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martedì 9 giugno 2026

W LA MEDIOCRITA'

 




Il dramma vero di questi tempi è l' esaltazione della mediocrità. Ci hanno convinto che il massimo cui possiamo aspirare sia il meno peggio. Questo spiega in gran parte le deficienze, le debolezze, fino alle vere e proprie mostruosità cui assistiamo da troppo tempo. Cominciamo a non rinunciare ad aspirare al meglio. Ad esempio scegliendo i migliori, non quelli che conviene. Cominciamo a non considerare ineluttabile lo scivolamento verso l'imbarbarimento, figlio legittimo di quella mediocrità di cui sopra. Il peggio si combatte e si supera con il meglio possibile, non con una sua versione edulcorata e più presentabile. Lo chiamano realismo e pragmatismo per trovare una giustificazione ai propri limiti e scelte che spesso coincidono con interessi non proprio limpidi, che poco hanno di nobile.

Intanto provare a costruire un campo che non sia la triste scelta del meno peggio. Ma la prospettiva concreta di costruire il meglio. Cominciando, ad esempio, dal condividere e scegliere la pace, come elemento cardine e non contrattabile in questo momento storico, e non solo. Sarebbe già una scelta che indica, non il meno peggio, ma la migliore possibile. Scelta da cui poi, farne discendere, logicamente tante altre di carattere sociale , civile di innovazione con lo sguardo al futuro, senza mortificare il presente. Purtroppo i mille condizionamenti e relative argomentazioni imposte dalla becera logica maggioritaria, della vittoria tattica ad ogni costo, ha talmente permeato le menti e ridotto le capacità analitiche progettuali, di gran parte dei protagonisti. Fino al punto di aver reso risibile e non degno di nota, qualsiasi argomentazione si distacchi da questo mantra falsamente indicato come l'unico possibile.


MIZIO

domenica 29 marzo 2026

Ritorno a scrivere su questo blog dopo molto tempo. E lo faccio riportando una riflessione di qualche tempo fa. Riflessione frutto di un accadimento particolare, ma che, alla luce degli avvenimenti successivi e della deriva attuale, nazionale e globale, mantiene intatta, anzi ne aumenta  valore e significato. Questo vuol dire una sola cosa. Che le sensibilità individuali e le relative capacità e conclusioni, quasi mai hanno le stesse tempistiche e risultanze di quelle frutto di comunicazioni mediatiche. Troppo spesso interessate e funzionali all'ego e gli interessi di una cerchia sempre più ristretta e compresa in un circuito di pensiero escludente dei più. Con il risultato pressochè scontato che, le condizioni dei più poveri scivola sempre più in basso, mentre da quelle parti ci si arrotola nel tormento della comprensione della cosiddetta complessità. trovando soluzione, quasi sempre nella polemica frontista, quasi fine sè stessa. Ragionamento che porta quasi sempre e inevitabilmente, a giustificare le proprie titubanze e scelte ininfluenti per i poveri ma gratificanti e auto promozionali per sè stessi.  



Marzo 2019

-Qualcuno un pochino più attento, paziente e sensibile, avrà notato che negli ultimi tempi la morte di una persona particolarmente significativa, nella mia formazione personale e politica mi ha portato a fare alcune considerazioni. La persona in questione è un prete, Don Roberto Sardelli, cosa strana e sorprendente, per chi mi conosce e sa il mio atteggiamento nei confronti della Chiesa e di tutte le religioni organizzate. Ma una grande persona non può essere aumentata o diminuita nella stima e nella considerazione a seconda dei ruolo ricoperto, soprattutto per chi l' ha conosciuta. Don Roberto ha accompagnato la mia (nostra) crescita nel periodo forse più delicato della vita, quella del passaggio dall' infanzia all'adolescenza. Ha dato un senso compiuto a quella che era la rabbia o la rassegnazione respirata nelle borgate della periferia romana. Ha trasmesso il concetto che non si media quando si parla dei diritti dei poveri. Non si fa politica per sé stessi, ma ci si deve porre al servizio degli ultimi. Che, seppure questo sia possibile farlo soprattutto a sinistra, non deve mai prevalere la logica d'appartenenza sulla necessità di difendere e servire comunque i più poveri. E farlo non con lo spirito delle dame di carità ma con il fuoco sacro della passione per la giustizia. La vita poi, con le sue problematiche e le sue durezze, ci ha allontanato e, negli anni, ho rischiato più volte di far venir meno, quello che era l' intendimento iniziale di servizio. Facendo prevalere un sentimento più egoistico e circoscritto. Quando mi sono accorto di ciò, non ho fatto altro che fare un passo di lato e guardare il tutto da una posizione non predefinita e non sclerotizzata. Ed è quello che sono ritornato a fare adesso. Nel momento in cui già stavo avendo la netta percezione che il dibattito si stava, per l'ennesima volta arrotolando su se stesso e su chi avesse ragione o torto tra chi ci è più vicino, è arrivata la notizia della scomparsa di Don Roberto. Oltre il dispiacere in sé e' stato il motivo per riavvolgere il nastro del mio impegno recente e attuale, scoprendo che stavo sbagliando ancora una volta, nonostante l'età non più verdissima. Stavo facendo anch'io, far prevalere il senso d'appartenenza disperdendo forze ed energie in sterili guerre intestine. Tutto questo per dire che pur non mancando di esercitare critiche, anche pungenti, non intendo arruolarmi per nessuna ulteriore guerra sacra tra compagn*. Guerre che come la logica e la storia ci insegnano, non servono ad altro che a rafforzare l'avversario e, di conseguenza, venir meno al proprio compito primario. Per cui sono consapevole che adesso non sia, visto il momento pre elettorale, quello migliore per fare un ragionamento del genere, ma io credo che, superate le elezioni, il mio impegno e quello di tanti altri dovrebbe essere quello di ritrovarsi in uno spazio neutro, senza bandierina di rappresentanza e verificare se esiste la possibilità di ritrovarsi dalla stessa parte. Con la voglia, non di promuovere sé stessi, ma di trovare il modo di difendere gli ultimi dando vita a qualcosa. Non so neanche cosa di preciso, che però riesca a trovare un tratto unitario nella chiarezza e nella radicalità. Chiarezza nel rifiuto della mediazione e compromissione al ribasso, quindi paletti netti verso chi lo fa (PD e satelliti) ed esclusione, non alla partecipazione, ma alla smania dirigistica di tutti quei personaggi responsabili di tale situazione. Probabilmente sarà questo il tipo di impegno su cui, se si potrà farlo, lavorerò, non demonizzando nessuno, ma nello stesso modo non sposandone alcuno.

giovedì 9 novembre 2023

IMPOTENZA

Ho passato anni a cercare di decifrare quale fosse il sentimento prevalente che, in una qualche misura, fosse capace di agire nel personale intimo più profondo. Quel non luogo dove dovrebbe farla da padrona ciò che definiamo coscienza. Quel substrato caratteriale, ereditario e culturale già preesistente in ognuno di noi che viene progressivamente, alimentato, arricchito e reso intelligibile negli anni attraverso le diverse esperienze della vita. Per molto tempo ho pensato che i sentimenti prevalenti fossero la rabbia, o meglio, il rancore. Il senso di insopportabilita' dell'ingiustizia e la ricerca di un'etica e di una dirittura morale che potesse rendere credibile scelte e azioni conseguenti. Poi, nello scorrere del tempo, si è aggiunto il senso di vuoto, la delusione, l'incapacità di accettare prima ancora di quella per capire di tante situazioni. La strenua, anche se impari, lotta per non abbandonarsi alla rassegnazione e alla sconfitta personale, oltre che storica e ideale. Quindi all'interno del personalissimo eremo esistenziale, in cui ognuno di noi si rifugge per provare a capire e ritrovarsi, improvvisamente appare il tutto molto più chiaro. Il sentimento prevalente che ha accompagnato la mia vita, pur nella differente scala d'importanza e relativa percezione, è stato sempre fondamentalmente quello dell'impotenza. La consapevolezza che, nonostante l'impegno e le buone intenzioni, il tutto fosse intangibile, immutabile e anzi, peggiorato nel tempo. Con relativa conseguente frustrazione esistenziale e il rinchiudersi, per sopravvivere, in recinti più stretti ma più comprensibili e compatibili con il resto della vita. Vita che, nonostante noi e per fortuna, continua a scorrere a prescindere. Soprattutto per chi ci è, nonostante tutto, più vicino. Impotenza quindi, che spiega meglio, e più di mille elucubrazioni, il mio ripetuto allontanarsi da situazioni che non condividevo, non capivo e non riuscivo a far diventare e sentire mie fino in fondo, nonostante una certa e sincera disponibilità. E nell'affermare ciò, non ne esalto certo una sua valenza positiva, che pur potrebbe ritrovarsi, ma ne certifico la sua (credo) quasi definitiva vittoria. Vittoria non facile, non riconosciuta, non accettata per molto tempo. Ma come arrivano implacabili le varie stagioni della vita, arriva pure quella della necessaria consapevolezza. Quella presa di coscienza che rende chiaro e leggibile ciò che sembrava, fino ad un certo momento, incomprensibile o inaccettabile. Però, a differenza di altri sentimenti, quello dell'impotenza rispetto il proprio ruolo nella vita e nella società, può essere combattuto e relegato in un cantuccio. A patto di rimanere, pur nello scetticismo complessivo, parzialmente aperti e disponibili a qualsiasi novità dovesse smuovere curiosità, interesse per i suoi presupposti e le sue potenzialità. MiZIO

sabato 1 luglio 2023

CIAO MIZIO

La pensione, alcuni piccoli acciacchi, il post covid ha comportato la necessitò di rimettersi in forma per evitare qualche guaio possibile. Cosa che più si va avanti con l'età, e più diventa ipotesi realistica. La sigaretta era stata già abbandonata da anni. L'alcol è sempre stato limitato ad un moderato utilizzo in poche occasioni particolari. Le droghe, a parte isolate e quasi uniche esperienze poco significative, in età giovanile con gli spinelli, non mi avevano mai attratto e mai ho sentito sentito il bisogno dello sballo. Però i chili in più, frutto di pigrizia, sedentarietà e godimenti della buona tavola, c'erano comunque, insieme a qualche valore ematico leggermente alterato, da riportare nei giusti limiti. Quindi che fare? Palestra? Neanche a parlarne! In mezzo a fighetti più impegnati a mostrare l'ultimo outfit adeguato, piuttosto che alla propria salute. Si poteva pensare a correre. Ma un pregiudizio atavico me l'ha sempre fatta ritenere cosa poco congeniale e, da adottare solo nel caso di pericolo imminente, come l' eventuale inseguimento da parte di qualche pit bull arrabbiato. Convinzione rafforzata già anni fa, dalla notizia che l'inventore americano dello jogging, fosse morto proprio corricchiando allegramente. Quindi ho optato per la cosa più naturale del mondo camminare. Funziona, non è stressante, è idonea alla causa e compatibile con qualsiasi età. Non prevede, se non per qualche patetico fissato, un abbigliamento ad hoc da dover esibire orgogliosamente come le penne del pavone a certificare l'appartenenza alla salutare cerchia dei runners. Unica concessione alla moda del settore, un paio di scarpe idonee, morbide e comode abbastanza da per poterci camminare a lungo senza problemi. Attività che, qualche volta alterno con una pedalata in bici. Cosa altrettanto sana e idonea ma che comporta maggiore attenzione e tempo da dedicare al mezzo, oltre a qualche rischio in più. Come quello da rimanere per strada con la bici inutilizzabile da trascinarsi dietro però, per chilometri fino a casa. Da affiancare a questo, altrettanto necessario è stato naturalmente, adottare una dieta adeguata con una drastica diminuzione della quantità e qualità del cibo. Cosa che, per una dipendenza seria dai carboidrati, da cui ero affetto sin dalla più tenera età sembra più facile a dirsi che a farsi. Ma siccome nulla è impossibile, con una buona dose di impegno, anche se con qualche isolata caduta in tentazione, tutto si può fare. Quindi eccoci qua, veniamo all' oggi e a cosa tutta questa premessa è propedeutica. Come quasi tutte le mattine di buon' ora, dopo una leggera (sigh) colazione, siamo pronti per la nostra dose di passi quotidiani. A meno di non avere incombenze particolari per cui unendo l'utile al dilettevole, cammino e contemporaneamente disbrigo le questioncelle (cosa questa resa possibile dal vivere in una cittadina di non enormi dimensioni). cerco di camminare laddove la presenza di auto e persone sia più limitata. Con conseguente migliore qualità dell'aria e del mio umore. Quindi preferibilmente zone periferiche su strade anche sterrate e senza traffico. Posti dove, anche se prossime al centro abitato, sia possibile anche godere di quell'altra mia grande passione. L'osservazione attenta, curiosa con l'occhio perso e continuamente stupito del naturalista dilettante, di tutto ciò che ci circonda. Dagli umili ma coloratissimi fiori di campo, agli uccelli per cercare di indovinarne l'identità dal volo o dal canto. Dal fruscio improvviso e rapido delle lucertole e dei rari ramarri o lo strisciare veloce di qualche, ancor più raro biacco. Senza dimenticare, a seconda della stagione, la possibilità di poter assaporare anche qualche frutto spontaneo. Dalle more di rovo, a quelle del gelso,o ai fichi ed altro. Quindi momenti, oltre che benefici, ricchi di stimoli, di stupore, di godimento fine a se stesso. Momenti che permettono una full immersion nel mare magnum della meditazione, della fantasia di cui bearsi e in cui immergersi totalmente in piena libertà e privi di qualsiasi dovere, costrizione o convenzione Era proprio un momento di questi quando, a lato della strada sterrata, all'ombra di una sughera di discrete dimensioni, poco più avanti mi pare di scorgere una figura che sembra familiare. Seduto su un sasso con uno stelo di avena fatua in mano cui era legata una cetonia che, penosamente provava a volare riuscendo però, solo a roteare in circolo nei limiti imposti dalla limitata lunghezza dello stelo stesso, c'era proprio lui Palesando una sicurezza e mistificando un'assenza di sorpresa, stavolta gioco d'anticipo: “Ciao! Mi sembra proprio di conoscerti” e senza dargli ill tempo di rispondere, “Che diamine ci fai qui? Non avevamo chiarito il nostro rapporto la prima, unica e ultima volta in cui ci eravamo visti?”... “Cosa avresti da rimproverarmi stavolta?”... “Hai visto, da allora mi sono sempre sforzato di ascoltarti e compiacerti. Pure quando sembravi non esserci più.”... “Perchè pure tu, nonostante i tuoi discorsi, non è che sia sempre così presente eh?. Dovresti sapere pure quanto il farlo costasse fatica e creasse anche qualche discreto imbarazzo. Non è stato per niente facile“....” Che c'è non parli? Neanche saluti? Guardami almeno. Sono qui. Sono io... E tu sei sempre tu, o sei diventato altro da quello che mi dicesti di essere?” Mentre continuo a parlare e fare domande, lui lentamente e apparentemente concentrato solo su quella delicata operazione, prende la cetonia, le libera delicatamente la zampetta dal cappio fatto col filo d'erba e la lancia in aria. Finalmente libera, riconsegnata al suo elemento naturale. Poi alza lo sguardo e,sempre con quell'aria impertinente da saputello indisponente :”Ciao Mizio. Stavolta mi hai riconosciuto subito eh?” “E come potrei dimenticarti dopo quel nostro primo e allucinante incontro. Pensavo solo che non ci saremo rivisti più. Almeno, non in questi termini. Mi avevi parlato di momenti molto particolari e quasi unici, in cui questi, diciamo così, contatti, diventino possibili. Mi perdonerai perciò se mi stupisco di rivederti e se insisto per avere una qualche risposta. che abbia almeno una parvenza di logica. Dopo tutto quello che mi hai vomitato addosso ì' altra volta e che ho dimostrato più volte, di tenerne conto, penso di averne diritto. O no?” “Ci sono alcune cose che non riesci proprio a cambiare eh? Una fra tutte, quella di fare tante domande per lo più inutili... Proprio tu che dovresti, tutto sommato, sentirti un privilegiato, invece di godere e apprezzare questi momenti, per quello che sono, vorresti rinchiuderli subito in una tua scatola....Quella scatola in cui tutto il tuo mondo deve avere una sua lettura e una risposta logica ad ogni domanda.... Al mattino ogni volta che ti risvegli e apri gli occhi. Chiedi forse a qualcuno perchè lo puoi fare? Perchè sei vivo e rinasci ogni giorno? Eppure quello credo sia il mistero più grande cui dover dare risposte” “Pensi veramente che, alla luce proprio di quel mistero l'incontro con un possibile te stesso bambino, sia la cosa più importante da spiegare?” “No, non dico questo, questo, no. Soprattutto dopo i non rari strani inspiegabili avvenimenti in cui ogni tanto, mi è capitato di incappare, non mi stupisco di nulla. Solo che l'incontro con te, se possibile, è stato certamente il più destabilizzante e quello che ha comportato i mutamenti più significativi. L'avrai notato sicuramente anche tu no?” “Certo che l'ho notato. Ed è stato anche molto apprezzato da parte mia. Non mi sono più sentito un estraneo con il me stesso adulto che sei tu. Ci eravamo finalmente ritrovati, riconosciuti, accettati. Ed è proprio per questo che oggi sono di nuovo qui. L'altra volta fu più una mia necessità per aiutare me stesso a ritrovarmi in te. Oggi voglio provare a ricambiare il favore e aiutare anche te a ritrovare te stesso. TI obbligai a guardare indietro per vedere e riconoscere gli errori. I tuoi limiti non potevo certo farteli superare, ma farteli conoscere e accettare sicuramente si. Ti obbligai a prenderne coscienza, a metterti in discussione,a cambiare profondamente Stavolta, invece voglio provare a farti guardare avanti. Tranquillo non farò certo il cartomante o l'astrologo. Sai che sono con te e in te. Quindi non ne so più di te su ciò che ci aspetta. Ma non potrei svelarti il futuro neanche se lo conoscessi. Nel gran gioco della vita l'illusione, la convinzione e la responsabilità di essere gli unici artefici del nostro cammino non può e non deve essere intaccato minimamente. Sai meglio di me quante disquisizioni filosofiche, religiose, sociali abbia succitato e ancora susciti, la questione del libero arbitrio. Vorrei molto più semplicemente , provare a dotarti degli occhiali migliori per guardare tutto quello (tanto o poco che sia) che la vita ci metterà di fronte. Vieni, ti faccio un po' di spazio, siediti qui vicino a me.” “Vedi io sono più piccolo. Anzi, per la precisione, apparentemente più piccolo di te. Perchè nell'assoluto, dovresti saperlo, il piccolo e il grande si rapportano a dimensioni, proporzioni e concetti totalmente diversi da quelli nostri. Però, rispetto a te e alla maggioranza di qualsiasi altra persona ho un vantaggio non indifferente. Ed è il non poter essere condizionato o toccato dagli aspetti fisici, giornalieri, tipici della vostra vita quotidiana. Ne sono sfiorato solo di rimbalzo se colpiscono profondamente te. Sai meglio di me, ormai, quanto fino ad un certo punto, noi siamo cresciuti e vissuti all'unisono. E questo è un fatto naturale, comune a tutti gli esseri umani. Quello che è meno frequente è proprio quello che stiamo vivendo in questi momenti. Non a tutti è concesso e reso possibile il potersi guardarsi in questo modo allo specchio. Ma questo, oltre ad essere un privilegio assoluto, è nello stesso tempo una responsabilità pesante e difficile da portare.” “Non me lo devi certo ricordare. Lo so benissimo quanto costi in termini di attenzione alle sfumature, di coerenza nelle scelte. Nella difficoltà di trasmettere, condividere cercare di essere comprensibili. Tutto sommato, non è che sia tutto sto gran regalo!...Però la questione dell'aiuto che mi vorresti dare riguardo l mio futuro mi incuriosisce non poco. Vai, vai avanti.” “Vedi, anche se per tanto tempo mi avevi dimenticato in soffitta, non sono così impreparato o illuso da non saper che gli anni che abbiamo da vivere da qui in avanti, siano meno di quelli che abbiamo alle spalle. Però so anche che di quelli passati, quanti effettivamente sia per colpa tua o, soprattutto, per il dipanarsi imprevedibile, cinico e crudele della vita hai sentito e sono stati veramente tuoi. Non che, anche quelli non abbiano avuto il loro perchè. Ogni attimo, ogni respiro, ogni accadimento ha il suo posto e il suo valore nel completare il meraviglioso anche se oscuro disegno universale. Ma non si può negare che troppi siano stati quelli in cui l'unica opzione sembrava essere il subirli passivamente. Quindi quanti anni o mesi o giorni, hai veramente vissuto con coscienza e consapevolezza da protagonista? Te lo dico io. Molti, molti di meno, di quelli che l'anagrafe ti assegna.” “Vabbè, dai mi stai dicendo che, oltre essere anziano ho anche sprecato tanto tempo. Non è che sia un grande aiuto, anzi. E' un bel colpo alla già scarsa considerazione e autostima che ho di me stesso. E, poi, lasciatelo dire. No è che col fatto che sei parte di me puoi continuamente puntare il dito e accusarmi di tutte le nefandezze del mondo, come fossi chissà quale essere spregevole.” “Ecco che riesce fuori la vittima designata, il puntaspilli dell'universo, l'incompreso di professione. Ancora non hai capito che tra noi a certi livelli non ci sono accuse. Non ci sono giudizi, non ci sono sentenze. C'è, come ti ho ripetuto all'infinito, la rara possibilità di godere di una prospettiva diversa da cui guardare le cose del mondo e le tue in particolare. E quella che ti sembra durezza,accanimento o accusa non è altro che lo stimolo a fare e sentire meglio Non di più o di meno, ma semplicemente meglio. E non per gli altri ma per te stesso. Perchè, adesso si che ti dico una grande banalità, se migliori te stesso migliori anche il mondo intorno a te.. Se non l'avessi ancora capito, tu, come chiunque altro, non sei certo un essere finito e completo. La possibilità di essere migliore, di crescere e di vivere meglio esiste fino all'attimo in cui esaleremo l'ultimo respiro, Quel momento che si lega idealmente al primo pianto liberatorio post parto e chiude di fatto un cerchio. Quello che c'è e rimane per sempre in quel cerchio, siamo semplicemente noi. Sarebbe da incoscienti e irresponsabili non farne tesoro e agire di conseguenza. Cosa ci trovi di così tremendo o distruttivo in tutto questo. Se non la tua cocciutaggine e il tuo ostinarti a rimanere ancorato alle tue piccole convenzioni e convinzioni che ti hanno sempre impedito di mollare gli ormeggi e affidarti agli umori del mare aperto...Ti ricordi? Qualcuno te lo disse pure tanto, tanto tempo fa. -Nulla ti sarà chiesto che tu non voglia e non possa. Solo di non far del male ad alcuno!- Si lo so. Il tuo senso del dovere, la tua correttezza, i tuoi impegni. L'esaltazione della tua onestà e coerenza. Il rapporto di dipendenza con la tua coscienza. Cosa questa, che da sempre, sembra essere stata considerata, soprattutto da altri, come una zavorra. Zavorra che per te, invece, è stata sempre più un approdo sicuro o una zattera di salvataggio. E se tutto questo, per quello che possa valere, ti fa benevolmente qualificare in positivo, non puoi nascondere, soprattutto a te stesso che spesso, sia servito anche da alibi. Se non altro per quel tot di indolenza, fatalismo, timore che, comunque, fanno parte del tuo essere e hanno contraddistinto il tuo cammino.” “Non ti ricordavo così loquace. Impertinente e fastidioso si, ma non logorroico. Quello che dici, tutto sommato già lo conoscevo. Non mi pare che ci siano grandi verità rivelate. Perchè, piuttosto, se veramente mi volessi essere utile non mi dai qualche bel terno da giocare al lotto come fanno in tanti nei sogni? Ti giuro che l'apprezzerei moltissimo. Ah ah ah, dai sto scherzando mamma mia. Per fortuna dovresti essere tu a mia parte giocosa”. “No tranquillo, anzi mi hai fatto sorridere. Solo che non c'è più molto tempo e vorrei assicurarmi di poterti dire quello per cui sono qui. Non so se riesco a spiegarmi a sufficienza e se tu riesci a comprendere” “Dai adesso mi sottovaluti. Non sono io a doverti ricordare che io e te siamo la stessa persona. Quindi se una cosa la capisci tu, è inevitabile che la senta, la percepisca e, prima o poi la capisca anch'io. Non me l'aspettavo, ma capisco benissimo perchè sei qui. Perchè ci siamo incontrati e perchè abbiamo parlato di nuovo. Non sei tu che sentivi la necessità di parlarmi. Ero io che avevo e ho bisogno di incontrarti ogni tanto. Ne sento l'esigenza. In questo mondo, che pur amo e di cui cerco di conoscere e rispettarne le regole, sai meglio di me, quanto però, mi senta estraneo. Al pari di uno studente portato per lettere e filosofia costretto a studiare, rapportarsi e vivere in un mondo di matematici. L' incomunicabilità, la difficoltà nei rapporti, i pregiudizi rischiano di portare all'impotenza esistenziale. Cerchi di adattarti, di ritagliarti il tuo piccolo spazio, ma il disagio congenito, per quanto si possa fare, rimane” Comunque ho capito, lo sapevo, ma evidentemente mi serviva una conferma. La vita è solo nostra e ogni attimo è sempre sotto la nostra responsabilità. Non nel su accadere, spesso inevitabile, ma nel suo diverso sentire e reagire. Nessun dio da accusare o adorare. Nessuna guerra santa da dichiarare se non contro le nostre imperfezioni. Nessun picchetto limite, se non quello scritto non sappiamo dove e da chi, in grado di dirci o da interpretare come la fine o la minore qualità di quella cosa chiamata vita” “Ammazza. Mi stai facendo commuovere. Ci voleva il te bambino per aiutarti a crescere ancora. Mi fa piacere se ti sono stato utile. Se stai meglio tu di conseguenza sto meglio anch'io. Questo è il concetto che sta alla base di tutto. Talmente semplice da essere però, il più difficile da capire. Forse perchè sempre mal interpretato e ancor peggio raccontato. Noi oggi, su questo sasso, sotto questo albero non ci siamo scambiati parole. Ci siamo scambiati energia empatica reciproca. E cos'è mai se non quella cosa che possiamo considerare e definire come la legge dell'equilibrio universale? Quella stessa che molti, in modo limitato, esclusivo, settoriale chiamano amore. Quell' amore che, lungi dall'essere quel sentimento altruistico o passionale, decantato retoricamente da sempre è invece, quando vero e reciproco, il sentimento paradossalmente più egoistico. Perchè migliora, porta benessere e appaga oltre gli altri soprattutto chi lo fa e lo pratica costantemente nelle sue infinite forme. Comunque vedo che non hai più bisogno di me. Mi pare tu abbia capito qualcosina in più. E io, anche volendo, non posso rimanere nei tuoi occhi troppo a lungo. Ciao Mizio, ti prego di non dimenticarmi. Sai dove trovarmi” “Si, grazie, lo farò ancora sicuramente prima o poi. Ciao Mizio.”

lunedì 25 gennaio 2021

NE USCIREMO. SI, MA COME?

Ne usciremo. Certo che ne usciremo. Nessuna pandemia è per sempre. Invece una delle poche cose che sembrano per sempre è il cinico, insensibile, crudele modo con cui il potere, in particolare quello di ultima generazione vede il suo (e nostro) futuro. Sempre maggiore potere e centralità per il suo, sempre più precario e insicuro quello della stragrande maggioranza. “E' finito il tempo in cui si andava a scuola, all'università e poi si lavorava. Adesso per tutta la vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. Il sistema deve aiutare tutto questo.” Queste le parole di Enrico Letta. Non uno qualunque. Un ex presidente del consiglio. Un rappresentante di quel “progressismo” e di quell'europeismo tanto osannato e tanto supportato in nome della sempre meno valida e sufficiente motivazione di un frontismo antidestra e antisovranista.. Una dichiarazione non sorprendente, non casuale e neanche originale. Visto che fa seguito alle parole profetiche di D'Alema (si proprio lui) del lontano 1999, con cui annunciava la fine del posto fisso e apriva la strada alla tragica logica del precariato. Obiettivo da sempre caro alla destra, e applicato, però praticamente, soprattutto, dalla cosiddetta “sinistra” progressista. Nel mezzo decenni di continui attacchi al lavoro e ai lavoratori. Continue forme di precariato sempre più odioso e penalizzante. Fino ad arrivare alla riforma delle riforme in materia, del Job's act renziano che, di fatto seppellisce lo statuto dei lavoratori e i suoi diritti. Quindi nessuna sorpresa se un rappresentante di quel mondo ribadisca addirittura pubblicamente, non so se con compiacimento, o più semplicemente con l'asettica analisi del docente universitario, ponendolo come dato di fatto obbligato e irreversibile. A questo segue (temporalmente ma non casualmente) la nostra cara vecchia Unione Europea che, nella crisi pandemica sembrava aver recuperato una sua funzione e una dimensione più giusta e umana, che detta le condizioni per l'accesso ai fondi del Recovery fund. Condizioni che, se è vero riguardino tutti i paesi europei, sembrano però scritte con un occhio alla situazione del paese con le maggiori criticità, l'Italia, appunto. Condizioni che smentiscono clamorosamente il “senza condizioni” di cui ci si era beati incoscienti e convinti fino a ieri. Riallacciandoci, però, all'incipit iniziale, rimane solo da stabilire se certe considerazioni di alcuni personaggi e di alcune forze politiche siano figlie di un realismo ormai rassegnato o di un disegno strategico sposato e portato avanti con convinzione. In entrambi i casi sembra chiaro che ci sia l'abbandono, ormai irreversibile, di qualsiasi progetto alternativo di rapporti sociali. Quando sentiamo un rappresentante della sinistra cosiddetta radicale, come Fratoianni, che di un'alleanza raccogliticcia, con forze estremamente diverse fra loro che si trovano a governare insieme, ne auspica addirittura una sua progettualità futura e stabile, il tutto diventa improvvisamente chiaro e, allo stesso tempo, incomprensibile. La logica del continuo scegliere il meno peggio, come già qualcuno dichiarava tempo fa, porta inevitabilmente a far trionfare il peggio e se ne diventa anche inconsapevolmente complici. E, alla luce di questa situazione ancor più incomprensibile appare l'ostinata, penalizzante, stupida frammentazione delle residue forze ed energie di sinistra che, da troppo tempo, hanno rinunciato masochisticamente ad avere un ruolo e una funzione propositiva e significativa, se non in ottica promozionale e autogratificante limitata all'interno della propria ristretta cerchia. Appare chiaro che con la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, l mondo sia diventato, agli occhi di molti, unipolare e immodificabile. E lo è veramente se, chi ha coscienza, sensibilità e progettualità rinuncia, più o meno coscientemente, a mettersi al servizio per un nuovo progetto. Un nuovo manifesto, un nuovo patto sociale, politico, economico, generazionale che faccia trovare i nuovi punti di coagulo degli interessi collettivi. Che non sia fossilizzato sul classico e lineare schematismo tra padrone e lavoratore, forse non più attuale e con troppe variabili . Come possiamo intendere la figura del piccolo artigiano o commerciante con un paio di dipendenti? Padrone o lavoratore, “carnefice” o vittima? Lo stesso “padroncino”, rispetto le aggressive politiche delle multinazionali, del e-commerce che rischiano di spazzarlo via insieme ai suoi lavoratori, come lo inquadriamo in un ipotetico nuovo e diverso assetto sociale? Non andrebbero recuperate le sue ragioni ad una funzione propositiva, creativa e solidale piuttosto che lasciare il suo risentimento, la sua rabbia alla mercè di un populismo d'accatto e pericoloso? E il rapporto con la natura, l'ambiente e le sue risorse non andrebbero inquadrate in una nuova e più adeguata visione che punti al rispetto, salvaguardia e al riequilibrio sostanziale dello stesso, piuttosto che valutarlo in senso esclusivamente utilitaristico, tipico del capitalismo, di una certa visione cristiana, ma anche del socialismo storico? Se poi introduciamo pure la questione della robotizzazione e digitalizzazione dell'industria 4.0, che spazzerà via milioni di posti di lavoro appare indispensabile che a fronteggiare e gestire tali innovazioni epocali non possa essere lasciato solo l pensiero debole del meno peggio e dell'asservimento passivo alle logiche del potere capital-liberista. Al momento sembra che non ci siano le condizioni per poter immaginare un processo di tal genere, ma basterebbe, che ognuno intanto si ponesse in discussione, (so che è difficilissimo ma è il prerequisito necessario). Dovrebbe anche essere sufficiente avere la coscienza (perchè sarà così) che seppur la pandemia passerà, prima o poi, non passeranno l'ingiustizia, il prepotere, gli squilibri complessivi e, anzi, li conosceremo probabilmente anche nelle forme più ciniche e peggiori. MIZIO

martedì 15 dicembre 2020

UN PARTITO, DATEMI UN PARTTO

C'è un disperato bisogno...anzi no. Forse sono io che ho un disperato bisogno di un partito, serio, organizzato, presente, ideologico, ma anche pragmatico se servisse per migliorare le condizioni degli ultimi. Novecentesco o millenians che sia, perché non è certo questo il punto. L'importante è che sappia stare laddove serve stare e non dove conviene. Che sappia scegliere sempre secondo coscienza e non secondo convenienza. Che sia affidabile, non interpretabile e non episodico. Che non segua la moda del momento ma rappresenti valori senza tempo. I cui dirigenti e componenti scelgano l'empatia, la giustizia, la pace e l'amore. Si l'amore, quello necessario, indispensabile, libero e equilibrato. L' odio lo si lasci a chi vive per vincere e impone la competizione tra gli esseri umani, come elemento naturale e ineluttabile. Nelle guerre e nella violenza si son sempre pasciuti lor signori e ad affondare sono sempre stati i poveracci. Nell'amore si deve e si può trovare spazio, ragione e realizzazione per la vera rivoluzione. Si potrebbe dire che detta così, l'esigenza epidermica di un riferimento di tal fatta possa derivare da una carenza quasi affettiva. E, per certi versi, lo è sicuramente, anche se la linea immaginata non è certo quella del porgere l'altra guancia ma quella dell'utilizzare la parte migliore di ognuno. Se la politica, l'appartenenza, la vita stessa non viene vissuta con la giusta dose di passionalità e dandole un senso che vada oltre il soddisfacimento della quotidianità, perde gran parte del suo valore. Inoltre, credo si sia anche stanchi (parlo sempre per me stesso), di somigliare a quei topini da vlaboratorio messi in un labirinto. Labirinto cui cambiano continuamente i percorsi, per il solo gusto sadico di fare stupide prove utili, forse ad altri, ma non certo ai topini stessi. Si avverte il bisogno di una meta (parlo sempre per me) di qualcuno che ne indichi la strada e di chi ci tenga compagnia nel percorso. Troppi gli esperimenti da laboratorio politico, fatti sulla buona fede dei sempre più smarriti spettatori. Troppe messe in scena con gli stessi poco credibili attori e con gli stessi ripetuti, retorici, improbabili canovacci, degni, al massimo, di una sceneggiatura da telenovela. Non servono, perlomeno non per i tanti, e non si sente il bisogno di questo. Così come non si sente quello della difesa strenua della propria piccola, orgogliosa ma impalpabile identità. Sono ormai (ahimè) abbastanza maturo e attento per capire le ragioni pavide degli uni e anche la rabbia feroce degli altri. Ma, altrettanto sicuro che non servano né l'opportunismo spacciato per necessario realismo ma nemmeno l'intransigenza, sia pur coerente, ma sterile. Essendo presente, in entrambi gli aspetti, il serio rischio di rappresentarsi in senso limitato e retorico. Il perché di questa riflessione mi pare chiaro che venga, sia da un percorso fatto di tappe, accidenti e fallimenti personali, che lasciano l'amaro in bocca ma, soprattutto, dal vedere reiterati errori, liturgie, passaggi che pensavamo veramente appartenenti a un passato non più proponibile. Ma forse, non sono neanche errori, sono calcoli, speranze, investimenti per un prossimo futuro personale, altrimenti incerto. Gente che ha limitato coscientemente la democrazia votando la diminuzione dei parlamentari. Gli stessi che non hanno la forza (o la volontà?) di cambiare in senso proporzionale una legge elettorale, si preparano una scialuppa di salvataggio, più o meno con le stesse parole d'ordine e modalità. Imbarcando un po' di tutto e sperando, insieme a quegli altri dell'altro cantiere della sinistra, di rimanere attaccati alla nave madre del PD e sperando di essere tratti a bordo nelle prossime elezioni. Non mi scandalizzo e non condanno ma, evitiamo di prenderci in giro. È una questione di rispetto reciproco. Si potrebbero riportare dichiarazioni e intenti di qualche anno fa che, cambiando solo la data, sembrano l' esatta fotocopia delle speranzose, entusiastiche, emozionate dichiarazioni attuali. D'altra parte non posso neanche non sottolineare l'incapacità e l'orgogliosa supponenza di essere nel giusto, che impedisce ai tanti cespugli della sinistra radicale di trovare una base comune non per autopromozione, ma per diventare quello strumento critico, alternativo, significativo e credibile di cui vi sarebbe tanto bisogno per i lavoratori e per gli ultimi in generale. Ma se non siamo in grado di cambiare neanche noi stessi, difficilmente si può pensare di cambiare il mondo. Così noi continueremo ad avvertire coscientemente, ma con sempre meno speranze, la necessità di qualcosa in cui tornare ragionevolmente a credere. MIZIO

giovedì 10 settembre 2020

CHI HA AMMAZZATO WILLY?

 




In questo periodo in cui i fatti e l'emotività connessa, corrono rapidi, verso non sappiamo cosa, per alcuni fatti appare più semplice ricercare i colpevoli piuttosto che le cause. Trovati i colpevoli, su cui sfogare rabbia e risentimento, si può passare rapidamente ad altro. Ma rimane esattamente come il giorno prima il clima, l'habitat sociale e culturale in cui certi accadimenti (definiti inspiegabili) crescono e si manifestano, purtroppo a volte, anche in modo tragico. Rimane intatto anche il dolore dei parenti e degli amici che amavano Willy e che nel loro ricordo, rimarrà sempre quello con lo stesso contagioso sorriso dei suoi vent'anni.

I colpevoli sono figli legittimi del clima di odio razziale, fascista, come negarlo? Ma anche di un bullismo ostentato, accettato e quasi riconosciuto supinamente. E, come dimenticare, il neo machismo tracimante, fatto di presunta superiorità per investitura naturale. Di un presunto ruolo da affermare e rafforzare con la violenza e i messaggi (quasi rituali) come l'ossessiva attenzione per il fisico e i tatuaggi (senza volerli demonizzare per questo).

Anche l'accettazione passiva di un modus di stare insieme, di rapportarsi col prossimo competitivo che si manifesta pure al di fuori della più ristretta cerchia legata a certe ideologie e certi ambienti.

Quanti Willy potenziali ci sono ogni notte nei week end nei luoghi della movida. Fuori delle discoteche come nei locali più alla moda, dove la rissa del sabato sera sembra diventata una piacevole abitudine rituale. Tasso alcolico fuori controllo, uso di sostanze che bypassano freni inibitori e spengono neuroni. Immaturità nel gestire situazioni unite a presunti diritti territoriali o di possesso sulla componente femminile. La donna è mia e qui comando io! Il concetto di proprietà verso luoghi e persone, come unico mezzo per l'affermazione e il riconoscimento del sé sociale e pubblico. Concetto che si esalta e ne rappresenta una grossa e altrettanto pericolosa componente, nella violenza morale e fisica con cui ci si rapporta con le donne. I numerosi casi di violenza e stupro in quegli ambienti, spesso non vengono neanche percepiti o denunciati come tali, ma quasi come un ineluttabile prezzo da pagare per essere accettati.

Questi atteggiamenti crescono e si rafforzano nel clima omertoso che, da sempre avvolge un certo mondo “giovanile” cui si riconosce il diritto di vivere, invece che in modo dialogante e aperto col mondo, in una realtà parallela indistinta e non permeabile.

L'esempio pratico. Quanti genitori (me compreso) sanno tutto quello che fanno o i dicono i propri figli quando sono fuori casa? Credo molto pochi. Mentre siamo, anche giustamente per carità, sempre presenti nel coprire e giustificare i pargoli, senza permetterne,però, una presa di coscienza e relative assunzioni di responsabilità.

D'altra parte questo meccanismo è quello che, poi permette, l'esaltazione e la speculazione di chi, su questa naturale particolarità giovanile, ci sguazza e ci specula guadagnandoci senza scrupoli e non solo economicamente.

Anche la politica, ovviamente, ha le sue grandi responsabilità. E, anche se con gradazioni diverse, nessuna componente e nessuna parte può essere considerata esente.

Anche la sinistra e i suoi componenti (tra cui, anche chi scrive, ovviamente) ha le sue belle responsabilità.

Prima fra tutti quella di aver sposato una visione politica che ha rinunciato alla funzione formativa ed educativa, per puntare tutto sulla pura gestione del potere. Di essere stata complice delle varie riforme scolastiche sempre più indirizzate al mondo produttivo piuttosto che alla formazione umana. Di aver tralasciato e sottovalutato la presenza fisica e capillare nei territori,nelle scuole e nei posti di lavoro, per delegare il tutto alla semplice comunicazione mediatica. Senza sottacere le altrettanto enormi responsabilità dei media, e dei mezzi di comunicazioni in generale. Come dimenticare, infine ma non per importanza, i salotti e le trasmissioni trash in cui i portatori (e portatrici) del vuoto cosmico, assurgono a personaggio in virtù del fisico palestrato e dell'ultimo tatuaggio (che ha un significato profondo, ovviamente) in bella mostra.

Questi sono gli esempi e i valori che la società, nelle sue mille sfaccettature riesce a trasmettere come premianti ai più giovani, naturalmente dotati di minori difese, culturali o ambientali.

E, non dimentichiamo, ma questo era valido anche prima, il naturale rigetto giovanile nei confronti del paternalistico atteggiamento dei più grandi, pronti a sfoderare il classico: “ai miei tempi...”. Per cui riesce più facile e naturale affidarsi all' amico o alla logica del branco. Che, per fortuna, non sempre assume aspetti delinquenziali, ma rappresenta, comunque in mancanza di altro, il minimo denominatore comune.

Detto quindi, con questo bel pistolotto, di chi sono colpe e responsabilità? Cosa fare?

Intanto ci vorrebbe una consapevolezza collettiva che questo sia una delle mille manifestazioni di ciò che accade costantemente. C'è bisogno, non solo dell'indice puntato, in maniera indistinta sui giovani e il loro mondo, ma di un modello formativo e sociale che possa far percepire a tutti, giovani e non, che un altro mondo sia possibile e conveniente per tutti.

Compito che spetta in prima battutta alle istituzioni, alla politica, ai corpi intermedi, all'economia, ma anche alle religioni, al mondo culturale e alle sue arti. Pensate quale impatto, ad esempio, sulle tenere coscienze in formazione, possano avere serie tv e film come “La banda della Magliana” o “Gomorra” in cui i personaggi peggiori rischiano di diventare eroi e riferimento proprio per quei giovani più fragili. In assenza di una rete di consapevolezza e valori diffusi, rappresentanti esattamente, del contrario.

Sarà un lavoro lungo, paziente ma necessario e con la consapevolezza che continueranno, purtroppo, a manifestarsi situazioni in cui altri Willy potrebbero subire le stesse cose, sperando con conseguenze meno gravi. Quindi, nell'immediato, anche un'azione, non solo punitiva, ma forte e decisa della giustizia sembra inevitabile.

Così come sembra inevitabile un abbassamento collettivo dei toni e delle modalità di confronto-scontro politico che tracima fatalmente, grazie ai social, nel corpo sociale e, soprattutto, in altri ambienti, quali stadi, discoteche, piazze ecc.

Facciamo in modo che, veramente, non sia solo una pia speranza e che Willy, oltre tutte le altre vittime di questo clima, non siano state sacrificate invano. Lo dobbiamo a lui e a chi gli ha voluto bene, e continuerà a volergliene!

Willy è diventato figlio di tutti noi, ma pure se ci ripugna e vorremmo disconoscerli, anche i suoi assassini lo sono. Per molti illegittimi, ma lo sono!


MIZIO

lunedì 4 maggio 2020

NULLA SARA' COME PRIMA




Questa pandemia, oltre la paura, i lutti, i danni economici, la reclusione forzata ha posto, o permesso che emergessero e che si facessero strada interrogativi legati più intimamente ai destini singoli e collettivi. Sarà possibile dopo questa esperienza, che tutto possa tornare come prima?
Sarà possibile far finta che tutto lo tsunami emotivo, esistenziale vissuto in questi giorni, possa esaurirsi e considerarlo alla stregua di un brutto sogno?
Al momento possiamo tranquillamente affermare che per molti, già non sia e non potrà essere così. Intanto per chi ha sofferto lutti e sofferenze sarà impossibile dimenticare. Per intere classi professionali, dal personale sanitario e a tutti quelli che per scelta o obbligo hanno dovuto sfidare il contagio, oltre la soddisfazione per il servizio svolto e la felicità per esserne usciti indenni, risulterà difficile dimenticare. E, anche per chi più semplicemente ha dovuto cambiare radicalmente il proprio stile di vita chiudendosi in casa, non sarà semplice riprendere come niente fosse.
La scienza, la politica, la chiesa, il mondo del calcio, il mondo industriale, le varie associazioni rappresentative ecc. ecc. in questi giorni hanno offerto contemporaneamente il meglio e il peggio di sé dando l'impressione di non essere gli strumenti più adeguati e idonei per affrontare situazioni emergenziali come queste.
E anche i singoli che, a questi soggetti delegano, o comunque volenti o nolenti, demandano decisioni e responsabilità, non hanno dato grande prova di maturità e serenità di giudizio. Più che a un cosciente e responsabile atteggiamento improntato alla prudenza e alla consapevolezza della gravità, abbiamo assistito alla discesa in campo delle tifoserie più scalmanate e prive quasi di filtri. Quasi l'importante non fosse limitare i danni se ma esprimere la soddisfazione per gli errori e le pecche del “nemico”.
E non solo la politica ha dato pessima prova di sé, ma anche tutti quei soggetti elencati prima, compreso il mondo scientifico che dovrebbe essere quello più asettico e meno incline a condizionamenti o a speculazioni interessate.
Quasi tutti, comunque hanno convenuto su una cosa, nulla potrà essere come prima, nonostante i desideri e le nostalgie dei più.
La questione, adesso, è capire in che modo e in quale direzione dovranno essere indirizzati gli sforzi affinchè veramente, il prossimo futuro, oltre che diverso, possa essere anche migliore di prima.
Credo che, nonostante,alcune buone intenzioni, il rapace mondo degli affari, degli interessi, del profitto, della speculazione stia affilando le armi affinchè il tutto cambi certo, ma se possibile in peggio, e a proprio favore.
La politica non promette nulla di buono avendo scelto, da una parte, quella attualmente al governo, di continuare a legare i propri destini a quelli di un'Europa che, se possibile, anche in questa occasione ha dimostrato il peggio di sé. L' altra capace solo di contrapporsi polemicamente, strumentalmente e a prescindere, al governo, ma totalmente incapace di portare avanti un proposta credibile e percorribile.
Poi abbiamo alcuni tra coloro che potrebbero avere buone idee di organizzazione e giustizia sociale e con motivazioni ideali sufficienti per elevarne le azioni ma che comunque, continuano a preferire il piccolo cabotaggio della critica ideologica, quasi fine a sé stessa visto che viene espressa parcellizzata e ininfluente da ognuno dalla propria piccola torretta testimoniale. E, paradossalmente lo si fa quasi coscientemente, argomentando le situazioni con gli stessi obiettivi e addirittura gli stessi termini. Cosa, allora, impedisca il naturale, logico passaggio al riconoscimento e all'accettazione di ciò, sembra più argomento da psicanalisi che politico.
Se la sinistra vuole avere ancora una sua ragion d'essere che non può essere limitata al solo ruolo di grillo parlante o di denuncia critica. In questa prossima fase dovrà essere soprattutto propositiva. Non certo, per arrivare ad avere un'ammucchiata di sigle da spendere elettoralmente, ma per rappresentare visivamente e realisticamente una proposta politica comprensibile e accettabile dai più.
Per quale motivo, ad esempio, qualsiasi esperienza di sinistra finisce per raccogliere poche adesioni, e quelle poche quasi esclusivamente all'interno di un mondo piccolo borghese, di autoreferenzialità intellettuale o politica? Da decenni, ormai, non si riesce a passare più attraverso il setaccio a maglie strette del giudizio e del favore delle masse operaie o del sottoproletariato.
Eppure l'habitat naturale della sinistra di classe dovrebbe essere quello, non certo il salotto borghese dei talk show. Gli sforzi dei singoli, ammirevoli quanto si vuole, ma se protagonisti in un teatro dalla platea vuota, rappresentano un inspiegabile spreco di energie e competenze.
Dovremmo saperlo, dovremmo averlo già capito da tempo con chi dovremmo ritornare a parlare. Lo sport preferito, sembra essere ormai, anche dalle nostre parti lo sprezzante giudizio da maestra di scuola elementare, che si erge e si fa beffe dell'ignoranza diffusa criticando e sottolineando con la penna rossa l'errato uso del congiuntivo.
Cosa giusta e importante, ma non al punto di farne una discriminante e un fossato che divide le persone e gli ambienti sociali. Si è, al massimo, ritornati a parlare di loro, anche sinceramente, ma non con loro
Si dovrebbe riscoprire nel poco di DNA popolare residuo rimasto degli antichi legami, che in fondo è più necessario essere simili e vicini al pensiero dell'operaio che vota Lega piuttosto che al giovane, rampante, rappresentante della piccola media borghesia i cui spazi o ambizioni sociali personali, trovano il proprio posto nei salotti del politically correct.
Quindi , sembra chiaro, che, volenti o nolenti, da questa pandemia ne dovremmo uscire profondamente cambiati. Lo sforzo che ci aspetta non è quello di riannodare semplicemente il filo di un discorso interrotto, ma proprio di provare a cambiarlo radicalmente quel discorso.
Già oggi, la crisi economica conseguente, trascinerà nei gorghi della povertà milioni di persone. L'abbiamo già visto nell'enorme disparità di risorse cui è stato possibile far ricorso nei diversi paesi. E quanto appaia insufficiente e minimo, il pur grande sforzo, in proporzione, che il nostro paese ha potuto e potrà fare. Quante spade di Damocle, oltre quelle già presenti sono puntate sulle nostre teste, ultima quella del declassamento del rating, appena un centimetro sopra il baratro del paese spazzatura. Abbiamo visto quanto l'egoismo e le paure di questa Europa rappresenti più che un'opportunità, una trappola a tempo ben congegnata, cui bisogna opporsi con altri modi e tempistiche rispetto quelli usati finora. Ad esempio, appare illogico e poco democratico che, a fronte di una maggioranza di paesi che firmano un documento richiedendo alcune cose, una minoranza di paesi (4) rappresentanti una minoranza, anche di popolazione e di potenza economica, vi si opponga e abbia un potere di veto. In questi casi non deve prevalere la motivazione del “E ma se usciamo dall'Europa sarebbe peggio”, ma mettere quella minoranza con le spalle al muro ed, eventualmente, mettere loro in condizione di valutare se è il caso di rompere con la maggioranza dei paesi Euro con relativa exit.
Ribaltare, con la coltivazione di alleanze stabili e convergenti, il paradigma che vuole alcuni paesi nel ruolo d i censori ed esaminatori ed altri in quello di scolaretti da mettere in riga. Non deve, non può e non si può più permettere che funzioni così.
La pandemia, quasi come una nemesi, parte proprio da quella Cina, paese simbolo della nuova economia mondiale, che più e meglio di altri ha saputo sfruttare quella globalizzazione voluta e attuata dalle multinazionali per massimizzare i profitti, ma che si sta ritorcendo contro gli stessi che l' hanno promossa e sponsorizzata.
La politica, a partire da quella che viene vista come la nazione guida, gli USA e il loro presidente Trump, figlia anch'essa di una visione esclusivamente economicista di corto respiro e di ancor più limitata prospettiva, si è rivelata dove un po' di più dove un pò meno, totalmente incapace e inadeguata al ruolo. Mancano leader capaci di interpretare un ruolo che sia diverso da quello del ragioniere o dell' architetto di equibri politici che, tropppo spesso diventano equilibrismi inutili e incomprensibili. Recuperare una visione umanistica e complessiva intorno ai valori, ai bisogni vitali e primari della vita umana, sembra quanto mai indispensabile. Difficile farlo partendo dalle sole parole d'ordine che ci hanno accompagnato fino ad oggi poichè, almeno nella prima fase di proposizione, non ci sarebbe tempo e modo per riportarle ad antichi valori e splendori. Troppo il discredito e il disvalore che nel tempo si sono accostati, a torto o ragione, a quei termini. Soprattutto per la stragrande maggioranza dei giovani che, nel migliore dei casi, ne conoscono appena il significato storico, legato però, ad un passato decisamente non replicabile. Un'opera di ricostruzione senza mettersi in discussione complessivamente, appare oltre che difficilmente credibile, anche con una tempistica non adeguata alle esigenze del momento.
Il nemico era e rimane il capitalismo in ogni sua forma. La liberazione dell'uomo dalla schiavitù del lavoro, dal bisogno e dallo sfruttamento deve rimanere l'obiettivo, non solo sentimentalmente utopico, ma praticato coerentemente e ostinatamente in ogni momento. Esclusi e censurabili qualsiasi tipo di astuzie, tatticismi, speculazioni, operazioni spregiudicate e poco comprensibili. Linearità, chiarezza, coerenza, impegno, competenza dovranno essere obbligatoriamente le linee guida che qualsiasi movimento, partito, associazione voglia provare a proporsi per un cambiamento in senso progressista, dovrà seguire. Ne saranno capaci? Dubito ma essendo l'unica opzione valida, varrebbe la pena provarci. Prossimamente cercheremo, anche di affrontare non solo il cosa, ma anche il come sia possibile porci di fronte ai grandi temi che ci sono di fronte in un'ottica di avanzamento sociale e ambientale complessivo.
Ad maiora!

MIZIO

sabato 28 settembre 2019

TERRA E GIOVENTU' BRUCIATA?


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Ieri hanno manifestato per il clima milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo e anche in Italia. E' comunque un fatto sempre importante e di buon auspicio che, sopratutto i più giovani scendano in piazza, prendano coscienza e cerchino di indirizzare le scelte per il proprio futuro. Quindi la valutazione complessiva è,e rimane estremamente positiva. Gli imbecilli che ironizzano su Greta e i gretini, li lasciamo tranquillamente continuare a crogiolarsi nei loro convincimenti. Li lasciamo nella loro presunzione di superiorità stabilita da chissà quale cieca divinità che li ha scelti come razza e come individui superiori. li lasciamo volentieri nelle loro convinzioni di vivere su un pianeta dalle risorse inesauribili per le quali sono giuste, sacrosante e giustificate anche le guerre. Li lasciamo al loro unico punto di vista che la competizione e lo sfruttamento dell'uomo sull' uomo e del pianeta siano l'unica forma di convivenza possibile. Li lasciamo nel loro ostinato tener basso lo sguardo capaci di guardare solo al piccolo meschino interesse immediato, perchè se alzassero gli occhi al cielo e tutt' intorno, vedrebbero la bellezza e la meraviglia dell' universo intero. Universo che, se creato da un Dio o dal caos, poco importa, si attiene a leggi universali che non prevedono eccezioni di sorta neanche per i più potenti fra noi. La vita di tutto il pianeta è sì una cosa meravigliosa ma anche stupendamente fragile, legata a equilibri frutto di milioni di anni di evoluzione e in continuo, perenne aggiornamento. Troppi di noi, pensano ancora che tali equilibri possano essere tranquillamente rotti e violentati senza che ci siano pesanti ritorni da pagare per chi ne è l'autore. Finora questi ritorni il sistema capitalista (che è stato il primo e maggiore colpevole delle accelerazioni nel consumo e nello sfruttamento) li ha dirottati sui popoli meno avanzati tecnologicamente del Terzo Mondo e sulle classi subordinate dei propri paesi. Oggi gli equilibri politici ed economici del mondo stanno cambiando molto rapidamente e paesi un tempo arretrati, seguendo lo stesso modello di sviluppo, hanno esponenzialmente aumentato la velocità di un rapido esaurimento delle risorse naturali provocando altresì, enormi cambiamenti del clima e sull'habitat dell'intero pianeta, comprese le sue regioni più remote e considerate incontaminate. La deforestazione e la desertificazione di enormi porzioni del pianeta avanzano inesorabilmente privando di risorse e possibilità di vita dignitose intere popolazioni, provocando anche una cospicua parte di quel fenomeno migratorio che tanto preoccupa gli eletti del Signore di cui sopra.
Quindi che milioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo esprimano pubblicamente e in modo prepotente le loro preoccupazioni è da salutare sicuramente in modo non positivo, ma di più. Ma con altrettanta decisione e chiarezza va detto loro e a tutti noi che la battaglia per la salvezza del pianeta e della stessa vita che esso permette, passa certamente anche da un uso più virtuoso o, addirittura col divieto dell'uso del sacchetto o della cannuccia di plastica, ma fondamentalmente dovrà passare attraverso un cambiamento totale del nostro attuale stile di vita a cominciare dalla lotta al consumismo. Boicottare i prodotti con package non riciclabile è utile ma non quanto lottare contro il sistema che ne rende possibile o addirittura necessaria, la produzione. Il pericolo maggiore che questa generazione di ragazzi corre è quello, come altre precedenti, che si convincano che si possa o si debba venire a patti col sistema, invece che impegnarsi quotidianamente e senza condizionamenti per cambiarlo fin dalla alla base. Questo non vuol certo essere un appello all'insurrezione popolare adolescenziale, ma è indubbio che una lotta per salvare il pianeta non possa che sposarsi con lotte democratiche per cambiare l'intero sistema societario. Da me non avrete appelli a votare o sposare la causa di questo o quel partito ma un consiglio non posso fare a meno di darlo. Diffidate, diffidate sempre da chi vi userà come un'icona laica da portare in giro a coprire le proprie malefatte. Diffidate da chi vi offrirà una candidatura o da chi vi osannerà in programmi televisivi, un attimo prima di passare la linea alla pubblicità. Ascoltate tutti, non seguite nessuno se non la vostra coscienza. Non fate della lotta per salvezza del mondo un fatto esclusivamente generazionale, perchè siete giovani oggi e lo sarete per un po', ma poi diventerete adulti, uomini e donne che avranno il compito e la responsabilità di educare e formare altri giovani. Per salvare il pianeta c' è bisogno di un ripensamento generale del modello di vita e dei rapporti interpersonali o tra i popoli. Faccio un esempio. Fino agli anni '80, in Italia la fauna selvatica era considerata “res nullius” cioè cosa di nessuno. Quindi gli eventuali danni o prelievi illeggittimi erano puniti in maniera estremamente lieve proprio per la scarsa considerazione giuridica. La situazione cambiò quando invece venne considerata non più cosa di nessuno ma proprietà di tutti attraverso lo Stato, con ricadute pesanti sul piano giuridico. Ecco questo sarebbe un primo passo da pretendere dagli organismi sovranazionali come l'ONU. Considerare Gaia (il bel nome dato alla Terra considerandola un unico essere vivente) un bene universale il cui utilizzo, almeno per le cose che rivestono importanza globale al di là dei confini geopolitici, come le grandi foreste tropicali o delll'Artico non possono essere delegate ai singoli paesi.  Parliamo degli oceani dei mari, della calotta polare, dell''Antartide e, comunque  di tutti quegli ambienti che devono essere protetti e salvaguardati perchè elementi garanti di un equilibrio globale. Mi sembra persino ovvio sottolineare che questo senza una visione sociale completamente diversa non sarebbe possibile, Non sarebbe né giusto né possibile scaricare il costo e i limiti di tali scelte alle popolazioni locali o, semplicemente più povere. Ci sarebbero da fare scelte che spostino ricchezze da dove ce ne sono troppe e inutilmente accumulate a favore di chi ne ha molte di meno. Si accennava prima all'equilibrio necessario in tutto l'Universo. Ecco la ricerca di equilibrio anche nel sociale deve essere il primo e pregiudiziale atto da intraprendere per invertire il percorso distruttivo perseguito negli ultimi secoli. Poi chiamatelo come volete socialismo, comunismo, solidarismo, volemose bene, alla fine è il risultato che conterà.
Ovviamente, e questo vale soprattutto per i giovani che hanno sfilato e manifestato nei paesi più ricchi e privilegiati, come il nostro c'è da saper che per salvare il pianeta sarà non solo utile, ma indispensabile anche un cambio delle nostre abitudini di vita. Spostare risorse per una mobilità collettiva più sostenibile, forse dovremo dire addio all'aria condizionata dappertutto. Magari bisognerà rinunciare a cambiare smartphone o abbigliamento tutti gli anni. Riscoprire il concetto di uso delle cose sostituendolo a quello di consumo. Non partecipare e non incentivare la corsa all'arricchimento individuale, spendersi per il prossimo, lottare per lavorare meno per lavorare tutti.
Se si sarà disposti e convinti a fare tutto ciò(e io me lo auguro) forse quella di ieri potrebbe essere solo la prima parte di un'avventura straordinaria verso una magnifica utopia.
D'altra parte la belleza e la forza dell'essere giovani è proprio la capacità di sognare e credere nelle utopie.

MIZIO





lunedì 19 novembre 2018

IL TEMPO DEI RESTI!


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C'è qualcosa di indefinito, di non esattamente inquadrato e inquadrabile e che porta questi tempi ad essere difficilmente catalogabili o definiti in modo preciso e significativo. Sono i tempi delle grandi paure e della temuta fine delle speranze. Delle grandi conquiste e delle ancor più grandi ingiustizie. Delle grandi prospettive fantasticate e delle miserie effettivamente vissute. Delle grandi promesse, delle grandi potenzialità e del nulla possibile. Del grande ingombrante passato e dell'imbarazzante limitato presente. In mancanza di chiavi di lettura più convincenti e chiarificatrici credo di non essere blasfemo e troppo lontano dalla realtà se, senza paura di essere criticato, mi sento di definirlo come il “tempo dei resti”. Perchè dei resti? Perchè nell'incapacità acclarata di elaborare nuovi modi e nuovi pensieri, siamo talmente immersi nel nulla esistenziale contemporaneo capace di sterilizzare e rendere meritevole di sbeffeggio qualsiasi tentativo di rilettura o di arricchimento originale del presente. Quindi, per costrizione o per scelta, ci si trova a contentarsi dei resti. Per incapacità o timore dell'ignoto nei nostri resti ci illudiamo di ritrovare il tutto.Resti o briciole di un cosiddetto benessere consumista elevato a modello unico e possibile dell'umana esistenza la cui torta sempre più grande ma sempre più riservata a una platea ancora più ridotta e privilegiata. A fronte del sempre più tangibile e sempre più probabile rottura degli ultramillenari equilibri naturali del pianeta, ci contentiamo di godere dei resti di una natura ridotta a mera testimonianza e considerata, al massimo, come fonte di guadagno e non elemento insostituibile e imprescindibile della vita stessa. Nel migliore dei casi difendiamo quei resti rinchiudendoli in riserve e parchi come isole assediate e circondate dal marciume.
Su un piano decisamente meno materiale, avventurandoci nell'intimo di ognuno vediamo che spesso, ci si contenta dei resti emotivi ed emozionali derivanti dagli scoop del pomeriggio trash della tv o del Web. Nei rapporti interpersonali ci si fa bastare i resti sentimentali in cui, progressivamente l'io prevale decisamente sul noi. L'altro visto come fattore limitante e concorrenziale piuttosto che come completamento e arricchimento.
In questi tempi di resti e di incompitezza dove sono le speranze? Dove si manifestano le potenzialità di riscatto, di maturazione complessiva e di presa di coscienza?
Fino ad oggi abbiamo dovuto assistere ad un'azione ideale, filosofica, religiosa e politica (non scandalizzi l'accostamento di questi elementi) che tenta di sopravvivere grazie all'uso dei resti. Resti di ideali e ideologie cui non sono stati forniti i necessari aggiornamenti e le imprescindibili mutate condizioni d'essere. Facendosi bastare troppo spesso l'uso retorico dei resti di slogan e simbologie che, gratificano, purtroppo, quasi esclusivamente chi le espone orgogliosamente.
L'incapacità, ormai acclarata di analisi, di incisione sul presente, di rappresentanza, ha lasciato ampio spazio a quelli che possiamo definire i resti più deleteri del dibattito.
Rabbia, rancore, spirito di vendetta conditi da ignoranza e la presunzione tipica dei pensieri corti e asfittici sono ormai i tratti predominanti dei rapporti, non solo politici, ma sociali e collettivi.
Prima o poi i resti non basteranno neanche più.
Cosa ci dobbiamo aspettare allora? Un imbarbarimento ancora più devastante che ci riporti a tempi ancora più bui o un'improvviso, e ad oggi non preventivabile, scatto d'orgoglio che riscatti le attuali miserie?
Qualunque sia o sarà il domani, chiunque ne abbia coscienza ha il dovere di provare a cambiare prima di tutto sé stesso e integralmente, con la coscienza che i resti nella vita spesso andranno a finire nell'indifferenziato.
Ad maiora

MIZIO

martedì 30 ottobre 2018

SE 12 ANNI VI SEMBRAN TROPPI!


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Gli scienziati dell' Onu hanno dato l'allarme:”12 anni per salvare il mondo”. Questo è il limite temporale per poter sperare di invertire la tendenza al riscaldamento globale che potrebbe scattare e superare il famigerato grado e mezzo arrivando ai due gradi di aumento della temperatura con conseguenze disastrose e senza possibilità di ritorno. Scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, desertificazione progressiva. Scomparsa di migliaia di specie vegetali e animali e cambiamenti complessivi e drammatici per l'accesso all'acqua e alla possibilità stessa di vita per come la conosciamo. E' vero che di allarmi del genere negli ultimi decenni ne sono stati lanciati molti e, quasi sempre l'accusa preconcetta di catastrofismo li ha depotenziati facendoli scivolare nella considerazione alla stessa stregua della storia di Pierino e il lupo.
E adesso, che sembrerebbe che il lupo sia arrivato veramente, e stia proprio dietro la porta di casa, pare quasi che la cosa non ci interessi più di tanto. E' vero che è aumentata di molto la sensibilità del singolo verso gli animali o verso la salvaguardia di piccoli o grandi porzioni di territorio da tutelare. Cose ottime, cose da sviluppare e apprezzare ma che non incidono se non in minima parte sul risultato finale. Salvare il cucciolo di cinghiale o il piccolo riccio sulla strada è cosa buona e giusta come impegnarsi per la salvaguardia del fazzoletto di verde sotto casa. Ma hanno un effetto positivo quasi esclusivamente per noi stessi e il nostro impegno ma hanno un impatto prossimo allo zero se non c'è un'attenzione pari o superiore al mantenimento dell'equilibrio ambientale complessivo. E questo, purtroppo sfugge alle possibilità, anche le più positive del singolo, ma rientrano in quelle assunzioni di coscienza e responsabilità che devono diventare collettive. Per far questo bisogna ripensare complessivamente e non settorialmente, l'organizzazione stessa della società. Ripensare la mobilità del singolo e di conseguenza, l'organizzazione del lavoro. Andare verso un lavorare meno, lavorare tutti e lavorare meglio. Ripensare il consumismo sfrenato, con i suoi ritmi infernali di produttività (crescita) malata e destinata fatalmente a infrangersi contro l'esaurimento delle fonti non rinnovabili di materie prime e la desertificazione del pianeta. Spostare le risorse ancora disponibili verso una loro redistribuzione più equa affinchè i cambiamenti necessari siano più facilmente accettati dalla gran massa. Introdurre come legge ineludibile né quella divina né tantomeno quella di mercato ma solo ed esclusivamente quella della natura e delle sue potenzialità, enormi ma non infinite, di produrre e garantire benessere e sopravvivenza a tutti se rispettata. Sviluppare cultura e conoscenza quale principale se non unico argine, all'ignoranza e all'incapacità di comprendere i processi sia sociali che naturali. Così, come sarebbe un argine alla sovrappopolazione, soprattutto nei paesi più poveri, con la valorizzazione e il riconoscimento della funzione e delle potenzialità delle donne, ancor oggi troppo limitate nel loro essere in quei paesi.
Per non parlare dell'inquinamento atmosferico e delle acque, del consumo continuo di suolo, della pesca intensiva che sta spopolando interi oceani, delle miliardi di tonnellate di plastica e altri rifiuti che contaminano e alterano equilibri biologici frutto di milioni di anni di evoluzione. Questo quadro mette paura solo a immaginarlo, figuriamoci a doverlo vivere come stiamo facendo e come tragicamente si aggraverà non tra un secolo ma già da domani. Conviene allora, come struzzi mettere la testa sotto la sabbia e fare finta che non sia così? Magari sperare in maniera fatalistica o fideistica che qualcosa cambi o, come nella famosa opera di Eduardo, tanto “Addà passà a nuttata”! La nuttata che stiamo contribuendo, con i nostri silenzi, con il nostro disinteresse a costruire non passerà, se non in tempi misurabili in secoli e solo con un'inversione totale del nostro modello di sviluppo.
Fatto un elenco e un quadro non terroristico, ma realistico, delle prospettive a breve rimane da stabilire cosa possiamo ragionevolmente fare. Diciamo che parliamo di piccole speranze, ammesso che ancora sia possibile coltivarne. Si può, ragionevolmente, pensare di operare svolte così radicali e impattanti se continuiamo ad avere come riferimenti i dati dei vari PIL dei vari paesi, del Moloch del debito pubblico, di una crescita misurata in miliardi di ore lavorate o miliardi di prodotti immessi sul mercato? Come si potrà convincere i potenti della terra (economici, finanziari e politici) a rinunciare al proprio disegno egemonico sul pianeta e sulla vita dello stesso? Non lo si potrà certo fare se guardiamo, ad esempio, a come la maggioranza degli elettori nel nord e nel sud del pianeta si sta esprimendo. Si premiano candidati e forze politiche che fanno della cementificazione, della distruzione del territorio dello sfruttamento intensivo e pronta cassa delle risorse e delle fonti energetiche non rinnovabili la propria Bibbia. I Salvini in Italia, Ii Trump in America e i Bolsorano in Brasile ne sono solo gli ultimi e più rappresentativi esponenti. Rappresentano esattamente e senza gli infingimenti cui altri ricorrono, lo spirito predatorio ed egoista del peggiore essere umano. Visione in cui si privilegia il singolo, il suo egoismo, la competizione anziché valorizzare una visione, meno gratificante per il singolo ma drammaticamente necessaria, basata su rispetto, solidarietà, equilibrio tra gli esseri umani e l'ambiente tutto.
Questo sarebbe il compito storico che toccherebbe alla sinistra e a chiunque abbia nel pensiero solidale e altruistico il faro nella propria vita.
Purtroppo è un compito storico che, a questo punto possiamo definire tranquillamente in gran parte fallito. E, con altrettanta certezza possiamo certificare che non c'è alcuna capacità o voglia di prenderne atto.
Dodici anni, ma fossero anche cento, per l'universo sono meno di un battito di ciglia. Per la Terra, i suoi abitanti e il genere umano sono l'attuale limite tra la possibilità di continuare a vivere o scegliere, invece, un suicidio collettivo.
Ad maiora!

MIZIO


martedì 21 agosto 2018

COMUNISTA? MA VA LA'...




Qualcuno, anzi più di qualcuno si stupisce del fatto che ci siano persone, che ancora si dichiarano comuniste. E' vero che in genere questa riflessione la fa chi comunista non è mai stato, anzi. E quindi parte da una posizione preconcetta. Però la domanda è legittima e merita, se non una risposta, una riflessione. Riflessione che provo a fare ponendo un'altra domanda? Perchè oggi non ci si dovrebbe più dichiarare comunisti? Perchè ci sono state esperienze storiche che in nome del comunismo hanno avuto tratti dittatoriali e violenti? Giusto!
Forse perchè gli eredi, (autodefinitesi tali) di un grande partito comunista in Italia (perchè è su questo aspetto che vorrei soffermarmi), oltre il nome hanno cambiato progressivamente anche politica. Rendendosi complici e artefici di quelle stesse politiche che anni prima si combattevano? Certamente vero! Qualcuno potrebbe forse affermare il contrario?
Forse perchè il comunismo, soprattutto da noi, ha sempre avuto un' intellighentia e, in generale, gran parte del mondo della cultura che simpatizzava e flirtava con esso. Suscitando comprensibili invidie e frustranti complessi d'inferiorità?
Anche questa potrebbe essere una parte di spiegazione.
Però, al di là delle semplificazioni che tanto vanno per la maggiore in questo periodo di oscurantismo di coscienze, prima che politico, proverò a spiegare perchè alcuni, e nello specifico per molti aspetti anche io stesso, si ritengano ancora comunisti e ne rivendicano con orgoglio l'appartenenza. Non certo e non più a una sigla o partito, ma a una visione del mondo.
Ovviamente molto parte dall'ambiente di provenienza e da un habitat familiare e sociale idoneo alla confidenza con i termini e i relativi significati . Ma questo non sarebbe certo sufficiente, essendo il conflitto generazionale e familiare, uno dei primi segnali di indipendenza con la quasi naturale messa in discussione dei principi e delle idee genitoriali e soprattutto negli anni '70, quelli della mia adolescenza.
Essere comunisti è prima di tutto uno stato emotivo, non saprei come altro spiegarlo. E' un modo d'essere, è una sensibilità che fa soffrire sulla tua pelle le ingiustizie da chiunque subite, anche a centinaia di chilometri di distanza. E' un mettere e un mettersi continuamente in discussione, visto che l'essere comunisti, se scevro da obblighi di partito, ti obbliga a confrontarti costantemente con il mutare degli eventi, delle situazioni, delle problematiche. L' essere comunista (da non confondere con l'iscrizione fideistica a questa o quella formazione) ti pone costantemente di fronte a domande. Cui si cerca sempre di dare le migliori risposte possibili. Che non sono, quasi mai, quelle più istintive e più semplici. Il comunista medio, in genere la domanda che si pone più spesso è: "dove ho sbagliato? Cosa non ho capito? Cosa non sono riuscito a fare?". Perchè l'aspirazione prima è sempre quella di riuscire a fare le cose al meglio. Ed è, questa la dannazione e al tempo stesso la fascinazione dell'essere comunista. Il doversi confrontare costantemente con la frustrazione di non essere riuscito, non solo a risolvere eventuali problematiche, ma soprattutto a non farsi capire. E, conseguentemente a renderne conto alla propria coscienza.
So benissimo che per molti che si definiscono comunisti è più che sufficiente il definirsi tale e inalberare retoricamente simboli e slogan che ci riportano a miti e tempi migliori. Ma questo attiene alla nostalgia, al rimpianto tipico e tanto umano, del "si stava meglio quando si stava peggio". Attenendo il tutto ad aspetti consolatori più che politicamente significativi.. Aspetti che rientrano sempre nell'ambito emozionale e sentimentale ma che non sono, da soli, quelli utili a definire o definirsi comunisti.
Molte volte, specialmente nel passato era comune mettere a confronto l'essere comunista con l'essere cattolico o, comunque con la religione. Per quel tanto di adesione fideistica che veniva richiesta a chi aderiva. E pur se le numerose scissioni, e divisioni che hanno attraversato i movimenti e i partiti comunisti hanno poi dimostrato, che non era proprio così, una certa similitudine è comunque, possibile applicarla.
Perchè, anche se molto divide i due mondi, in tanti, soprattutto in chi si dedica ad attività caritatevoli e di solidarietà (pur nella differente visione e prospettiva) scatta la stessa molla emotiva e sentimentale. Solo che in un caso, quello del religioso, non fa scattare poi, lo step successivo, quello dell'indignazione e dell'adesione ad una teoria e prassi politica. Ritenendo sufficiente ed esaustivo il solo atto caritatevole. Lodevole quanto si vuole ma che non cambia significativamente i ruoli e i posti assegnati nel mondo.
Ovviamente molto altro ci sarebbe da dire e da scrivere sull'argomento ma spero che, queste poche righe e queste riflessioni aiutino qualcuno a chiarire, almeno in parte, il misterioso motivo per cui, nonostante tutto, ci siano ancora persone che si ostinano a definirsi comunisti rischiando sberleffi e pernacchie (e qualche volta anche qualcosa di più).
Ad maiora

MIZIO

giovedì 16 marzo 2017

C'E' CRISI, GRANDE CRISI!

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Quando nel 2008, cominciò questa lunghissima crisi fu chiaro fin quasi da subito che si trattava di una crisi non ciclica e non episodica, come tante altre tipiche del capitalismo. Diversa e più devastante anche della famosa crisi del ’29, perché diverse le condizioni, diverse le motivazioni, diverso l’habitat e gli assetti sociali e mondiali. La globalizzazione e la mercificazione delle umane attività legate sempre più, non solo e non prevalentemente al profitto del capitalista, ma alla speculazione finanziaria, associata ad una indotta richiesta sempre maggiore di merci a prezzi sempre più bassi  e conseguenti sfruttamenti di risorse a prezzi sempre crescenti ha creato un cortocircuito sistemico e non limitato al solo periodo interessato. Da come si valuta e da come se ne uscirà sapremo se la lezione di questi anni sarà servita a qualcosa o se continueremo nella folle corsa verso l’autodistruzione. Le risposte della politica e dell’economia “classica” sono state insufficienti, sbagliate e hanno fondamentalmente peggiorato gli effetti della crisi stessa, non leggendola e non affrontandola con le giuste armi e la giusta visuale.
Per certi aspetti, anche giustamente, è stata abbandonata, in nome della complessità, la visione novecentesca della società, e la conseguente visione ideologica che puntava al riscatto collettivo dell’essere umano. Si è dato spazio e dignità a forme sempre più esasperate di competizione tra gruppi e singoli esaltando, oltremisura, il ruolo dell’IO rispetto al NOI. Ricordate il mantra, ancora in voga anche tra di noi, della meritocrazia e della rottamazione? Ebbene in quest’ottica e in questa condivisione passiva della logica che c’era dietro, invece che esaltare le potenzialità di ognuno e indirizzarle ad un balzo qualitativo generale, si sono giustificate e aperte all’accettazione sociale le gabbie dei peggiori istinti egoistici e al conseguente massacro sociale, sia che interessi gli stati, gruppi o singoli. Ovviamente nulla è casuale, se questo è stato fatto, appare evidente che dietro ci siano interessi precisi. Gli interessi di quegli stessi che, pur essendo i maggiori responsabili della crisi, dalla stessa hanno ricevuto i migliori benefici.
Ritornando alla domanda che, da sempre ci si fa, del che fare? Appare chiaro che chiunque voglia uscire da questa crisi e combatterne i nefasti effetti, non può farlo ricorrendo ad una semplice operazione di maquillage.
Tanto per essere più chiari e precisi, il semplice ricorrere ai classici parametri della crescita economica, pur apparendo come la risposta più semplice e comprensibile al momento, non è certamente quella più adeguata. Si diceva all’inizio crisi sistemica e non episodica. Forza lavoro sempre più abbondante e sempre più a buon mercato con sempre meno posti da occupare. Materie prime e beni essenziali (es. l’acqua), sempre più scarsi e fonte di speculazioni globali e monopolistiche. Presenza di una finanza che salvaguarda esclusivamente se stessa e il proprio ruolo dominante svincolata da qualsiasi dovere sociale o politico di sussidiarietà. Un ambiente e le sue risorse che, seppur immenso, non è illimitato e con il massiccio sfruttamento legato esclusivamente alla logica del profitto rischia  di portare l’umanità ad un default collettivo senza precedenti, non fra mille anni  ma in pochi decenni. Mettiamoci anche le guerre, le carestie, le ingiustizie sociali di quelle parti del mondo da sempre considerata come territori da sfruttare e depredare, con le conseguenti migrazioni bibliche di questi anni, e il quadro è abbastanza completo per essere non preoccupati, ma atterriti. E, purtroppo, sembrano inadeguati e limitati anche gli strumenti e le letture forniti dalla politica, anche quella ideologica, legate come sono, ad un riscontro immediato e misurabile in termini di risultati elettorali. E’ indubbio che rispetto le problematiche drammaticamente esplose con la crisi attuale, ma già presenti  nel corpo sociale da tempo, il capitalismo soprattutto nella sua forma più recente e cinica, quello liberista finanziario,appare senza dubbio, come il maggiore responsabile e, di conseguenza,il più  inadeguato a fornire risposte e soluzioni. Risposte e soluzioni che possono partire solo da quelle forze e da quegli ideali che partendo da una base di ricerca di giustizia, eguaglianza e libertà possono, più facilmente e più logicamente, fare proprie nuove visioni e nuove tematiche da iniettare nel proprio dna politico senza rischiare grosse crisi di rigetto. Ecco quindi che veniamo al noi e a quello che ognuno può fare nel suo piccolo. Forse non è un caso che, in alcuni paesi, la crisi abbia prodotto effetti più pesanti che per altri, come nel caso dell’Italia. E non è un caso, forse, che il tutto sia stato esponenzialmente aggravato, da una lettura da parte della sinistra, sbagliata e in controtendenza rispetto i propri presupposti ideali prima che ideologici. Se questo può essere vero, e secondo me è un aspetto da non sottovalutare, una delle cose da fare è cercare di risostruire quel tessuto connettivo che faceva della sinistra, in passato, il principale baluardo contro gli eccessi e le ingiustizie insite nel sistema capitalista. Nessun nostalgico riproporsi di schemi e simboli che appartengono al sentimento e alla storia personale e collettiva, ma la proposizione con forza del concetto che, se non si parte dalla lotta alle disuguaglianze, non potremo mai sperare di innestarle e contaminarle con successo con le nuove tematiche. Quelle che parlano di un’economia sostenibile, di una salvaguardia ambientale, di un cambiamento sostanziale anche di usi e consumi personali. Troppo spesso queste sono legate, nella proposta,  a forme di francescanesimo o di pauperismo che, per gran parte della popolazione mondiale (e anche italiana) in condizioni di sofferenza e povertà non potrebbero mai, non solo, essere recepite e fatte proprie, ma sicuramente avversate e combattute.
Questa è la sfida che abbiamo di fronte, queste sono secondo me, le possibilità che abbiamo. Se stiamo passivamente ad aspettare che un’inversione di tendenza venga da coloro che ne sono i responsabili rischieremmo la paralisi e il default collettivo, non finanziario, non economico ma globale.


MIZIO