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giovedì 16 marzo 2017

C'E' CRISI, GRANDE CRISI!

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Quando nel 2008, cominciò questa lunghissima crisi fu chiaro fin quasi da subito che si trattava di una crisi non ciclica e non episodica, come tante altre tipiche del capitalismo. Diversa e più devastante anche della famosa crisi del ’29, perché diverse le condizioni, diverse le motivazioni, diverso l’habitat e gli assetti sociali e mondiali. La globalizzazione e la mercificazione delle umane attività legate sempre più, non solo e non prevalentemente al profitto del capitalista, ma alla speculazione finanziaria, associata ad una indotta richiesta sempre maggiore di merci a prezzi sempre più bassi  e conseguenti sfruttamenti di risorse a prezzi sempre crescenti ha creato un cortocircuito sistemico e non limitato al solo periodo interessato. Da come si valuta e da come se ne uscirà sapremo se la lezione di questi anni sarà servita a qualcosa o se continueremo nella folle corsa verso l’autodistruzione. Le risposte della politica e dell’economia “classica” sono state insufficienti, sbagliate e hanno fondamentalmente peggiorato gli effetti della crisi stessa, non leggendola e non affrontandola con le giuste armi e la giusta visuale.
Per certi aspetti, anche giustamente, è stata abbandonata, in nome della complessità, la visione novecentesca della società, e la conseguente visione ideologica che puntava al riscatto collettivo dell’essere umano. Si è dato spazio e dignità a forme sempre più esasperate di competizione tra gruppi e singoli esaltando, oltremisura, il ruolo dell’IO rispetto al NOI. Ricordate il mantra, ancora in voga anche tra di noi, della meritocrazia e della rottamazione? Ebbene in quest’ottica e in questa condivisione passiva della logica che c’era dietro, invece che esaltare le potenzialità di ognuno e indirizzarle ad un balzo qualitativo generale, si sono giustificate e aperte all’accettazione sociale le gabbie dei peggiori istinti egoistici e al conseguente massacro sociale, sia che interessi gli stati, gruppi o singoli. Ovviamente nulla è casuale, se questo è stato fatto, appare evidente che dietro ci siano interessi precisi. Gli interessi di quegli stessi che, pur essendo i maggiori responsabili della crisi, dalla stessa hanno ricevuto i migliori benefici.
Ritornando alla domanda che, da sempre ci si fa, del che fare? Appare chiaro che chiunque voglia uscire da questa crisi e combatterne i nefasti effetti, non può farlo ricorrendo ad una semplice operazione di maquillage.
Tanto per essere più chiari e precisi, il semplice ricorrere ai classici parametri della crescita economica, pur apparendo come la risposta più semplice e comprensibile al momento, non è certamente quella più adeguata. Si diceva all’inizio crisi sistemica e non episodica. Forza lavoro sempre più abbondante e sempre più a buon mercato con sempre meno posti da occupare. Materie prime e beni essenziali (es. l’acqua), sempre più scarsi e fonte di speculazioni globali e monopolistiche. Presenza di una finanza che salvaguarda esclusivamente se stessa e il proprio ruolo dominante svincolata da qualsiasi dovere sociale o politico di sussidiarietà. Un ambiente e le sue risorse che, seppur immenso, non è illimitato e con il massiccio sfruttamento legato esclusivamente alla logica del profitto rischia  di portare l’umanità ad un default collettivo senza precedenti, non fra mille anni  ma in pochi decenni. Mettiamoci anche le guerre, le carestie, le ingiustizie sociali di quelle parti del mondo da sempre considerata come territori da sfruttare e depredare, con le conseguenti migrazioni bibliche di questi anni, e il quadro è abbastanza completo per essere non preoccupati, ma atterriti. E, purtroppo, sembrano inadeguati e limitati anche gli strumenti e le letture forniti dalla politica, anche quella ideologica, legate come sono, ad un riscontro immediato e misurabile in termini di risultati elettorali. E’ indubbio che rispetto le problematiche drammaticamente esplose con la crisi attuale, ma già presenti  nel corpo sociale da tempo, il capitalismo soprattutto nella sua forma più recente e cinica, quello liberista finanziario,appare senza dubbio, come il maggiore responsabile e, di conseguenza,il più  inadeguato a fornire risposte e soluzioni. Risposte e soluzioni che possono partire solo da quelle forze e da quegli ideali che partendo da una base di ricerca di giustizia, eguaglianza e libertà possono, più facilmente e più logicamente, fare proprie nuove visioni e nuove tematiche da iniettare nel proprio dna politico senza rischiare grosse crisi di rigetto. Ecco quindi che veniamo al noi e a quello che ognuno può fare nel suo piccolo. Forse non è un caso che, in alcuni paesi, la crisi abbia prodotto effetti più pesanti che per altri, come nel caso dell’Italia. E non è un caso, forse, che il tutto sia stato esponenzialmente aggravato, da una lettura da parte della sinistra, sbagliata e in controtendenza rispetto i propri presupposti ideali prima che ideologici. Se questo può essere vero, e secondo me è un aspetto da non sottovalutare, una delle cose da fare è cercare di risostruire quel tessuto connettivo che faceva della sinistra, in passato, il principale baluardo contro gli eccessi e le ingiustizie insite nel sistema capitalista. Nessun nostalgico riproporsi di schemi e simboli che appartengono al sentimento e alla storia personale e collettiva, ma la proposizione con forza del concetto che, se non si parte dalla lotta alle disuguaglianze, non potremo mai sperare di innestarle e contaminarle con successo con le nuove tematiche. Quelle che parlano di un’economia sostenibile, di una salvaguardia ambientale, di un cambiamento sostanziale anche di usi e consumi personali. Troppo spesso queste sono legate, nella proposta,  a forme di francescanesimo o di pauperismo che, per gran parte della popolazione mondiale (e anche italiana) in condizioni di sofferenza e povertà non potrebbero mai, non solo, essere recepite e fatte proprie, ma sicuramente avversate e combattute.
Questa è la sfida che abbiamo di fronte, queste sono secondo me, le possibilità che abbiamo. Se stiamo passivamente ad aspettare che un’inversione di tendenza venga da coloro che ne sono i responsabili rischieremmo la paralisi e il default collettivo, non finanziario, non economico ma globale.


MIZIO

mercoledì 11 febbraio 2015

ECONOMIA ECOLOGICA


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Abbiamo il piacere di presentarvi l’intervento che l’ingegnere energetico Carlo Federico Marazzi ha tenuto in occasione del Festival Culturale per la Cooperazione Officina Futuro con la speranza annunciata di aprire il dialogo tra economisti e professionisti di altre discipline.

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Dato il poco tempo a disposizione, cercherò di spiegare cos’è l’economia ecologica nei suoi tratti essenziali. In realtà ogni punto meriterebbe di essere approfondito a parte. Così questa mia breve esposizione di oggi può essere, tutt’al più, considerata come un promemoria di lavoro.

INTRODUZIONE
Ci è stato detto che la crisi economico–finanziaria, importata dagli Stati Uniti nel 2008, e tutt’ora in atto, è stata originata dallo scoppio della bolla immobiliare negli USA e dalla cartolarizzazione dei mutui subprime. Poi, una volta giunta in Eurolandia, questa crisi si è ulteriormente aggravata a causa del sistema economico finanziario qui esistente (sistema dell’euro) e del rilevante indebitamento privato con l’estero dei Paesi del Sud Europa. Questo è senz’altro vero, ma la verità completa è che questa crisi mondiale è una crisi sistemica, causata da molti fattori che si influenzano a vicenda.
L’attuale dibattito sulla crisi economica che si sta tiepidamente aprendo anche alle voci non allineate, considera, con un’insistenza martellante, alcune presunte cause della crisi economica ma trascura un tassello molto importante, la cui conoscenza è indispensabile per capire, in tutta la sua complessità e gravità, la crisi che stiamo vivendo. In verità, c’è un silenzio quasi assordante su una causa fondamentale di questa crisi economico– finanziaria: il progressivo esaurimento delle risorse energetiche del pianeta ed il suo progressivo inquinamento. Nonostante la loro rilevante importanza sull’economia, gli aspetti energetici della crisi sono ancora completamente taciuti dai media, sia per la grande complessità del tema, che è di natura sistemica, ma anche per l’assoluta impreparazione della classe dirigente del Paese ad affrontare l’argomento e a proporre soluzioni.
I rendimenti decrescenti di produzione dell’energia, dovuti alla sempre minore accessibilità alle risorse energetiche, e le azioni di mitigazione per contrastare gli effetti del cambiamento climatico stanno sottraendo sempre più risorse all’economia reale, tanto che ne rimangono sempre di meno per produrre beni e servizi. Questi, sono i veri fattori che hanno innescato la crisi economico–finanziaria e che stanno portando al collasso il nostro attuale sistema socioeconomico.
Il problema energetico è un problema molto complesso e, senza una solida conoscenza di base delle varie problematiche, è facile prendere degli abbagli e cadere in luoghi comuni. Personalmente ritengo fondamentale che tutti abbiano almeno una conoscenza elementare dei problemi che ci affliggono a causa delle caratteristiche del nostro esistente sistema socioeconomico, fortemente dipendente dai combustibili fossili. Non è lontano il giorno in cui dovremo prendere delle decisioni molto importanti riguardo al nostro futuro stile di vita.

IL SISTEMA SOCIOECONOMICO DOMINANTE
Per tratteggiare l’attuale sistema socioeconomico, che è dominante in questa nostra epoca decadente e post capitalista, potremmo dire che è un sistema neoliberista, totalmente materialista e dogmatico, sostenuto dalla tecnologia della produttività, che è figlia di una scienza riduzionista. E’ un sistema la cui economia si impone sulla Natura per dominarla e non per comprenderla.
E’ un sistema socioeconomico, basato sul debito, progettato per crescere all’infinito, per poter agevolmente ripagare gli interessi, ma è un sistema strutturalmente instabile (per errore di progetto), che tende a collassare non appena cessa di crescere. Purtroppo, su un pianeta dalle risorse finite com’è il nostro, un tale sistema non può crescere all’infinito e già oggi incominciamo a vedere i primi limiti alla crescita. Limiti che si manifestano con una sempre minore accessibilità alle risorse materiali del pianeta, con un inquinamento in crescita esponenziale e con l’incapacità, da parte di questo sistema economico, di gestire la mutata realtà del mondo mentre si avvicina ai suoi limiti. La più lampante dimostrazione dell’ inadeguatezza del nostro sistema socioeconomico, è la presente crisi che, nonostante le reiterate parole tranquillizzanti dei politici, non finirà mai e che, per meglio comprenderne le origini, la dovremmo più correttamente chiamare terzo shock petrolifero (dopo i primi due degli anni ‘70).
Quello attuale è un sistema socioeconomico superbo e ambizioso. E’ privo di ogni riferimento etico e pretende di presentarsi come una disciplina scientifica per acquisire quell’autorevolezza, propria delle scienze naturali ed imporre le sue presunte verità. La sua teoria economica, giustificandosi con l’econometria, pretende di promuovere delle semplici correlazioni al rango di leggi fisiche, senza però rendersi conto che i suoi modelli econometrici non sono così solidi come i modelli della fisica e senza neppure sapere che, dopo Gödel e Popper, neanche la fisica può pretendere che i suoi modelli rappresentino la verità.
Per continuare ad alimentare l’illusione di una crescita infinita (che è fisicamente impossibile), da qualche decennio il sistema socioeconomico si sta, per così dire, dematerializzando. Ne è un segno evidente l’abnorme crescita dell’economia finanziaria la quale, era (e doveva rimanere) un semplice ed utile servizio dell’economia reale ma che, data la sua natura virtuale e basata sul nulla, si è pericolosamente gonfiata ed oggi è di un ordine di grandezza superiore all’economia reale.

NECESSITA’ DELLA CRESCITA ECONOMICA INFINITA
Gli economisti del sistema economico dominante, per giustificare la loro teoria della crescita economica infinita, anche su un pianeta dalle risorse limitate, precisano che quello che intendono far crescere indefinitamente è il valore dei beni e dei servizi e non la quantità fisica di energia e di materia necessarie per produrli. Però, con questa loro affermazione, dimostrano di credere in una tecnologia taumaturgica che permetterà di produrre beni e servizi reali, sia pure di valore sempre crescente, ma con un uso di risorse energetiche e materiali tendente a zero. Anche se, al momento, c’è ancora spazio per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse e quindi per ridurre ancora un po’ i flussi di materia e di energia, a parità di bene prodotto, è comunque evidente che non è possibile dematerializzare completamente l’economia. Quello che questi economisti affermano è solo una pia illusione. La verità è che anche in macroeconomia esiste un limite alla crescita infinita del PIL.
Perché la classe politica dirigente difende tenacemente la crescita infinita? Perché crede che essa, da sola, possa risolvere efficacemente e tutto in una volta diversi problemi di natura politica, quali: la sovrappopolazione, l’ingiusta distribuzione dei redditi, la disoccupazione ed il degrado ambientale. Ad esempio, i politici credono che la crescita economica risolva il problema della disoccupazione perché stimola gli investimenti oppure, ancora, che la crescita economica renda più tollerabile il problema dell’ ingiusta distribuzione dei redditi fra le classi sociali perché, con l’aumento del PIL procapite, tutti si arricchiscono, anche i poveri.
Senza crescita infinita, invece, i politici sono costretti ad individuare e adottare soluzioni politiche specifiche per i diversi problemi sociali. Soluzioni che, potendo essere radicali, impopolari e richiedere grandi sacrifici, sono molto restii ad imporre e fortemente osteggiate dalle diverse fasce sociali.



ECONOMIA ECOLOGICA O ECOFISICA
Immersi come siamo in una crisi economica globale, irrisolvibile con l’attuale sistema socioeconomico, in un mondo sempre più in stato di emergenza, con focolai di guerra sparsi ovunque, al limite della sostenibilità dell’uso delle risorse naturali, sentiamo un urgente bisogno di costruire un nuovo sistema socioeconomico, dal volto umano. Un sistema che opera contemporaneamente su due piani, diversi ma corrispondenti: il piano reale, che assicura che l’attività economica, quella dello scambio di beni e servizi, sia ben piantata nella realtà, ed il piano spirituale che garantisce che l’economia dell’uomo si sviluppi all’interno e nel rispetto dei limiti dell’Ecosistema di cui è parte e in profonda armonia con la Natura e le sue leggi.
Il nuovo sistema socioeconomico, che chiamiamo “Ecologico” o anche “Ecofisico” per ricordare, secondo l’originario significato greco della parola composta, che si fonda sulla disciplina e l’arte di operare contemporaneamente sui due piani: quello della realtà e dello spirito, questo sistema dicevo è progettato per regolare, in modo ecologico, sostenibile e resiliente, i rapporti economici tra gli uomini e per amministrare le risorse del pianeta, senza superare i limiti naturali dell’Ecosistema.
L’ecofisica può ben essere annoverata, insieme all’arte, all’estetica e alla vera politica, tra le discipline che aiutano l’uomo a riprodurre nel suo mondo convenzionale, nei rapporti tra i suoi simili, l’armonia dell’universo, l’ordine ”naturale” delle cose.
L’ aspirazione a condurre l’attività economica umana, in armonia con le leggi della Natura e dell’etica, deriva dal fatto che sentiamo ormai impellente la necessità:
  di avere una classe politica capace di allocare al meglio le limitate risorse del pianeta per l’esclusivo benessere della collettività;
  di avere imprenditori che esercitano l’attività economica in modo sostenibile;
 di avere economisti che consigliano i potenti (quelli che decidono), solo dopo aver meditato a lungo e aver maturato una profonda sensibilità sul ruolo dell’uomo all’interno dell’Ecosistema, sul delicato equilibrio con le altre specie viventi e sul valore intrinseco delle risorse materiali del pianeta.
Il nuovo sistema socioeconomico “ecofisico”, per potersi pienamente attuare, richiede soprattutto il cambiamento della nostra visione del mondo. Noi dobbiamo smettere di giocare il ruolo di consumatori inermi, teleguidati dalla pubblicità. Dobbiamo tornare a pensare con la nostra testa e riprendere in mano il nostro destino. Dobbiamo imparare ad essere pro-sumatori (produttori e consumatori insieme), dobbiamo imparare più mestieri (il concetto dei nostri vecchi di: imparare l’arte e metterla da parte) per essere più resilienti e autonomi (ad esempio: imparare a coltivare l’orto, fare piccoli lavori di manutenzione, riparare strumenti, rammendare, ecc.). Dobbiamo impegnarci a ricostruire, nella nostra comunità, un’economia locale promossa anche da una moneta locale che non sia basata sul debito. Dobbiamo vivere più centrati ed equilibrati, essere più fiduciosi in noi stessi e meno ansiosi, più poveri di beni materiali e più ricchi di relazioni umane, più collaborativi e meno competitivi. Dobbiamo infine pretendere da tutti il rispetto dei valori e della dignità umana e specialmente dalla classe che ci dirige.

LA DIPENDENZA DEL SISTEMA ECONOMICO DALL’ENERGIA
L’attuale sistema socioeconomico è fortemente dipendente dai combustibili fossili. Tutti i beni e i servizi prodotti dall’economia sono realizzati e trasportati con macchine che funzionano con i combustibili fossili (soprattutto petrolio).
A partire dagli inizi del ‘900, negli Stati Uniti, un Paese che si stava industrializzando grazie alla scoperta di ingenti quantità di petrolio sul suo territorio, gli economisti hanno rilevato una forte correlazione tra il Prodotto interno lordo (PIL) del Paese ed il suo consumo complessivo di risorse energetiche fossili. Una correlazione che poi si è scoperta valida anche per altri Paesi del mondo occidentale, anch’essi in via di industrializzazione. La persistenza, nel tempo, di quella correlazione ha indotto gli economisti a pensare che fosse una vera e propria legge della natura.
Fu così che, il rapporto tra l’energia netta totale prodotta dalle risorse fossili ed il Prodotto interno lordo (PIL) divenne un indice e prese il nome di intensità (di dipendenza) energetica dell’economia del Paese. Con la scoperta di questa legge, gli economisti non ebbero più dubbi: per assicurare al Paese la tanto desiderata crescita economica continua non si doveva fare altro che garantire un’ analoga crescita del consumo delle risorse energetiche fossili.

Energy Return on Energy Invested (EROI)
Dalla considerazione che, per ottenere energia, (in genere) si deve spendere energia, deriva un importante indice della qualità energetica: l’ EROI, detto anche tasso di ritorno energetico (dell’energia investita), che assume il significato di quanta energia si ottiene per unità di energia investita. Un modo di capire il concetto di EROI, è di pensare a quando facciamo il pieno di benzina. Sappiamo intuitivamente che l’EROI è molto grande perché l’energia che la benzina ci fornisce, per far funzionare la nostra auto, è molto maggiore di quella che è stata spesa per produrla (per estrarre il petrolio dal giacimento, per raffinarla, per trasportarla presso il rifornitore, per pomparla nel serbatoio della nostra auto)

Rapporto di intensità energetica (EIR)
Purtroppo l’EROI ha lo svantaggio di essere un indicatore un po’ difficile da valutare e, tutto sommato, abbastanza soggettivo. C’è invece un altro indice della qualità energetica che è più facile da calcolare: l’EIR o Rapporto di Intensità Energetica che misura il ritorno economico dell’energia spesa e assume il significato di quanto PIL è prodotto da un determinato sistema socioeconomico, per unità di spesa energetica. Il Paese che ha un indice EIR alto, ha un sistema socioeconomico molto efficiente nel trasformare le risorse energetiche disponibili in Prodotto Interno Lordo (PIL).
Purtroppo i dati dimostrano che gli indici EROI e EIR stanno calando in molti Paesi del mondo e questo è tra le principali cause delle attuali difficoltà economiche e della recessione.

LE CARATTERISTICHE DELL’ECONOMIA ECOLOGICA
Il sistema socioeconomico ecofisico è a basso profilo energetico e pone maggiore enfasi agli investimenti ecologici strategici piuttosto che ai consumi. Gli investimenti ecologici sono sostenibili e si distinguono da quelli tradizionali perché sono connotati da tassi di rendimento inferiori e da tempi di ritorno più lunghi, caratteristiche che implicano cambiamenti dei soggetti investitori e ridefinizione degli obiettivi.
Con riferimento ai soggetti investitori, gli investimenti ecofisici, data la loro minore redditività, sono prevalentemente guidati dal settore pubblico e puntano ai seguenti obiettivi:
  ridurre l’utilizzo delle risorse materiali
  garantire la piena occupazione
  costruire infrastrutture per lo sviluppo di attività sociali
  promuovere le tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili,
  privilegiare le tecnologie dell’efficienza nei processi (rispetto alle tecnologie della produttività),
  salvaguardare l’Ecosistema (assistere i servizi ecosistemici e armonizzare l’attività economica con la biosfera e con la sfera inorganica: il clima). Nella visione ecofisica, l’Ecosistema è l’ unico sistema, enormemente complesso, che comprende tutta la vita sul nostro pianeta ed è composto da due importanti sotto–sistemi: il sistema delle specie viventi (biosfera) ed il sistema dei costituenti fisico–chimici che sostengono la vita (sfera inorganica). Pertanto, nella visione ecofisica, e questo è il punto fondamentale, il sistema socioeconomico (composto dagli uomini e dalla loro economia e tecnologia) è un sotto–sistema dell’Ecosistema e come tale deve e può vivere solamente all’interno dell’Ecosistema. In definitiva, il sistema socioeconomico ecofisico è peculiare perché:
  è caratterizzato da un più elevato rapporto tra investimenti pubblici e investimenti privati
  promuove l’economia dei servizi e le attività economiche a basso impatto ambientale dove il maggior valore aggiunto delle relazioni umane giustifica un maggior impiego di lavoro umano per unità di servizio reso
  considera della massima importanza il valore intrinseco del capitale naturale e dei servizi ecologici forniti dall’Ecosistema e li internalizza nei propri modelli di calcolo
 è un sistema socioeconomico stabile perché intrinsecamente sostenibile (non deve dipendere dalla continua crescita dei consumi)

CONCLUSIONI
A conclusione di questo mio intervento vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che esistono dei problemi che non si possono risolvere, semplicemente perché sono mal posti e intrinsecamente contraddittori. Non riusciremo mai a risolvere la crisi mantenendo un sistema socioeconomico basato sulla crescita infinita su un pianeta finito. L’unico esito possibile sarà il collasso.
Però, abbiamo ancora una speranza. Dobbiamo solo capire che occorre cambiare l’approccio per risolvere un problema ben posto. E la soluzione salta effettivamente fuori ed è quella di fare una transizione ordinata verso un sistema socioeconomico ecofisico. Ma dobbiamo farla al più presto perché, più tarderemo, maggiore sarà la probabilità che avvenga in modo caotico.

Signori, Benvenuti nel mondo senza soluzioni semplici ai problemi complessi.
Carlo Federici Marrazzo



martedì 5 novembre 2013

QUESTA CRESCITA E' CONTRO LA VITA

Un commerciante indiano ispeziona i semi di girasole come egli partecipa a una vendita all'asta di semi al mercato del grano nel villaggio di Jandiala, vicino a Amritsar, in India, il 29 maggio 2013.

L'ossessione della crescita ha travolto il nostro interesse per la sostenibilità, la giustizia e la dignità umana. Ma le persone non sono merci da usare e gettare - il valore della vita si trova fuori dallo sviluppo economico

La crescita illimitata è la fantasia di economisti, imprese e politici. La vedono come una misura del progresso. Come risultato, il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare la ricchezza delle nazioni, è diventato sia il numero più potente che il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia, la crescita economica nasconde la povertà creata attraverso la distruzione della natura, la quale a sua volta porta a comunità incapaci di provvedere a se stesse.



Durante la seconda guerra mondiale il concetto di crescita fu presentato come una misura per la movimentazione delle risorse. Il PIL si basa sulla creazione di un confine artificiale e fittizio, il quale parte dal presupposto che se produci ciò che consumi, non produci. In effetti, la "crescita", misura la trasformazione della natura in denaro e dei beni comuni in merci.

Così i magnifici cicli naturali di rinnovamento dell’acqua e delle sostanze nutritive sono qualificati non produttivi. I contadini di tutto il mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono; le donne che coltivano o fanno la maggior parte dei lavori domestici non rispettano questo paradigma di crescita. Una foresta vivente non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi vengono tagliati e venduti come legname, abbiamo la crescita. Le società e le comunità sane non contribuiscono alla crescita, ma la malattia crea crescita attraverso, ad esempio, la vendita di medicine brevettate.

L'acqua disponibile come bene comune condiviso liberamente e protetto da tutti viene fornita a tutti. Tuttavia, essa non crea crescita. Ma quando la Coca-Cola impone una pianta, estrae l'acqua e con essa riempie le bottiglie di plastica, l'economia cresce. Ma questa crescita é basata sulla creazione di povertà - sia per la natura sia per le comunità locali. L'acqua estratta al di là della capacità della natura di rigenerarsi crea una carestia d'acqua. Le donne sono costrette a percorrere lunghe distanze in cerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada nel Kerala, quando la passeggiata per l'acqua è diventata 10 km, la tribale donna locale Mayilamma ha detto che il troppo è troppo. Non possiamo camminare ulteriormente, l'impianto della Coca-Cola deve chiudere. Il movimento che le donne incominciarono ha portato infine alla chiusura dello stabilimento.

Nella stessa ottica, l'evoluzione ci ha regalato il seme. Gli agricoltori lo hanno selezionato, allevato e lo hanno diversificato – esso è la base della produzione alimentare. Un seme che si rinnova e si moltiplica, produce semi per la prossima stagione, così come il cibo. Tuttavia, il contadino di razza e il contadino che salva i semi non sono visti come un contributo alla crescita. Ciò crea e rinnova la vita, ma non porta a profitti. La crescita inizia quando i semi vengono modificati, brevettati e geneticamente resi sterili, portando gli agricoltori ad essere costretti a comprare di più ogni stagione.

La natura si impoverisce, la biodiversità é erosa e una risorsa aperta libera si trasforma in una merce brevettata. L'acquisto di semi ogni anno é una ricetta per l'indebitamento dei poveri contadini dell'India. E da quando é stato istituito il monopolio dei semi, l'indebitamento degli agricoltori é aumentato. Dal 1995, oltre 270.000 agricoltori in India sono stati presi nella trappola del debito e si sono suicidati.

La povertà è anche ulteriore spreco quando i sistemi pubblici vengono privatizzati. La privatizzazione di acqua, elettricità, sanità e istruzione genera crescita attraverso i profitti. Ma genera anche povertà, costringendo la gente a spendere grandi quantità di denaro per ciò che era disponibile a costi accessibili come bene comune. Quando ogni aspetto della vita é commercializzato e mercificato, vivere diventa più costoso, e la gente diventa più povera.

Sia l'ecologia che l'economia sono nate dalla stessa radice - "oikos", la parola greca per casa. Fino a quando l'economia è stata incentrata sulla famiglia, essa riconosceva e rispettava le sue basi nelle risorse naturali e i limiti del rinnovamento ecologico. Essa era focalizzata a provvedere ai bisogni umani di base all'interno di questi limiti. L'economia basata sulla famiglia era anche incentrata sulle donne. Oggi l'economia è separata sia dai processi ecologici che dai bisogni fondamentali e si oppone ad ambedue. Mentre la distruzione della natura veniva motivata da ragioni di creazione della crescita, la povertà e l'espropriazione aumentavano. Oltre ad essere insostenibile, è anche economicamente ingiusta.

Il modello dominante di sviluppo economico é infatti diventato contrario alla vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flusso di denaro, i ricchi diventano più ricchi e i poveri sempre più poveri. E i ricchi possono essere ricchi in termini monetari - ma anche loro sono poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani.

Nel frattempo, le richieste del modello attuale dell'economia stanno portando a guerre per le risorse come quelle per il petrolio, guerre per l'acqua, guerre alimentari. Ci sono tre livelli di violenza implicati nello sviluppo non sostenibile. Il primo é la violenza contro la terra, che si esprime come crisi ecologica. Il secondo é la violenza contro l'uomo, che si esprime come povertà, miseria e migrazioni. Il terzo é la violenza della guerra e del conflitto, come potente caccia alle risorse che si trovano in altre comunità e paesi per i propri appetiti illimitati.

L'aumento del flusso di denaro attraverso il PIL si è dissociato dal valore reale, ma coloro che accumulano risorse finanziarie possono poi reclamare pretese sulle risorse reali delle persone - la loro terra e l'acqua, le foreste e i semi. Questa sete conduce essi all'ultima goccia d'acqua e all'ultimo centimetro di terra del pianeta. Questa non è la fine della povertà. É la fine dei diritti umani e della giustizia.


Gli economisti e premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, hanno riconosciuto che il PIL non coglie la condizione umana e hanno sollecitato la creazione di altri strumenti per misurare il benessere delle nazioni. Questo é il motivo per cui paesi come Bhutan hanno adottato la felicità nazionale lorda al posto del prodotto interno lordo per calcolare il progresso. Abbiamo bisogno di creare misure che vadano oltre il PIL, ed economie che vadano al di là del supermercato globale, per ringiovanire la ricchezza reale. Dobbiamo tener presente che la vera valuta della vita é la vita stessa.
VANDANA SHIVA


domenica 2 giugno 2013

NE RIMARRA' SOLO UNO!...FORSE



Si estendeva dal mar Caspio al mar Baltico, dal centro dell'Europa alle isole Kurile nel Pacifico, dalla siberia al centro dell'Asia. Il suo arsenale nucleare contava 45,000 testate mentre il suo esercito raggiungeva i 5 milioni di unità. Non c'era stato nulla di simile nell'Eurasia sin dai tempi in cui i Mongoli conquistarono la Cina, parti dell'Eurasia centrale e la pianura Iraniana, e cavalcarono in Medio Oriente saccheggiando Baghdad. Tuttavia fu il più povero e il più debole potere imperiale a sparire, quando l'unione sovietica crollò nel dicembre del 1991.
 E poi ce ne fu uno. Non era mai successo prima: un'unica nazione dominava il globo senza l'ombra di un rivale. Non esisteva neanche un nome per tale stato (o stato di mente). "Superpotenza" era già stato usato quando ce n'erano due
"Iperpotenza" fu provato brevemente ma non trovo seguito. "Unica superpotenza" resse per un po’ ma non fu soddisfacente. "Grande potenza", una volta l'apice degli appellativi, era ormai un'espressione da poco, avanzo dei secoli nei quali varie nazioni europee e il Giappone allargavano i loro imperi. Alcuni iniziarono a parlare di un mondo "unipolare" nel quale tutte le strade...beh, portavano a Washington.
Ancora oggi, non abbiamo accettato del tutto quel momento quando l'impero sovietico, non all'improvviso -- soprattutto per Washington -- si disintegrò nel nulla. Rimasto in piedi, il vincitore della guerra fredda sembrava, allora, come un impero dove brillava il sole. Era come se l'umanità avesse sempre viaggiato verso questa meta. Sembrava la fine della corsa.

L'Ultimo Impero ?

Dopo l'ascesa e la caduta degli Assiri e dei Romani, dei Persiani, dei Cinesi, dei Mongoli e degli Spagnoli, dei Portoghesi, degli Olandesi, dei Francesi, degli Inglesi, dei Tedeschi e dei Giapponesi, il processo sembrava giunto al termine. Gli Stati Uniti dominavano in un modo inimmaginabile prima -- tranne che nei film Hollywoodiani, dove i cattivi blateravano i loro maligni piani per dominare il mondo.
 Per iniziare gli U.S. erano un impero di capitale globale. Con il crollo del comunismo stile sovietico (e la trasformazione del regime comunista Cinese in una banda di pseudo capitalisti autoritari), non esistevano altri modelli da seguire, economicamente parlando. C'era il modo di Washington -- e quello del fondo monetario internazionale e della banca mondiale (entrambe controllate da Washington) -- e le altre strade, come ha dimostrato chiaramente l'esempio sovietico, portavano all'obsolescenza e alla rovina
In aggiunta, gli Stati Uniti avevano un potere militare senza precedenti. Quando l'URSS cominciò a traballare, i capidistatoamericani, già da dieci anni stavano utilizzando consciamente la corsa alle armi per far spendere troppo al loro oppositore in modo da velocizzarne il crollo. E qui avvenne il fatto curioso dopo secoli di corse alle armi: quando non c'era più nessuno che corresse, gli Stati Uniti continuarono la corsa da soli
Negli anni successivi, le spese militari americane distaccarono di gran lunga tutti gli altri paesi, o combinazione di paesi. Gli Stati Uniti ospitavano i fabbricatori delle armi più potenti al mondo, erano tecnologicamente anni luce più avanti di qualsiasi altro paese, e continuarono a sviluppare armamenti futuri, per il 2020, il 2040, il 2060, anche se avevano stabilito quasi il monopolio mondiale nello scambio di armi (e cosi controllavano chi era ben armato e chi no)
Aveva un impero di basi all'estero, più di mille sparse nel mondo, anche questo un fenomeno senza precedenti. Era culturalmente dominante, in un modo tale che il paragone con qualsiasi altro momento storico era ridicolo. Così come i fabbricatori di armi americani, che producevano oggetti che facevano boom nella notte per il pubblico internazionale, i film action e fantasyamericani si sparsero globalmente. Da quei film agli archi dorati della "m" di Mc Donalds, dallo swoosh della Nike al personal computer, non c'era cultura che potesse vantarsi di un cachet mondiale così. 
Le altre maggiori potenze del momento -- l'Europa e il Giappone -- possedevano eserciti dipendenti da Washington, ospitavano basi statunitensi nei loro confini e continuavano a rifugiarsi sotto "l'ombrello nucleare" di Washington. Non c'è quindi da meravigliarsi se, negli Stati Uniti, il periodo post-sovietico fu presto proclamato come "the end of history" (la fine della storia), e la vittoria della "democrazia liberale" o della "libertà" fu celebrata come se non esistesse diverso domani.
Non c'è da stupirsi se, nel nuovo secolo, neoconservatori ed esperti di parte cominciarono a dichiarare che gli imperi britannici e romani erano stati scavalcati. Non c'è neanche da stupirsi che personaggi importanti dell'amministrazione George W. Bush sognavano di stabilire una Pax Americana nel Grande Medio Oriente e possibilmente in tutto il pianeta (così come una Pax Republicana in casa loro). Immaginavano di poter prevenire l'insorgere di uno o più avversari. Sempre.
Non stupiscono quindi le poche esitazioni che hanno avuto nel lanciare il loro immensamente potente esercito in guerre di scelta nel Grande Medio Oriente. Che cosa potrebbe andare storto? Che cosa potrebbe mai ostacolare la più grande potenza che la storia abbia mai visto? 

Assestarsi nel Periodo Imperiale, Stile Ventunesimo Secolo
  
E' trascorso quasi un quarto di secolo dalla scomparsa dell'Unione Sovietica e il fatto straordinario è quanto -- e quanto poco -- siano cambiate le cose.
Quanto è cambiato: il sogno di gloria militare di Washington in Afghanistan e in Iraq si è arenato con una velocità impressionante. Poi, nel 2007, il trascendentale impero del capitale rischiò anch'esso di implodere mentre un disastro unipolare finanziario contagiò tutto il pianeta. Esso condusse la gente a chiedersi se la più grande potenza mondiale potesse non essere poi così grande da non poter fallire; e ci ritrovammo improvvisamente -- così dicevano tutti -- immersi in un "mondo multipolare".
Nel frattempo, nel Grande Medio Oriente scoppiarono proteste, ribellioni, guerre civili e il caos senza neanche l'ombra di una Pax Americana, facendo sì che nella regione traballasse, ma senza (ancora) crollare, il sistema di guerra fredda controllato da Washington. L'abilità di Washington nell'imporre il proprio volere sul pianeta sembrò sempre più una pazza fantasia, mentre tutti i segni, inclusa l'emorragia del tesoro nazionale nella sconfitta in una guerra da mille miliardi, facevano pensare non all'ascesa ma ad un possibile declino.
Tuttavia, quant'è cambiato poco: gli europei e i giapponesi rimasero sotto quel riparo americano, i loro territori ancora pieni di basi americane. Nell'Euro-zona, i governi continuarono a tagliare i loro investimenti sia nella nato che nei loro stessi eserciti. La Russia rimase un paese con un considerevole arsenale nucleare e un esercito, ridotto, ma ancora abbastanza grande. Essa non mostrò però nessuna pretesa di divenire una "superpotenza". Altre potenze regionali sfidarono economicamente l'unipolarità -- la Turchia e il Brasile per dirne due -- ma non militarmente, e nessuna mostrò la voglia, né singolarmente, né in blocchi, di competere, imperialmente parlando, con gli Stati Uniti. I nemici di Washington nel mondo rimasero potenze molto modeste (anche se gonfiate a proporzioni enormi nella camera di risonanza dei media americani). Comprendevano un paio potenze regionali instabili (Iran e Corea Del Nord), un paio d'insurrezioni di minorità e dei gruppi relativamente piccoli di "terroristi" islamici. A parte ciò, come stima del potere sul pianeta, solo una manciata d'altri paesi possedeva qualche base all'infuori dei propri territori.
Sotto queste circostanze non poteva succedere nulla di più strano di ciò che segue: nel suo momento di completa ascesa, l'unica superpotenza della Terra con un esercito di mirabile potenza distruttiva e livello tecnologico non riusciva a vincere una guerra contro guerriglie debolmente armate.
Sorprendeva ancora di più il fatto che, nonostante non avesse seri rivali da nessuna parte, gli Stati Uniti sembravano in declino e non in ascesa, con infrastrutture marcenti, il suo popolo economicamente depresso, i suoi beni ancor più mal distribuiti, il congresso irreparabile, mentre si udiva un suon di risucchio dovuto ai soldi e il potere diretti verso la Sicurezza Nazionale. Prima o poi tutti gli imperi cadono, ma questo momento era senza dubbi curioso. 
E poi, ovviamente, c'era la Cina. Sul pianeta da noi abitato in queste ultime migliaia di anni, potevano esserci dubbi sul fatto che sarebbe stata la Cina la ovvia scelta per sfidare, prima o poi, il dominio della grande potenza regnante? Le stime prevedono che supererà gli Stati Uniti e diventerà la prima potenza economica mondiale entro il 2030.
Sembra che ora, l'amministrazione Obama, stia lavorando proprio intorno a quest’assunzione. Con la sua ben pubblicizzata "pivot" (o "riequilibratura") verso l'Asia, essa si sta muovendo per "frenare" la temuta nuova potenza. Tuttavia, anche se è vero che i cinesi stanno accrescendo il loro esercito e sfidando i loro vicini nella acque del pacifico, non ci sono segni che la dirigenza del paese sia pronta per imbarcarsi in una sfida globale contro Stati Uniti, né che ne sarà capace in futuro. I suoi problemi interni, dall'inquinamento alle sommosse, rimangono abbastanza sconcertanti, tanto da rendere poco plausibilel'idea di una Cina senza problematiche interne entro il 2030.


E poi ce ne fu Uno (di Pianeta)

Militarmente, culturalmente e in qualche modo economicamente, gli Stati Uniti rimangono ancora sorprendentemente soli sul pianeta Terra in termini imperiali, anche se quasi niente è andato come prevedeva Washington. La storia degli anni passati dalla caduta dell'URSS potrebbe essere una prova di come la dominazione americana e il suo declino avanzassero di pari passo, con il declino facente parte dell'equazione, essendo esso sorprendentemente auto-generato.
Ma ecco una possibilità genuina, persino che può confondere: quel periodo di "unipolarità" negli anni '90 potrebbe essere stato un punto finale nella storia così come la conoscevamo da millenni -- la storia dell'ascesa e della caduta degli imperi. Gli Stati Uniti possono esser stati l'ultimo impero? E' possibile che non esisteranno successori poiché qualcosa è profondamente cambiato nel modo di costruire imperi? Una cosa è sempre più chiara: in qualsiasi stato si trovi l'America imperiale, qualcosa di molto più cruciale per il destino dell'umanità (e degli imperi) è in declino. Parlo ovviamente del pianeta stesso.
L'attuale modello capitalista (l'unico possibile) per una potenza nascente, che sia la Cina, l'India o il Brasile, è anche un modello che va verso il declino planetario, forse in maniera precipitosa. La vera definizione di successo -- più consumatori di classe media, più possessori di automobili, più acquirenti,il che vuol dire più energia usata, più carburanti fossili bruciati, più gas di serra liberati in atmosfera -- concorda, e prima non sarebbe mai stato possibile, con la definizione di fallimento. Più ampio il "successo", più intense saranno le siccità, più potenti saranno le tempeste, più estremo sarà il clima, più alto sarà il livello del mare, più cresceranno le temperature, più sarà il caos nelle terre più basse o tropicali, più assoluto sarà il fallimento. La domanda è: tutto ciò metterà fine ai precedenti schemi storici, inclusa la finora prevedibile ascesa della prossima grande potenza, del prossimo impero? In un pianeta in via di sviluppo, è quantomeno immaginabile la nuova fase di gigantismo imperiale?
Ogni fattore che normalmente porterebbe verso la "grandezza" ora porta anche verso il declino globale. Questo processo -- che non potrebbe essere più ingiusto nei confronti dei paesi che stanno avendo la loro rivoluzione industriale e consumatrice in ritardo -- dà un nuovo significato all'espressione "capitalismo disastro".
Prendi i cinesi, dei quali i capi, abbandonando il modello Maoista, hanno fatto la cosa più naturale al mondo ai tempi: hanno disegnato la loro futura economia come quella degli Stati Uniti -- seguendo ciò che prima era definito come il successo. Per esempio, nonostante le tradizioni comuni sia tradizionali che rivoluzionarie, decisero che per essere una potenza mondiale, c'era la necessità di fare dell'auto (che significava guidatore individuale) un pilastro di qualsiasi stato capitalista cinese futuro. Se ha funzionato per gli Stati Uniti, funzionerà anche per loro, e a breve termine funzionò meravigliosamente, un miracolo capitalista -- la Cina sorse. 
Era tuttavia anche una ricetta per un inquinamento massiccio, per la degradazione ambientale e per il versamento a livelli record di carburanti fossili nell'atmosfera. E non solo la Cina. E non importa se si parla del suo vorace utilizzo di energia, incluse le possibile future "bombe al carbonio", o la possibilità che il declino americano si arresti tramite l'utilizzo di novi estremi metodi per produrre energia (il fracking o fratturazione idraulica, l'estrazione di sabbie bituminose, le perforazioni in fondo all'oceano). Questi metodi, nonostante l'indubbia degenerazione ambientale locale, potrebbero effettivamente trasformare gli Stati Uniti nella "nuova Arabia Saudita". Tutto questo, in compenso, contribuirebbe solamente alla degradazione del pianeta, al declino su scala sempre più vasta.
E se nel ventunesimo secolo, crescita significasse declino? E se il periodo unipolare si rivela il periodo durante il quale i precedentemente singolari eventi imperiali -- le ascese e le cadute -- si fondessero il un unico sistema catastrofico?


E se la storia dei nostri tempi fosse questa: E poi ci fu un pianeta, ed esso stava crollando. 

DI TOM ENGELHARDT
informationclearinghouse.info

giovedì 28 marzo 2013

SOSTENIBILITA', NUOVO PARADIGMA



L'esito delle elezioni ha creato una irreversibile instabilità del sistema politico italiano, ma sta anche facendo prendere coscienza a molti che siamo ormai alla vigilia di un "cambio di paradigma". Il sistema politico che ha retto le sorti del Paese negli ultimi vent'anni, ma soprattutto l'assetto economico che lo ha forgiato e foraggiato, non reggono più. Il successo di Grillo non ne è che un segnale.
Questo assetto, espressione e referente del cosiddetto "pensiero unico", è il combinato disposto di vari fattori.
Globalizzazione, delocalizzazione delle produzioni, precarizzazione del lavoro, diseguaglianze crescenti, finanziarizzazione del comando capitalistico, debito pubblico e privato come strumento di imbrigliamento della società, della politica e del lavoro, guerre, crisi e insicurezza come condizione umana permanente. È il paradigma che si è andato affermando nell'ultimo quarto del secolo scorso a spese di quello che era stato in vigore prima, nei cosiddetti "trent'anni gloriosi" (1945-75) senza che per molto tempo quel passaggio venisse avvertito in tutta la sua portata. Perché fino a quarant'anni fa i meccanismi portanti dell'accumulazione del capitale erano stati il mito dello sviluppo economico (sia nei paesi già "sviluppati" che in quelli "in via di sviluppo") e la crescita di salari, consumi e welfare: una sintesi di fordismo e politiche keynesiane governata con la continua espansione della spesa pubblica e l'intervento dello Stato nell'economia. Anche quel paradigma aveva comunque concluso il suo corso perché non reggeva più: a metterlo alle strette erano state le aspettative di uguaglianza, di autonomia, di democrazia, di libertà delle nuove generazioni (non a caso si era parlato allora addirittura dei "giovani come classe"): i movimenti studenteschi del '68, la rivolta antimilitarista contro la guerra in Vietnam, la discesa in campo, in molti paesi, di una classe operaia giovane, spesso immigrata, ancora in gran parte concentrata in grandi stabilimenti industriali; e poi, al loro seguito, una pletora di "categorie" sociali - dai ricercatori ai giornalisti e agli insegnanti, dai poliziotti ai magistrati, dai disoccupati "organizzati" ai baraccati - che aveva messo in moto, senza portarla a termine, quella «lunga marcia attraverso le istituzioni» preconizzata da Rudi Dutschke.
Adesso un nuovo cambio di paradigma, e ben più radicale e traumatico, è di nuovo all'ordine del giorno; non è ancora il contenuto esplicito di un conflitto aperto, ma cova sotto traccia da parecchi anni. C'è chi sostiene che la soluzione alla crisi in corso sia il ritorno al paradigma di un tempo: più Stato e meno mercato, più spesa pubblica per rilanciare redditi e consumi, più Grandi Opere e incentivi alle imprese per creare occupazione. Ma bastano ricette del genere per far fronte alla crisi?
No. Le condizioni che presiedevano al modello dei "trenta gloriosi" non ci sono più. Il mondo si è "globalizzato": lo hanno reso tale non solo la "libera circolazione" dei capitali (che certamente va bloccata) e l'enorme viavai di merci generato da una divisione del lavoro estesa su scala planetaria (che va drasticamente ridotto). Ma anche internet - una grande risorsa per tutti - la diffusione dell'istruzione, e l'accesso all'informazione, in tutti i paesi e i giganteschi flussi migratori che attraversano il mondo intero, che sono invece fenomeni irreversibili. Tuttavia l'orizzonte esistenziale della nostra epoca è ormai occupato - la si voglia vedere o no - dalla crisi ambientale che incombe tanto su tutto il pianeta quanto, in forme specifiche e differenti, su ogni sua singola porzione. Crescita e sviluppo - pur con tutte le qualificazioni del caso - sono ormai ritornelli ricorrenti ma privi di senso perché la crisi ambientale sbarra la strada a ogni espansione economica che non sia anche e soprattutto devastazione.
Bisogna allora rivedere alle radici gli assetti che ci hanno portato sull'orlo della catastrofe. La finanziarizzazione, da tutti individuata come causa principale della crisi (anche se i più affidano ad essa anche la ricerca delle soluzioni per uscirne) non è che il compimento parossistico di un processo iniziato oltre due secoli fa con quella che Karl Polanyi aveva chiamato «la grande trasformazione»: la riduzione a merci di tre cose che merci non possono essere, pena la distruzione della vita associata (e, oggi possiamo dirlo, anche del nostro rapporto con Madre Terra). Quelle tre "cose" che continuano a rivoltarsi contro la loro riduzione a merci (Polanyi le chiamava «merci fittizie») sono il lavoro, la terra e il denaro. La lotta dei lavoratori contro la propria mercificazione non ha bisogno di illustrazioni, perché è la storia stessa del movimento operaio nelle sue più diverse espressioni. L'appropriazione delle terre (enclosure, ai tempi di Elisabetta I e landgrabbing oggi) è stata ed è la base di quell'«accumulazione primitiva» che per il capitale non è un processo iniziale, ma permanente. Però oggi è tutta la Terra, intesa come ambiente (aria, acqua, suolo ed energia), a essere oggetto di compravendita sotto forma di green-economy: un valido motivo per contrastarla nei suoi presupposti, perché è l'esatto opposto di una vera conversione ecologica. Quanto al denaro, delle sue tre funzioni fondamentali - misura del valore, mezzo di scambio e oggetto di accumulazione - la finanziarizzazione non è che il definitivo sopravvento della terza funzione sulle altre due: il prezzo delle merci è ormai determinato dalle speculazioni su di esse più che dal valore o dal contributo degli input produttivi e gli scambi - il nostro accesso ai beni e ai servizi in commercio - sono sempre più mediati da qualche forma di debito, che è lo strumento fondamentale della finanziarizzazione. La crisi in corso non è altro che questo. Perciò, anche se non abbiamo un modello preciso a cui ispirarci, sappiamo che l'uscita dalla crisi dovrà necessariamente incorporare forme nuove di controllo sociale sul lavoro, sui beni comuni e sul credito (l'attività delle banche; perché denaro e credito sono in gran parte la stessa cosa). Non sarà una passeggiata, ma un conflitto lungo e aspro, che solo una profonda consapevolezza che «ritirarsi è peggio» potrà alimentare. Sapendo però che il nuovo paradigma dovrà convivere ancora a lungo con forme, ancorché depotenziate, di economia del debito; così come la democrazia partecipativa non potrà - né dovrà - fare a meno di quella rappresentativa, e di quel sistema politico degradato che la sorregge ormai in tutto il mondo.
Il nuovo paradigma che può e deve prendere il posto di quello fallimentare imposto dal pensiero unico liberista è la sostenibilità ambientale. La si chiami decrescita, conversione ecologica, giustizia sociale e ambientale o economia dei beni comuni (senza pretendere di annullare le differenze tra questi approcci) è l'unica soluzione che può garantire equità nella distribuzione delle risorse, salvaguardia degli equilibri ecologici e recupero del know-how, del patrimonio impiantistico e dell'occupazione che il sistema economico attuale sta mandando in malora: una fabbrica dopo l'altra, un paese dopo l'altro.
La transizione a questo nuovo paradigma non può essere governata dall'alto o da un "centro" - come è il caso, invece, nella maggior parte delle politiche neokeynesiane - perché si fonda su diffusione, ridimensionamento, differenziazione e interconnessione orizzontale sia degli impianti produttivi che degli interventi: si pensi alla vera vocazione delle fonti rinnovabili (per essere efficienti devono essere piccole, differenziate e distribuite e non concentrate come si fa ancora troppo spesso), all'efficienza energetica, all'agricoltura multifunzionale e a km0, alla gestione dei rifiuti, alla mobilità flessibile, alla salvaguardia degli assetti idrogeologici, ecc. Quel nuovo paradigma è intrinsecamente democratico e indissolubilmente legato a uno sviluppo della partecipazione, perché non può affermarsi senza il concorso dei saperi diffusi presenti sul territorio e l'iniziativa dei lavoratori e delle comunità interessate; il che impone agli asset sottoposti alla transizione il connotato di "beni comuni" .
L'altro requisito irrinunciabile del nuovo paradigma è la ri-territorializzazione (o ri-localizzazione) di molte attività produttive. Gli effetti nefasti della globalizzazione non si combattono con il protezionismo (fermare le merci ai confini preclude la possibilità di esportarne altre: quelle necessarie a pagare ciò che un singolo Paese o anche un singolo continente non potrà mai produrre); e meno che mai con il ritorno alle valute nazionali. Non è l'euro - che è "solo" una moneta - la causa degli squilibri crescenti che investono l'Europa; bensì il modo in cui l'euro è governato: cioè i limiti, che le altre valute mondiali non conoscono, imposti alla sua gestione per trasferire meglio all'alta finanza il comando sulle politiche economiche nazionali e per portare avanti l'attacco a occupazione, salari e welfare. La ri-territorializzazione si realizza invece promuovendo controllo sociale sui processi produttivi; e innanzitutto sui servizi pubblici locali (energia, ristorazione pubblica, gestione dei rifiuti, mobilità, servizi idrici, ecc.) e combattendone la privatizzazione. Convertiti in "beni comuni" gestiti in forma partecipata, i servizi pubblici locali possono diventare il punto di raccordo tra la promozione di una domanda finale ecologicamente sostenibile e l'offerta di impianti, materiali, attrezzature e know-how necessari per soddisfarla. Per esempio, raccordo tra diffusione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica e imprese riconvertite alla produzione degli impianti e dei materiali corrispondenti. O tra approvvigionamento di cibi sani e a km0 per le mense pubbliche e per tutti coloro che lo desiderino e un'agricoltura ecologica di prossimità; e così per la mobilità, l'edilizia, la gestione dei rifiuti, ecc. Certo garantire l'incontro tra domanda e offerta richiede accordi di programma di cui possono farsi carico solo i governi locali che assumono su di sé la responsabilità della transizione. Accordi che certo limitano la concorrenza - ma non il funzionamento dei mercati - nelle forme propugnate dal pensiero unico e dall'establishment. Ma sono accordi fattibili, persino compatibili, in nome della salvaguardia dell'ambiente, con la normativa dell'Ue; e che in alcuni casi vengono già praticati. E' la strada che occorre percorrere.