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venerdì 24 aprile 2020

PANDEMIA - PANDETUA


CORONAVIRUS, PANDEMIA DI EGOISMO ED IGNORANZA. A chi la tocca, la ...


In questi giorni di lunga “prigionia” forzatamente ci si dedica di più ad aspetti e interessi, se vogliamo secondari, rispetto quelli che abitualmente si coltivano.
Si sperimentano anche forme di pensiero più spontanee e anarchiche del solito, lasciandole libere di avventurarsi anche su sentieri tanto tortuosi quanto però, affascinanti. Inoltre questa pandemia sembra aver esaltato alla massima potenza tutte le visioni, reali, verosimili, fantasiose, complottiste, esoteriche che hai frequentato più o meno direttamente e più o meno condividendone lo spirito.
Quindi ci si avventura in riflessioni che, normalmente, pur essendo già tue, non si dedica loro. alcuna attenzione.
Quindi ritorniamo al concetto di trinità e della sacralità derivante del numero tre, già analizzata in altre occasioni. Cosa che non è appannaggio della sola visione cristiana, anzi affonda le sue radici in  culture e visioni sia religiose che filosofiche diverse o, per guardare anche più vicino a noi, alla moderna psicanalisi. La suddivisione una e trina della visione spirituale, corpo, anima, spirito trova una naturale corrispondenza nella triplicità istinto, intelligenza, coscienza della moderna e più condivisibile scienza.
Come direbbe qualcuno verrebbe da pensare giustamente:”Ma che c'azzecca?”
C'azzecca, perchè questa pandemia, evento epocale e quasi unico nelle vita e nella recente storia dell'umanità, ha liberato e reso, se non accettabili e comprensibili, almeno degni di attenzione dubbi e interpretazioni più o meno fantasiosi. Tutti aspetti che trovano, poi, fertile terreno di diffusione e crescita nella debolezza figlia della paura. O quanto sia deresponsabilizzante l'ingenua, ma consolatoria sensazione, di essere nelle mani di oscuri manovratori del nostro destino sia personale che collettivo. D'altra parte, storicamente, pur di non ammettere la propria condizione di congenita debolezza e precarietà legata al nostro essere umani, in viaggio casuale su questa palletta spersa nello spazio, si preferisce indirizzare strali e responsabilità su altro, meglio se oscuro e mimetizzato abilmente.
Quindi possiamo già cominciare a vedere come, visioni e atteggiamenti, già presenti normalmente, vengano esaltati e coltivati in modo compulsivo privo anche dei normali filtri censori dai più, e in modo speculativo interessato da parte di altri.
Prego chi abbia voglia di continuare a leggere di non provare eccessivo stupore, né di coltivare dubbi sulla sanità mentale del sottoscritto pur avendo, legittimamente, tutta la libertà di pensare che siano solo fesserie. Cercheremo di camminare come novelli Dante e senza alcun Virgilio, in equilibrio sulla stretta cengia che ci divide dalle perigliose e dolorose esperienze delle anime del Purgatorio. Cercando di non inibirci la possibilità,anche di leggere, ascoltare e condividere riflessioni, punti di vista che, anche se frutto di fantasie esasperate,possano rappresentare comunque, un qualcosa degno d'attenzione se non altro perchè totalmente disconnessi da interessi di alcun tipo.
La nostra vita sociale da sempre è inquadrata e codificata in una visione condivisa dell'esistente. Dalle verità scientifiche, alle narrazioni storiche per finire alle regole morali e all'etica. Partendo da queste basi il singolo e le comunità si rapportano tra loro dando vita alle varie organizzazioni sociali, politiche, religiose ecc. che conosciamo. Sulla giustizia, libertà o composizioni di tali aspetti condivisi, si polarizzano, conseguentemente, le varie forme di pensiero tese ad aggiudicarsi la fetta più grande di potere, ricchezza e visibilità possibile.
Detta questa prima banalità aggiungiamone un'altra. L'avventura della vita, pur essendo costretta e forzatamente all'interno di regole collettive imposte, rimane sempre e comunque un' esperienza assolutamente personale, non condivisibile e non comprensibile se non sommariamente da nessun altro per quanto simile o anche empaticamente, legato.
Da questa banale considerazione nasce ad esempio il famoso: “Non giudicare”.
Nel caso, si cerchi di giudicare l'atto ma non chi lo compia. Non sapremo mai se nelle stesse identiche condizioni sociali, familiari, culturali noi avremmo agito diversamente. Ovviamente, questo, socialmente non deve e non può essere concepito come una deresponsabilizzazione assoluta, ma per immaginare l'eventuale sanzione o punizione all'interno di una visione che ne preveda il recupero e la relativa comprensione della negatività dell'atto commesso. 
Come si vede spesso, le grandi verità, possono essere di una semplicità disarmante potenzialmente condivise e comprensibili anche da soggettività diverse, ma prive di pregiudizi.
Perciò vediamo che abbiamo stabilito già una prima categoria di lettura. Quella visibile, comunemente accettata e condivisa. Cosa utile, se non necessaria, per la possibilità di concepire la vita sociale di soggetti altrimenti troppo diversi. Ovviamente in questa visione tralascio volutamente, perchè non funzionale a quello che vorrei dire, il giudizio sulla giustizia o meno di tale organizzazione, che attiene ad un altro livello di lettura e ragionamento.
Dobbiamo, quindi, considerare gli altri due livelli di lettura e percezione che sono molto più del primo, legati al vissuto, alle visioni e sensibilità personali.
Uno di questi è legato strettamente al proprio livello intellettivo che, come sappiamo non è uniformemente uguale ma, come le caratteristiche fisiche, diverso per ognuno, unico e indivisibile. Ma come il fisico può essere, però soggetto a cambiamenti evolutivi, compresi, però, in uno spazio più-meno, limitato e riferito sempre al potenziale del singolo e diverso per ognuno.
In genere è in questo spazio che, se solleticato e stimolato nel senso giusto, blandendo l'intelligenza o l'ego degli interessati, si inviano, attecchiscono e crescono i migliori o i peggiori messaggi. Messaggi più o meno interessati della politica, delle religioni, dei potentati o, anche del cosiddetto complottismo, tanto in voga recentemente. Cose che in assenza di un atteggiamento laicamente critico facilmente si possono trasformare in verità incontestabili, che necessitano e spingono ad atteggiamenti di fedeltà cieca e assoluta.
Da qui nascono le necessità, da parte di alcuni, di trasformarsi, e anche con orgogliosa ostentazione, in megafoni viventi e difensori ad oltranza di un'idea o visione. Ruolo che nobilita e gratifica facendo provare un appagante senso di superiorità ed esclusività.. La convinzione di servire una verità (sia pur quasi sempre soggettiva) ci dà un'appagante sensazione di aver trovato  quella posizione nel mondo, cui sentiamo di aver diritto-dovere.
Per ritornare a bomba sulla questione pandemia e fare un esempio leggibile. Avrete notato con quale facilità e con quale convinzione ognuno difenda la propria posizione e quante di queste siano frutto di assoluta fantasia e meno credibili anche delle più astruse convinzioni dei popoli più antichi. Abbiamo visto di tutto, da teorie con basi più o meno scientifiche, ad altre più interessate politicamente ed economicamente o addirittura al complottismo più o meno astruso,al servizio di chissà quale segretissimo piano di conquista del mondo e dell'universo intero.
Il terzo livello è quello che, più di tutti gli altri risulta mimetizzato e nascosto rispondendo, molto più dei precedenti ad una sensibilità assolutamente personale e unica. Talmente unica nella sua originalità da sembrare priva dei normali  filtri cognitivi, facendo appello ad altri intimi codici di giudizio.
Quelli che sono annidati nella parte più profonda e intima del nostro essere. Spirito, coscienza, Es, super io, subconscio, ognuno lo identifica con un nome diverso, ma, sostanzialmente ci si riferisce alla stessa zona del nostro sentire.
Ed è, fondamentalmente, quella con cui raramente, e quasi sempre con disagio,ci troviamo a confrontare il nostro agire pubblico rispetto quello che avremmo sentito più naturalmente nostro.
Ora, a fronte di questa situazione, sembra più che normale che, soprattutto in situazioni estreme come questa pandemia, sentimenti più epidermici come la paura prendano il sopravvento determinando giudizi e atteggiamenti comprensibili ma censurabili. Una minoranza sostanziosa fa dell'esercizio critico e si butta a capofitto nella necessaria opera di conoscenza. Territorio in cui le notizie e le informazioni passano senza un preliminare asettico e dovuto esame, ma rispondendo in via prioritaria, alla propria visione. Comprensibile, in quanto la cosa più complicata è ammettere che, forse, qualcosa del nostro percorso sia da mettere in discussione.
Quelli, purtroppo una minoranza, che riescono consapevolmente o meno, a utilizzare anche il terzo livello e a raggiungere un equilibrio stabile e duraturo dell'intero proprio essere, sono coloroi che sembrano i più (e forse lo sono) equilibrati, i meno coinvolti apparentemente, dagli eventi al punto di dare l'impressione di avere nel disinteresse l'aspetto prevalente del proprio carattere. Cosa, ovviamente, non veritiera ma frutto di una costante ricerca di un equilibrio interiore che, in mezzo a mille dubbi e difficoltà viene però vissuto dagli interessati come un atteggiamento indispensabile e non solo utile. Soprattutto a sé stessi prima che ad altri.
Sarebbero poi, quei soggetti che spesso e involontariamente, vengono presi ad esempio sia negli aspetti positivi, facendone un riferimento anche morale, quanto in negativo per quanto in grado di scuotere le cattive coscienze altrui.
Tutto questo ragionamento per provare a capire, da un punto di vista originale e decentrato, il perchè l'enorme massa di informazioni, soprattutto in questi periodi nodali storici, ci travolga e, favorita dai moderni mezzi informatici passi, quando va bene, al vaglio solo del primo livello e raramente del secondo. Quasi mai si utilizza anche il terzo. Sia per una congenita disabitudine e difficoltà a farne uso, sia per il timore di apparire troppo fuori dal coro con relativo rischio di isolamento sociale.
In ultimo, ma non per rilevanza vorrei ricordare, soprattutto a tutti quelli che ingenuamente e inconsapevolmente si trasformano in spacciatori di fake, di bufale vere e proprie se non addirittura di falsità costruite ad arte per delegittimare l'esistente e spianare la strada a personaggi equivoci, interessati e pericolosi, di provare a sfilarsi dal loro ruolo di Ascari di costoro.
Per questi va bene qualsiasi cosa, politica, religione, complottismo, medicina, economia, l'importante è instillare il virus del dubbio, proponendo visioni e chiavi di lettura che spostano il punto di vista da quello più ovvio, banale ed efficace. Non perchè non ci siano piani o intenzioni subdole e segrete, ma se non usiamo la lettura (che vale sempre) del cui protest, ci allontaniamo da quello che dovrebbe essere il principale impegno personale e collettivo di battersi sempre e comunque per la giustizia, per seguire fantasie o depistaggi inutili e dannosi.
Quindi quando si leggono o si viene a conoscenza di qualcosa, si tenga sempre presente, prima di farle proprie e divulgarle, che raramente, per non dire mai, le informazioni e le grandi verità possono essere divulgate a tutti. Laddove comunque, dovessero arrivare, si avrebbe bisogno dei filtri cognitivi giusti per decodificarli nel modo giusto e, soprattutto per non darli in pasto a chiunque. Il risultato, lo vediamo, è un imbarbarimento progressivo che continuamente contribuiamo ad alimentare più o meno consapevolmente.

MIZIO


giovedì 19 luglio 2018

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

Risultati immagini per complottismo

Il complottismo si distingue da altre letture del mondo per una caratteristica ben precisa. Quello che si vede, si dice e si fa non è mai come appare. Ora se questa è la chiave di lettura non si capisce per quale motivo i neocomplottisti nostrani non riescano ad essere coerenti e consequenziali e si abbeverano senza riserve e senza discrimine alcuno ad ogni fandonia anche la più fantasiosa e improbabile ritenendo sempre troppo limitata la semplice verità. Questa cosa è talmente vera che i leader e i followers del neo governo pentaleghista se ne avvalgono senza ritegno, denunciando complotti e chissà quali secondi fini ormai in ogni dove.
Siamo veramente fortunati se dopo secoli di lotte, di guerre, di scontri ideologici tra grandi pensatori, filosofi e mistici abbiamo, nei nostri tempi, due forze politiche senza altra qualità che rabbia e incompetenza che ci aiutano ad andare oltre i sette veli di Maya.
Ora, tralasciando un'analisi, in quest'ottica, dell'intera storia dell'umanità che ci porterebbe molto (troppo) lontano, mi sembra persino banale affermare che dietro ogni scelta ci sia un disegno egemonico ben preciso. Un disegno che nasconde interessi di potere, di classe e di preminenza. Detto questo, però, avremmo fatto la scoperta dell'acqua calda e non porteremmo alcun contributo se non facessimo seguire scelte consequenziali che, nello specifico periodo storico che viviamo, non possono essere altro che scelte che vadano verso la ricerca di un riequilibrio economico e sociale tra le classi, tra gli individui, i popoli e l'ambiente tutto. Dalle mie parti si chiama comunismo, socialismo, solidarietà, internazionalismo, ambientalismo ma sono solo termini che rischiano di rimanere tali se dovessero essere solo enunciati e non trasformati in azioni e scelte concrete.
Il complottismo, invece, spesso, troppo spesso viene utilizzato per dividere, insinuare dubbi, paure, ansie che dovrebbero servire a denunciare e combattere il sistema ma che, se non inserite in una logica di cambiamento, oltre che individuale, anche sociale e collettivo rimangono fini a sè stessi facendo, alla fine, il gioco dei potenti e del sistema stesso.

MIZIO

venerdì 22 maggio 2015

DOVEVAMO ARRENDERCI. LO DECISERO AL G8 DI GENOVA

Manovre lacrime e sangue per tutti tranne che per la “casta” mondiale, sovranità limitata o revocata, bavaglio universale all’informazione. Sindacati neutralizzati, banchieri al governo e partiti-fantasma ormai agli ordini dei signori dell’economia. Quello che oggi chiamiamo crisi era stato largamente previsto, dagli stessi super-poteri che, già nel 2001, prima ancora dell’11 Settembre, si preoccuparono di disinnescare sul nascere una potenziale bomba democratica planetaria, quella del movimento no-global. Diritti contro soprusi, cittadinanza contro privatizzazione. In altre parole: anticorpi civili per difendersi dalla globalizzazione selvaggia. Profeticamente, li pretendeva il “popolo di Seattle”. Fu fermato appena in tempo e nel modo più brutale, con il bagno di sangue noto come G8 di Genova.

black bloc in azione

E’ la tesi che fa da sfondo al drammatico libro-inchiesta “G8 Gate” firmato da Franco Fracassi per la giovane casa editrice Alpine Studio, nata come voce di qualità nel panorama italiano della narrativa specialistica d’alta quota ma poi, grazie al team guidato da Andrea Gaddi, sempre più disponibile a sondare il terreno minato della letteratura d’indagine: «Cresce la fame di verità, il bisogno di conoscere le vere ragioni di quello che ci sta succedendo», sostiene Gaddi, che nella collana “A voce alta” presenta titoli come quelli dedicati ai retroscena dell’attentato alle Torri Gemelle o al potere segreto dell’Opus Dei. In primissimo piano, grazie al lungo lavoro di Franco Fracassi, l’analisi sulle nuove forme della strategia della tensione: a cominciare dai black bloc, fantomatico gruppo di guastatori che nel 2011 ha «messo a ferro e fuoco Roma e incendiato i boschi della val di Susa», dopo aver devastato, una decina d’anni prima, Praga e Seattle. E soprattutto: Genova.

I black bloc  «hanno un nome, ma non un volto». Sono note le loro azioni, ma non il perché le compiono: «I black bloc sono temuti, odiati, talvolta idolatrati, ma nessuno li conosce veramente», dice Fracassi, presentando il suo ultimo lavoro sui neri guastatori senza volto, sempre così puntuali quando si tratta di rovinare cortei importanti, molto temuti alla vigilia proprio perché pacifici. «Di loro si dice che sono anarchici, che sono poliziotti infiltrati, che sono pagati da chi vuole sabotare le manifestazioni e i movimenti di protesta, che sono fascisti camuffati, che sono semplici sbandati carichi d’odio e con la voglia di annichilire il mondo che li circonda». Il nome deriva da una sigla storica, quella degli antinuclearisti tedeschi. Ma è stato tristemente sdoganato soltanto a Genova, nella “macelleria messicana” scatenata dai reparti antisommossa nel 2001: «La polizia ha letteralmente massacrato dimostranti inermi, senza procedere all’arresto di un solo black bloc: ai “neri” è stato anzi permesso di devastare impunemente l’intera città».

Il libro di Fracassi ripercorre le tappe fatali della carneficina: dall’antipasto di Napoli del 17 marzo, in cui furono caricati selvaggiamente i manifestanti pacifici, fino al carnaio di luglio a Genova, con epicentro piazza Alimonda e l’atroce fine di Carlo Giuliani, nonché il corollario della vergogna: il pestaggio indiscriminato della scuola Diaz e poi le torture nella caserma di Bolzaneto. Cuore di tenebra del “buco nero” passato alla storia sotto il nome di G8 di Genova, la crudele uccisione di Giuliani: la pietra con cui si è infierito sul cadavere, fracassandogli il cranio nella speranza di inscenare un incidente credibile (il giovane no-global “ucciso accidentalmente da un sasso lanciato dai dimostranti”) e poi la sparizione della prova regina: Carlo Giuliani fu frettolosamente cremato, racconta la madre, Heidi, perché ai genitori fu raccontato che al cimitero non c’era posto per la tomba. Così, il forno crematorio cancellò per sempre anche il proiettile che Carlo aveva ancora nel cranio: fu davvero sparato dal carabiniere ausiliario Mario Placanica, che oggi chiede la riapertura del processo perché sia finalmente accertata la verità?

La violenza della repressione

Allora reporter d’assalto per l’agenzia ApBiscom, Fracassi si calò fino al collo nella strana guerra civile che devastò le strade del capoluogo ligure, vivendo da vicino l’intero campionario dell’aberrazione andata in scena in quei giorni: la polizia che osserva le devastazioni dei black senza muovere un dito e poi, appena i “neri” si allontanano, carica senza misericordia i dimostranti inermi. Fotogrammi sconcertanti, che Fracassi offre ai lettori con l’immutata emozione dello sguardo ravvicinatissimo, delle manganellate ricevute, delle scene di terrore, della caccia all’uomo scatenatasi persino al pronto soccorso, tra i feriti più gravi. Pagine incalzanti, sempre nel cuore della tensione, tra le fila degli stessi agenti antisommossa – divenuti irriconoscibili, in preda a un’aggressività inaudita – e poi la prima linea delle “tute bianche”, tra ossa rotte e teste “aperte” dalle botte, fino agli inermi manifestanti cattolici: le suore colpite al volto, le ragazzine sfigurate e torturate. Ma soprattutto loro, gli inafferrabili black bloc.


black bloc
  
Fracassi li ha seguiti da vicino, per ore: piccoli gruppi ben addestrati, pronti a devastare negozi, automobili e bancomat per poi sganciarsi rapidamente, sempre condotti al sicuro, nel dedalo dei vicoli, da misteriose “guide” perennemente al telefono: con chi? Con “qualcuno” che era perfettamente al corrente, in tempo reale, dei movimenti dei reparti antisommossa. Deduzione elementare, conclude amaramente il giornalista, che ha affrontato un estenuante lavoro di ricerca consultando anche fonti riservate, forze dell’ordine e servizi segreti. Proprio grazie alla sua tenacia, alla vigilia della mattanza riuscì a conquistare la fiducia di alcuni uomini della polizia: «Se vuoi vedere il macello, fatti trovare a mezzogiorno all’angolo tra corso Buenos Aires e piazza Paolo da Novi», gli anticipa un funzionario di polizia alla vigilia del fatale venerdì 20 luglio: «Arriveranno dei black bloc e distruggeranno la banca. Due-tre minuti al massimo. E’ quello il segnale dell’inizio». Fracassi si presenta nel luogo indicato, e i black bloc arrivano con puntualità cronometrica. Prima di intervenire, proprio come previsto, gli agenti attenderanno che si siano allontanati. Poi caricheranno, travolgendo soltanto innocenti.

Carlo Giuliani ormai senza vita

Se a Genova, come è stato da più parti denunciato, «la democrazia è stata sospesa», non è mai stato chiarito, del tutto, da chi. Dal governo Berlusconi? Tesi debole: l’esecutivo è finito sulla graticola, esposto a critiche planetarie. L’allora vicepremier Fini dietro le quinte? La regia operativa probabilmente anomala, centralizzata nelle mani dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro che di fatto scavalcò le autorità genovesi, questura e prefettura? No, c’era ben altro: secondo Fracassi, chi a Genova “voleva il morto” non era necessariamente italiano. Anzi, quasi certamente era americano: «C’erano troppi interessi in gioco, e il movimento no-global allora era fortissimo e faceva davvero paura. A chi? Alle grandi banche, alla finanza mondiale, alle multinazionali». Genova doveva essere la consacrazione definitiva della protesta, la nascita ufficiale di un “sindacato mondiale” dei cittadini, pronto a mobilitarsi ovunque per difendersi dagli abusi della Gianni De Gennaro globalizzazione. Guai se a Genova il movimento avesse vinto: sarebbe diventato troppo ingombrante. Un brutto cliente, col quale i “padroni del mondo” avrebbero dovuto fare i conti. Meglio toglierlo di mezzo per tempo. Coi poliziotti? Ma no: coi black bloc.

Incolpare il governo Berlusconi e la polizia italiana per il massacro di Genova «significa non aver capito nulla di come va il mondo», avverte David Graeber, antropologo della Yale University ed esperto di fenomeni anarchici: «Nei fatti di Genova, il governo americano è infinitamente più coinvolto di quello italiano». Secondo l’antropologo consultato da Fracassi, «Genova non è stata altro che il punto terminale di una strategia avviata a Seattle, sviluppata a Praga e terminata in Italia». Movente: «Nel luglio 2001, all’amministrazione Bush interessava molto di più combattere il movimento no-global che Al-Qaeda: era quella la priorità della Casa Bianca». Un altro americano, Wayne Madsen, reduce dagli scontri al Wto di Washington l’anno prevedente, rivela: «Ho raccolto documenti e testimonianze dall’interno del movimento anarchico Usa e dell’intelligence». Cia, Fbi e Dia organizzavano e guidavano gruppi di devastatori anche nelle manifestazioni no-global nel resto del mondo? «E’ il loro modo di agire, ovunque ci siano interessi Franco Fracassi americani da difendere».

Per “G8 Gate”, Fracassi ha sondato centinaia di fonti. Tutte convergono drammaticamente verso un’unica ipotesi: a Genova si “doveva” spezzare le gambe, a tutti i costi, al nuovo movimento democratico mondiale. Obiettivo, veicolare il messaggio più esplicito: “Restate a casa, rinunciate a scendere in piazza perché può essere pericoloso”. Mandanti: le grandi multinazionali e persino le loro fondazioni, all’apparenza innocue e filantropiche, in realtà strettamente collegate con settori dell’intelligence. Disponibilità economica: illimitata. E poi la manovalanza principale della missione: i mercenari chiamati black bloc, ben addestrati in gran segreto e specializzati nelle tattiche della guerriglia urbana. «Le forze dell’ordine presenti a Genova – riassume Fracassi – sarebbero state in parte complici e in parte impotenti di fronte ai devastatori», i “neri” sbucati dal nulla e rimasti totalmente impuniti. «Grazie a una sapiente regia mediatica», tutto è avvenuto «di fronte ai giornalisti, ai fotografi e alle telecamere di tutto il mondo, che avrebbero creduto di raccontare le azioni di una formazione chiamata Black Bloc».

Ma tutto questo da chi sarebbe stato finanziato e poi coperto? Una domanda, ricorda Fracassi, che si era posto retoricamente anche il generale Fabio Mini, già comandante delle forze Nato in Kosovo: come avrebbero fatto, i “neri”, «a partire da Berlino e a venire a Genova potendo passare indisturbati tutte quelle frontiere?». E poi: chi ha pagato quel viaggio? «Lei ha una risposta?», domanda Fracassi. «Certo», risponde Mini: «Ci sono organizzazioni che sono fatte apposta per questo genere di cose: si occupano della logistica, della gestione delle risorse, della protezione di chi partecipa a queste operazioni». Sia meno vago, lo incalza Fracassi. «Non posso», ammette malinconicamente il generale Mini.

Se è noto che in quei giorni a Genova c’erano non meno di 700 agenti dell’Fbi, Daniele Ganser, insegnante di storia a Basilea ed esperto di organizzazioni coperte come Gladio e Stay Behind, sostiene che la cooperazione tra servizi segreti americani e italiani sarebbe andata «ben oltre il semplice controllo dell’ordine pubblico». Il professore svizzero mette in relazione il Sismi con la Nsa, l’agenzia centrale di intelligence di Washington: «Secondo lei – dice a Fracassi – da chi provenivano le informazioni sulle “tute nere” dall’estero? E’ l’Nsa che ha il compito di intercettare le comunicazioni telefoniche, i fax, le e-mail. Poi le ha passate alla Cia, che a sua volta che ha date al Sismi», conclude Ganser. «A Genova erano presenti entrambi i servizi segreti, italiano e americano: le risulta abbiano fatto qualcosa per fermare i “neri”?».


domenica 9 novembre 2014

IL MURO DEL RIMPIANTO?

Il 9 Novembre segna il 25esimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Lo stravagante trambusto e' cominciato da mesi a Berlino. Da parte degli USA possiamo aspettarci tutti i cliché da Guerra Fredda circa la lotta del Mondo Libero contro la Tirannia Comunista che verranno tirati in ballo insieme alla solita favola del come il muro sia venuto in essere: Nel 1961, i comunisti di Berlino Est costruirono un muro per impedire ai loro cittadini oppressi di scappare a Berlino Ovest e alla libertà. Perché? Perché ai comunisti non piace che la gente sia libera e impari la “verità”. Che altro tipo di ragione poteva esserci?


Prima di tutto, prima della costruzione del muro nel 1961, migliaia di tedeschi dell'est si recavano a ovest per lavoro ogni giorno e poi rientravano in casa alla sera. Molti altri andavano avanti e indietro per fare delle compere o per altre ragioni. Per cui chiaramente non erano trattenuti ad est contro la propria volontà. Ma allora perché e' stato costruito il muro? C'erano due ragioni principali:

1) L'occidente stava molestando la Germania Est con una vigorosa campagna di reclutamento di professionisti e di lavoratori specializzati che si erano formati a spese del governo comunista. Questo alla fine ha provocato una seria crisi lavorativa e produttiva nell'est. Come indicazione di questo, il New York Times segnalava nel 1963: “Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60,000 lavoratori specializzati che ogni giorno si recavano dalle loro case di Berlino Est ai loro posti di lavoro di Berlino Ovest.”

Bisogna notare che nel 1999, USA Today scriveva: “Quando e' caduto il muro di Berlino [1989], i tedeschi dell'est s'immaginavano una vita di libertà ove i beni di consumo erano in abbondanza e i tempi di difficoltà passati per sempre. Dieci anni più tardi, un rimarcabile 51% afferma che erano più felici con il comunismo.” E sondaggi precedenti indicavano una percentuale di persone che esprimevano un tale sentimento ancora più alta, perché in questi dieci anni molti di coloro che si ricordavano in un modo più chiaro la vita nella Germania dell'Est erano morti. Anche se, dieci anni ancora più tardi, nel 2009, il Washington Post affermava: “Gli occidentali [di Berlino] dicono che non ne possono più della tendenza dei loro omologhi orientali di essere fissati con la nostalgia dei tempi comunisti.”

E' stato nel periodo dopo la riunificazione che e' nato un nuovo proverbio russo ed europeo orientale: “Tutto quello che i comunisti hanno detto sul comunismo e' una bugia, ma tutto quello che hanno detto sul capitalismo si e' rivelato vero.”

Si deve anche notare che la divisione della Germania in due stati nel 1949 – dando inizio a 40 anni di Guerra Fredda – e' stata una decisione americana e non sovietica.

2) Durante gli anni '50, gli americani promotori della guerra fredda nella Germania Occidentale hanno dato il via ad una cruda campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania Orientale con l'obbiettivo di scompaginare l'assetto economico ed amministrativo del paese. La CIA ed altri servizi USA di intelligence e militari avevano reclutato, equipaggiato, addestrato e finanziato gruppi di attivisti tedeschi ed individui, dell'ovest e dell'est, per compiere azioni nello spettro tra la delinquenza giovanile fino al terrorismo. Qualsiasi cosa che rendesse la vita difficile per il popolo della Germania Orientale e indebolisse il suo supporto al governo. Qualsiasi cosa facesse sembrare i “commies” come dei cattivi.

E' stato un progetto notevole. Gli Stati Uniti e i loro agenti usarono degli esplosivi, incendi dolosi, cortocircuiti ed altri metodi per danneggiare centrali elettriche, cantieri navali, canali, banchine, edifici pubblici, distributori di benzina, trasporti pubblici, ponti etc. Deragliarono dei treni commerciali provocando il ferimento grave di lavoratori. Incendiarono 12 autovetture sopra un treno commerciale e  distrussero i tubi ad aria compressa (i freni) di altri. Usarono degli acidi per danneggiare macchinari vitali di stabilimenti industriali. Misero della sabbia nelle turbine di un stabilimento portandolo all'arresto. Applicarono il fuoco ad una fabbrica per la produzione di mattonelle. Promossero dei rallentamenti nella produzione industriale. Uccisero 7.000 mucche in una cooperativa agricola avvelenandole. Aggiunsero dei detersivi nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania Orientale. Venero trovati in possesso al tempo del loro arresto, di una grande quantità del veleno cantharidin con il quale progettavano di produrre delle sigarette per uccidere personaggi di primo piano della Germania Orientale. Causarono l'esplosione di bombe maleodoranti per interrompere incontri politici. Cercarono di sabotare il Festival Internazionale della Gioventù a Berlino Est mandando degli inviti contraffatti, promesse fasulle di vitto e alloggio gratis, notizie false di cancellazioni, etc. Effettuarono attacchi contro i partecipanti con degli esplosivi, bombe incendiarie e materiale per la foratura dei pneumatici. Falsificarono e distribuirono larghe quantità di biglietti per le razioni di cibo per causare confusione, carenze e risentimento. Mandarono delle false notifiche di imposte come anche altre direttive e documenti governativi per favorire la disorganizzazione e l'inefficienza nell'industria e nelle organizzazioni sindacali... Tutto questo e molto altro ancora.

Il centro Woodrow Wilson International Center for Scholars, a Washington, DC, di fede conservatrice e promotore della guerra fredda, in un suo Progetto di Lavoro, il Cold War International History Project Working Papers (#58, p.9) enuncia: “La frontiera aperta a Berlino aveva esposto la GDR [Germania Est] allo spionaggio massivo e alla sovversione e, come mostrano i due documenti nell'appendice, la sua chiusura ha dato allo stato comunista maggiore sicurezza.”

Durante gli anni '50, la Germania Orientale e l'Unione Sovietica hanno ripetutamente sporto dei reclami agli ex alleati dei Sovietici in Occidente e alle Nazioni Unite riguardo specifiche attività di sabotaggio e di spionaggio chiedendo la chiusura degli uffici nella Germania Occidentale che ritenevano responsabili, e per i quali avevano fornito nomi e indirizzi. I loro reclami sono caduti nel vuoto. Inevitabilmente la Germania Orientale ha cominciato a restringere l'ingresso nel paese dall'ovest, cosa che eventualmente portò al famigerato muro. Ad ogni modo, anche dopo la sua costruzione c'era stato un regolare, benché limitato, movimento legale di immigrazione dall'est verso l'ovest. Nel 1984, per esempio, la Germania Orientale permise a 40,000 persone di partire. Nel 1985, giornali della Germania Orientale hanno asserito che più di 20,000 ex cittadini che si erano stabiliti nell'Ovest volevano rimpatriare dopo essere stati disillusi dal sistema capitalistico. Il governo della Germania Occidentale dichiarò che 14.300 tedeschi dell'est erano tornati indietro durante i 10 anni precedenti.

Non dimentichiamo inoltre che mentre la Germania Orientale si era completamente denazificata, nella Germania Occidentale, per più di un decennio dopo la guerra,le più alte cariche governative nei rami dell'esecutivo, legislativo e giuridico contenevano numerosi ex ed “ex” nazisti.

Infine, va ricordato, che l'Europa Orientale divenne comunista perché Hitler, con l'approvazione dell'Occidente, l'ha usata come corridoio per raggiungere l'Unione Sovietica e spazzare via il Bolscevismo per sempre, e che i russi nelle due Guerre Mondiali, persero circa 40 milioni di persone avendo l'Occidente usato questo corridoio per invadere la Russia. Non dovrebbe quindi destare sorpresa il fatto che l'Unione Sovietica volesse chiudere questo corridoio.

Per un'addizionale e molto interessante veduta dell'anniversario del Muro di Berlino, si può leggere l'articolo “Humpty Dumpty and the Fall of Berlin’s Wall” di Victor Grossman. Grossman (cognome originario Steve Wechsler) era fuggito dal US Army in Germania sotto la pressione delle minacce dell'era McCarthy e poi e' diventato un giornalista nella Repubblica Democratica Tedesca (Orientale). Vive ancora a Berlino e manda con le sue mail il suo “Berlin Bulletin” sugli sviluppi tedeschi su base irregolare. Si può abbonare a wechsler_grossman@yahoo.de. La sua autobiografia: “Crossing the River: a Memoir of the American Left, the Cold War and Life in East Germany” (NdT – Attraversando il Fiume: un Memoriale sulla Sinistra Americana, la Guerra Fredda e la Vita nella Germania Orientale) e' stato pubblicato da University of Massachusetts Press. Sostiene di essere l'unica persona al mondo con dei diplomi sia da Harvard University e da Karl Marx University in Leipzig.


William Blum

giovedì 13 marzo 2014

VENEZUELA, L' ORGIA DELLA DISINFORMAZIONE

disintwitter

Prima arrivò internet, poi i social network. La conclusione sembrava senza appello, si era arrivati alla democratizzazione delle informazioni. I cittadini, osservatori, testimoni, armati con i loro gadgets tecnologici e una connessione a banda larga mobile avevano rovesciato l'oligopolio dei grandi media mettendofine ai loro interessi e manipolazioni che hanno condizionato il giornalismo. In primo luogo oggi, attraverso blog e social network la realtà sarebbe arrivata in casa, senza le mediazioni perverse dei media.
 
Effettivamente la diagnosi sul potere e l'applicazione della manipolazione da parte dei media mainstream ha avuto successo, ma l'illusione che stavamo andando a conoscere la verità attraverso la partecipazione di massa dei cittadini  e tutto il potenziale tecnologico ora sembra perlopiù un miraggio.



Ancora una volta, il Venezuela è diventato il banco di prova per le nuove tendenze di (dis)informazione. Scontri tra oppositori e sostenitori del governo di Nicolas Maduro, e la violenza hanno innescato una riflessione sui social network , in particolare su Twitter, che mostra come  internet e questa rete sociale possono diventare un vero e proprio letamaio grazie all'intervento di campagne dirette da mani occulte di militanti "paranoici". Vecchie foto e avvenimenti in altre parti del mondo hanno alimentato tutta una marea di menzogne ​dove alla fine diventa più difficile smontare la menzogna che raccontare la verità.
 
Violenza e repressione poliziesca hanno avuto un ruolo speciale. Essi hanno presentato delle immagini della polizia che reprime gli studenti nello stato venezuelano di Merida, immagini che risalgono al 2010 e mostrano un corpo di polizia che non esiste più.
Imagen de policía venezolana de 2010
In altre occasioni sono state utilizzate immagini del Brasile nel 2013
Policía brasileña en 2013
o di studenti che manifestano contro il governo cileno nel 2012.
Represión en Chile
Non potevano mancare immagini di violenza sessuale, un "classico" successo virale di sempre. Viene diffusa una fotografia di poliziotti che costringono uno studente a fare fellatioma in realtà è una "prestazione" presa da un sito porno.
Violación en una página porno
Presentati come studenti uccisi a Maracayuna dozzina di cadaveri di siriani ad Aleppo nel2012.
Muertos en Siria
Non solo brasiliani, cileni e siriani hanno una seconda possibilità di essere protagonisti in Venezuela, anche il cittadino basco Unai Romanodeformato dagli "infortuni" causati dentro la caserma della Guardia Civil nel 2001, accusato di appartenere all'ETA, e  presentato come una vittima della tortura del "regime" venezuelano.
Torturado vasco
Oltre alla repressione sono state presentate delle condizioni nel paese che potevanogiustificare questa "rivolta" contro il governo di Maduro. Sostengono, ad esempio che all'Ospedale Centrale a Maracay la situazione era così precaria che i bambini erano stati messi in scatole e ceste.
Queste foto in realtà sono state scattate in Honduras nel 2012.
Bebés en cajas en Honduras
 
Come dimostrazione di una massiccia partecipazione dei movimenti contro il governo venezuelano, sono state anche diffuse immagini di una catena umana a favore dell'indipendenza della Catalogna in Spagna dicendo che erano state 
scattate in Venezuela.
 
Cadena humana en Cataluña
Con l'espediente della rete possiamo anche aiutare qualche ragionamento mentalmentepiuttosto limitato per dimostrare certe tesi. ("I poliziotti erano cubani perchè quelli venezuelani non sono così neri")
Policías cubanos negros
Abbiamo pensato che i social network avrebbero potuto rendere democratica l'informazionema, purtroppohanno democratizzato quella che è invece la disinformazione.

Tutto questo è solo su Twitterdove la maggior parte degli utenti mettono i loro "cinguettii" in libertàIn circoli più stretti come Facebook noi temiamo che la spirale endogamica della disinformazione possa invece raggiungere il parossismo. Perché qualcuno ha detto che in tempi di inondazioni l'acqua potabile diventa scarsaForse è questo che sta accadendo con unsovraccarico di informazioniE' ora che impariamo ad essere molto più cauti e selettiviNon c'è dubbio che la verità è lìc'è stato un tempo in cuiattraverso la censura, veniva nascosta;ora con un sovraccarico di informazioni, noi la seppelliamo
 
Allo stesso modo dei nostri nonni e genitori che impararono ad aggirare la censura, anche  noi dobbiamo imparare
ad aprirci un varco contro la mezogna.
 
Pascual Serrrano

mercoledì 26 febbraio 2014

APPOGGIANO RENZI PER ELIMINARE LA SINISTRA

Una magistrale inchiesta di Franco Fracassi svela l'intreccio dei nomi che svernano all'ombra di Renzi. E c'è poco da stare allegri perchè, tra questi, ve ne sono di terribilmente inquietanti. 


Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l'ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall'Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all'Iraq e della potenziale guerra all'Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.
Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi. Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l'allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi. Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il "New York Post", ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita. In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l'Italia a Israele.
Forse aveva ragione l'ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c'è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D'Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra». Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d'affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l'allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera. Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.L'anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l'attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d'ogni tempo. Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.
Definito dall'ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglietore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis. E così, nell'ultimo anno il gotha dell'industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l'ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l'amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l'ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l'amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell'istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, "Il Corriere della Sera", da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell'ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi. Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all'italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».


martedì 23 luglio 2013

ITALIA, POTENZA SCOMODA. DOVEVA MORIRE!





Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anni dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’ Europa “tedesca”, naturalmente all’ insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il Nino Galloniblog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Andreotti Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’ aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana Ciampiavrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.

Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più Agnellifacendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la BancaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee». qualcosa come 17.000 miliardi didollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affron tare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello Xi Jinping, nuovo leader cinese della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».