Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

lunedì 19 aprile 2021

DON ROBERTO E PASOLINI

Un paio d'anni fa circa, è morto Don Roberto Sardelli. Un nome che a molti non dirà molto ma che per altri, me compreso, ha rappresentato un mondo e un universo ancora non esplorato e compreso completamente. Don Roberto era un prete e sembra strano, che proprio io così lontano dalla religione costituita e dai suoi precetti, ma non alieno alle eterne domande sulla vita, i suoi perchè e il suo misterioso destino, ne possa parlare e ricordare in maniera così coinvolgente. Ma ho sempre preferito parlare e distinguere il sentimento religioso o la spiritualità, da qualsiasi forma di organizzazione costituita fatta di precetti, comandamenti e, soprattutto di esercizi di fede impossiili e improbabili. Don Roberto pur essendo nella Chiesa era a questa, paradossalmente estraneo ma ostinatamente presente come pietra di scandalo.Inviso e tenuto ai margini. Arrivando addirittura, per diversi anni, a togliergli la possibilità di praticare l'esercizio del sacerdozio. Proprio a causa del suo attenersi profondamente al messaggio originario e, praticamente unico, del Vangelo del Cristo. Stare dalla parte degli ultimi. E lui ci stava, non in modo caritatevole, non catechizzando e alimentando la speranza in un paradiso post mortem. Ma esercitando quello che sentiva come il suo compito principale. La difesa aprioristica e il cercare di far prendere loro coscienza. Don Roberto, in quei tempi di forte e marcato manicheismo ideologico e poitico, era sospettato e addirittura accusato, sia da vertici vaticani che da politici e media interessat, di essere comunista. Pur senza essere mai stato nè iscritto, nè militante, nè tantomeno diffusore di idee, stampa o altro riconducibile ad una propaganda per questo o quel partito o ideale. Ovviamente questo non voleva dire equidistanza o disinteresse qualunquista. Anzi il suo lavoro continuo, certosino, per certi versi estenuante era per fare in modo che i poveri potessero e dovessero appropriarsi della politica come strumento prima di comprensione, poi di liberazione. Lasciare la politica a lor signori, che pur definendola cosa sporca, si guardavano bene dal mollarne la gestione o dal cercare di renderla migliore (in questo aspetto dopo decenni siamo ancora lì se non peggio). Lui, essendo soprattutto una persona libera, aveva come referente principale e forse unico, la propria coscienza di cristiano. Forse di un cristiano senza chiesa e di un comunista senza partito. (Silone) Ma lo era e lo diventava (comunista) agli occhi dei borghesi benpensanti perchè urlava, non solo metaforicamente, contro l'ingiustizia, e non solo dal pulpito di una chiesa. Ma lo faceva dalle strade polverose o fangose dell'estrema periferia degradata di Roma. Lo diventava perchè non scacciava o emarginava i Rom. Ma cercava di comprenderne cultura e usanze per condividerle empaticamente. Lo era perchè aveva deciso di prendersi cura, sostenere e soprattutto tener loro la mano nell'ultimo viaggio. ai malati terminali di AIDS. Quei malati che, in quegli anni, paventando una nuova peste e appestati vittime di una punizione divina, venivano scacciai e abbandonati al loro destino lasciandoli morire da soli, vittime più dell'ignoranza che della malattia. Lo era soprattutto però, perchè nella sua Scuola 725, cui mi onoro di aver fatto parte come allievo, all'Acquedotto Felice, diede una coscienza e preparò una generazione di ragazzi. Ragazzi che nel crescere, sarebbero poi diventati protagonisti attivi nella società e non condannati preventivamente, non da un dio capriccioso, ma da una società cinica, ad occupare gli ultimissimi gradini della scala sociale. Tra questi c'è Chi lo ha fatto in politica. Chi nel sindacato, nei movimenti, nelle associazioni o nell'ambito lavorativo (alcuni sono diventati insegnanti). Ma tutti sicuramente, nella vita, nel rapporto col prossimo e con la società nel suo insieme. Un rapporto in cui la ricerca e difesa della giustizia non ha rappresentato solo un concetto astratto o una semplice enunciazione di principio. Ma una linea di confine netta e non modificabile tra bene e male. Linea di confine che quasi mai permetteva lo sconfinamento nell'altra, più comoda della convenienza opportunistica. Ragazzi i cui legami tra loro si sono nel tempo spesso allentati o addirittura (come nel mio caso) sfilacciati, ma mai provocando nell'intimo, un senso di distacco o allontanamento da quegli insegnamenti e da quell'esempio vivente. Al contrario, avvertendo spesso, un profondo senso d' inadeguatezza per non riuscire neanche lontanamente, ad emularne l'esempio. Ma mai facendo in modo di perdere la consapevolezza di aver fatto parte collettivamente e singolarmente, di un'esperienza sicuramente unica, e di aver potuto usufruire di un raro privilegio. Credo che il sentimento che sicuramente ci accomuni, oltre quello della comune estrazione sociale e dell'esperienza vissuta, sia proprio quel senso di appartenenza ad una ristretta privilegiata cerchia. Fatte le debite proporzioni ma senza tema di esagerare, trattasi di un sentimento abbastanza vicino a quello provato e vissuto da chiunque si sia trovato a stretto contatto con personalità di una grandezza non misurabile. Persone capaci di ergersi almeno di un palmo sopra la mediocrità e la supponenza imperante. Quelli che qualcuno non esita, a seconda dell' habitat, a chiamare santi, grandi anime o eroi. Personalità di diversa estrazione, formazione o rappresentanza religiosa, politica o sociale le cui gesta e le parole attraversano il tempo mantenendone intatto la grandezza e il valore. Ecco noi questa cosa non 'abbiamo sentita dire da qualcuno. Non ce l'ha dovuta raccontare nessuno. Non l'abbiamo letta sui libri. L'abbiamo vissuta, toccata. Ci abbiamo studiato, mangiato e lavorato insieme. A volte abbiamo anche discusso, criticato e anche dubitato. Inutile nasconderlo. L'hanno fatto in tanti molto più preparati e attrezzati di noi in situazioni sicuramente più facili, figuriamoci se non potessero farlo degli spocchiosi adolescenti di borgata, come eravamo. Ma, soprattutto l'abbiamo mantenuto vivo non solo nel ricordo e nelle celebrazioni, ma nel vissuto, con risultati spesso non esaltanti e decisamente criticabili ma mai, grazie a quel seme che lui ha gettato in noi, superando quel sottile confine tra bene e male cui accennavo prima. Quel confine che traccia in maniera invisibile ma determinante, l'appartenenza non solo e non tanto alle brave o cattive persone. Ma tra esseri umani coscienti, sensibili, vigili e attivi protagonisti consapevoli, rispetto l'apatia, il cieco risentimento e il conseguente insensibile menefreghismo cui si sarebbe potuto essere destinati da un potere tanto ingiusto quanto ottuso. Insomma, l'occhio e l'attenzione di Don Roberto verso gli ultimi e verso la loro rappresentazione pratica nelle borgate romane, non era la stessa di Pasolini. Il quale trovava nella fascinazione del brutto, sporco e cattivo motivo per suoi interessi che non solo stimolati da curiosità intellettuale o da sentimenti empatici, definirei più antropologici che sociologici. PPP non ne vedeva la grandezza potenziale, se non nella narrazione delle miserie, e non ne ricercava o auspicava il riscatto. Ne raccontava e ne ricercava le ombre e i paradossi. Ci si calava beandosi ed esaltandone gli aspetti più scandalosi e scandalizzanti. Esattamente il contrario di Don Robero la cui preoccupazione costante era propio quella di difendere, rispettare, minimizzare e mimetizzare gli aspetti di costume e quasi agiografici di quella condizione. Non dimentico la rabbia e la durezza con cui contestava chi si provava ad approcciarsi con quello spirito alla borgata e ai suoi abitanti. Riportandone e raccontandone su stampa e media l'immagine di un'umanità esclusivamente dolente e misera, oscurandone e delegittimandone, di fatto, potenzialità e speranze. Più o meno quello PPP veicolava e trasmetteva attraverso le sue opere e le sue frequentazioni. Opere che, seppur da sempre sono state prese a esempio e modello per denunce e rappresentazioni ulteriori, ne erano in realtà una semplice, seppur mirabile narrazione. Era il regista, lo scrittore, l'osservatore, l'intellettuale talmente posizionato in una dimensione altra, che nel raccontare in modo anche mirabile ne ricercava però, il paradosso e a rappresentazione scandalistica. Certificandone certamente e veicolandone più o meno fedelmente, l'esistenza. Ma senza traccia, impegno o mobilitazione per un suo superamento. La denuncia urlata dello scandalo e dell'ingiustizia, augurandosi quasi però, che il tutto rimanga tale e quale nei tempi e nei modi. Non indicando una via d'uscita e di riscatto, se non affidata alle piccole, meschine trovate o espedienti dei protagonisti delle sue opere, destinati quasi fatalmente, al fallimento. Per questi aspetti paralleli tra le due visioni ma non sovrapponibili a me piace paragonarli un pò alle differenze che possiamo trovare tra un quadro e una fotografia. Il soggetto è lo stesso, la sua rappresentazione e narrazione è però, sicuramente diversa già nel suo approccio iniziale, e ancor più nella sua realizzazione. Rendendo il loro paragone difficoltoso se non addirittura impossibile, proprio per le differenze motivazionali e pratiche presenti fin dalla scelta dela tecnica da usare rispetto il cosa andare a rappresentare. MIZIO

mercoledì 11 novembre 2020

PER FARE UN UOMO..

Ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole scritte.
La regola del tre e la legge dell'equilibrio! Ognuno di noi arriva, apre gli occhi al mondo e comincia a guardarlo dalla sua singola, unica e irripetibile visuale. Visuale che è tale, in quanto famiglia, habitat, condizione sociale sono unici e non sovrapponibili. Operazione impossibile anche tra fratelli, entrando in ballo, oltre le condizioni più o meno simili, anche la componente caratteriale. Insomma si viene al mondo come un vaso pieno solo in parte, ma quella parte è quella che condizionerà e la renderà unica, filtrando tutta l'esperienza, la conoscenza, le gioie e i dolori dell'intero arco vitale. Ovviamente tale consapevolezza non ha la pretesa di rappresentare una verità assoluta ma, proprio per quello enunciato prima, ne rappresenta esclusivamente una testimonianza parziale e, proprio per questo senza altro valore che quello di affiancarsi alle milioni di altre che, collettivamente rappresentano il tutto variegato, unico, affascinante che abbiamo davanti ogni giorno. Prima discriminante è, ovviamente, il dove e come si nasce. Le differenze saranno tanto più ampie quanto più differenti sono le condizioni iniziali. Chi nasce nella polvere degli ultimi, ovviamente sarà, fin dall'inizio, sottoposto a esperienze e necessità diverse e opposte rispetto i figli del nobile o del ricco. Ma, nonostante le enormi differenze, si avrà in comune, l'appartenenza allo stesso genere homo (benchè qualcuno provi a smentire anche tale verità. Questa si assoluta). Si condivide lo stesso habitat, vivendo nello stesso spazio su un pianeta vagante nell'universo. Si è assoggettati alle stesse esigenze e limiti derivanti da quelle che sono le necessità e caratteristiche comuni ad ogni corpo. Prime fra tutte quelle del nutrimento e delle funzioni fisiologiche, oltre quella che nella grande giostra della vita di ognuno inevitabilmente, si sostanzia alla fine, nella morte. Il tratto comune per eccellenza, anche se non arriverei a considerarla una livella, come piace raccontarla a tanti perchè, se è vero che la fine è comune, il come si ci arriva, cambia e anche di molto. C'è pure un altro tratto condiviso, anche se con gradazioni e caratteristiche diverse. Quello che rappresenta l'innata, congenita, e direi anche necessaria, curiosità verso le eterne domande. 
Chi sono? Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Domande, purtroppo destinate a rimanere senza risposta certa e cui,  collettivamente o singolarmente, si prova da sempre comunque, a fornire visioni rassicuranti o, specularmente disperanti. Che hanno provato e provano ancora a farlo le religioni e il loro speculare ma opposto ateismo. Ma anche la filosofia, oltre la politica e la scienza. 
Ma non tutti si ritengono appagati o semplici sostenitori di questa o quella visione. Ci sono persone come il sottoscritto, in cui arde da sempre, il sacro fuoco della curiosità. Di quella conoscenza che non sia limitata o inscatolata in un'unica visuale e in un unico percorso cognitivo. L' impegno politico contro le ingiustizie sociali, la sensibilità e attenzione all' ambiente, la ricerca spirituale. Sono i tre filoni principali attraverso i quali, anche il sottoscritto, ha cercato, magari maldestramente, in maniera disorganizzata ma, assolutamente priva di pregiudizi, di trovare un percorso per una comprensione che giustifichi e renda accettabile il proprio stare nel mondo. La componente e la curiosità politica era cosa respirata fin da piccolo in famiglia che ha reso più semplice la comprensione degli avvenimenti e gli incontri succedutesi negli anni. Fin da quello, il più qualificante in assoluto, con Don Roberto Sardelli che ha allargato gli orizzonti e le sensibilità politiche e sociali, fino al punto di renderli parte integrante del proprio essere e del proprio sentire. Comprensione e coscienza che ha sempre reso difficoltoso e poco comprensibili alcuni atteggiamenti. Che sembravano sempre sfuggire a quella che era la logica di una militanza classica che depotenzia e declassa (anche giustamente) il sentire personale sacrificandolo a quello generale. Quello che porta all'assunto che:”il mio partito ha sempre ragione”. Da qui, sempre con il massimo rispetto verso compagni e partiti, il mio è stato un percorso che è stato contrassegnato più da dolorose dimissioni (da incarichi di partito e istituzionali), che da luminosi successi e carriera personale e politica. D'altra parte, citando al contrario un concetto riferito a Don Abbondio, “Se uno la coscienza ce l'ha, non può ignorarla o allontanarla da sè”. Nessuna logica di partito mi ha mai convinto al punto tale di dover mettere in discussione alcuni personali valori ideali e principi morali. O giustificare eventuali ingiustizie Cosa che comunque, è stata espressa sempre in modo estremamente rispettoso anche degli interessi del partito. Cosciente che avrebbe avuto nel caso, un pessimo interprete della propria immagine. Meglio, molto meglio che a rappresentarla ci fosse qualcuno con un pochino di pelo in più sullo stomaco, meno scrupoli e maggiore capacità affabulatoria. La politica e i partiti in cui ho militato li ho sempre considerati non come un fine, ma come uno strumento per trasformare il naturale sentimento di giustizia in obbligato e utile spirito di servizio, soprattutto dei più derelitti. Se l'avessi intesa come possibilità di carriera o promozione individuale avrei fatto tutt'altre scelte. Sarebbe bastato tacitar la coscienza e la propria storia personale, accettando di condividere scelte, anche compromissorie. Per cui il filo rosso dell' impegno politico ha sempre segnato il mio percorso ma spesso, da semplice osservatore critico e piazzato di lato. Piuttosto che protagonista o comprimario interessato. Anche l'altro aspetto, quello dell'attenzione all'ambiente e alla natura nasce nella primissima infanzia. Infanzia vissuta in un borghetto romano posto ai limiti della sua smisurata periferia. Ambiente dove, in quei tempi, il confine tra campagna e città era ancora molto labile e incerto. Per cui prati, fossi, marrane e relativi abitanti, erano i protagonisti delle scorribande del bambino che fui. Scorribande anche segnate da una certa crudeltà (di cui mi sono pentito successivamente) come la caccia a lucertole, ramarri, farfalle ecc. Ambiente simile a quello in cui passai la successiva adolescenza e la gioventù. Non più borgata, ma moderno quartiere periferico, sempre caratterizzato, però, da enormi spazi verdi. Spazi che appena a pochi passi nascondevano tesori naturalistici notevoli e quasi impensabili a un passo dai palazzoni della moderna piccola e media borghesia. Cinghiali, istrici, tassi, falchi e un milione di altre rarità e scoperte, quasi giornaliere botaniche e faunistiche facevano di quei posti la mia Amazzonia. I barbi che risalivano i fossi in primavera erano i miei salmoni. I biacchi, le natrici le mie anaconda, con qualche cobra rappresentato da timide  vipere. Mentre i nibbi erano i miei avvoltoi  le nutrie erano credibili castori. Cominciò allora, grazie a un paio di compagni, il lavoro a fianco di uno dei primi piccoli gruppi ecologici dell'epoca. Gruppo nato proprio per lo studio e la salvaguardia di quel paradiso naturale, cui pur senza esser organico, diedi il mio piccolo contributo. Sia per lo studio ma, soprattutto per aiutarli a veicolarne le prime battaglie e richieste protezionistiche. Cosa possibile anche grazie anche, al mio ruolo istituzionale dell'epoca. Dopo il trasferimento da Roma continuai lo studio, l'amore e le sensibilità più da lontano e fui felice quando seppi che, quel territorio entrò a far parte del circuito di Roma Natura e che, da allora è conosciuto come Riserva naturale di Decima Malafede. Territorio purtroppo che, nonostante l'istituzione della riserva, ha continuato ad essere oggetto di appetiti speculatori da parte di privati e istituzioni (Si pensi solo alla devastazione provocata dalla prossima autostrada Roma Latina). Il mio rapporto di curioso osservatore della natura e le sue meraviglie non ha mai, però, assunto l'aspetto che avrebbe preso piede con successo, successivamente. Non facevo trekking, né bird watching, né esplorazioni, né percorsi con mete obbligate o prefissate da raggiungere, che non fossero la pace interiore. Il mio ideale rapporto con la natura l'ho sempre vissuto al meglio e al massimo in compagnia, di me stesso. E, a volte, eravamo pure in troppi. Per dare un'immagine di facile lettura, ho sempre ricercato l'amore quasi fisico e la fusione col tutto. Nel bosco, sulle rive di un torrente, su un altopiano o sulla cima di un monte. Esperienze intrise quasi di un misticismo laico! E, il misticismo ci porta diritti a considerare l' ultimo aspetto, quello della ricerca spirituale, quello delle grandi verità ricercate dall'essere umano di ogni tempo. Per questo devo far riferimento a tre fasi ben distinte del percorso. In parte consapevole e in altra assolutamente casuale e fortuito, ma non meno vero o impattante. Il primo approccio, ovviamente, come quasi tutti avvenne nella parrocchia del quartiere con l'oratorio e col catechismo. Arrivando, addirittura con il far parte del coro dei “Pueri cantores” locali e, anche servendo messa come chierichetto. Periodo propedeutico, a prendere confidenza col concetto di divino, con il mistero non spiegato e scavallabile solo con la fede. Periodo pure sereno, tutto sommato. A parte le paure determinate quando, e succedeva spesso, ci si abbandonava a quei piccoli “peccati” possibili da parte di bambini. Crescendo con l'adolescenza apparve chiaro che rifugiarsi nella sola fede non bastava a oscurare tutte le incongruenze e i limiti che la religione comportava. Quindi ci fu il necessario strappo dalla Chiesa, dai doveri che questa comportava. Dalle visioni ormai troppo strette per essere condivise da un adolescente pieno di dubbi e curiosità. In questa fase ci fu l'incontro con Don Roberto, già ricordato prima, che diede della religione, della figura stessa del prete, un'immagine completamente diversa. Immagine che, pur non avvicinandomi di più alla chiesa, mi permise, però di mettere la questione del rapporto col mistero in stand by. Nè credente, né ateo, ripromettendomi di riaffrontare l'argomento quando e se, ne avessi sentito la necessità. Di una cosa ero però, già sicuro. Non avrei mai fatto parte di una organizzazione religiosa precostituita che, per una visione personale ancora confusa, ma non modificabile, ai miei occhi avrebbe rappresentato la negazione stessa del concetto di divino. Quindi si aprì la fase in cui cominciai a definirmi agnostico, essendo quella la parola che più avrebbe potuto rappresentare la mia posizione sull'argomento. Sentivo chiaramente di non poter chiudere definitivamente la questione, ma neanche, di sposarne una versione oggettivamente limitata e limitante. Complice anche una certa naturale sopravvalutazione del proprio punto di vista tipico della gioventù, tutto sommato riuscii, per diversi anni a convivere senza problemi con la questione. Probabilmente proprio grazie, a quella porticina lasciata volutamente socchiusa. E dalla quella porticina, come sempre accade, con le questioni messe da parte e quasi dimenticate, entrò con la violenza di uno tsunami tutto un corollario di avvenimenti, apparentemente inspiegabili, che mi posero per forza, nella condizione di dover riaffrontare la questione 0 rifiutarla definitivamente. Questione che, a quel punto, non riguardava solo un aspetto filosofico esistenziale, ma riguardava il vissuto quotidiano. Questi avvenimenti scatenarono la curiosità che, fino a quel momento, era stata disciplinatamente tranquilla nel suo angolino. Insieme a quelli, cominciarono a verificarsi tutta una serie di episodi che, in altri tempi, avrei potuto tranquillamente considerare casuali e spiegabili in mille altri modi logici. Ma che in quel momento e con le caratteristiche con cui si presentavano ai miei occhi assumevano l'aspetto di un sentiero di conoscenza e di apertura di sentire che sembrava, e forse lo era, lì solo per me. Incontri casuali, letture suggerite, altre assolutamente occasionali con libri addirittura trovati sui treni dove lavoravo. Percorsi rischiosi che ti portavano a conoscere, forzatamente, anche il lato oscuro e pericoloso del percorso, da cui allontanarsi rapidamente. Ma anche momenti di illuminazione improvvisa in cui alcune cose cominciavano ad apparire più chiare e ad avere una propria logica leggibile e comprensibile. E, soprattutto, la certezza che nessuna religione organizzata, con i suoi riti, i suoi precetti, i suoi limiti avrebbe potuto rappresentare la strada o la verità rispetto l'esistere. E di quanto il rapporto, con l'idea stessa del mistero e del divino, sia percorso intimo, solitario e non trasmettibile. Che lo stesso si presenta e si arricchisce solo se e quando, il singolo e il momento lo rendano utile o necessario alla personale evoluzione. Ovviamente, e proprio per i motivi sopra esposti, nessuno e, tantomeno il sottoscritto, può o deve sentirsi in diritto/dovere di trasmettere il proprio punto di vista come quello più giusto o idoneo per tutti. E, ancor meno potrebbe o dovrebbe, pensare minimamente a fare proseliti. Rappresenterebbe la fine stessa delle poche certezze personali raggiunte con fatica. La solidarietà, l'equilibrio, quello che molti chiamano amore, si deve provare ad applicarli, almeno come tendenza, nella vita di tutti i giorni. Nei rapporti personali, nella vita politica e sociale, nel rapporto col resto dell'esistente. Ed è questo e solo questo a stabilire il grado evolutivo, non il credere o meno. Si può essere santi o demoni, pure in modo inconsapevole e lontano anni luce dal misticismo e dal sentimento religioso. Così come si può essere umani, nel senso più compiuto del termine, pur senza attraversare e comprendere i tre aspetti fondanti della mia personale e, come si diceva prima, non replicabile esperienza. Per ognuno c'è un sentiero evolutivo che aspetta e, tranquilli, che ognuno, prima o poi, lo incrocia e lo percorrerà, anche se inconsapevolmente. MIZIO

lunedì 15 agosto 2016

Tra l’odio razziale e le discriminazioni quotidiane: l’ottica biblica

Un altro contributo del Dott. Santopietro che analizza con lo sguardo e la codifica della fede, un problema, quello dell'intolleranza razziale e religiosa, che caratterizza il nostro tempo.
MIZIO



“Io non mi domando a che razza appartiene un uomo: basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggio” (M. Twain, in “L’uomo che corruppe Hadleyburg”)


L’eco delle cronache drammatiche legate alle stragi globali del fanatismo islamico, di cui colpisce tristemente quella di Nizza, si aggiungono i  frequenti episodi di violenza razziale verificatisi negli Stati Uniti, che sembravano fossero prerogativa degli statunitensi, ma in questo tormentato Luglio del 2016, l’Italia è stata scossa dall’efferato omicidio a sfondo razziale accaduto a Fermo. Un brusco risveglio. Si dirà, per esorcizzare la brutale realtà, che in fondo“tutto il mondo è paese”, come per dire: “mal comune mezzo gaudio”quindi…. Ma la riflessione che vorrei fare con voi alla luce delle Sacre Scritture,  tenuto conto  delle importanti influenze che hanno sulla vita quotidiana  la morale, gli schemi culturali e le innovazioni tecnologiche, è che nell’uomo  di ogni tempo prevale un “invariante nucleo psichico”, di cui fa parte una primitiva avversione per ciò  è “diverso”, per qualità fisica o psicologica o pigmentale o religiosa o comportamentale, cioè tutto ciò che non è omologato, non conforme al modello sociale dominante, generando pericolose aspettative disattese,  base dell’ostilità più bieca: l’espressione antropologica dell’odio razziale! Insomma, il rischio è che chi è percepito come “diverso”, sia implicitamente un nemico, “nutrimento” necessario ad alimentare la spinta xenofoba. Eppure non esistono razze umane, né esistono di ordine superiore ad altre, esiste una sola umanità, di cui sono molteplici le varie etnie sparse nel mondo (Ge 11,1ss). Da un punto di vista biblico, tutti gli uomini sono a immagine e somiglianza di Dio (Ge 1,26-27). Si potrà obiettare che Dio abbia costituito un “suo popolo”, differente da tutti gli  altri. Dio allora avrebbe “discriminato” fra gli uomini? No! Gli Ebrei, privilegiati nel rapporto con l’Eterno, avrebbero dovuto introdurre, preparare gli altri popoli alla Sua conoscenza, avrebbero dovuto illuminare l’intera umanità, avrebbero dovuto divulgare, rendere familiare l’idea monoteista e, soprattutto, rendere nota la Sua smisurata misericordia. Il simbolo concreto del “pellegrino”, di colui il quale è sprovvisto del vincolo etnico-nazionalista e, perciò, sempre straniero in questo mondo, fu Abramo (Ge, 12,1ss), il padre delle tre grandi religioni monoteiste (Gv 8,39). Ma accadde che il popolo del V.T. invece di assecondare gli insegnamenti di Dio, s’insuperbì, si gonfiò di vano orgoglio per il solo fatto di essere l’unico popolo dell’unico e vero Dio! Un onore che divenne un onere non corrisposto! Ma, attenzione, allo stesso modo può avvenire oggigiorno a noi cristiani se mostriamo la medesima alterigia nei confronti degli altri, che non appartengono alla chiesa di cui si è parte, come successe a Diotrefe (III Gv1,9). Agli ebrei di quel tempo, oltre l’inosservanza della legge divina, mancò  la pratica dell’umiltà: antidoto necessario per neutralizzare la superbia o la convinzione immotivata di essere così a posto  al cospetto di Dio (I Co 13,1ss). Ma già millenni fa, Dio tuonò severamente contro il suo popolo, insensibile alla caricatevole profondità della Sua legge:
“Voglio misericordia e non sacrifici” (Osea 6,6).
L’opera di misericordia era richiesta agli Ebrei nelle loro relazione umana, ma includeva esplicitamente anche la sfera dei rapporti con gli stranieri (gli “impuri”, “i senza Dio, “i cani infedeli”) come è sancito in Deuteronomio (10,17-19):
“Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto…(…)”.
In questi passi, l’autore sacro conferisce alla circoncisione un significato spirituale che va oltre  la sacralità del rito di fratellanza etnico-religiosa, anticipando di millenni (1440 a. C. circa)  il concetto cristiano dell’Apostolo Paolo, il quale riteneva che  il vero segno di appartenenza spirituale al popolo di Dio fosse solo quello inciso nell’anima, nella mente, nel cuore del fedele e non nell’esteriorità di un meccanico atto carnale!!
Giudeo, infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio. (Ro 2,28-29)
Il “non indurite più la vostra nuca” corrisponde alla testardaggine del popolo di ieri, ma anche quello di oggi, se ripropone il medesimo atteggiamento superbia verso i propri simili e di opposizione al Signore (cfr. I Co 10),  perciò Dio, a causa del profondo pregiudizio che nutrivano per i forestieri, fu costretto a enfatizzare alcuni dei suoi “titoli”: l’Essere il Dio degli dèi, il Signore dei signori, come a ricordare loro che sulla terra  non esistono altri dèi né altri signori all’infuori di Lui! Né alcun umano può essere imparziale e praticare la giustizia con assoluta equità! Dio ha dovuto ricordare come i forestieri fossero degni del suo amore, perché anche essi furono stranieri in terra straniera durante il periodo della cattività egiziana, avendo inoltre subite  tante inumane vessazioni . Avrebbe dovuto essere  loro nota pure l’idea di un Dio che mai avrebbe accettato “regali” senza una sincera disposizione di cuore, senza ubbidienza (Ge 4,4-8; I Sa 8,1ss), esattamente come avvenne nell’eclatante episodio di Anania e Saffira (At 5,1ss), i quali  “sacrificarono” la metà dei proventi ricavati dalla vendita di un loro terreno, alla nascente chiesa di Gerusalemme facendo intendere che fosse invece la somma intera, mentendo di fatto allo Spirito: il “Dio buono” del N.T. punì mortalmente la coppia! Per inciso, oggi moltissime chiese, se non forse tutte, nella stessa situazione avrebbero elogiato il gesto ipocrita della coppia. Ma Dio non ha riguardo alle persone, come conferma l’Apostolo Pietro:
“In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito” (At 10,34-35; Ro 2,11; Ef 6,9).
Le sfumature discriminatorie quotidiane, che possono rivelare il germe di un’imparzialità di fondo, sono spesso sottovalutate anche fra i cristiani, tanto che il fratello di Gesù, Giacomo, ci ammonisce a fare la dovuta domanda:
“Se nella vostra assemblea, infatti, entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, ed entra anche un povero con un vestito sporco, e voi avete un particolare riguardo a colui che porta la veste splendida e gli dite: ”Tu siediti qui in un bel posto”, e al povero dite. “Tu stattene là in piedi”, oppure: “Siediti qui sotto, vicino allo sgabello dei miei piedi”, non avete fatto una discriminazione fra voi stessi, divenendo così giudici dai ragionamenti malvagi?” (Gc 2,2-4).
Certo, con ciò non si vuole affermare che esista un legame diretto fra queste forme di discriminazioni e l’odio razziale, l’intenzione, infatti, è quella di sottolineare come sia molto arduo, quasi impossibile per l’essere umano, cristiani compresi, essere imparziale nei rapporti di tutti i giorni (Ro 3,10). Rispetto al rapporto fra identità etnico-culturale e appartenenza religiosa, quest’ultima viene usata come propellente motivazionale per compiere atti disumanamente feroci, esasperando il gradiente di diversità con “l’altro”, amplificando l’odio per il nemico che minaccia la propria appartenenza e, quindi, giustificando assurdamente qualsiasi strage in nome di Dio che è, a sua volta,  impropriamente  utilizzato come “arma di massa”, altrimenti impossibile da concepire da una qualsiasi persona ordinaria! Purtroppo qualcosa del genere, che rafforza l’idea dell’esistenza di “un nucleo psichico invariante” nel tempo, era stata prevista oltre 2000 anni fa dall’evangelo di Giovanni:

“Vi ho detto queste cose affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalla sinagoghe; anzi l’ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio” (Gv 16,1-2). 

lunedì 1 agosto 2016

LO DICE IL PURE IL PAPA......


Risultati immagini per papa aushwitz

Ha suscitato molto scalpore e interesse il silenzio e la compassione mostrata da Papa Francesco nella sua visita ad Auschwitz. Molti commenti ammirati da credenti e atei di varia estrazione politica, culturale e sociale. Sono sinceramente contento che questo papa abbia il coraggio, la forza e la determinazione nel calarsi empaticamente in quelle che sono state e sono le grandi tragedie del genere umano. Il suo mostrarsi vicino al di fuori di schematismi bigotti a tematiche sociali ed esistenziali.
Premesso questo mi chiedo perchè mai tutta questa ammirazione esibita e sopra le righe per gesti e parole che dovrebbero essere assolutamente scontate per chi ha l'onere e l'onore di rappresentare Cristo in Terra?
Parliamoci chiaro, dichiararsi contro la guerra, l'ingiustizia, la povertà, i grandi mali che affliggono l'umanità dovrebbe essere il minimo sindacale per chi guida la religione che fa dell'amore, la fratellanza e la solidarietà il proprio credo, oltre, ovviamente agli aspetti più strettamente teologici.
E' come gridare d'ammirazione ed esaltarsi per un insegnante, un muratore, un contadino che vanno ogni giorno a fare il loro lavoro. Sarebbe perlomeno fuori luogo ed esagerato.
Per offrire una chiave di lettura, in primis a me stesso, di quello che vorrei dire, devo riconoscere che la mia formazione umana, culturale, sociale ha subito forti influenze dal mondo cattolico, anche se di quella parte critica, e, ovviamente dalla cultura marxista che sembrerebbe in antitesi alla prima.Il diavolo e l'acquasanta, insomma
In entrambi i campi ho avuto modo di trovare vette eccelse dal punto di vista umano come non sono mancati esempi di segno esattamente opposto.
Quindi nessuna posizione preconcetta nel ragionamento
L'ammirazione per Francesco, come ormai viene confidenzialmente chiamato, deriva dal fatto che sembra interpretare il ruolo in maniera diversa e meno lontana dal comune sentire rispetto ai suoi predecessori. Questo fa pensare, allora, che finora la Chiesa e la sua religione, sono state rappresentate dai suoi massimi esponenti in modo percettibilmente diverso.
Questa diversità ha colpito, comprensibilmente, il mondo cattolico ma ha, sorprendentemente, anche fatto proseliti fra l'intellighenzia (almeno quella poca reperibile) e molti esponenti della sinistra, storica, nuova, radicale o meno.
Sembra quasi che dietro quest' ingenua sorprendente ammirazione ci sia la sorpresa del bambino che scopre improvvisamente un nuovo gioco o un nuovo interesse.
Ma veramente qualcuno rimane ammirato e si sorprende del fatto che si possano dire cose di una banalissima verità in modo diretto semplice, chiaro senza per forza dover attraversare analiticamente e puntigliosamente tutto l'armamentario dialettico e visionario che ognuno porta dentro di sè?
Se ci stupiamo di un Papa che con gesti semplici e scontati ci lascia basiti, vuol dire che noi quei gesti, quelle parole, quella chiarezza l'abbiamo persa, volutamente o meno non lo so, ormai da anni.
Quindi prima di fare scorrere (metaforicamente) il sangue per identificare le colpe dello scarso appeal (e sono tenero) della sinistra attuale, utilizziamo questo stupore, questa disarmante scoperta per un'approfondita riflessione. Oltre ad analizzare, autoflagellarsi, rinchiuderci nel rancore, fare i calcoli dei decimali per vedere quale tesi sia la migliore, proviamo a comunicare chiaramente, a farci capire anche al di fuori del nostro recinto.
Magari, qualcuno in più potrebbe sapere e capire chi siamo e cosa vorremmo. O no?
Ad maiora


MIZIO

domenica 7 giugno 2015

NUTRIRE IL CORPO E LO SPIRITO

Un altro prezioso e interessante contributo del Dott. Maurizio Santopietro che analizza il rapporto o, non rapporto, tra cibo per il corpo e  cibo dell'anima.

Risultati immagini per cibo corpo e cibo anima

Malnutrizione, malattia del corpo e dello spirito Il principio: L’uomo non vivrà di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio (Mt 4,4). Il sistema: I poveri li avrete sempre con voi[…] (Mt 26,11). La constatazione: Siamo quello che mangiamo (L. Feuerbach). Il rimedio: Bisogna che Egli cresca, e che io diminuisca (Gv 3,30). A maggio 2015 si è inaugurata a Milano l’Expò mondiale sul tema Nutrire il Pianeta. Energia della vita, quasi ad accorgersi solo ora della disparità all’accessibilità al cibo fra gli emisferi nord e sud del globo. L’intenzione più elevata, che sarebbe “cosa buona e giusta”, sarà quella di redigere una sorta di “Carta internazionale del diritto all’alimentazione”. Vedremo. Senza approfondire in questa sede le matrici di ordine economico, politico e sociale, è palese che questa netta sperequazione sia espressione di un’iniqua distribuzione di beni e risorse, che favorisce la concentrazione di beni nelle mani di pochi a danno dei moltissimi, soprattutto in questi ultimi decenni in cui il divario fra ricchi e poveri è terribilmente aumentato. La malnutrizione non va identificata esclusivamente con la mera denutrizione o la carente assunzione di sostanze macro e micro nutrizionali (proteine, carboidrati, lipidi da una parte, vitamine e oligominerali dall’altra), infatti nei Paesi occidentali la malnutrizione si manifesta anche per cause opposte (eccesso di nutrimento), colpisce un alto numero di persone e bambini, e causa obesità e patologie correlate o anoressia, patologico paradosso del rifiuto di cibo che si verifica nella parte del mondo opulento. Si pone così in evidenza l’ambivalenza del fenomeno: ci si ammala e/o si muore sia per eccesso che per mancanza di cibo. Manca l’equilibro, l’armonia nella distribuzione della fruibilità e nella composizione bilanciata della dieta quotidiana, laddove ci sia disponibilità. 1 In ambito spirituale, Cristo si offre da oltre duemila anni come “vero cibo e vera bevanda”: In verità, in verità vi dico: Chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo affinché uno ne mangi e non muoia, Io sono il pane vivente che è disceso dal Cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita 1 La FAO stima che la malnutrizione causi 9 milioni di morti (per insufficienza alimentare e denutrizione) e 6 milioni nei Paesi Occidentali, per patologie dovute ad obesità e cattive abitudini alimentari (Radiogiornale Rai, 01/05/2015). 2 del mondo […]. Perciò Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi (Gv. 6,47 ss.). La disponibilità di questo specifico cibo spirituale, al contrario di quello che deperisce, è per tutti gli uomini e in modo equilibrato. Si sente dire talvolta che il cibo spirituale sarebbe fruibile quasi solo in una specifica regione del mondo (area Occidentale). Un comunissimo pensiero era fino a qualche tempo addietro il seguente: come fanno a salvarsi quelli che vivono nelle zone sperdute del mondo? Si insinuava così che Dio non avrebbe distribuito equamente sulla terra il “pane” della salvezza, ma avrebbe discriminato come fanno gli uomini! Si ignorava stoltamente che Dio è giusto Giudice, che ha dato a tutti il diritto di diventare suoi figli, a prescindere dal luogo di nascita, dall’appartenenza etnica e culturale (Gv 1,12)! Nelle prime esperienze di partecipazione alla cena del Signore, i cristiani della chiesa di Corinto dettero pessimo esempio per il modo sacrilego con cui vi si accostavano, riproducendo squilibri sociali tipici del mondo pagano. Alcuni consumavano anzitempo pasti fastosi mentre altri erano a digiuno, e altri ancora addirittura si ubriacavano (1 Cr 11,17 ss.). Era un oltraggio al memoriale, cioè all’annuncio dell’Evangelo fatto proprio mediante la cena del Signore (1 Cr 11,26 ss.). Anche nella nascente chiesa di Gerusalemme, con migliaia di neoconvertiti, sorsero dispute fra ellenisti ed ebrei a causa dell’infelice distribuzione dei pasti alla mensa comune e, in particolare, nell’assistenza alle vedove. Nella circostanza, gli apostoli fecero scegliere alcuni servitori (diaconi) perché risolvessero la questione, mentre gli apostoli stessi si dedicavano alla predicazione (Atti 6,1 ss.), che era la vera priorità. Nella Bibbia ebraica troviamo un’altra dimostrazione d’immaturità spirituale e civica. Durante il cammino nel deserto, Dio inviò al popolo manna e quaglie giorno dopo giorno, immancabilmente. Cosa fecero i furbi? Cercarono di accumulare quanto più cibo possibile, nonostante il divieto tassativo di non raccogliere e consumare oltre il giusto quantitativo giornaliero per l’intera famiglia. I furbi non compresero, e furono puniti col rapido deterioramento del cibo ammassato, divenuto incommestibile e maleodorante (Es 16,13 ss.). Se Dio avesse consentito la razzia di cibo oltre il reale fabbisogno quotidiano per ogni gruppo familiare, altri ne avrebbero certo sofferto; si sarebbe generata ingiustizia, forse fino a realizzare un mercato nero! Questi sono i limiti della mentalità umana volta al male e priva della forma mentis di Dio, di Cristo (e ciò in persone che, pure, si erano affidate al Signore). Mancò l’applicazione del principio secondo cui non di pane soltanto vive l’uomo, ma di ogni parola che procede da Dio, (Mt 4,4). Mancò il rimedio: “Bisogna che egli [Dio e/o Cristo] cresca, e che io diminuisca”, oggigiorno ancora più valido. 3 Continuando nel simbolismo Cristo – cibo costituito dalla sua Parola, dal suo insegnamento, egli diviene un complesso di “sostanze essenziali” necessarie a far sviluppare la salute spirituale, a patto però che vengano assunti tutti i fondamentali del suo insegnamento. Se infatti dovessimo ingerirne arbitrariamente solo alcune parti, saremmo malnutriti, indeboliti, metteremmo a serio rischio la vita morale, esporremmo noi stessi al rischio di “malattie mortali”, esattamente come avviene nella realtà materiale. Ad esempio, Lutero riteneva lo scritto di Giacomo una “lettera di paglia”, perché enfatizza le opere rispetto alla fede, disposizione interiore non verificabile immediatamente. Gli uomini, soliti a semplificare le realtà, possono contrapporre impropriamente i due “macronutrienti” delle opere e della fede, che invece hanno qualità complementari e sono entrambi rilevanti nella “dieta spirituale” quotidiana. Non c’è motivo quindi per creare un insensato antagonismo fra opere e fede. È vero che Lutero dovette contrastare il mercato delle indulgenze e la simonia, ma Giacomo, ovviamente, non intendeva contrapporre le opere alla fede (Gc 2,17 s.)! Restando nel paragone alimentare, la dieta del cristiano è “onnivora”, egli si ciba indistintamente di TUTTI gli insegnamenti, tutti gli esempi e tutte le prescrizioni presenti nella Bibbia, in particolare nel Nuovo Testamento. È possibile però che alcuni, per immaturità spirituale, assumano ancora il “latte spirituale”, nonostante la lunga militanza nella fede (Eb 5,12). Potrebbero essere coloro che dicono “Io sono nella chiesa da trent’anni”, “io da quaranta”, come se non avessero più disponibilità ad apprendere dal Signore, come se il fattore cronologico da solo fosse sufficiente a garantire la vita spirituale. Sarebbe più utile chiedersi: sono stato cambiato dalla “dieta spirituale” di Cristo in tutto questo tempo? E quanto sono cambiato? Spesso, manca questo atto di profonda umiltà, e talvolta non ci si accorge di regredire, come appunto ci ricorda l’apostolo Paolo (Eb 5,2). Ora però poniamo al centro di un’ipotetica tavola del cibo e, in una seconda tavola virtuale, Cristo quale cibo spirituale. Alla prima tavola facciamo accomodare un vegetariano, un fruttariano, un vegano, un salutista e un “onnivoro”; alla seconda poniamo tanti invitati quante sono le centinaia di confessioni che si rifanno al cristianesimo. Proviamo a ragionare: quanti si adatterebbero alla sola “pietanza spirituale” che è il Cristo, senza rinunciare alla propria dieta? La risposta ecumenica, cioè di comodo, starebbe nello slogan: uniti nella diversità… nutrizionale! Così verrebbe fuori un Cristo “irriconoscibile”, cioè un pasto non digeribile per tutti, non gradito a tutti, ostico per molti, non salutare per alcuni, considerato che non potrebbe soddisfare l’appetito di tutti, e il rischio è che alcuni diventino anche INAPPENTENTI! Esiste però un pericolo difficile da scorgersi, per la sua parvenza di bontà. Corrono tale rischio soprattutto i predicatori, i pastori (vescovi) o i credenti stimati i quali, pensando di essere nobilmente ipernutriti del “cibo di Gesù”, alimentano di soppiatto il proprio ego, usano il Cristo 4 come mero mezzo di autoaffermazione, come “nutrimento narcisistico”! Attenzione perciò a coloro che si reputano detentori di verità assoluta e vogliono salire sul pulpito più alto, attenzione a coloro che “usano” il pane di Cristo per fini strumentali; pur avendo compiuto opere potenti, pur avendo molto predicato, pur avendo scacciato demoni, non troveranno conferma da parte del Signore: “Io non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità” (Mt 7,21 ss.). Hanno mangiato “pane a tradimento”. E saranno gli stessi apparenti bravi cristiani quelli che, pur avendo manifestato doti eccezionali nell’oratoria, nelle opere potenti, in estremi sacrifici personali, pur avendo esibito doti eccezionali, hanno trascurato invece la Carità, l’Amore (1 Cr 13,1 ss.). Ma in termini evangelici l’amore coincide con l’osservanza della parola del Signore (1 Gv 5,3)! Per non essere malnutriti, dovremmo pertanto ambire allo stesso cibo assunto da Gesù, il figlio dell’uomo (Gv 4,34). All’Expò di Milano manca proprio il padiglione principale, quello dedicato al cibo spirituale, il vero Pane dell’anima!


© Riproduzione riservata – M. Santopietro 2015

sabato 21 febbraio 2015

IL "S. PAOLO" PROFETICO DI PASOLINI

“L’opposto della religione non è il comunismo. L’opposto della religione è il capitalismo (senza regole, crudele, cinico, puramente materialista), la causa dello sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani, culla del culto del potere, orrenda tana del razzismo.” - Pier Paolo Pasolini

pasolini

Probabilmente ateo, Pier Paolo Pasolini (1922-1975), disse che era credente perché fu blasfemo. Intendeva dire che fu tale in un film su San Paolo. (Nelle sue intenzioni) il film sarebbe dovuto essere religioso, spiegò, perché “nei sacri riti antichi, come in tutte le religioni contadine, ogni benedizione è pari a una maledizione”.



La sceneggiatura, che scrisse tra il 1968 e il 1974, non fu mai portata sul grande schermo, in parte perché il Vaticano (che peraltro, gli aveva assegnato un premio per Il Vangelo secondo San Matteo, un film del 1964), attaccò il suo film Teorema, del 1967, (narrante) la storia di un Dio che discende in terra in una tradizionale famiglia borghese, vicino a Milano. Egli ne seduce sessualmente i membri - padre, madre, figlia, figlio, e la domestica - e poi li lascia. Le conseguenze di questa seduzione e di questo abbandono sono tragiche: il suicidio, la promiscuità, la follia, e il miracolo, a rischio della vita, della levitazione della cameriera da un alta balconata. Trasformazioni ontologiche radicali. Il padre, deciso a togliersi la vita, sale nudo su una collinetta, che i Milanesi chiamano “la montagnetta”. Ricoperta ora di fogliame, la collina è costituita dalle macerie accumulatesi durante i bombardamenti alleati su Milano, nella seconda guerra mondiale.

In Vaticano (il film) non piacque. Il suo organo di stampa, l’Osservatore romano, scrisse che in Teorema il diavolo (in persona) aveva visitato la famiglia per cui, guardarsi bene dall’andare a vedere il film al cinema. Effettivamente, nella sua raffigurazione del venir meno delle convenzioni sociali e dell’abbandono alle passioni, il divino era rappresentato da un dio Dionisiaco in una manifestazione apocalittica, ovverossia la rivelazione. Non si poteva essere così imperdonabilmente blasfemi da far annunciare il messaggio della rivelazione da un dio pagano. Così, il San Paolo di Pasolini divenne una vittima di Teorema e non fu mai portato sul grande schermo.


Ma noi abbiamo la sceneggiatura. Tradotta magistralmente e con un’eccellente introduzione di Elizabeth A. Castelli, pubblicata dalle edizioni Verso con una prefazione di Alain Badiou, il “San Paolo: una sceneggiatura” di Pasolini, rappresenta, nelle parole di Badiou, “un lavoro letterario di primaria grandezza”. La domanda principale che porta al cuore del problema è: può ogni ideale rivoluzionario (nel caso specifico, il Cristianesimo, NdT), sopravvivere alla sua istituzionalizzazione?

Come acutamente osserva Badiou:

“La sceneggiatura dovrebbe essere letta non come un opera incompiuta come in effetti fu, ma come il manifesto sacrificale di ciò che costituisce, qui come altrove, la realtà di ogni Ideale (e cioè): l’apparente impossibilità della sua (effettiva) realizzazione.”

In una sorta di testamento spirituale, pubblicato postumo, Pasolini scrisse:

“Ogni religione formale, nel senso che la sua istituzione è diventata ufficiale, non solo non è necessaria per migliorare il mondo, ma addirittura lo peggiora."

Per Pasolini, il Cristianesimo, nel suo contesto originale è stata una positiva forza sociale, opponendosi allo schiavismo e cambiando (per sempre) l’Impero Romano, ma, come la sceneggiatura fa chiaramente intendere, si trattò di una breve fase rivoluzionaria fra due diritti, la legge imperiale dell’antica Roma e la nuova legge imperiale della chiesa Cristiana. In questo interregno quando “il vecchio non è ancora morto e il nuovo non è ancora nato” (Antonio Gramsci) è possibile dar vita ad una (vera) democrazia popolare in una società comunitaria.

Ci sono voluti quarant’anni perché la tesi provocatoria di un Cristianesimo sovversivo riaffiorasse con forza nella comunità degli studiosi. Ed è un peccato che Pasolini non portò mai su celluloide il suo San Paolo perché la sua analisi del primo Cristianesimo inteso come forza scardinante la dominazione Romana è centrale per una rivoluzionaria comprensione del Cristianesimo pre - istituzionale.

Oggigiorno, la tesi pasoliniana di un Cristianesimo anticolonialista, emergente dai domini orientali dell’Impero (Antioca fu la terza più importante città dell’Impero Romano) avrebbe aperto nuovi scenari negli studi tradizionali Paolini. Nel corso degli ultimi trent’anni, i ricercatori e i teorici postcolonialisti , le femministe e gli studi di antropologia politica hanno insistito sull’importanza del contesto storico nella lettura delle Lettere di San Paolo. Già ai tempi di Pasolini, il revisionismo incalzava. Nel 1962, uno studioso svedese di San Paolo, Per Boskow, pubblicò uno studio: “Rex Gloriæ. La regalità di Cristo nella Chiesa primitiva” (edizioni Stockolm: Almquist and Wiksell, 1962), che ipotizzava che le prime forme nascoste di rivolta (verso Roma) erano da ricercarsi nei primi culti e rituali cristiani. Un San Paolo (seppure discretamente) compromesso nei giochi politici dell’Impero avrebbe cozzato contro la tradizione Protestante che lo vedeva, altresì, come l’apoteosi dell’uomo religioso (pio), “l’uomo di fede”, (e questo) fin da quando Martin Lutero trovò nelle lettere di San Paolo ai Romani la sua personale “giustificazione nella fede” per rompere con la Chiesa di Roma.

Il ritrovato interesse in San Paolo nel dopoguerra, comunque, non poté, (suo malgrado), dissociarsi dagli interrogativi sempre più incalzanti riguardanti le responsabilità della Chiesa Cristiana nell’orrore del genocidio degli Ebrei europei - l’Olocausto. Particolarmente nella tradizione protestante, la conversione di Paolo (al Cristianesimo, NdT) è stata elaborata in antitesi all’Ebraismo. Per definizione, nel Cristianesimo, un Cristiano non è un Ebreo e dunque le origini di San Paolo nel Giudaismo sono state oscurate evidenziando (altresì) favorevolmente una (sua) personale e avvincente ricerca della salvezza in Cristo. Contribuì all’Olocausto questa versione Manichea della doppia identità di San Paolo - e, di conseguenza, della doppia identità del Cristianesimo?

L’impulso a leggere San Paolo diversamente dal canone tradizionale è così diventato un imperativo morale ed un compito storico. Gli studi esegetici rivelanti forme di resistenza (verso l’Impero Romano) nel Nuovo Testamento cominciarono seriamente e diedero i loro frutti negli anni ‘80. A partire dai lavori pioneristici di Simon R. F. Price: “Rituali e Potere”, (trattante) il (tema del) culto nell’Impero Romano in Asia Minore. (Studiando le pratiche religiose) nelle città dove San Paolo si rese e predicò fino (ad arrivare) agli studi di antropologi politici come James C. Scott, Erik Heen e altri, avrebbe dovuto essere confermata l’idea Pasoliniana di presentare il Cristianesimo come un attore politico nel quadro conflittuale tra l’Impero e i suoi sudditi orientali e del mondo Greco. Sicuramente, mettersi al passo con questa rivoluzione (esegetica) degli studi Paolini ha pesato sulla decisione di tradurre e pubblicare per la prima volta in inglese questi testi vecchi di decenni.

Non possiamo essere sicuri che Pasolini abbia subito l’influenza dei tumulti teologici che covavano sotto la superficie degli studi Paolini nel mondo Protestante, ma quello che noi sappiamo con certezza è che, negli anni in cui lavorò al suo San Paolo (1968 - 1974), s’incontrò e intrattenne un regolare carteggio con un cordiale teologo in Vaticano, che doveva senz’altro essere informato sull’importantissimo svolta morale che stava attraversando la teologia Cristiana a causa dell’Olocausto. Gli interrogativi sul ruolo svolto dal Vaticano nell’indulgenza verso il Nazismo abbondavano, dopo tutto.

In tutti i suoi scritti dell’età matura, Pasolini accusò la Chiesa di essersi trasformata, all’inizio del 19° secolo,nel giocattolo di una borghesia religiosamente apatica, nello strumento della sua legittimità, in uno sforzo di sopravvivenza, forse, per seguitare a essere una efficiente istituzione compiacente i valori delle democrazie liberali introdotti dalle lotte sociali durante la Rivoluzione Francese. Nella visione di Pasolini, il compromesso della Chiesa con una cinica, secolare, avida e controrivoluzionaria borghesia ha rimosso l’anima dal suo corpo. Non stando più dalla parte degli oppressi, la Chiesa è diventata irrilevante. Anzi, più che irrilevante: è diventata criminalmente repressiva. Ma, è stato questo compromesso con la classe dominante un fatto a sé stante, oppure si tratta di una costante nell’evoluzione del Cristianesimo? E’ stato questo il verme che ha divorato il cuore della Chiesa fin dai suoi albori?

Naturalmente, è estremamente rischioso “chiudere l’argomento” sugli evanescenti, autodistruttivi, volutamente instabili, lavori di Pasolini. Facendo eco a Marx, (questi studi) urlano “domande su ogni cosa,” e in particolare sull’autore medesimo. La sceneggiatura appare essere lanciata in un furioso vortice dialettico di contraddizioni. Non appena si pensa di avere afferrato cosa Pasolini volesse dire, subito dopo la certezza non esiste più. La sofferenza di San Paolo, per esempio, tormentato e debilitato da una misteriosa malattia, sembra essere rappresentativa della sofferenza dell’umanità intera, costituendo la sua componente religiosa. La sua sicurezza nell’organizzazione delle comunità cristiane, risultato dalla sua alta condizione sociale, la sua educazione, la sua professionale (e retorica) formazione, costituiscono il suo lato attivo, energico, mondano. “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (San Paolo, Romani 7:14-25), implora San Paolo, riferendosi ai suoi bisogni corporei e ai suoi doveri verso Dio. L'agitazione mentale ed emozionale che il testo crea con queste contraddizioni (almeno in questo lettore, Luciana Bohne, NdT) deriva dai "più puri e provocatori effetti di Brechtiana alienazione”. Il film avrebbe intensificato questo effetto, ponendo la parola e l'immagine in un conflitto di significato sullo schermo. Tuttavia, vorrei azzardare una risposta: la sceneggiatura si sforza di confermare che il dilemma era lì fin dall'inizio. Il racconto negli Atti degli Apostoli della fondazione del Cristianesimo mistifica la storia. Pasolini fa un esempio: l'incontro della dirigenza evangelica in un evento conosciuto come "l'incidente di Antiochia”. Non solo San Paolo si era attirato l'inimicizia mortale dei fanatici farisei a causa dell’evangelizzazione della nuova religione, ma (si era attirato) anche l'opposizione di Pietro e dei suoi seguaci per aver convertito i “Gentili”, senza prima averli "giudeizzati" (cioè trasmettendo la Legge di Mosè).

Durante "l’incidente di Antiochia", la sceneggiatura raffigura Pietro e Paolo in un faccia a faccia ravvicinato quasi venendo alle mani sulla questione della "giudeizzazione" dei Gentili. Luca, l'autore degli Atti (la storia della fondazione della Chiesa), appare distaccato, aristocratico, ironico, divertito dalla cacofonia di questo turbolento incontro che si trasforma in un cupo silenzio. Più tardi, nel suo studio lussuoso, Luca, spassionato, metodico, butta giù, nella sua "elegante scrittura", una versione sterilizzata, il compendio di una soluzione amichevole alla planetaria disputa sul rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, al termine del quale si alza dalla sedia e fa un rutto soddisfatto. L’Ebraismo si è dissolto. Luca è raffigurato come un consumato propagandista; Pasolini lo descrive come l’incarnazione di Satana. E a Satana, (presenza) invisibile, Luca, con tono dimesso (dirà): "La Chiesa è solo una necessità" (il corsivo su "solo" è di Pasolini). Per illustrare ulteriormente l’inaffidabilità di Luca, Pasolini gli dà un complice: Satana. Quando la Chiesa è tutto fuorché essere fondata, con l'incombente adesione di Timoteo alla diocesi di Efeso, Luca e Satana (quest’ultimo appare solo di schiena) brindano alla " loro chiesa " con una bottiglia di champagne: Bevono e si ubriacano, evocando tutti i crimini della Chiesa: una enorme lunga lista di papi criminali, di compromessi della Chiesa con il potere, di prepotenza, di violenza, di repressioni, di ignoranza, di dogmi. Alla fine, i due sono completamente ubriachi e se la ridono pensando a Paolo, che è ancora là fuori, in giro per il mondo, a predicare e a organizzare. In un tono rievocativo delle poeticamente splendide “bestemmie” del Faust dell’iconoclasta Christopher Marlowe, Pasolini racconta i pensieri di Satana: La Chiesa è fondata.

Il resto non è altro che una lunga appendice, un'agonia. Il destino di Paolo non interessa a Satana: si salvi e vada in Paradiso, in ogni caso. Satana e il suo sicario [l’eventuale assassino di Paolo, un picchiatore fascista che disprezza l'ideologia "anti - israelita " di Paolo] ridono sarcastici, soddisfatti. Non solo il corso della Chiesa ufficiale, ma anche il destino di Paolo è segnato, non ci sarà più bisogno di evangelizzare; la Chiesa si farà carico "delle cure pastorali" e gestirà i suoi fedeli dai pulpiti delle ormai proliferanti Chiese.

Uno di queste è in Efeso, che Pasolini ambienta nella Napoli contemporanea. Mentre una voce fuori campo continua a far sentire la voce di Paolo comporre la sua lunga lettera a Timoteo, offrendo purezza, modestia, prudenza, continenza, gravità, pietà - tutte le virtù dell'umiltà che limitano l'orgoglio - la cinepresa ci mostra lo scandalo dell’orgoglio, del lusso, del potere di classe, dell'eccesso:

In grande pompa, ecco Timoteo, vestito letteralmente in oro, schiacciato sotto la mitra, quasi irriconoscibile. E tutt’intorno, il multicolorato e magnificamente carnevalesco coro degli altri prelati ... Un gruppo di autorità: alti ufficiali, gonfi come tacchini nelle loro grandi uniformi; uomini politici, nei loro doppiopetto neri, con facce vecchie volgari e ipocrite; la folla delle loro dame ingioiellate e i loro servi, ecc , ecc. L'altare è incastonato in oro - un vero e proprio vitello d’oro - pieno di plateali ostentazioni barocche, un’opera di incredulità totale, ufficiale, minacciosa, ipocritamente mistica e glorificante, clericale, del maestro (Pasolini, NdT).

Ite, missa est. E' finita, (resta ancora a) sbarazzarsi di Paolo, il cui zelo evangelico sembra essere inarrestabile e istituzionalmente imbarazzante. Il San Paolo (di Pasolini), come noto, è ambientato nel 20° secolo. I luoghi sono, dunque, modificati: Gerusalemme diventa Parigi, soprattutto durante l'occupazione nazista (i nazisti stanno ai romani; i farisei sono i collaborazionisti Petainisti e i francesi reazionari, di cui Paolo ne fa parte); Damasco diventa Barcellona, all'indomani della vittoria fascista in Spagna; Antiochia è la "razionale" Ginevra; Atene diventa la moderna, intellettualmente scialba, "dolce vit(osa)" Roma; e la Roma Imperiale è collocata a New York, il ventre della nuova bestia imperiale.

Dopo la conversione di Paolo alla Parola (del Signore) (per analogia, la Resistenza antifascista), che praticamente coincide con la fine della seconda guerra mondiale, i suoi viaggi evangelici lo portano attraverso tutta Europa, (un continente) ora in festa nel consumismo post-bellico. I suoi viaggi acquistano una caratteristica picaresca. In alcune delle scene più comiche e satiriche, (Paolo) predica assurdamente a un pubblico immorale: a Bonn, predica agli industriali, provocando una rivolta neo - nazista; a Ginevra, sconvolge gli imperturbabili simpatizzanti cristiani e potenziali benefattori con la sua eccessiva enfasi sulla continenza sessuale; a Roma annoia i suoi sonnecchianti e arricchiti ospiti con la sua retorica arcaica sulla fede Cristiana, mentre prima hanno ascoltato una mistica celebrità pop, simile a Krishnamurti; al Greenwich Village di New York, predica obbedienza alle autorità ad un sonnecchiante gruppo di ribelli neri, giovinastri strafatti di mariijuana, attivisti contro la guerra, femministe, e ai giovani e disperati profughi dall’entropia mentale ed emozionale della classe media di periferia. Anche qui, (Paolo) provoca una rivolta, nella quale la polizia interviene e lo arresta. Così, alla fine, se non altro per aver provocato le autorità e avere predicato male, bisogna sbarazzarsene. Pasolini lo fa uccidere (dal sicario di Satana, il fondamentalista pro - israelita picchiatore fascista) come Martin Luther King, sul balcone di un sudicio hotel nel West Side di Manhattan, l’esatta replica del Lorraine Motel a Memphis (dove Martin Luther King fu ucciso, NdT). Il suo sangue gocciola giù sul marciapiede e forma una "pozzanghera rosa".

Gli eventi della vita di questo San Paolo cinematografico vanno dal periodo nazi- fascista al 1968, "l'era della falsa libertà, in realtà voluta dal nuovo potere riformista e permissivo, che è anche il potere più fascista della storia" (dalla postfazione di Ward Blanton; il corsivo è mio). In altre parole, fino al tempo del nostro fascismo liberale postmoderno (Pasolini effettivamente utilizzò il termine "fascismo liberale" negli anni settanta). Ma cos’è che a noi importa alla fine, (forse) questo antico crimine della Chiesa istituzionale? Anche prima della morte per sofferenza(3) del pio San Paolo – (alla fin fine) che cosa significa tutto questo? Per un intellettuale come Pasolini e la sua generazione di italiani anti- fascisti, non c'era (forse) una "fede" alternativa nel materialismo scientifico – nel marxismo? Ci sono dei passaggi nella sceneggiatura che mostrano ciò che Pasolini chiamava "l'ipocrisia del marxismo [istituzionale]", un tema che già aveva elaborato ne “Le ceneri di Gramsci”, nel 1957. (Pasolini), per esempio, lamentava che gli intellettuali culturalmente borghesi del Partito comunista italiano (di cui lui faceva parte), fossero generalmente astrusi dalle masse e dai (suoi) amatissimi pasoliniani innocenti furfantelli che erano i giovani insignificanti criminali del sottoproletariato (dopo tutto non rubavano soldi pubblici, come (invece fanno) i rispettabili senatori e i politici), (gli intellettuali erano astrusi) dai contadini e dai lavoratori che, diversamente dalla borghesia, ancora riuscivano a sopravvivere grazie all’assistenza della solidarietà umana – del comunismo, religioso o scientifico. Infatti, la critica al marxismo istituzionale, al "partito", ecc., corre parallela ed è analoga alla critica verso la Chiesa, (due istituzioni) entrambe fallite nel coltivare una cultura popolare proletaria da opporsi alle edonistiche, individualistiche, consumistiche e, infine, anti - umane perversioni ideologiche della neo - capitalista (sue parole) cultura borghese. E qui, devo per forza riprendere Gramsci, una delle maggiori e permanenti personalità che influenzarono Pasolini (uno dei primi fu Rimbaud). In senso figurato, di fronte alla tomba di Gramsci, (Pasolini) implora il suo maestro ne “Le ceneri di Gramsci”: "Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata, passione di essere nel mondo?”.

Antonio Gramsci (1891-1937), intellettuale marxista, teorico politico, sociologo della cultura, fu un membro fondatore del Partito Comunista Italiano e morì in una prigione fascista. (Gramsci) è meglio conosciuto per la sua teoria dell'egemonia culturale, che spiega come la classe al potere mantiene il suo status quo e lo perpetua attraverso le sue istituzioni culturali. Già Lenin aveva utilizzato il termine. Era una elaborazione di Marx ed Engels i quali sostenevano che "le idee dominanti di ogni epoca sono sempre state le idee della sua classe dominante", sebbene l'Ideologia tedesca (opera di Marx ed Engels), scritta nel 1846-1847, non fu pubblicata fino al 1932 (e solo in Unione Sovietica). Se l'affermazione di Gramsci era vera, come avrebbe potuto affermarsi una rivoluzione proletaria se la coscienza di classe del proletariato era formata esclusivamente dalle istituzioni borghesi? Oppure, come potrebbe piuttosto una società di contadini e di lavoratori sostenere l'assalto del consumismo di mercato che annebbia la mente e che avrebbe condotto, a suo avviso, ad un "cataclisma antropologico" irreversibile trasformando le persone in cose, in un colpo solo sfruttatori e sfruttati, vittime e carnefici?

L'avvento alla metà degli anni '50 del "boom economico" in Italia, l'accessibilità ai beni materiali, in particolare la televisione, ha causato l'immediato imborghesimento della vita quotidiana italiana, rappresentata satiricamente ne “La Dolce Vita” di Federico Fellini, “La speculazione edilizia” di Italo Calvino, “La noia” di Alberto Moravia e “L'avventura” di Michelangelo Antonioni. Il San Paolo di Pasolini, scritto negli edonistici anni '60 e negli anni ’70, gli "anni di piombo", la campagna terroristica condotta dai servizi segreti italiani - "lo stato parallelo" - in collaborazione con la CIA per far fare un salto indietro alla democrazia popolare, oggi suona come una profezia. Inspiegabilmente, come se ci vedessimo allo specchio, in un futuro non troppo lontano, Pasolini descrive una Parigi in preda al terrore di un "anti - terrorismo" nazista. Stefano, un giovane partigiano in una nascente resistenza, a malapena in età di arruolamento (come il fratello più giovane di Pasolini, Guido, partigiano, ucciso a diciannove anni in un imboscata nel 1945), viene fucilato dai nazisti. Paolo, in questa fase, uno zelante ufficiale, di fatto, una acritico collaborazionista delle forze di occupazione naziste, assiste all'esecuzione del giovane Stefano. Egli ne è angosciato, persino ossessionato, ma non (per questo) viene meno il suo zelo collaborativo verso gli occupanti nazisti. Essi sono la legge, e lui è un avvocato. Il suo dovere è quello di servire la legge. "Nel volto di Paolo" si legge nella sceneggiatura. Assistiamo a qualcosa di peggio del male: vediamo la bassezza, la ferocia, la decisione di essere abbietti, l’ipocrisia che motiva tutto in nome della Legge, della Tradizione - o di Dio. Tutto questo non può che rendere quel volto disperato, troppo.

Quello che segue la scoperta dell’attività della Resistenza e l'esecuzione di Stefano è un'orgia di crudeltà, che si estende fino ai limiti del genocidio e oltre. Partendo da una citazione, "Era come un segnale per la persecuzione" (Atti 6:1-8:3), Pasolini descrive come l'oscenità della repressione nazista debba essere rappresentata: Nuovo materiale documentario d'archivio. Ma questa volta (lo scenario) deve essere rappresentato nel modo più tremendo possibile, quasi insopportabile alla vista: arresti, incursioni, sparatorie, impiccagioni, deportazioni di massa, esecuzioni di massa, sparatorie nelle strade e nelle piazze, cadaveri abbandonati sui marciapiedi, sotto i monumenti, penzolanti dal lampioni, impiccati, impiccati. Le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento; vagoni pieni di cadaveri. Si aggiungano teste decapitate, bombe e ancora bombe tossiche, gli ospedali e le scuole bombardate. Droni killer. Rifugi antiaerei bombardati. Assedi in stile medievale (chiamati sanzioni) esigere le vite di 500.000 bambini (un record). Due, tre, molti Abu Ghraib: uomini trasformati in cani, l’osceno sadismo della più grande democrazia del mondo. Aggiungiamo a tutto questo molto altro, e vediamo nelle immagini d'archivio dell'era fascista l'immagine dei nostri tempi.

C’è ancora qualcuno che dubita che il San Paolo di Pasolini non sia stata una profezia?
Luciana  Bohne
Luciana BOHNE è cofondatrice del Film Criticism, un giornale di studi sul cinema, e insegna alla Edinboro University in Pennsylvania.


http://www.comedonchisciotte.org/

martedì 24 settembre 2013

GIORDANO BRUNO: LA VERITA' E' NELLA COSCIENZA DI OGNUNO

Tutte le religioni hanno in comune e detengono la conoscenza di una grande verità, una verità che l'uomo non deve assolutamente conoscere, ed il loro scopo è proprio quello di celare questa verità nel corso dei secoli, annichilendo qualsiasi forma di cultura o scuola di pensiero che possano stimolare l'uomo alla ricerca di questa verità. Giordano Bruno fu un uomo che colse questa essenziale verità e si sentì in dovere, verso i propri simili, di condividere la sua grande scoperta.


Ognuno di noi può giungere alla conoscenza di questa verità attraverso la ricerca interiore, come diceva Bruno: "è possibile conoscere senza sapere"; ma solo se ci si riesce a liberare da questa sorta di incantesimo collettivo, il cosi detto pensiero comune, che imprigiona le menti degli uomini in un sistema di credenze false e valori arbitrari, un'architettura ideologica funzionale al mantenimento del potere costituito, di cui le chiese sono gli strumenti.

Una delle concezioni comuni a tutte le religioni è l'idea che Dio o gli dei, a seconda del culto, sia qualcuno o comunque un'entità esterna all'uomo, separata dall'uomo, distante ed irraggiungibile. Questo concetto, dal punto di vista psicologico, deresponsabilizza l'uomo e lo mantiene in una condizione di incoscienza ed inconsapevolezza delle proprie azioni. L'uomo cosi, essendo stato separato dalla sua essenza più profonda: la Coscienza; che appunto viene surrogata dall'idea del dio onniscente ma distaccato, non riesce ad essere pienamente consapevole del senso più profondo e genuino del proprio agire.

Un esempio concreto: quanti italiani sono consapevoli del fatto che loro stessi, in prima persona, attraverso il proprio lavoro, con le tasse versate al ministero della difesa stanno finanziando il genocidio di altri esseri umani, la dove i militari italiani vanno ad occupare i vari territori di guerra in medio oriente, sparando addosso a civili disarmati, donne e bambini? Il militare che si ferma a pregare Dio affinché lo assista nella sua crociata contro il male islamico è forse consapevole del proprio agire?

L'azione consapevole, dunque, è la realizzazione dell'atto di volontà. L'atto di volontà è l'esercizio del libero arbitrio da parte della Coscienza. Cosi, attraverso l'azione consapevole la Coscienza si manifesta. Essere uomini significa agire secondo coscienza, altrimenti si resta burattini come Pinocchio! La Coscienza è l'essenza vitale di ogni forma di vita ed appunto la differenza fra un uomo morto ed un uomo vivo è il fatto che il morto non ha più una coscienza. Tutte le forme di vita che conosciamo, dalle specie animali a quelle vegetali sono manifestazione della Coscienza cosmica, ognuno di noi incarna una scintilla di essa e ne rappresenta un aspetto unico. L'esistenza fisica è appunto il modo attraverso il quale la Coscienza fa esperienza ed acquisisce conoscenza di sé, e questo avviene proprio attraverso i rapporti umani, attraverso l'esperienza della fisicità. Questa esperienza serve all'uomo per evolvere, proprio perchè l'uomo è un essere spirituale che, in qualche modo, esiste già in altri domini di esistenza, a prescindere dal corpo fisico, ma il corpo gli serve per per perfezionarsi.

Le religioni, ma anche i sistemi sociali, cercano di inibire in tutti i modi l'esperienza dell'uomo, castrando la sua naturale spiritualità che sta nella coscienza di sé, nella consapevolezza del proprio libero arbitrio, per surrogarla con modelli fraudolenti di tipo religioso o sociale che allontanano l'uomo dall'unico vero modello che è sé stesso, con tutte le sue qualità personali, alienando la sua creatività per incatenarla con rituali che inducono l'uomo al materialismo, e schiacciando il suo spirito con il senso di colpa, oltre a deresponsabilizzarlo, come abbiamo visto prima, per renderlo come un bambinone ed imbrigliarlo con un'infinità di regole morali e giuridiche che regolamentano il rapporto umano, ciò che invece dovrebbe essere la cosa più naturale.

In questo modo l'animale uomo, che comunque ha un'intelligenza superiore a quella degli altri animali, un intelligenza che gli permetterebbe di veicolare l'energia creatrice della Coscienza, ciò che definiamo Anima, attraverso l'azione consapevole, in progetti evolutivi ed in armonia con la natura, resta una bestia... facilmente addomesticabile... guidata esclusivamente dai propri istinti primitivi: mangiare e cagare; ed usa invece la propria intelligenza per costruire armi di distruzione di massa senza consapevolezza di sé, del proprio agire, e della realtà circa la nostra esistenza.

Super User