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lunedì 30 novembre 2020

DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?

Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura. In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. In particolare la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti effettuati di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura di mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma in grado di fornire cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine. Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi. Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno. Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile. Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile. E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO

martedì 30 giugno 2020

INCONTRI

Ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole scritte.


Ormai, sono tanti anni da quando decisi di ripetere un'esperienza già fatta altre volte. Andare a pesca nel fiume Sangro, in pieno Parco Nazionale d'Abruzzo, ovviamente con i permessi necessari e limitatamente alla porzione di fiume in cui era possibile farlo, con il ferreo rispetto delle regole previste .A differenza delle altre volte, ci andai da solo e la pesca, alla fine era solo una scusa, soprattutto con me stesso. La realtà è che avevo bisogno di stare un po' da solo. Era un momento particolare e anche decisivo della mia vita. Il cosa fare e verso dove andare erano avvolti in una incertezza e fragilità da cui bisognava uscirne qualitativamente e i modo deciso. Quindi solo e immerso in un ambiente, che mi stava diventando abbastanza familiare, e che riservava sempre sorprese. Ma che soprattutto, permetteva il raggiungimento di uno stato d'animo, non so se equiparabile alla pace interiore, ma sicuramente estremamente gradevole. Stato d'animo di cui, a volte, si sente un estremo bisogno quando si avverta la delicatezza e l' importanza esistenziale del momento..
Quindi, partenza ovviamente, la mattina prestissimo che era ancora buio. Arrivo all'ufficio del Parco dopo un paio d'ore, trovandolo, ovviamente ancora chiuso. Con conseguente gradevole seconda colazione, quasi obbligatoria, nel bar appena aperto. Tutto era come lo ricordavo e come sarebbe dovuto essere. Un paesino di montagna, si sveglia presto, forse ancor prima che in città, ma in modo totalmente diverso. Con calma, con discrezione. Verrebbe da dire, quasi con rispetto. Senza quella frenesia tipica della grande città. C'è il tempo per i saluti, per una carezza al cane che scodinzola, per guardare il fiume che scorre vivace sotto la strada e il cui gorgogliante scorrere fa da perenne colonna sonora. Il tempo di fare il permesso, indossare gli stivali, prendere lo stretto indispensabile e scendere giù sulle rive del fiume. Visti i limiti giustamente imposti dal regolamento, da quel punto potevo solo risalirlo per il breve tratto, forse poco più di un km, e poi, eventualmente ridiscenderlo. Mi immersi nel rumoroso silenzio del fiume che, allontanandosi dal paese, si trovava a scorrere in mezzo a boschi. Nel suo scorrere faceva risaltare quella casuale e precaria quanto si vuole, equilibrata armonia di suoni, colori e sfumature d'infinito.
Le piccole, guizzanti trotelle fario, tipiche del corso d'acqua non mancarono di mostrare il loro gradimento all'esca artificiale usata mostrandosi nei loro splendidi colori. Ero da solo, non intendevo mangiarle, quindi ritornavano tutte guizzanti con ringraziamenti  nel loro liquido elemento naturale.  Ovviamente, con la raccomandazione di essere più attente la prossima volta.
Il periodo quello tipico della primavera avanzata che a quell'altezza (1000 m circa) risultava essere quel periodo dell'anno in cui la natura si veste a festa col suo abito migliore. Impossibile resistere e essere indifferente alla sua bellezza, per cui la risalita di quel tratto di fiume fu dedicata più all'osservazione e alla meraviglia, che alla pesca vera e propria. Fiori, piante, uccelli di ripa, natrici, insetti, farfalle. Ogni particolare era cosa degna di una sosta e di un attimo di rispettoso stupore. Non c'erano gli attuali smartphone, quindi quei momenti potevano e dovevano essere vissuti intensamente solo in quell'attimo, per poterne poi, serbarli nella memoria e nell'anima più a lungo possibile.
Ma purtroppo, come tutte le cose, anche quelle più piacevoli hanno una loro conclusone. Arrivai al punto limite oltre il quale non si poteva più pescare, che era il primo pomeriggio.
La fame cominciava a farsi sentire quindi, seduto comodamente al sole sulla riva del fiume, consumai i panini preparati la sera prima, mandandoli giù con l'acqua fresca che avevo preso nel fontanile del paese.
Mi guardai intorno e, tutto sommato, visto che era ancora presto e avevo, ormai soddisfatto la voglia di pescare, decisi di non tornare indietro per la stessa via acquatica. Per quel giorno avevo già disturbato abbastanza il fiume e i suoi legittimi abitanti. La zona la conoscevo e, dato il periodo, non c'era quasi nessuno. Scelsi allora di effettuare un giro più lungo per ritornare al paese. Passando per quei luoghi che nel passato mi avevano visto scorazzare tra ruscelli e boschi insieme agli amici di sempre. Considerate che in quegli anni ancora non c'erano tutte le regole e le giuste limitazioni che sono state adottate successivamente. Quando anche il turismo ambientalista è diventato fenomeno di massa e fu necessario regolamentarne i modi. Quindi mi avviai per un sentiero che saliva dolcemente fino alla base del gruppo montuoso dove avrei preso l'altro che, con qualche saliscendi, mi avrebbe riportato in paese seppur dalla parte opposta rispetto quella della mattina.
Mentre salivo, l'acqua fresca bevuta poco prima, fece sentire i suoi naturali effetti secondari. Per cui mi fermai e, per evitare eventuali, ma possibili imbarazzi, cercai un angolo discreto e non in vista dal sentiero che potesse degnamente assolvere alla necessaria discrezione richiesta. Un piccolo avvallamento con una serie di cespugli rigogliosi si prestava magnificamente alla bisogna. C'era solo da scendere un pochino e fare un piccolo saltello.
Così feci e, nel momento stesso in cui, atterrai facendo un po' di rumore, molto più rumore venne dalla mia sinistra. Da un cespuglio a pochi metri notai una massa scura di rispettevoli dimensioni che alzandosi in piedi emise un grugnito un po' strozzato e scappò nella direzione opposta alla mia. Ovviamente rimasi impietrito, non capendo subito, cosa fosse successo. Vedendolo allontanarsi anche se per pochissimi secondi, mi resi conto di aver incontrato, anzi disturbato, il più raro e prezioso abitante di quei luoghi. Un orso bruno marsicano sorpreso, impaurito e sicuramente infastidito giustamente dalla mia presenza. Magari mentre era impegnato a frugare tra i cespugli n cerca di bacche e frutti o, magari semplicemente stava per fatti suoi a casa sua. Inutile dire che se lui si era spaventato figuratevi io che dalla forte emozione (paura?), improvvisamente, non avvertivo  più alcun bisogno impellente. La sorte volle che lui si fosse avviato verso valle e io dovevo andare, invece, in direzione opposta. Perchè è vero che quell'incontro me lo auguravo da anni ma, essere da soli in sua compagnia, a distanza ravvicinata all'improvviso, sinceramente mi sembrava poco prudente e opportuno per entrambi.
Riprendendo a camminare, la visione di quel fulmineo e improvviso incontro mi fece compagnia sostituendo qualsiasi altro pensiero e distraendomi pure dalle bellezze circostanti, pur notevoli. Cercavo di ripassarne mentalmente i particolari anche i più minuti e insignificanti. Mi rimproveravo di non aver guardato con attenzione al cespuglio e nei suoi immediati pressi, per capire di più sul motivo della presenza proprio in quel posto. Ma erano pensieri sovrastati, comunque, dal piacere, ancora incredulo, di aver vissuto quel momento e poterlo raccontare. Arrivai nel punto in cui avrei dovuto prendere l'altro sentiero che mi avrebbe riportato in paese e per farlo avrei dovuto percorrere un tratto di strada asfaltata. Mentre la percorrevo vidi avvicinarsi un cane che traversava la strada stessa in senso obliquo. Non mi allarmai o sorpresi più di tanto. Il randagismo era, ed è ancora purtroppo, fenomeno frequente e comunque era uno solo. Se avesse avuto cattive intenzioni l'avrei potuto controllare facilmente . Non era neanche troppo grosso. Si non è grosso ma neanche piccolo e mi pare, non vorrei sbagliarmi. E no, cavolo! Quello che a distanza sembrava un cane, avvicinandosi, fermandosi un attimo a guardarmi distratto, no non potevo sbagliare era proprio lui. Un lupo! A differenza dell'incontro con l'orso ho avuto tempo e modo di guardarlo con calma mentre sdegnosamente mi ignorava allontanandosi senza fretta dalla strada senza neanche voltarsi a guardare. . Evidentemente mi considerava alla stessa stregua di come l'avevo considerato all'inizio io. Non pericoloso e decisamente alla sua portata se avessi fatto un qualsiasi tentativo di essere pericolosamente aggressivo o semplicemente fastidioso.
Se la prima visione era stata una sorpresa, enormemente piacevole, questa in sequenza era addirittura un cosa impensabile e statisticamente quasi impossibile. Un orso e un lupo, fino a quel momento visti solo nello zoo di Pescasseroli e nell'area faunistica di Civitella Alfedena. I due re indiscussi delle montagne abruzzesi. Due tra i più elusivi, rari e preziosi animali dei nostri boschi, mi si sono consegnati alla visione senza trappole, senza estenuanti ricerche e praticamente, senza condizioni. Per loro non avrà significato nulla più di un fastidio equiparabile a quello di un moscerino. Invece in me hanno lasciato un'impronta talmente profonda che, a distanza di decenni ancora ne rivivo l'emozione del momento. Anche perchè, nonostante la volontà, non sono mai più riuscito a ripetere l'esperienza. Nè in quel posto né in altri luoghi. L'unica cosa vagamente assimilabile è aver sentito, un'unica volta, l'ululato lontano di un lupo.
Inutile dirvi che l'ultimo tratto per tornare al paese e alla macchina fu percorso rapidamente perdendo qualsiasi altro interesse. Cosa di cui mi sarei dovuto anche scusare con Madre Natura. Ma talmente forti erano state le emozioni degli incontri di quel pomeriggio da non avere, forse, altro spazio negli occhi e nell'anima per ulteriori bellezze pur presenti in gran numero da quelle parti.
Perchè ho ritenuto di raccontare ciò? Intanto perchè, come detto sopra, è stata un'esperienza e una giornata talmente particolare, da sentire quasi il dovere di renderla fruibile, se non altro con la fantasia, anche da altri.
La seconda e forse più importante motivazione è quella di testimoniare, in questo periodo in cui si parla di  orsi e  lupi soprattutto per demonizzandoli  esaltandone la pericolosità. Quanto invece, possa essere molto più appagante e soddisfacente e, soprattutto senza grossi rischi, l'incontro, anche casuale con questi animali. Incontri in cui dovrebbe sempre prevalere il rispetto, la curiosità ma non la paura e, tantomeno, sentimenti di criminale vendetta. Come, invece purtroppo, avviene sempre più frequentemente nei loro riguardi. 
Io invece, non finirò mai di ringraziarli per l'onore, il piacere e il privilegio che mi hanno concesso. Non perdendo la speranza che prima o poi si possa ripetere.

MIZIO

venerdì 12 febbraio 2016

ATTENTI AL LUPO

 Risultati immagini per lupi

In un’Italia in cui non esistono piani paesaggistici che non siano suscettibili di varianti, parchi i cui limiti e le cui competenze non possano essere riviste, in cui si privatizza anche il mare per ricerche petrolifere, in cui ci sono 40.000 morti l’anno per causa dell’inquinamento ambientale. Un’ Italia in cui le falde acquifere si stanno progressivamente impoverendo e inquinando, in cui i fiumi ospitano più sacchetti di plastica e altri agenti inquinanti che pesci o crostacei, in cui il territorio agricolo e naturale viene consumato a ritmi insostenibili, qual è il grande, vero e unico pericolo?
Ovviamente il lupo, che perde il pelo ma non il vizio di voler continuare la sua dieta di carnivoro, non piegandosi alle mode che lo preferirebbero vegano.
Quindi, a fronte di qualche pecora o capra immolata sul desco della bestia feroce (rimborsate in molte regioni con indennizzi pubblici), si progetta un piano di abbattimento dei suddetti famelici animali.
Negli anni ’70 i lupi in Italia erano stimati in un numero intorno ai cento esemplari, si rischiava di perdere un importante testimone della ricchezza faunistica nazionale. Attraverso campagne di stampa e informazione da parte di associazioni ambientaliste e di salvaguardia, venne piano piano ridefinita l’ immagine del lupo che, da crudele mangiatore di bambini delle fiabe, ritornava ad essere quello che in effetti è. Un animale timido, elusivo, minacciato e che non aveva mai rappresentato un pericolo per gli esseri umani, se non sul piano economico per qualche pastore.
Venne quindi avviata un’operazione di salvaguardia del lupo e del suo habitat naturale, operazione portata ad esempio in molti paesi per il successo ottenuto.
Il lupo dal suo areale residuo nel Parco d’Abruzzo e in Calabria ha progressivamente riconquistato gli antichi territori, risalendo la catena degli Appennini fin sulle Alpi e addirittura cominciando a sconfinare nei paesi vicini (dove, a onor del vero, nonostante la fama di civiltà di quei paesi, vengono presi a fucilate appena se ne manifesta la presenza).
Si calcola che il numero attuale di lupi presenti in Italia sia di circa mille esemplari, distribuiti lungo tutta la catena appenninica e parte di quella alpina. Uniche regioni che non ne registrano la presenza sono la Sardegna e la Sicilia.
Quindi, pur comprendendo la rabbia e il danno subito da qualche pastore, non sembra logico che anziché un’opera d’educazione e di conoscenza, come fatta in Abruzzo negli anni ’70, che portò, nel tempo, ad un rispetto e ad una convivenza pacifica, si pensi a piani di abbattimento fatti, poi in base a quale ponderato studio a da chi, non si sa.
Molto più semplice introdurre le stesse forme d’indennizzo, anche in quelle regioni che non ne prevedono, accanto a tecniche di dissuasione e difesa delle greggi sperimentate con successo in altre parti d’Italia.

D’altra parte un piano selettivo d’abbattimento, e non solo di lupi, è già operante. Difatti sono circa 300 i lupi che ogni anno vengono abbattuti dai bracconieri  o che finiscono sotto le ruote di auto e treni.

Risultati immagini per lupi morti

Inoltre, non conosco i dati, ma credo che siano molto più numerose le pecore o altri animali d’allevamento che muoiono in incidenti stradali o comunque provocati dall’uomo, rispetto al piccolo prelievo operato dai lupi, eppure non ho mai visto mobilitazioni popolari o di istituzioni progettare piani d’abbattimento programmato di auto e camion.
Ad maiora


MIZIO

martedì 1 dicembre 2015

DISASTRO AMBIENTALE IN BRASILE. PEGGIO DI CHERNOBYL

Purtroppo continuano a giungere conferme su quello che potrebbe essere il peggior disastro ambientale dell'America Latina e tra i peggiori anche per l'Atlantico meridionale, un evento già trattato in un articolo del 24 Novembre (leggi) su cui vi diamo qualche altro ragguaglio. Il 5 Novembre scorso in Brasile due dighe contenenti vari milioni di rifiuti di scarto da operazioni minerarie sono crollate.

Uccelli che sorvolano la marea tossica

A quanto pare i responsabili sarebbero la ditta anglo-australiana Bhp Billiton e la brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Secondo quanto riportato, parte la responsabilità sarebbe da imputare alle gravi inadempienze in termini di manutenzione e sicurezza operate dalle ditte: nessun piano di evacuazione, nessun protocollo per far fronte alle emergenze. Un disastro annunciato, visto che l'ultimo rapporto che denunciava i rischi delle dighe-rifiuti risale al 2013.
La fanghiglia tossica ha causato la morte di 17 persone e costretto altre centinaia ad abbandonare le proprie abitazioni. Sessanta milioni di metri cubi, finiti nel Rio Doce che dopo aver contaminato tutto quello che incontravano sul loro percorso il 22 Novembre scorso hanno raggiunto l'Atlantico. Tra le principali vittime di questo disastro ci sono gli indiani Krenak, il popolo indigeno che vive sulle rive del fiume contaminato. Il fango è dappertutto, e avvolge pesci ed altri animali morti.

Ma il peggio dovrà ancora arrivare, lo sversamento nell'oceano atlantico di questo fango altamente velenoso avrà un impatto ambientale equivalente alla contaminazione di una foresta tropicale delle dimensione del Pantanal brasiliano, hanno spiegato gli esperti, e potrebbero volerci 100 anni per ritornare a una situazione di normalità. Un disastro di proporzioni mondiali 
Carlo Migliore.


lunedì 4 agosto 2014

L'AQUILA DEI SERPENTI A VELLETRI

Per la scienza si chiama Circaetus gallicus, per gli esperti Biancone, per tutti è l' aquila dei serpenti che ha deciso di nidificare nel Parco dei Castelli Romani, esattamente nel bosco di Velletri. Dopo la prima segnalazione del 2013, quest'anno la coppia è ritornata a nidificare segno che la precedente non era frutto di occasionalità, ma segnava il ritorno stabile di questo splendido rapace nei boschi del monte Artemisio 
La nostra aquila ogni anno percorre migliaia di chilometri nel suo migrare dall'Africa passando dalla penisola iberica e entrando in Italia dal confine francese o attraversando il Mediteraneo, e il suo fermarsi in questi luoghi certifica un habitat naturale ancora in buone condizioni, nonostante gli attacchi di ogni tipo cui è sottoposto, tra cui abusi edilizi,  caccia di frodo e le discariche illegali.



Il Biancone, è detto Aquila dei serpenti perchè si nutre quasi esclusivamente di rettili e questo conferma la varietà e l'equilibrio dell’ecosistema. Gli esperti del Parco dei Castelli Romani e il dr. Claudio Borghini di Naturitalia hanno certificato l’evento con delle straordinarie immagini che hanno raccolto in un video che mostra la vita della coppia di aquile e del loro pulcino che in gergo scientifico si chiama “pullo”. Nel video si vede bene l'arrivo delle aquile che portano i serpenti nel nido per nutrire il piccolo, nello specifico si tratta di un "biacco", meglio conosciuto anche come "saettone", l'innocuo rettile nostrano che è forse meno felice di noi della scelta del Biancone di fermarsi a Velletri. Nel Lazio il Biancone era presente e nidificante in buon numero quasi esclusivamente nel Parco dei Monti della Tolfa che rappresenta uno dei maggiori e importanti siti di nidificazione in Italia della specie con circa 20 coppie nidificanti.

giovedì 17 luglio 2014

RAPACI E AUTOSTRADE SOTTO CASA


Nido di nibbio bruno fotografato nella riserva

Il numero di nidi di nibbio bruno nella Riserva di Decima è aumentato dopo la chiusura della discarica di Malagrotta; quest'anno il numero delle coppie nidificanti è aumentato di circa il 30%, ed i nidi sono diffusi in diverse zone della riserva.
Il nibbio bruno è una specie migratrice, trascorre l’inverno principalmente in Africa, al sud del Sahara, per tornare nelle regioni più a nord all’arrivo delle stagioni calde.
Questo rapace è lungo di 55/60 cm, un peso di circa 600/1000 g e un’apertura alare che varia dai 135 ai 155 cm. Il piumaggio prende un colore marrone, che si schiarisce sul ventre. È caratterizzato (come il nibbio reale) da una larga coda biforcuta che lo agevola nelle planate.
La dieta del nibbio bruno comprende un vasto campionario di cibo: piccoli mammiferi, uccelli, rettili, pesci, alcuni invertebrati e carogne.
Il periodo della riproduzione avviene tra aprile e giugno, e costruiscono i loro nidi solitamente su alti alberi. La femmina depone dalle 2 alle 3 uova.


Piccoli  gheppi nati nelle cassette nido

Sono 15 le cassette nido occupate dai gheppi in questa primavera del 2014 ed ognuna accoglie una media di 4/5 piccoli.
Il gheppio è un piccolo rapace abbastanza comune in Italia. Si nutre di insetti e piccoli vertebrati che trova nei prati, nei campi coltivati e in altre aree aperte, dove la scarsa disponibilità di siti adatti alla nidificazione rappresenta un fattore limitante per la sua riproduzione.
Il gheppio infatti, come altri falchi, non costruisce il nido ma utilizza nidi abbandonati dalle cornacchie o cavità naturali in ruderi o pareti rocciose.
La cassetta nido è un nido artificiale perfettamente adatto a questa specie: montato su un traliccio lo tiene al sicuro dai predatori che si arrampicano sugli alberi, come faine e gatti, ed inoltre è protetto dalle intemperie e dal caldo eccessivo essendo sempre ventilato; infine fornisce un comodo substrato di torba per l'incubazione delle uova e l'allevamento dei piccoli. Nel corso degli anni, in provincia di Roma sono stati inanellati oltre 3500 piccoli gheppi nati nelle cassette nido sui tralicci, mentre molti di più sono quelli felicemente involati senza anello.













Piccoli di allocco






Gli allocchi occupano 10 cassette nido. L'allocco è una specie fortemente territoriale, occupa e difende lo stesso territorio tutto l'anno e spesso per tutta la vita. Condizioni essenziali per la presenza dell'allocco sono la disponibilità di prede e di sicuri siti di nidificazione.
A Roma, in ambiente urbano, l'allocco preda in prevalenza uccelli (cince, fringuelli, tordi, merli)e in misura minore mammiferi. Nella foto si può osservare un passero deposto nel nido dai genitori dei due pulli.
L'allocco, Strix aluco, è la specie più comune della famiglia dei rapaci notturni. Di grandi dimensioni – tra i 37 e i 43 cm – il piumaggio scuro, dalle tinte fulve, da cui spiccano macchie marroni striate. Ha un capo grosso e tondeggiante che può ruotare di 270°, gli occhi sono tondi e grandi, contornati da dischi color panna. L’Allocco è una specie comune e ampiamente distribuita in quasi tutta l’Europa.

Dotato di becco adunco e forti artigli, cattura mammiferi di piccole e medie dimensioni – come scoiattoli, ghiri e donnole – ma anche piccoli anfibi e varie specie di uccelli. Non disdegna scarafaggi e grossi bruchi. L’Allocco inghiotte le proprie prede vive, per poi espellere ossa, pelo ed esoscheletri di insetti che non riesce a digerire qualche ora dopo il pasto, sotto forma di piccole borre. Durante la caccia è facilitato dal volo estremamente silenzioso, che gli permette di arrivare improvvisamente sulle prede quando per loro ormai è troppo tardi. Ma il senso più sviluppato dell’Allocco è l’udito: grazie alla posizione asimmetrica delle orecchie riesce a individuare anche le prede più silenziose.





Tutto questo a pochi passi dai palazzoni della periferia romana. Decima Malafede un gioiello naturale miracolosamente sfuggito (sino ad ora) alla smania speculativa dei fautori del progresso a base di cemento e asfalto e insidiato dalla devastante e inutile autostrada Roma Latina.










domenica 1 giugno 2014

APPUNTI DI CAMPAGNA

Dopo molti anni ho ritrovato un taccuino che portavo sempre con me nelle mie passeggiate in campagna, in cui appuntavo le note, le osservazioni, schizzavo gli avvistamenti più interessanti, che completavo poi a casa, senza alcuna pretesa di scientificità e di precisione  morfologica. Per quello c'era la foto che, però, tra rullini (non era ancora l'era digitale), e sviluppo era decisamente più onerosa per le mie studentesche tasche rispetto le più economiche carta e matita.
Senza contare l'aspetto terapeutico che la calma, la rilassatezza di questa attimi di total immersion nella natura. Non c'era bisogno dello sballo del sabato o del venerdì sera per ritrovare equilibrio e serenità.
Altra considerazione importante è che queste osservazioni sono frutto non di escursioni in esotiche o montane località ma all'interno, o poco fuori, il GRA di Roma, soprattutto nella zona, ora riserva naturale di Decima Malafede, minacciata continuamente da incendi, speculazione edilizia, bracconaggio e, ultimamente,  dal progetto della devastante opera del Corridoio Tirrenico e dell'Autostrada Roma - Latina.

MIZIO 




L'inverno particolarmente freddo favorì l'osservazione anche di giorno di animali normalmente di difficile osservazione per le abitudini elusive o notturne (Porciglione)

La neve sul terreno favorì, anche, la presenza di tracce ben visibili e identificabili.

Durante un temporale, gallinelle d'acqua nei fossi e pavoncelle nei campi.
Forte vento al mare, stomi di gabbiani all'interno.
Le due pagine seguenti sono frutto di un giro nel Parco del Circeo!
Martino, uno dei miei uccelli preferiti, un lampo blu sull'acqua del ruscello.
Il merlo acquaiolo, l'uccello che vola sott'acqua
E' primavera, il biacco e la donnola a caccia di prede
Le cince: colori e armoniosi cinguettii
Nell'ambito delle osservazioni nell'area della riserva, facemmo anche, ricerche sulla fauna ittica dei fossi e degli stagni della zona.
E, come ogni anno, arrivò anche lui, il nibbio!
Non poteva mancare anche lei, timida, quasi inoffensiva ma temuta dai più
Altri arrivi primaverili
L'averla, un falco in miniatura
Colori dei tropici
Piccoli ambienti come pozze d'acqua residue di un ruscello durante um'estate particolarmente secca, sono un ottimo posto per interessanti avvistamenti per l'abbondanza degli animali che vi si avvicinano spinti dalla presenza dell'acqua..

Di notte alla luce delle torce 

La signora della macchia: la ghiandaia
La signora dei campi la cornacchia!
Durante il passo primaverile o autunnale capitano anche loro
A volte con un pò di pazienza e molta fortuna, si assistono a spettacoli di caccia che, fatte le debite proporzioni, non hanno nulla da invidiare agli agguati delle tigri o dei grandi felini nei documentari
Altri piccoli gioielli

E tra l'erba umida minuscola e quasi invisibile


Facilissimo da sentire con il suo cucù ma difficilissimo da avvistare così vicino, come è capitato quel giorno.
Ed ecco lei, forse, oggi, la più  preziosa e più minacciata specie.
Anche i resti ritrovati sono utili per confermare la presenza di animali altrimenti praticamente invisibili. In questo caso cranio di tasso.


MIZIO





giovedì 3 aprile 2014

SALVARE L' ORSO MARSICANO, MISSIONE IMPOSSIBILE?

A parole, la salvezza dell’Orso marsicano sembra la più affannosa preoccupazione di tutti, ma in realtà nell’ultimo decennio le goffe azioni condotte da politici, burocrati, tecnocrati e accademici hanno prodotto soprattutto enormi sperperi di danaro, molti danni e pochissimi fatti concreti. Si vocifera che siano stati spesi dai 15 ai 25 milioni di fondi europei o di altra provenienza (un’inchiesta è in corso), ma con quali risultati? Vediamoli. Anzitutto, orsi attratti con esche a base di pollo e pesce, diventati troppo confidenti, viziati, vulnerabili e potenzialmente pericolosi.
Poi, mandrie incontrollate di “vacche sacre”, invadenti ogni alto pascolo del Parco Nazionale d’Abruzzo, nella piú sovrana indifferenza generale. Inoltre, numerose esche avvelenate ripetutamente disperse, non a caso, lungo gli itinerari percorsi dalla fauna protetta. Soppressa, senza valide ragioni, la campagna alimentare, che da 33 anni tutelava i plantigradi nel periodo autunnale di iperfagìa. In sostanziale disfacimento il presidio del territorio, un tempo assicurato con servizi notturni, festivi e contnui apporti di volontariato. Infine, oltre una cinquantina di orsi perduti, nelle circostanze più diverse, negli ultimi 12 anni.
Un salvataggio che sembra quindi assumere sempre piú il carattere di una vera “missione impossibile”, almeno se non cambieranno radicalmente il governo, la strategia e i protagonisti di questa battaglia, oggi senza dubbio una delle più significative nel quadro della conservazione della natura. E si profila già un pericolo più subdolo: perché qualcuno cerca di insinuare l’idea che gli orsi siano ormai condannati senza scampo, e quindi tanto varrà rinchiudere i pochi superstiti in un confortevole zoo (magari denominato “bioparco”), per allevarli con cura e farli riprodurre. Sarà semplice coincidenza, ma una delle ultime uscite dei nuovi “salvatori” data di appena qualche settimana fa, e sembrerebbe muovere proprio in questa direzione. Autorevolissimi esperti convenuti da varie parti d’Italia e dall’estero hanno partecipato a questa straordinaria corsa per la scoperta dell’acqua calda: accorgendosi che gli orsi potevano davvero essere allevati facilmente, e magari anche riprodotti, in cattività. Partendo anzitutto da quegli individui che, come spesso avviene, vengono occasionalmente salvati o recuperati, ma non sono più autosufficienti, e quindi sarebbe impossibile rilasciarli. Ma che splendida idea, si dirà. Peccato però che tutti dimenticano – o fingono di dimenticare – che un progetto del genere esisteva già negli anni Novanta, era stato positivamente avviato e si erano reperiti anche i fondi per completarlo…

E perché mai non se ne fece nulla? Le cronache riferiscono che venne improvvisamente interrotto, senza valide ragioni, all’inizio del Terzo Millennio: così come fu bloccata la campagna alimentare, e non andarono avanti gli studi su eventuali inseminazioni artificiali, ricondizionamento dei cuccioli alla vita selvatica e banche del seme. Un vero peccato! Altrimenti già oggi avremmo potuto festeggiare i primi orsacchiotti restituiti alla vita selvatica nelle valli del Parco a più alta protezione, e seguire il lento ma sicuro incremento della popolazione dell’animale più straordinario e minacciato della nostra fauna.
Purtroppo questi, in un’Italia come l’attuale, che pare votata all’autodistruzione, restano soltanto bellissimi sogni. La realtà è assai meno confortante, resta quella che tutti viviamo e conosciamo, e sarebbe inutile continuare a lamentarsi, se non si è capaci di cambiare nulla. Ma gli interrogativi incalzano, sia consentito porre almeno i più pressanti: 1. Ma si è mai visto un Paese dove in poco tempo vengono massacrati una cinquantina di individui dell’animale più raro, e non viene individuato alcun colpevole? 2. Ma è possibile che di fronte alla continua dispersione di veleni nel Parco e dintorni le autorità non abbiano saputo reagire in modo efficace e definitivo? 3. Ma si è mai sentito che in un parco a parole superprotetto centinaia di vacche semibrade, portatrici di ogni disturbo e rischio sanitario, vengano lasciate vagare liberamente per anni anche nelle parti più riservate alla fauna? 4. Ma come mai le interrogazioni al Parlamento Europeo, le indagini da questo aperte, le lettere e le sollecitazioni al Ministero sono rimaste tutte senza esito né risposta?


Un cucciolo salvato da morte sicura viene allattato: potrà crescere e riprodursi in cattività?