consideri che le circoscrizioni (municipi) di Roma equivalgono, comunque, come popolazione e complessità dei problemi, a città di medie dimensioni. La mia in particolare aveva all'epoca circa centomila abitanti. Tra le altre cose la commissione scuola si occupava degli asili nido e delle relative graduatorie per l'inserimento, vista la scarsità dei posti disponibili. Accadde, così che una mattina, stranamente arrivò una telefonata dal Direttore didattico (l'attuale dirigente) del circolo scolastico in cui prestavo più o meno, saltuariamente la mia opera di precario. Telefonata in cui mi si invitava a passare in direzione l'indomani mattina. Considerando che quelle volte in cui ci si incrociava nei corridoi della scuola, quasi mai rispondeva al mio cordiale buongiorno, la cosa mi turbò non poco. Nell'attesa dell'incontro ripercorsi mentalmente gli accadimenti dei giorni passati per cercare di trovare una qualche inadempienza, errore o mancanza talmente grave da dover essere trattata addirittura personalmente dal grande capo. “Buongiorno direttore. Voleva vedermi?”. “Oh, buongiorno signor Mari.... (signor Mari....?) chiuda la porta e si accomodi”. Avete presente Fantozzi a rapporto col mega direttore galattico? Ecco , più o meno, quella era la sensazione: “Mi hanno detto che lei, signor Mari...., fa parte della commissione scuola circoscrizionale, non è vero?” Da lì in poi capii che, forse non ero il Fantozzi di turno e che per una volta i ruoli erano, se non proprio rovesciati, comunque, diversificati. Difatti il gran capo, in pratica, mi spiegò la delicata situazione familiare del figlio rimasto da solo con un bambino piccolo e con l'assoluta necessità di trovare posto in un nido. In pratica, stava chiedendo a me, supplente precario, una raccomandazione per agevolare l'inserimento del nipote nelle graduatorie dell'asilo. In quel periodo ero già abituato alle telefonate, alle richieste e all'ascolto delle situazioni più disperate che chiedevano un occhio di riguardo per la stessa questione, ma a tutte rispondevo che tutto quello che potevo sicuramente promettere era l'impegno al più rigoroso controllo della corretta applicazione dei criteri e dei relativi punteggi faticosamente condivisi. Ma, indubbiamente, ribadire tali motivazioni davanti il tuo capo, era chiaramente cosa leggermente più delicata che avrebbe comportato, una maggiore capacità diplomatica e anche un pochino di coraggio. Ci salutammo, io con un evidente disagio, lui con un calore e affabilità, decisamente imbarazzante. Mi parve chiaro che non avesse colto appieno la mia posizione. Forse espressa, data la comprensibile particolare situazione, certo con chiarezza, ma senza la necessaria durezza e indignazione. Comunque, vuoi per il fato, vuoi per i criteri adottati il bambino rientrò tra gli aventi diritto, senza che io muovessi un dito, che, d'altra parte non avrei, comunque, fatto. Non mi affannai certo a comunicargli la cosa, e, cercai anche di evitare di transitare dalle parti del suo ufficio. Ma dopo qualche giorno, fu lui che mi convocò nuovamente in direzione. Il suo atteggiamento fu ancora più affabile e confidenziale, ringraziandomi calorosamente in modo cameratesco. Nonostante gli espressi la mia assoluta estraneità alla questione, ci tenne a farmi intendere che capiva e apprezzava la mia modestia e il riserbo, ma che entrambi,(con strizzata d'occhio) sapevamo come fosse andata. Un po' alla Totò e al suo dichiarare:”Siamo uomini di mondo, noi!” Poi passò con improvvisa serietà, e complicità abbassando il tono di voce e guardandomi negli occhi:”Signor Mari...., lei vorrebbe fare l'insegnante nella vita?”, “Sarebbe il mio obiettivo, in effetti” “Bene, allora so che il prossimo anno uscirà il concorso, io posso aiutarla a far diventare il suo sogno realtà. Faccia la domanda, subito dopo mi venga a trovare e io le garantisco che non solo lei sarà un insegnante- Ma che lo sarà proprio in questa scuola (a cento metri da dove abitavo). Alla fine di quell'anno scolastico, in cui il direttore ci tenne a ricordarmi il suo impegno, come detto, fui costretto a cambiare totalmente lavoro e vincendo uno dei tanti concorsi, mi ritrovai casualmente ferroviere. Il famoso concorso uscì, in effetti, l'anno successivo. E, per amor di sincerità fui,anche se per pochissimo tempo, tentato di approfittare di quella promessa del direttore. Ma il pensiero di tradire tutto quello per cui avevo vissuto e cercato di mettere in pratica fino ad allora, mi impedì, devo dire senza troppa fatica, di alzare la cornetta o andarlo a trovare. Il risultato e' stato, ovviamente, che rimasi ferroviere. Non felicemente, ma senza rimorsi. Sempre, più o meno in quel periodo in cui ero consigliere, proprio per quella posizione, mi fu offerta la possibilità di vincere facilmente un concorso come funzionario al Comune di Roma. Ruolo con ottime possibilità di sviluppo e di carriera. Questa volta con la motivazione, meglio che, in certi posti ci vada uno dei nostri piuttosto che un democristiano. Risposi che se il democristiano fosse stato più bravo di me era giusto che quel posto fosse il suo e che il mio impegno in politica era proprio per affermare e rappresentare certi valori e certi principi. Non certo per promozione personale. Racconterò in altra occasione le lusinghe cui fui sottoposto quando mi dimisi da quell'incarico, da parte di vari esponenti di altre forze politiche. Tutte persone che,al pari del direttore e del compagno che mi propose la questione del funzionario, non avevano capito nulla della serietà, del valore, e della preminenza di certi valori ideali nella mia personale scala. Affermati, non certo con la drammaticità del sacrificio supremo, come per altri in diverse condizioni, ma capaci, comunque di resistere alle lusinghe di percorrere un'autostrada più comoda piuttosto che il sentiero accidentato e scomodo su cui sarei potuto rimanere. Perchè a volte sento il bisogno di ricordare alcuni passaggi cruciali, eppur quasi dimenticati del proprio vissuto? Perchè forse aiuta qualcuno a capire il perchè di certi giudizi e di certe scelte. Scelte che possono sembrare figlie di una rigidità ideologica o di un settarismo estremista, identitario e, per certi versi gratificante. Di queste attribuzioni l'unica che posso condividere è quella che riguarda la gratificazione perchè è indubbiamente vero che niente è altrettanto appagante che lo stare in pace con la propria coscienza che non ha appartenenza politica o religiosa. Quindi, e arrivo a bomba al nocciolo della questione, non “sfrugugliate” con la questione del coraggio , pompandola solo per aver espresso il proprio punto di vista dalla comoda location di un posto in parlamento o in un qualsiasi altro ruolo politico o amministrativo. E non giudicate chi si è distaccato, magari aanche con dolore, da quel mondo che si nutre e vive esteriormente di retorica ma immerso fino al collo nel compromesso e (questa si) nell'autopromozione e autoesaltazione. La supremazia della coscienza sull'interesse, sia personale che di gruppo, arrivata ad essere considerata quasi un difetto anziché una virtù. Buona solo per esaltarne retoricamente il luminoso esempio in figure del passato, tradendola però, costantemente, nella pratica quotidiana. Adattandola ogni volta ai propri limitati interessi immediati piuttosto che a quelli collettivi di largo respiro. Se è considerata una colpa questa linearità di comportamento, ebbene siamo colpevoli. Ma della nostra eventuale “colpa” ne rispondiamo sempre e soltanto noi stessi. Altri, con le loro, coinvolgono colpevolmente intere comunità (spesso vittime della sindrome di Stoccolma) ma soprattutto gli interessi e i diritti dei più bisognosi e derelitti. Eppure i posturologhi e gli ortopedici lo dicono sempre,. Anche se si passa tanto tempo seduti su una poltrona, per evitare problemi, bisogna stare sempre con la schiena diritta. E chi vuol capire capisca. MIZIO

lunedì 25 gennaio 2021

NE USCIREMO. SI, MA COME?

Ne usciremo. Certo che ne usciremo. Nessuna pandemia è per sempre. Invece una delle poche cose che sembrano per sempre è il cinico, insensibile, crudele modo con cui il potere, in particolare quello di ultima generazione vede il suo (e nostro) futuro. Sempre maggiore potere e centralità per il suo, sempre più precario e insicuro quello della stragrande maggioranza. “E' finito il tempo in cui si andava a scuola, all'università e poi si lavorava. Adesso per tutta la vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. Il sistema deve aiutare tutto questo.” Queste le parole di Enrico Letta. Non uno qualunque. Un ex presidente del consiglio. Un rappresentante di quel “progressismo” e di quell'europeismo tanto osannato e tanto supportato in nome della sempre meno valida e sufficiente motivazione di un frontismo antidestra e antisovranista.. Una dichiarazione non sorprendente, non casuale e neanche originale. Visto che fa seguito alle parole profetiche di D'Alema (si proprio lui) del lontano 1999, con cui annunciava la fine del posto fisso e apriva la strada alla tragica logica del precariato. Obiettivo da sempre caro alla destra, e applicato, però praticamente, soprattutto, dalla cosiddetta “sinistra” progressista. Nel mezzo decenni di continui attacchi al lavoro e ai lavoratori. Continue forme di precariato sempre più odioso e penalizzante. Fino ad arrivare alla riforma delle riforme in materia, del Job's act renziano che, di fatto seppellisce lo statuto dei lavoratori e i suoi diritti. Quindi nessuna sorpresa se un rappresentante di quel mondo ribadisca addirittura pubblicamente, non so se con compiacimento, o più semplicemente con l'asettica analisi del docente universitario, ponendolo come dato di fatto obbligato e irreversibile. A questo segue (temporalmente ma non casualmente) la nostra cara vecchia Unione Europea che, nella crisi pandemica sembrava aver recuperato una sua funzione e una dimensione più giusta e umana, che detta le condizioni per l'accesso ai fondi del Recovery fund. Condizioni che, se è vero riguardino tutti i paesi europei, sembrano però scritte con un occhio alla situazione del paese con le maggiori criticità, l'Italia, appunto. Condizioni che smentiscono clamorosamente il “senza condizioni” di cui ci si era beati incoscienti e convinti fino a ieri. Riallacciandoci, però, all'incipit iniziale, rimane solo da stabilire se certe considerazioni di alcuni personaggi e di alcune forze politiche siano figlie di un realismo ormai rassegnato o di un disegno strategico sposato e portato avanti con convinzione. In entrambi i casi sembra chiaro che ci sia l'abbandono, ormai irreversibile, di qualsiasi progetto alternativo di rapporti sociali. Quando sentiamo un rappresentante della sinistra cosiddetta radicale, come Fratoianni, che di un'alleanza raccogliticcia, con forze estremamente diverse fra loro che si trovano a governare insieme, ne auspica addirittura una sua progettualità futura e stabile, il tutto diventa improvvisamente chiaro e, allo stesso tempo, incomprensibile. La logica del continuo scegliere il meno peggio, come già qualcuno dichiarava tempo fa, porta inevitabilmente a far trionfare il peggio e se ne diventa anche inconsapevolmente complici. E, alla luce di questa situazione ancor più incomprensibile appare l'ostinata, penalizzante, stupida frammentazione delle residue forze ed energie di sinistra che, da troppo tempo, hanno rinunciato masochisticamente ad avere un ruolo e una funzione propositiva e significativa, se non in ottica promozionale e autogratificante limitata all'interno della propria ristretta cerchia. Appare chiaro che con la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, l mondo sia diventato, agli occhi di molti, unipolare e immodificabile. E lo è veramente se, chi ha coscienza, sensibilità e progettualità rinuncia, più o meno coscientemente, a mettersi al servizio per un nuovo progetto. Un nuovo manifesto, un nuovo patto sociale, politico, economico, generazionale che faccia trovare i nuovi punti di coagulo degli interessi collettivi. Che non sia fossilizzato sul classico e lineare schematismo tra padrone e lavoratore, forse non più attuale e con troppe variabili . Come possiamo intendere la figura del piccolo artigiano o commerciante con un paio di dipendenti? Padrone o lavoratore, “carnefice” o vittima? Lo stesso “padroncino”, rispetto le aggressive politiche delle multinazionali, del e-commerce che rischiano di spazzarlo via insieme ai suoi lavoratori, come lo inquadriamo in un ipotetico nuovo e diverso assetto sociale? Non andrebbero recuperate le sue ragioni ad una funzione propositiva, creativa e solidale piuttosto che lasciare il suo risentimento, la sua rabbia alla mercè di un populismo d'accatto e pericoloso? E il rapporto con la natura, l'ambiente e le sue risorse non andrebbero inquadrate in una nuova e più adeguata visone che punti al rispetto, salvaguardia e al riequilibrio sostanziale dello stesso, piuttosto che valutarlo in senso esclusivamente utilitaristico, tipico del capitalismo, di una certa visione cristiana, ma anche del socialismo storico? Se poi introduciamo pure la questione della robotizzazione e digitalizzazione dell'industria 4.0, che spazzerà via milioni di posti di lavoro appare indispensabile che a fronteggiare e gestire tali innovazioni epocali non possa essere lasciato solo l pensiero debole del meno peggio e dell'asservimento passivo alle logiche del potere capital-liberista. Al momento sembra che non ci siano le condizioni per poter immaginare un processo di tal genere, ma basterebbe, che ognuno intanto si ponesse in discussione, (so che è difficilissimo ma è il prerequisito necessario). Dovrebbe anche essere sufficiente avere la coscienza (perchè sarà così) che seppur la pandemia passerà, prima o poi, non passeranno l'ingiustizia, il prepotere, gli squilibri complessivi e, anzi, li conosceremo probabilmente anche nelle forme più ciniche e peggiori. MIZIO

martedì 15 dicembre 2020

UN PARTITO, DATEMI UN PARTTO

C'è un disperato bisogno...anzi no. Forse sono io che ho un disperato bisogno di un partito, serio, organizzato, presente, ideologico, ma anche pragmatico se servisse per migliorare le condizioni degli ultimi. Novecentesco o millenians che sia, perché non è certo questo il punto. L'importante è che sappia stare laddove serve stare e non dove conviene. Che sappia scegliere sempre secondo coscienza e non secondo convenienza. Che sia affidabile, non interpretabile e non episodico. Che non segua la moda del momento ma rappresenti valori senza tempo. I cui dirigenti e componenti scelgano l'empatia, la giustizia, la pace e l'amore. Si l'amore, quello necessario, indispensabile, libero e equilibrato. L' odio lo si lasci a chi vive per vincere e impone la competizione tra gli esseri umani, come elemento naturale e ineluttabile. Nelle guerre e nella violenza si son sempre pasciuti lor signori e ad affondare sono sempre stati i poveracci. Nell'amore si deve e si può trovare spazio, ragione e realizzazione per la vera rivoluzione. Si potrebbe dire che detta così, l'esigenza epidermica di un riferimento di tal fatta possa derivare da una carenza quasi affettiva. E, per certi versi, lo è sicuramente, anche se la linea immaginata non è certo quella del porgere l'altra guancia ma quella dell'utilizzare la parte migliore di ognuno. Se la politica, l'appartenenza, la vita stessa non viene vissuta con la giusta dose di passionalità e dandole un senso che vada oltre il soddisfacimento della quotidianità, perde gran parte del suo valore. Inoltre, credo si sia anche stanchi (parlo sempre per me stesso), di somigliare a quei topini da vlaboratorio messi in un labirinto. Labirinto cui cambiano continuamente i percorsi, per il solo gusto sadico di fare stupide prove utili, forse ad altri, ma non certo ai topini stessi. Si avverte il bisogno di una meta (parlo sempre per me) di qualcuno che ne indichi la strada e di chi ci tenga compagnia nel percorso. Troppi gli esperimenti da laboratorio politico, fatti sulla buona fede dei sempre più smarriti spettatori. Troppe messe in scena con gli stessi poco credibili attori e con gli stessi ripetuti, retorici, improbabili canovacci, degni, al massimo, di una sceneggiatura da telenovela. Non servono, perlomeno non per i tanti, e non si sente il bisogno di questo. Così come non si sente quello della difesa strenua della propria piccola, orgogliosa ma impalpabile identità. Sono ormai (ahimè) abbastanza maturo e attento per capire le ragioni pavide degli uni e anche la rabbia feroce degli altri. Ma, altrettanto sicuro che non servano né l'opportunismo spacciato per necessario realismo ma nemmeno l'intransigenza, sia pur coerente, ma sterile. Essendo presente, in entrambi gli aspetti, il serio rischio di rappresentarsi in senso limitato e retorico. Il perché di questa riflessione mi pare chiaro che venga, sia da un percorso fatto di tappe, accidenti e fallimenti personali, che lasciano l'amaro in bocca ma, soprattutto, dal vedere reiterati errori, liturgie, passaggi che pensavamo veramente appartenenti a un passato non più proponibile. Ma forse, non sono neanche errori, sono calcoli, speranze, investimenti per un prossimo futuro personale, altrimenti incerto. Gente che ha limitato coscientemente la democrazia votando la diminuzione dei parlamentari. Gli stessi che non hanno la forza (o la volontà?) di cambiare in senso proporzionale una legge elettorale, si preparano una scialuppa di salvataggio, più o meno con le stesse parole d'ordine e modalità. Imbarcando un po' di tutto e sperando, insieme a quegli altri dell'altro cantiere della sinistra, di rimanere attaccati alla nave madre del PD e sperando di essere tratti a bordo nelle prossime elezioni. Non mi scandalizzo e non condanno ma, evitiamo di prenderci in giro. È una questione di rispetto reciproco. Si potrebbero riportare dichiarazioni e intenti di qualche anno fa che, cambiando solo la data, sembrano l' esatta fotocopia delle speranzose, entusiastiche, emozionate dichiarazioni attuali. D'altra parte non posso neanche non sottolineare l'incapacità e l'orgogliosa supponenza di essere nel giusto, che impedisce ai tanti cespugli della sinistra radicale di trovare una base comune non per autopromozione, ma per diventare quello strumento critico, alternativo, significativo e credibile di cui vi sarebbe tanto bisogno per i lavoratori e per gli ultimi in generale. Ma se non siamo in grado di cambiare neanche noi stessi, difficilmente si può pensare di cambiare il mondo. Così noi continueremo ad avvertire coscientemente, ma con sempre meno speranze, la necessità di qualcosa in cui tornare ragionevolmente a credere. MIZIO

lunedì 30 novembre 2020

DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?

Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura. In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. In particolare la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti effettuati di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura di mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma in grado di fornire cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine. Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi. Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno. Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile. Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile. E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO

domenica 29 novembre 2020

IN FILA PER IL PANE?

"Tutti in fila per l' IPhone e poi si piange miseria". Siamo sinceri, quanti di noi l'hanno detto o pensato. Magari di getto, istintivamente, in modo non ragionato, ma l'abbiamo fatto. Poi ti torna in mente il Berlusca di qualche anno fa e le sue esternazioni "Io vedo tutti i ristoranti pieni". Ed era vero, i ristoranti erano pieni nella stessa misura in cui sono vere le file per l'acquisto dell'ultimo giocattolo di tendenza. Questo dimostra quanto, anche non volendo, spesso si sia condizionati nel giudizio e quanto sia facile cadere preda di retorica o massificazione di pensiero. Eppure non sarebbe difficile separare il grano dal loglio. Basterebbe riflettere sul fatto che, se è incontestabile il condizionamento di migliaia di persone che si concretizza nella partecipazione compulsiva ai riti e ai feticci della moderna società consumista, meno visibile ma più corposa è la stragrande maggioranza che a quei riti si sottrae. Ci si sottrae per scelta, per tanti ma anche, se non soprattutto, per l'impossibilità materiale a parteciparvi della maggioranza Perchè, anche se colpiscono, in negativo, quelle file non dobbiamo permettere alla nostra capacità analitica e critica di offuscare o sottovalutare l'enorme tasso di esclusione sociale e di povertà presente nella società. E, se la nostra attenzione non può che essere più orientata ai problemi e ai diritti dei lavoratori e degli esclusi, lo snobismo nei confronti di chicchessia non può portare ad una semplice condanna o derisione prevenuta e preventiva. Molti, non la maggioranza ovviamente, di quelli in fila erano, e potrebbero essere ancora, parte dei nostri riferimenti sociali o politici. Potenzialità ed energie che non possiamo permettere che vengano abbandonate o considerate perse solo perchè, in assenza di modelli credibili e alternativi, si affidano alla corrente del pensiero collettivo apparentemente vincente e unico. Credo, ormai, di essere pesantemente ripetitivo o inutilmente didattico ma, finchè questo modello manca e si presenta, nella progettualità, diviso, incoerente, litigioso, spocchioso, insomma sostanzialmente inutile, anche la capacità di essere credibili nella critica e nell'indignazione diventa solo uno sterile esercizio snobistico. Sono finiti gli I'Phone? Dategli Huawey, no! Ad maiora MIZIO

mercoledì 11 novembre 2020

PER FARE UN UOMO..

Ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole scritte.
La regola del tre e la legge dell'equilibrio! Ognuno di noi arriva, apre gli occhi al mondo e comincia a guardarlo dalla sua singola, unica e irripetibile visuale. Visuale che è tale, in quanto famiglia, habitat, condizione sociale sono unici e non sovrapponibili. Operazione impossibile anche tra fratelli, entrando in ballo, oltre le condizioni più o meno simili, anche la componente caratteriale. Insomma si viene al mondo come un vaso pieno solo in parte, ma quella parte è quella che condizionerà e la renderà unica, filtrando tutta l'esperienza, la conoscenza, le gioie e i dolori dell'intero arco vitale. Ovviamente tale consapevolezza non ha la pretesa di rappresentare una verità assoluta ma, proprio per quello enunciato prima, ne rappresenta esclusivamente una testimonianza parziale e, proprio per questo senza altro valore che quello di affiancarsi alle milioni di altre che, collettivamente rappresentano il tutto variegato, unico, affascinante che abbiamo davanti ogni giorno. Prima discriminante è, ovviamente, il dove e come si nasce. Le differenze saranno tanto più ampie quanto più differenti sono le condizioni iniziali. Chi nasce nella polvere degli ultimi, ovviamente sarà, fin dall'inizio, sottoposto a esperienze e necessità diverse e opposte rispetto i figli del nobile o del ricco. Ma, nonostante le enormi differenze, si avrà in comune, l'appartenenza allo stesso genere homo (benchè qualcuno provi a smentire anche tale verità. Questa si assoluta). Si condivide lo stesso habitat, vivendo nello stesso spazio su un pianeta vagante nell'universo. Si è assoggettati alle stesse esigenze e limiti derivanti da quelle che sono le necessità e caratteristiche comuni ad ogni corpo. Prime fra tutte quelle del nutrimento e delle funzioni fisiologiche, oltre quella che nella grande giostra della vita di ognuno inevitabilmente, si sostanzia alla fine, nella morte. Il tratto comune per eccellenza, anche se non arriverei a considerarla una livella, come piace raccontarla a tanti perchè, se è vero che la fine è comune, il come si ci arriva, cambia e anche di molto. C'è pure un altro tratto condiviso, anche se con gradazioni e caratteristiche diverse. Quello che rappresenta l'innata, congenita, e direi anche necessaria, curiosità verso le eterne domande. 
Chi sono? Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Domande, purtroppo destinate a rimanere senza risposta certa e cui,  collettivamente o singolarmente, si prova da sempre comunque, a fornire visioni rassicuranti o, specularmente disperanti. Che hanno provato e provano ancora a farlo le religioni e il loro speculare ma opposto ateismo. La filosofia, oltre la politica o la scienza. 
Ma non tutti si ritengono appagati o semplici sostenitori di questa o quella visione. Ci sono persone come il sottoscritto, in cui arde da sempre, il sacro fuoco della curiosità. Di quella conoscenza che non sia limitata o inscatolata in un'unica visuale e in un unico percorso cognitivo. L' impegno politico contro le ingiustizie sociali, la sensibilità e attenzione all' ambiente, la ricerca spirituale. Sono i tre filoni principali attraverso i quali, anche il sottoscritto, ha cercato, magari maldestramente, in maniera disorganizzata ma, assolutamente priva di pregiudizi, di trovare un percorso per una comprensione che giustifichi e renda accettabile il proprio stare nel mondo. La componente e la curiosità politica era cosa respirata fin da piccolo in famiglia che ha reso più semplice la comprensione degli avvenimenti e gli incontri succedutesi negli anni. Fin da quello, il più qualificante in assoluto, con Don Roberto Sardelli che ha allargato gli orizzonti e le sensibilità politiche e sociali, fino al punto di renderli parte integrante del proprio essere e del proprio sentire. Comprensione e coscienza che ha sempre reso difficoltoso e poco comprensibili alcuni atteggiamenti. Che sembravano sempre sfuggire a quella che era la logica di una militanza classica che depotenzia e declassa (anche giustamente) il sentire personale sacrificandolo a quello generale. Quello che porta all'assunto che:”il mio partito ha sempre ragione”. Da qui, sempre con il massimo rispetto verso compagni e partiti, il mio è stato un percorso che è stato contrassegnato più da dolorose dimissioni (da incarichi di partito e istituzionali), che da luminosi successi e carriera personale e politica. D'altra parte, citando al contrario un concetto riferito a Don Abbondio, “Se uno la coscienza ce l'ha, non può ignorarla o allontanarla da sè”. Nessuna logica di partito mi ha mai convinto al punto tale di dover mettere in discussione alcuni personali valori ideali e principi morali. O giustificare eventuali ingiustizie Cosa che comunque, è stata espressa sempre in modo estremamente rispettoso anche degli interessi del partito. Cosciente che avrebbe avuto nel caso, un pessimo interprete della propria immagine. Meglio, molto meglio che a rappresentarla ci fosse qualcuno con un pochino di pelo in più sullo stomaco, meno scrupoli e maggiore capacità affabulatoria. La politica e i partiti in cui ho militato li ho sempre considerati non come un fine, ma come uno strumento per trasformare il naturale sentimento di giustizia in obbligato e utile spirito di servizio, soprattutto dei più derelitti. Se l'avessi intesa come possibilità di carriera o promozione individuale avrei fatto tutt'altre scelte. Sarebbe bastato tacitar la coscienza e la propria storia personale, accettando di condividere scelte, anche compromissorie. Per cui il filo rosso dell' impegno politico ha sempre segnato il mio percorso ma spesso, da semplice osservatore critico e piazzato di lato. Piuttosto che protagonista o comprimario interessato. Anche l'altro aspetto, quello dell'attenzione all'ambiente e alla natura nasce nella primissima infanzia. Infanzia vissuta in un borghetto romano posto ai limiti della sua smisurata periferia. Ambiente dove, in quei tempi, il confine tra campagna e città era ancora molto labile e incerto. Per cui prati, fossi, marrane e relativi abitanti, erano i protagonisti delle scorribande del bambino che fui. Scorribande anche segnate da una certa crudeltà (di cui mi sono pentito successivamente) come la caccia a lucertole, ramarri, farfalle ecc. Ambiente simile a quello in cui passai la successiva adolescenza e la gioventù. Non più borgata, ma moderno quartiere periferico, sempre caratterizzato, però, da enormi spazi verdi. Spazi che appena a pochi passi nascondevano tesori naturalistici notevoli e quasi impensabili a un passo dai palazzoni della moderna piccola e media borghesia. Cinghiali, istrici, tassi, falchi e un milione di altre rarità e scoperte, quasi giornaliere botaniche e faunistiche facevano di quei posti la mia Amazzonia. I barbi che risalivano i fossi in primavera erano i miei salmoni. I biacchi, le natrici le mie anaconda, con qualche cobra rappresentato da timide  vipere. Mentre i nibbi erano i miei avvoltoi  le nutrie erano credibili castori. Cominciò allora, grazie a un paio di compagni, il lavoro a fianco di uno dei primi piccoli gruppi ecologici dell'epoca. Gruppo nato proprio per lo studio e la salvaguardia di quel paradiso naturale, cui pur senza esser organico, diedi il mio piccolo contributo. Sia per lo studio ma, soprattutto per aiutarli a veicolarne le prime battaglie e richieste protezionistiche. Cosa possibile anche grazie anche, al mio ruolo istituzionale dell'epoca. Dopo il trasferimento da Roma continuai lo studio, l'amore e le sensibilità più da lontano e fui felice quando seppi che, quel territorio entrò a far parte del circuito di Roma Natura e che, da allora è conosciuto come Riserva naturale di Decima Malafede. Territorio purtroppo che, nonostante l'istituzione della riserva, ha continuato ad essere oggetto di appetiti speculatori da parte di privati e istituzioni (Si pensi solo alla devastazione provocata dalla prossima autostrada Roma Latina). Il mio rapporto di curioso osservatore della natura e le sue meraviglie non ha mai, però, assunto l'aspetto che avrebbe preso piede con successo, successivamente. Non facevo trekking, né bird watching, né esplorazioni, né percorsi con mete obbligate o prefissate da raggiungere, che non fossero la pace interiore. Il mio ideale rapporto con la natura l'ho sempre vissuto al meglio e al massimo in compagnia, di me stesso. E, a volte, eravamo pure in troppi. Per dare un'immagine di facile lettura, ho sempre ricercato l'amore quasi fisico e la fusione col tutto. Nel bosco, sulle rive di un torrente, su un altopiano o sulla cima di un monte. Esperienze intrise quasi di un misticismo laico! E, il misticismo ci porta diritti a considerare l' ultimo aspetto, quello della ricerca spirituale, quello delle grandi verità ricercate dall'essere umano di ogni tempo. Per questo devo far riferimento a tre fasi ben distinte del percorso. In parte consapevole e in altra assolutamente casuale e fortuito, ma non meno vero o impattante. Il primo approccio, ovviamente, come quasi tutti avvenne nella parrocchia del quartiere con l'oratorio e col catechismo. Arrivando, addirittura con il far parte del coro dei “Pueri cantores” locali e, anche servendo messa come chierichetto. Periodo propedeutico, a prendere confidenza col concetto di divino, con il mistero non spiegato e scavallabile solo con la fede. Periodo pure sereno, tutto sommato. A parte le paure determinate quando, e succedeva spesso, ci si abbandonava a quei piccoli “peccati” possibili da parte di bambini. Crescendo con l'adolescenza apparve chiaro che rifugiarsi nella sola fede non bastava a oscurare tutte le incongruenze e i limiti che la religione comportava. Quindi ci fu il necessario strappo dalla Chiesa, dai doveri che questa comportava. Dalle visioni ormai troppo strette per essere condivise da un adolescente pieno di dubbi e curiosità. In questa fase ci fu l'incontro con Don Roberto, già ricordato prima, che diede della religione, della figura stessa del prete, un'immagine completamente diversa. Immagine che, pur non avvicinandomi di più alla chiesa, mi permise, però di mettere la questione del rapporto col mistero in stand by. Nè credente, né ateo, ripromettendomi di riaffrontare l'argomento quando e se, ne avessi sentito la necessità. Di una cosa ero però, già sicuro. Non avrei mai fatto parte di una organizzazione religiosa precostituita che, per una visione personale ancora confusa, ma non modificabile, ai miei occhi avrebbe rappresentato la negazione stessa del concetto di divino. Quindi si aprì la fase in cui cominciai a definirmi agnostico, essendo quella la parola che più avrebbe potuto rappresentare la mia posizione sull'argomento. Sentivo chiaramente di non poter chiudere definitivamente la questione, ma neanche, di sposarne una versione oggettivamente limitata e limitante. Complice anche una certa naturale sopravvalutazione del proprio punto di vista tipico della gioventù, tutto sommato riuscii, per diversi anni a convivere senza problemi con la questione. Probabilmente proprio grazie, a quella porticina lasciata volutamente socchiusa. E dalla quella porticina, come sempre accade, con le questioni messe da parte e quasi dimenticate, entrò con la violenza di uno tsunami tutto un corollario di avvenimenti, apparentemente inspiegabili, che mi posero per forza, nella condizione di dover riaffrontare la questione 0 rifiutarla definitivamente. Questione che, a quel punto, non riguardava solo un aspetto filosofico esistenziale, ma riguardava il vissuto quotidiano. Questi avvenimenti scatenarono la curiosità che, fino a quel momento, era stata disciplinatamente tranquilla nel suo angolino. Insieme a quelli, cominciarono a verificarsi tutta una serie di episodi che, in altri tempi, avrei potuto tranquillamente considerare casuali e spiegabili in mille altri modi logici. Ma che in quel momento e con le caratteristiche con cui si presentavano ai miei occhi assumevano l'aspetto di un sentiero di conoscenza e di apertura di sentire che sembrava, e forse lo era, lì solo per me. Incontri casuali, letture suggerite, altre assolutamente occasionali con libri addirittura trovati sui treni dove lavoravo. Percorsi rischiosi che ti portavano a conoscere, forzatamente, anche il lato oscuro e pericoloso del percorso, da cui allontanarsi rapidamente. Ma anche momenti di illuminazione improvvisa in cui alcune cose cominciavano ad apparire più chiare e ad avere una propria logica leggibile e comprensibile. E, soprattutto, la certezza che nessuna religione organizzata, con i suoi riti, i suoi precetti, i suoi limiti avrebbe potuto rappresentare la strada o la verità rispetto l'esistere. E di quanto il rapporto, con l'idea stessa del mistero e del divino, sia percorso intimo, solitario e non trasmettibile. Che lo stesso si presenta e si arricchisce solo se e quando, il singolo e il momento lo rendano utile o necessario alla personale evoluzione. Ovviamente, e proprio per i motivi sopra esposti, nessuno e, tantomeno il sottoscritto, può o deve sentirsi in diritto/dovere di trasmettere il proprio punto di vista come quello più giusto o idoneo per tutti. E, ancor meno potrebbe o dovrebbe, pensare minimamente a fare proseliti. Rappresenterebbe la fine stessa delle poche certezze personali raggiunte con fatica. La solidarietà, l'equilibrio, quello che molti chiamano amore, si deve provare ad applicarli, almeno come tendenza, nella vita di tutti i giorni. Nei rapporti personali, nella vita politica e sociale, nel rapporto col resto dell'esistente. Ed è questo e solo questo a stabilire il grado evolutivo, non il credere o meno. Si può essere santi o demoni, pure in modo inconsapevole e lontano anni luce dal misticismo e dal sentimento religioso. Così come si può essere umani, nel senso più compiuto del termine, pur senza attraversare e comprendere i tre aspetti fondanti della mia personale e, come si diceva prima, non replicabile esperienza. Per ognuno c'è un sentiero evolutivo che aspetta e, tranquilli, che ognuno, prima o poi, lo incrocia e lo percorrerà, anche se inconsapevolmente. MIZIO