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lunedì 20 agosto 2018

La mancanza del “limite” e il dissolvimento del desiderio


Pubblichiamo un altro prezioso contributo del Dott. Maurizio Santopietro con un suo particolare punto di vista sull'evoluzione dei rapporti e la sessualità.


E’ profondo l’interesse, di grande parte della gente, per l’Amore, (nella manifestazione prevalentemente sessuale o di coppia), per la Salute (concepita come assenza di malattie), per il Danaro (come fonte di potere, di successo personale e sociale), così come vengono considerati generalmente nel nostro Paese. Questi argomenti affascinano talmente tanto che i cosiddetti “operatori dell’occulto” costruiscono intere fortune e, considerando che nel mese di dicembre * abbondano le richieste di previsioni, di oracoli, di predizione del futuro, mi sembra utile ragionare su questi temi, tentando una diversa argomentazione. Nel campo dell’Amore, ad esempio, o più precisamente nell’espressione sessuale, sembra (apparentemente) paradossale come, in un periodo di disinibizione culturale (video, grafica, cinematografica, televisiva, ecc…), aumentino i disturbi da “mancanza di desiderio sessuale”. Disturbi che difficilmente si manifestavano, o di cui non si sentiva parlare prima degli inizi settanta. La morale dominante relativa alla sessualità era condizionata fortemente dalla concezione religiosa, spingendo verso una mentalità “bigotta”, almeno nelle relazioni pubbliche, dal momento che fungeva da vero e proprio tabù sociale. La sessualità era “giustificata” in funzione della procreazione, all’interno del rapporto coniugale, cosicché ogni altra variazione “sul tema” apparteneva ad ambiti “immorali”, legati a concezioni “perverse”. Senza però voler entrare nel merito del giudizio morale in modo specifico anzi, limitando il raggio delle valutazioni secondo altri punti di vista, si noti come emerga, nei confronti del periodo “presessantottino”, una profonda diversità di modelli comportamentali esibiti nell’esecuzione dei rituali del corteggiamento, per quello della “prima volta”, per l’incontro a scopo sessuale. Queste condotte sociali richiedevano tempi nettamente più lunghi, rispetto a quelli attuali, per realizzare il fine principale, costituito appunto dalla gratificazione sessuale. In queste epoche snaturale” deterrente contro la perdita di desiderio. Allora il punto da dibattere diventa il seguente: esisteva già tale forma di disturbo sessuale, oppure non era rilevato? O non se ne era a conoscenza? Di fatto la concezione inibitoria implicita nel costume sessuale dominante, rendeva l’esperienza intima, altamente privata, quasi segreta e profondamente desiderata. Se così fosse, sarebbe proprio il ”tabù sociale”, il “modulatore” della ricerca al soddisfacimento del piacere sessuale! Infatti, in quanto “limitato” dal contesto socio-culturale (periodo di “repressione istintuale”), il piacere sessuale sembra allora essere legato, entro una certa misura, al “piacere di trasgredire” e al “piacere della conquista” (il premio). Ai nostri giorni accade, infatti, esattamente l’opposto, i “contatti” eterosessuali sono iperfacilitati e la consumazione del comportamento sessuale avviene in tempi molto più rapidi, inoltre il confine del limite morale, legato all’esperienza sessuale, si sposta troppo rapidamente, da non permettere adeguati processi di assimilazione e di accomodamento del sistema di “credenze” individuale. In seguito a tali cambiamenti di costume, cade in modo drastico e improvviso il “limite”, assieme alle ideologie che culturalmente lo legittimava, e assieme altri fattori fra cui: a) l’emersione di modelli morali “libertini” (da quello naturalistico dei “Figli dei Fiori” quello consumistico della “prestazione”); b) l’accentuazione dell’ansia di “prestazione” (soprattutto maschile); c) il cambiamento del ruolo sociale della donna e dell’uomo; d) la scoperta della sessualità femminile, di cui (quasi) nulla si sapeva, e che ha spiazzato il maschio, ex “dominatore”, soprattutto in rapporto al punto precedente. Tutto ciò ha concorso alla produzione di problematiche relazionali-sessuali difficilmente prevedibili in termini epidemiologici, considerando la liberalità dei nuovi approcci alla sessualità. E’ probabile che il processo culturale di ridefinizione del costume sessuale sia avvenuto in modo “traumatico”, sia rispetto al criterio temporale (lasso di tempo molto breve, per un processo di assimilazione compatibile con il ritmo di interiorizzazione psicologica), sia concettualmente (le credenze, secolarmente consolidate, difficilmente sono sostituibili nello spazio di poche generazioni). Tutto ciò ha provocato, secondo me, una profonda “rottura delle abitudini” storicamente acquisite, tra i modelli emergenti e la risposta individuale, causando un certo disorientamento verso il modo di vivere l’esperienza sessuale. In altre parole, si sarebbe creata una grande spaccatura tra la nuova e la veccia concezione culturale (ogni cambiamento è una naturale crisi), e tra i “nuovi costumi sessuali” e i modelli psicologici individuale (sistema di credenza personale). Del resto, le vecchie concezioni morali possedevano “proprietà statiche”, avendo avuto una durata per generazioni e generazioni, conferendo quindi stabilità di ruolo, di aspettative, generando sicurezza psicologica; al contrario, i tempi tecnologici condizionando continuamente le nuove concezioni (si pensi alle tecniche di contraccezione, a internet, alla realtà virtuale, ecc..), e spostando repentinamente i confini morali della sessualità, estremizzandoli (lo scambio di coppia è un opzione una volta impensabile, ad esempio), producono effetti ansiogeni e incertezza. Sul piano proprio del costume diventa più difficoltoso discriminare il “lecito” dall’illecito e tra ciò che è sano e ciò che è “malato” (ad esempio, l’omosessualità, che riguarda la scelta dell’”oggetto sessuale” adulto, era considerata, ancora decenni fa, una “patologia”), e così via. I “limiti”, per l’elevato grado di incoerente complessità della nostra vita socio-economica, non sono più identificabili come una volta, e non solo nello specifico ambito sessuale, ma anche nella sfera a) dell’educazione pedagogica (bambini che non ricevono più sufficientemente “no”, che non provano più piacere dei continui giocattoli ottenuti senza “merito”); b) in quella alimentare (come nel caso dell’anoressia, caratterizzata dall’“assenza” di desiderio del cibo, o del suo contrario, la bulimia); c) in quella civica (in cui l’emersione egoistica dell’Io non fa vedere il confine del rispetto per gli altri); d) in quella scolastica (in cui il ruolo dell’insegnante è sganciato dalla funzione pedagogico-educativa), ecc… Cadendo il limite si dissolve il relativo desiderio, e ciò contribuisce alla formazione di altri comportamenti sintomatologici delle diverse sfere comportamentali, infatti, venendo a mancare i vari “piaceri” , (cioè l’altra faccia del limite), si riducono i fattori di coesione delle funzioni e delle parti dell’Io. E’ opportuno perciò insegnare nell’educazione globale, un sano apprendimento dei “limiti”, al di là delle ideologie culturali di volta in volta dominanti.

Dott. Maurizio Santopietro



N.B.: L’articolo è già stato pubblicato da “L’attualità”, n.1 Gennaio 2004toriche, la “non facilità” a soddisfare il bisogno sessuale, sembra porsi quasi come una sorta di “

lunedì 15 agosto 2016

Tra l’odio razziale e le discriminazioni quotidiane: l’ottica biblica

Un altro contributo del Dott. Santopietro che analizza con lo sguardo e la codifica della fede, un problema, quello dell'intolleranza razziale e religiosa, che caratterizza il nostro tempo.
MIZIO



“Io non mi domando a che razza appartiene un uomo: basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggio” (M. Twain, in “L’uomo che corruppe Hadleyburg”)


L’eco delle cronache drammatiche legate alle stragi globali del fanatismo islamico, di cui colpisce tristemente quella di Nizza, si aggiungono i  frequenti episodi di violenza razziale verificatisi negli Stati Uniti, che sembravano fossero prerogativa degli statunitensi, ma in questo tormentato Luglio del 2016, l’Italia è stata scossa dall’efferato omicidio a sfondo razziale accaduto a Fermo. Un brusco risveglio. Si dirà, per esorcizzare la brutale realtà, che in fondo“tutto il mondo è paese”, come per dire: “mal comune mezzo gaudio”quindi…. Ma la riflessione che vorrei fare con voi alla luce delle Sacre Scritture,  tenuto conto  delle importanti influenze che hanno sulla vita quotidiana  la morale, gli schemi culturali e le innovazioni tecnologiche, è che nell’uomo  di ogni tempo prevale un “invariante nucleo psichico”, di cui fa parte una primitiva avversione per ciò  è “diverso”, per qualità fisica o psicologica o pigmentale o religiosa o comportamentale, cioè tutto ciò che non è omologato, non conforme al modello sociale dominante, generando pericolose aspettative disattese,  base dell’ostilità più bieca: l’espressione antropologica dell’odio razziale! Insomma, il rischio è che chi è percepito come “diverso”, sia implicitamente un nemico, “nutrimento” necessario ad alimentare la spinta xenofoba. Eppure non esistono razze umane, né esistono di ordine superiore ad altre, esiste una sola umanità, di cui sono molteplici le varie etnie sparse nel mondo (Ge 11,1ss). Da un punto di vista biblico, tutti gli uomini sono a immagine e somiglianza di Dio (Ge 1,26-27). Si potrà obiettare che Dio abbia costituito un “suo popolo”, differente da tutti gli  altri. Dio allora avrebbe “discriminato” fra gli uomini? No! Gli Ebrei, privilegiati nel rapporto con l’Eterno, avrebbero dovuto introdurre, preparare gli altri popoli alla Sua conoscenza, avrebbero dovuto illuminare l’intera umanità, avrebbero dovuto divulgare, rendere familiare l’idea monoteista e, soprattutto, rendere nota la Sua smisurata misericordia. Il simbolo concreto del “pellegrino”, di colui il quale è sprovvisto del vincolo etnico-nazionalista e, perciò, sempre straniero in questo mondo, fu Abramo (Ge, 12,1ss), il padre delle tre grandi religioni monoteiste (Gv 8,39). Ma accadde che il popolo del V.T. invece di assecondare gli insegnamenti di Dio, s’insuperbì, si gonfiò di vano orgoglio per il solo fatto di essere l’unico popolo dell’unico e vero Dio! Un onore che divenne un onere non corrisposto! Ma, attenzione, allo stesso modo può avvenire oggigiorno a noi cristiani se mostriamo la medesima alterigia nei confronti degli altri, che non appartengono alla chiesa di cui si è parte, come successe a Diotrefe (III Gv1,9). Agli ebrei di quel tempo, oltre l’inosservanza della legge divina, mancò  la pratica dell’umiltà: antidoto necessario per neutralizzare la superbia o la convinzione immotivata di essere così a posto  al cospetto di Dio (I Co 13,1ss). Ma già millenni fa, Dio tuonò severamente contro il suo popolo, insensibile alla caricatevole profondità della Sua legge:
“Voglio misericordia e non sacrifici” (Osea 6,6).
L’opera di misericordia era richiesta agli Ebrei nelle loro relazione umana, ma includeva esplicitamente anche la sfera dei rapporti con gli stranieri (gli “impuri”, “i senza Dio, “i cani infedeli”) come è sancito in Deuteronomio (10,17-19):
“Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto…(…)”.
In questi passi, l’autore sacro conferisce alla circoncisione un significato spirituale che va oltre  la sacralità del rito di fratellanza etnico-religiosa, anticipando di millenni (1440 a. C. circa)  il concetto cristiano dell’Apostolo Paolo, il quale riteneva che  il vero segno di appartenenza spirituale al popolo di Dio fosse solo quello inciso nell’anima, nella mente, nel cuore del fedele e non nell’esteriorità di un meccanico atto carnale!!
Giudeo, infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio. (Ro 2,28-29)
Il “non indurite più la vostra nuca” corrisponde alla testardaggine del popolo di ieri, ma anche quello di oggi, se ripropone il medesimo atteggiamento superbia verso i propri simili e di opposizione al Signore (cfr. I Co 10),  perciò Dio, a causa del profondo pregiudizio che nutrivano per i forestieri, fu costretto a enfatizzare alcuni dei suoi “titoli”: l’Essere il Dio degli dèi, il Signore dei signori, come a ricordare loro che sulla terra  non esistono altri dèi né altri signori all’infuori di Lui! Né alcun umano può essere imparziale e praticare la giustizia con assoluta equità! Dio ha dovuto ricordare come i forestieri fossero degni del suo amore, perché anche essi furono stranieri in terra straniera durante il periodo della cattività egiziana, avendo inoltre subite  tante inumane vessazioni . Avrebbe dovuto essere  loro nota pure l’idea di un Dio che mai avrebbe accettato “regali” senza una sincera disposizione di cuore, senza ubbidienza (Ge 4,4-8; I Sa 8,1ss), esattamente come avvenne nell’eclatante episodio di Anania e Saffira (At 5,1ss), i quali  “sacrificarono” la metà dei proventi ricavati dalla vendita di un loro terreno, alla nascente chiesa di Gerusalemme facendo intendere che fosse invece la somma intera, mentendo di fatto allo Spirito: il “Dio buono” del N.T. punì mortalmente la coppia! Per inciso, oggi moltissime chiese, se non forse tutte, nella stessa situazione avrebbero elogiato il gesto ipocrita della coppia. Ma Dio non ha riguardo alle persone, come conferma l’Apostolo Pietro:
“In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito” (At 10,34-35; Ro 2,11; Ef 6,9).
Le sfumature discriminatorie quotidiane, che possono rivelare il germe di un’imparzialità di fondo, sono spesso sottovalutate anche fra i cristiani, tanto che il fratello di Gesù, Giacomo, ci ammonisce a fare la dovuta domanda:
“Se nella vostra assemblea, infatti, entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, ed entra anche un povero con un vestito sporco, e voi avete un particolare riguardo a colui che porta la veste splendida e gli dite: ”Tu siediti qui in un bel posto”, e al povero dite. “Tu stattene là in piedi”, oppure: “Siediti qui sotto, vicino allo sgabello dei miei piedi”, non avete fatto una discriminazione fra voi stessi, divenendo così giudici dai ragionamenti malvagi?” (Gc 2,2-4).
Certo, con ciò non si vuole affermare che esista un legame diretto fra queste forme di discriminazioni e l’odio razziale, l’intenzione, infatti, è quella di sottolineare come sia molto arduo, quasi impossibile per l’essere umano, cristiani compresi, essere imparziale nei rapporti di tutti i giorni (Ro 3,10). Rispetto al rapporto fra identità etnico-culturale e appartenenza religiosa, quest’ultima viene usata come propellente motivazionale per compiere atti disumanamente feroci, esasperando il gradiente di diversità con “l’altro”, amplificando l’odio per il nemico che minaccia la propria appartenenza e, quindi, giustificando assurdamente qualsiasi strage in nome di Dio che è, a sua volta,  impropriamente  utilizzato come “arma di massa”, altrimenti impossibile da concepire da una qualsiasi persona ordinaria! Purtroppo qualcosa del genere, che rafforza l’idea dell’esistenza di “un nucleo psichico invariante” nel tempo, era stata prevista oltre 2000 anni fa dall’evangelo di Giovanni:

“Vi ho detto queste cose affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalla sinagoghe; anzi l’ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio” (Gv 16,1-2). 

lunedì 22 giugno 2015

PSICO SOCIOLOGIA DEI VALORI

Un nuovo contributo dell'amico Dott. Maurizio Santopietro

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Psico-sociologia dei “valori”: concreti modulatori del comportamento

Spesso il concetto di “mancanza di valori” sembra esprimere l’idea di assenza: di “educazione”; di “principi morali”; di “rispetto per l’altro”; di “altruismo”, di “sensibilità umana”, e, in casi più gravi, di “insufficiente cultura della vita”, ecc... Secondo il senso comune, tale carenza sarebbe causata dallo “sfrenato egoismo”; dal “lassismo educativo”, dalla caduta di “ideologie alternative”, dall’ “arrivismo” ecc... che faciliterebbero, presso i giovani (in particolar modo quelli socialmente svantaggiati), l’assunzione di condotte “antisociali” o esageratamente omologate alle mode vigenti. Giovani, si dice, “privi di valori”. La domanda che viene spontanea è la seguente: perché sono sempre i giovani il bersaglio di tali critiche? E perché sono sempre loro la parte socialmente più vulnerabile all’esposizione del modello cultural-consumistico? Prima di provar a rispondere ai quesiti posti, è utile definire i valori in termini psicodinamico e psicofisiologico. Nell’accezione psicodinamica essi esprimono le “strutture psicologiche interne” e, in particolar modo, le “istanze super-egoiche”, la cui attività intrapsichica, avendo diverse origini (psicologica, culturale, etica, sociale, educativa, religiosa, ecc...), ha la funzione di adeguare gli schemi comportamentali ai diversi contesti relazionali. In termini psico-fisiologici “strutture di personalità” e “valori” corrispondono alla formazione di specifici aggregati neuronali (pace-maker), che presiedono la manifestazione dei rispettivi comportamenti. Questi “pace-maker”, che si integrano con il repertorio di risposte geneticamente predeterminate, si attivano in relazioni a specifiche classi di stimoli relazionali e non ad altre essendo gerarchicamente organizzati secondo una priorità soggettivamente data. Collegato sinteticamente l’astratto concetto dei “valori” con la concretezza psicofisiologica del comportamento manifesto, ora è necessario considerare l’interazione con il relativismo morale. Infatti, nel periodo precedente l’industrializzazione, i modelli, sociale e familiare, organizzati secondo le esigenze del fattore primario, seguivano, in maniera rigidamente stereotipata e, coerentemente strutturata, la chiara suddivisione dei ruoli, da cui emergevano effetti psico-sociali d’indubbia valenza coesiva, che rafforzavano il senso d’appartenenza culturale. In tale contesto, anche il modello educativo era adottato coerentemente, dalla famiglia e dalla scuola, luogo unificato di apprendimento, di didattica, di educazione civica, di morale e di pedagogica. Questa situazione avrebbe favorito la condivisione sociale per quei valori all’epoca dominanti, riducendo notevolmente il gap culturale tra gli adulti e i giovani, diminuendo, quindi, l’intensità dello “scontro” generazionale, che é, in una certa misura, naturale. Gli effetti scatenati dal fatidico “boom economico”, dalla protesta giovanile del “’68”, dall’emancipazione della donna, dall’affermazione del modello tecnologico liberal-consumistico e dalla caduta di ideologie antagoniste, avrebbero prodotto profonde disgregazioni: a) nell’organizzazione della famiglia che, ormai “affettivamente atomizzata”, rende difficoltosa la formazione dei processi di coesione dell’Io, e non fornendo più coerenti modelli di valori alle nuove generazioni, perde parte della capacità di “compattezza morale e psicologica”, anche per la scarsa autorevolezza dei genitori in campo educativo; b) nel sistema scolastico che, non essendo più la sede unificante delle varie esperienze di cui sopra, comporta ulteriori “frammentazioni”; c) nel modello socio-culturale che, divenuto molto più complesso. Tutto ciò incrementerebbe la diversità culturale e comportamentale fra le varie generazioni e, di conseguenza, aumenterebbe la differenza dei modi di “vedere” e di “sentire” fra adulti, giovani, adolescenti e bambini. I valori veicolati dal modello consumistico, sembrano imporsi anche nell’ambito delle relazioni interpersonali, assumendo sfumature pericolosamente strumentali anche fra i più piccoli. La complessità sociale, con le sue infinite articolazioni contradditoriamente frustranti, fa emergere, valori incoerenti, ambigui, ambivalenti che, interiorizzati da piccoli e giovani, favoriscono la formazione di strutture di personalità sofferenti, “nevroticamente conflittuali”, “dissociative”. Ma anche una marcata adesione ai “normali standard culturali”, non esclude stati d’insofferenza esistenziale. Queste ragioni amplificano la vulnerabilità dei giovani, dovuta ai fisiologici cambiamenti legati all’identità. Inoltre, i giovani sono facili bersagli perché storicamente rappresentano potenziali agenti innovatori, costituendo una minaccia destabilizzante del sistema acquisito, e non sempre possono beneficiare di modelli adulti “sani”.

Pubblicato nel 2003su “L’Attualità” (Periodico mensile di società e cultura, Roma, Dir. C. G. S. Salvemini), 

Dott. Maurizio Santopietro

domenica 7 giugno 2015

NUTRIRE IL CORPO E LO SPIRITO

Un altro prezioso e interessante contributo del Dott. Maurizio Santopietro che analizza il rapporto o, non rapporto, tra cibo per il corpo e  cibo dell'anima.

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Malnutrizione, malattia del corpo e dello spirito Il principio: L’uomo non vivrà di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio (Mt 4,4). Il sistema: I poveri li avrete sempre con voi[…] (Mt 26,11). La constatazione: Siamo quello che mangiamo (L. Feuerbach). Il rimedio: Bisogna che Egli cresca, e che io diminuisca (Gv 3,30). A maggio 2015 si è inaugurata a Milano l’Expò mondiale sul tema Nutrire il Pianeta. Energia della vita, quasi ad accorgersi solo ora della disparità all’accessibilità al cibo fra gli emisferi nord e sud del globo. L’intenzione più elevata, che sarebbe “cosa buona e giusta”, sarà quella di redigere una sorta di “Carta internazionale del diritto all’alimentazione”. Vedremo. Senza approfondire in questa sede le matrici di ordine economico, politico e sociale, è palese che questa netta sperequazione sia espressione di un’iniqua distribuzione di beni e risorse, che favorisce la concentrazione di beni nelle mani di pochi a danno dei moltissimi, soprattutto in questi ultimi decenni in cui il divario fra ricchi e poveri è terribilmente aumentato. La malnutrizione non va identificata esclusivamente con la mera denutrizione o la carente assunzione di sostanze macro e micro nutrizionali (proteine, carboidrati, lipidi da una parte, vitamine e oligominerali dall’altra), infatti nei Paesi occidentali la malnutrizione si manifesta anche per cause opposte (eccesso di nutrimento), colpisce un alto numero di persone e bambini, e causa obesità e patologie correlate o anoressia, patologico paradosso del rifiuto di cibo che si verifica nella parte del mondo opulento. Si pone così in evidenza l’ambivalenza del fenomeno: ci si ammala e/o si muore sia per eccesso che per mancanza di cibo. Manca l’equilibro, l’armonia nella distribuzione della fruibilità e nella composizione bilanciata della dieta quotidiana, laddove ci sia disponibilità. 1 In ambito spirituale, Cristo si offre da oltre duemila anni come “vero cibo e vera bevanda”: In verità, in verità vi dico: Chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo affinché uno ne mangi e non muoia, Io sono il pane vivente che è disceso dal Cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita 1 La FAO stima che la malnutrizione causi 9 milioni di morti (per insufficienza alimentare e denutrizione) e 6 milioni nei Paesi Occidentali, per patologie dovute ad obesità e cattive abitudini alimentari (Radiogiornale Rai, 01/05/2015). 2 del mondo […]. Perciò Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi (Gv. 6,47 ss.). La disponibilità di questo specifico cibo spirituale, al contrario di quello che deperisce, è per tutti gli uomini e in modo equilibrato. Si sente dire talvolta che il cibo spirituale sarebbe fruibile quasi solo in una specifica regione del mondo (area Occidentale). Un comunissimo pensiero era fino a qualche tempo addietro il seguente: come fanno a salvarsi quelli che vivono nelle zone sperdute del mondo? Si insinuava così che Dio non avrebbe distribuito equamente sulla terra il “pane” della salvezza, ma avrebbe discriminato come fanno gli uomini! Si ignorava stoltamente che Dio è giusto Giudice, che ha dato a tutti il diritto di diventare suoi figli, a prescindere dal luogo di nascita, dall’appartenenza etnica e culturale (Gv 1,12)! Nelle prime esperienze di partecipazione alla cena del Signore, i cristiani della chiesa di Corinto dettero pessimo esempio per il modo sacrilego con cui vi si accostavano, riproducendo squilibri sociali tipici del mondo pagano. Alcuni consumavano anzitempo pasti fastosi mentre altri erano a digiuno, e altri ancora addirittura si ubriacavano (1 Cr 11,17 ss.). Era un oltraggio al memoriale, cioè all’annuncio dell’Evangelo fatto proprio mediante la cena del Signore (1 Cr 11,26 ss.). Anche nella nascente chiesa di Gerusalemme, con migliaia di neoconvertiti, sorsero dispute fra ellenisti ed ebrei a causa dell’infelice distribuzione dei pasti alla mensa comune e, in particolare, nell’assistenza alle vedove. Nella circostanza, gli apostoli fecero scegliere alcuni servitori (diaconi) perché risolvessero la questione, mentre gli apostoli stessi si dedicavano alla predicazione (Atti 6,1 ss.), che era la vera priorità. Nella Bibbia ebraica troviamo un’altra dimostrazione d’immaturità spirituale e civica. Durante il cammino nel deserto, Dio inviò al popolo manna e quaglie giorno dopo giorno, immancabilmente. Cosa fecero i furbi? Cercarono di accumulare quanto più cibo possibile, nonostante il divieto tassativo di non raccogliere e consumare oltre il giusto quantitativo giornaliero per l’intera famiglia. I furbi non compresero, e furono puniti col rapido deterioramento del cibo ammassato, divenuto incommestibile e maleodorante (Es 16,13 ss.). Se Dio avesse consentito la razzia di cibo oltre il reale fabbisogno quotidiano per ogni gruppo familiare, altri ne avrebbero certo sofferto; si sarebbe generata ingiustizia, forse fino a realizzare un mercato nero! Questi sono i limiti della mentalità umana volta al male e priva della forma mentis di Dio, di Cristo (e ciò in persone che, pure, si erano affidate al Signore). Mancò l’applicazione del principio secondo cui non di pane soltanto vive l’uomo, ma di ogni parola che procede da Dio, (Mt 4,4). Mancò il rimedio: “Bisogna che egli [Dio e/o Cristo] cresca, e che io diminuisca”, oggigiorno ancora più valido. 3 Continuando nel simbolismo Cristo – cibo costituito dalla sua Parola, dal suo insegnamento, egli diviene un complesso di “sostanze essenziali” necessarie a far sviluppare la salute spirituale, a patto però che vengano assunti tutti i fondamentali del suo insegnamento. Se infatti dovessimo ingerirne arbitrariamente solo alcune parti, saremmo malnutriti, indeboliti, metteremmo a serio rischio la vita morale, esporremmo noi stessi al rischio di “malattie mortali”, esattamente come avviene nella realtà materiale. Ad esempio, Lutero riteneva lo scritto di Giacomo una “lettera di paglia”, perché enfatizza le opere rispetto alla fede, disposizione interiore non verificabile immediatamente. Gli uomini, soliti a semplificare le realtà, possono contrapporre impropriamente i due “macronutrienti” delle opere e della fede, che invece hanno qualità complementari e sono entrambi rilevanti nella “dieta spirituale” quotidiana. Non c’è motivo quindi per creare un insensato antagonismo fra opere e fede. È vero che Lutero dovette contrastare il mercato delle indulgenze e la simonia, ma Giacomo, ovviamente, non intendeva contrapporre le opere alla fede (Gc 2,17 s.)! Restando nel paragone alimentare, la dieta del cristiano è “onnivora”, egli si ciba indistintamente di TUTTI gli insegnamenti, tutti gli esempi e tutte le prescrizioni presenti nella Bibbia, in particolare nel Nuovo Testamento. È possibile però che alcuni, per immaturità spirituale, assumano ancora il “latte spirituale”, nonostante la lunga militanza nella fede (Eb 5,12). Potrebbero essere coloro che dicono “Io sono nella chiesa da trent’anni”, “io da quaranta”, come se non avessero più disponibilità ad apprendere dal Signore, come se il fattore cronologico da solo fosse sufficiente a garantire la vita spirituale. Sarebbe più utile chiedersi: sono stato cambiato dalla “dieta spirituale” di Cristo in tutto questo tempo? E quanto sono cambiato? Spesso, manca questo atto di profonda umiltà, e talvolta non ci si accorge di regredire, come appunto ci ricorda l’apostolo Paolo (Eb 5,2). Ora però poniamo al centro di un’ipotetica tavola del cibo e, in una seconda tavola virtuale, Cristo quale cibo spirituale. Alla prima tavola facciamo accomodare un vegetariano, un fruttariano, un vegano, un salutista e un “onnivoro”; alla seconda poniamo tanti invitati quante sono le centinaia di confessioni che si rifanno al cristianesimo. Proviamo a ragionare: quanti si adatterebbero alla sola “pietanza spirituale” che è il Cristo, senza rinunciare alla propria dieta? La risposta ecumenica, cioè di comodo, starebbe nello slogan: uniti nella diversità… nutrizionale! Così verrebbe fuori un Cristo “irriconoscibile”, cioè un pasto non digeribile per tutti, non gradito a tutti, ostico per molti, non salutare per alcuni, considerato che non potrebbe soddisfare l’appetito di tutti, e il rischio è che alcuni diventino anche INAPPENTENTI! Esiste però un pericolo difficile da scorgersi, per la sua parvenza di bontà. Corrono tale rischio soprattutto i predicatori, i pastori (vescovi) o i credenti stimati i quali, pensando di essere nobilmente ipernutriti del “cibo di Gesù”, alimentano di soppiatto il proprio ego, usano il Cristo 4 come mero mezzo di autoaffermazione, come “nutrimento narcisistico”! Attenzione perciò a coloro che si reputano detentori di verità assoluta e vogliono salire sul pulpito più alto, attenzione a coloro che “usano” il pane di Cristo per fini strumentali; pur avendo compiuto opere potenti, pur avendo molto predicato, pur avendo scacciato demoni, non troveranno conferma da parte del Signore: “Io non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità” (Mt 7,21 ss.). Hanno mangiato “pane a tradimento”. E saranno gli stessi apparenti bravi cristiani quelli che, pur avendo manifestato doti eccezionali nell’oratoria, nelle opere potenti, in estremi sacrifici personali, pur avendo esibito doti eccezionali, hanno trascurato invece la Carità, l’Amore (1 Cr 13,1 ss.). Ma in termini evangelici l’amore coincide con l’osservanza della parola del Signore (1 Gv 5,3)! Per non essere malnutriti, dovremmo pertanto ambire allo stesso cibo assunto da Gesù, il figlio dell’uomo (Gv 4,34). All’Expò di Milano manca proprio il padiglione principale, quello dedicato al cibo spirituale, il vero Pane dell’anima!


© Riproduzione riservata – M. Santopietro 2015

venerdì 27 settembre 2013

RACCONTI BREVI di Maurizio Santopietro


Pubblichiamo con piacere nuovi contributi del Dott. Maurizio Santopietro.
Questa volta sono tre brevi racconti, tre istantanee sulla sua e nostra adolescenza e gioventù 


Aspettando ”l’ottantasette



   Maria Pia cambiò idea, salì di scatto le scale del metrò di “ P.za Re di Roma” prima ancora di scenderle tutte e puntò la fermata dell’”ottantasette”, dopo aver percorso un breve tragitto di strada, tagliando per via Cerveteri. Qui, nei pressi di “P.za Tuscolo”, si trovò in compagnia di un nutrito gruppo di persone, che speravano di divenire, di lì a poco, semplici passeggeri.
“Non si dovrebbe far desiderare troppo” pensò la ragazza alludendo al mezzo pubblico, vedendo tanta gente. Distribuì un’occhiata distratta attorno a sé, quando vide piombare in lontananza, con un incedere frettoloso e goffo, un arzillo vecchietto dalle gambe arcuate, che portava un’enorme gabbia ricoperta da un panno. Maria Pia aveva di fronte, in pieno centro cittadino, nell’ora di punta, un autentico contadino, che emanava un lezzo subdolo per le sue narici. Ma sapeva che non era l’esordio della primavera a diffondere quell’odore campestre. Maria Pia conosceva l’aroma della terra calabrese, non di quella laziale.
L’autobus arrivò nei minuti successivi; era affollato, ma non tanto da lasciarselo sfuggire. La discesa, regolarmente ottenuta con spintoni dai passeggeri, che uscivano dalla porta sbagliata, congiuntamente alle proteste di quelli che volevano salire nel medesimo momento, fomentò l’immancabile ressa, da cui il contadino se ne guardò bene di farvene parte. L’ambiente rurale è molto più spazioso e comodo, “di queste scene non ne ho il ricordo” rifletté il contadino.  Osservò quindi a debita distanza. Gettò la gabbia sulla pedana e, contraendo la faccia dallo sforzo, salì aiutandosi con le due mani. Chiedendo scusa, con un marcato dialetto frascatano, si procacciò, con inattesa facilità, il giusto spazio per sé e per la gabbia, che conteneva un pollo, vivo e vegeto, dato lo sventolio rumoroso e nervoso delle ali. Maria Pia, ritirando lo stomaco arrestò l’inalazione di quell’aria calda e viziata; arrivò fino al centro del bus. Scovò un posto in piedi, esiguo spazio, che le consentì il rilassamento degli addominali. Difese quel posto con decisione, stringendo forte la mano attorno all’apposito sostegno standosene in piedi. Sedeva invece, accanto a lei, una piccola, esile donna filippina. L’autobus procedeva a singhiozzi. Maria Pia fissava l’orologio, non era il ritardo che temeva, era l’imminente esame universitario. Ripassava mentalmente i punti salienti e quelli più ostici per la sua pur fervida memoria. L’esercizio mnemonico la isolava dalla pressione della calca.
Nell’autobus i passeggeri sono cose fra cose. I loro sguardi sembrano andare oltre i finestrini, ma rimangono lì, all’interno: ciò che accade fuori è come se non si vedesse...
Ad un tratto, strilli e stramazzi vari gettarono nel caos più completo i passeggeri dell’”ottantasette”. Il pollo si era inopinatamente liberato. L’insolita confusione s’abbatté sulla folla come mai s’era visto nella più esilarante comica. In alto, il volatile fuggiva saltando di testa in testa, portando via qua e là qualche ciocca di capelli, mentre un numero incalcolabile di piume si spargevano dappertutto, come bianche schegge impazzite. L’animale non riuscì nell’intento di varcare uno dei tanti finestrini aperti. Gli utenti più temerari, con al capo il contadino, tentarono arduamente di dare la caccia al pollo, sotto lo sguardo costernato di un pubblico, le cui agrodolci lacrime lucidavano facce sempre più smarrite. Allo stesso tempo si urlava e si rideva fragorosamente. E le sorprese non cessavano di stupire!
Il conducente prese ininterrottamente a starnutire: ad ogni starnuto seguiva una brusca sterzata, che sballottava qua e là i poveri passeggeri. L’autista era allergico alle piume. La studentessa si aggrappò con entrambi le mani, aderendo veementemente con tutto il corpo alla stanga verticale. L’allergia spossò subito l’autista; giocò a birilli con i passeggeri; e si rivelò così pericolosa da provocare un pauroso, quanto originale incidente stradale. La curiosità attirò rapidamente una gigantesca folla fra Via “Appia” e Via “La Spezia”, teatro dell’avvenimento.
Gli occhi prostrati della filippina puntavano, senza equivoci, Maria Pia, per una richiesta che mai avrebbe potuto immaginare, stravolta com’era per il botto annunciato. Anzi, temette il peggio durante il tragicomico zigzagare; provò un vero spavento. La filippina, insistendo, disse con una voce implorante al suo sconosciuto interlocutore: ”Rotto acqua”.
“Cosa ha detto, prego?” rispose sorpresa la ragazza curvandosi verso di lei. “Rotto acqua” pronunciò sillabando.
“Oddio! Sta per partorire!” realizzò Pia, che solo allora scoprì la rotondità del suo ventre.
“Presto, presto!! – si sgolò incredula Pia – “Questa donna sta partorendo presto! Qualcuno chiami un’ambulanza! Su, presto!!!.”
Il conducente, che continuava a starnutire, dialogava animatamente con lo sventurato automobilista, quando tutti i passeggeri erano ormai in strada, mescolati fra i curiosi; alcuni avevano bisogno di cure mediche; gli altri, quelli favoriti dalla sorte, confrontavano le rispettive impressioni formulando mirabolanti spiegazioni. Gli echi delle sirene segnalavano intanto l’imminente arrivo degli auspicati aiuti. Sul mezzo pubblico rimase solo il contadino, che ancora non era riuscito, in quel territorio a lui inadatto, a catturare l’animale, ma nessuno più badò a lui.

Subito gli infermieri soccorsero la filippina, mentre i vigili chiesero lumi sullo svolgimento dell’incidente all’autista dell’ATAC, al quale gli iniziarono a lacrimare copiosamente gli occhi, per la violenta irritazione. Quatto quatto, il contadino, avendo risolto il contenzioso con il pollo, s’allontanò indisturbato...



Il numero dimenticato (di Maurizio Santopietro)



Nei pressi di Settebagni l’acre esalazione delle fabbriche, annunciava l’imminente arrivo a “Roma Termini”, inconfondibile segnale del ritorno a casa, dove mancavo dal fatidico primo ottobre. Ero emozionato, ma non lo davo a vedere. I miei mi aspettavano per il giorno dopo, il 22 dicembre.
Il treno, per quanto avesse rallentato, superava in velocità tutte le macchine che transitavano lungo la parallela Salaria. Dal finestrino partecipavo a tutti gli altri sorpassi, mentre i miei compagni già si preparavano a raccogliere la loro roba per portarsi all’uscita. Non mi attardai di molto a raggiungerli. Don Marzio smise la lettura del breviario. “Aspettatemi ragazzi, apro io il portellone, mi raccomando: non apritelo! ” ci disse ammonendoci con tono un po’ preoccupato, abbottonandosi il paltò e aggiustandosi in testa il cappellone nero.
Nella stazione l’assordante rumore metallico dei treni, mescolato agli incomprensibili annunci ferroviari e al frenetico andar vieni dei passeggeri, come di formichine operose, rimbombavano in un’unica, ordinaria confusione. L’aria lì, doveva essere viziata. Fuori, ci apparve una piazza addobbata a festa. La giornata era molto fredda, sembrava voler nevicare, ma forse era più un desiderio che non una credibile previsione atmosferica. Un vento pungente intanto disperdeva l’inconfondibile aroma di castagne arrosto: olezzo che avrebbe saturato indelebili ricordi natalizi. Le sferzate secche della brezza capitolina ghiacciavano il naso e paralizzavano le mani, pur riparate dalle tasche del giubbotto, ma sul collinoso paesino umbro le raffiche spingevano più violentemente.
Don Marzio, un prete vigoroso, dall’eterno e spontaneo sorriso e dai dolci occhietti neri, era assiduamente invasato da un inesauribile spirito altruistico, ci radunò attorno a sé sul piazzale antistante alla stazione per illustrarci il programma, magro ma allettante: “Ora andiamo allo zoo; venite dietro a me, prendiamo gli autobus. Mi raccomando ragazzi, ché non siamo a Monterubiaglio! Pranzo al sacco all’una e mezza circa. Quelli di Roma, dopo la gita possono andare a casa”.
A quelle parole trasalii. Passava nel frattempo il “7”, il tram, che collegava “Piazza Zama” a “Piazza Indipendenza” (mi avrebbe portato a casa qualche anno dopo). Quella linea ferrata ora non c’è più da quasi un trentennio.
Don Marzio, anche in quell’occasione indossava, sotto il cappotto, una tunica consunta, il colletto - sbiadito - era in compenso pulito. Il colore del suo abito talare era per me più chiaro delle vesti chiare delle suore, con le quali trascorsi un anno infelice. L’abito non fa il monaco: non si vede immediatamente, ma s’intuisce distintamente attraverso l’uso di altri sensi: a volte non c’è bisogno di occhi per vedere...
Erano le dieci e mezza del ventidue dicembre. Io avevo otto anni e mezzo.
La vista degli animali nelle gabbie, cesellò tristezza nel bianco animo di bambino. Rimuginai più volte attorno alla loro condizione e, sotto certi aspetti, anch’io mi sentivo distante dal mio habitat naturale.
Vagammo per Villa Borghese (non c’ero mai stato prima di allora) e trovammo tempo per mandar giù una buona pastarella. Un gustoso fuori programma. Partendo dallo zoo, non avrei saputo come fare per andare a casa da solo: lì ero fuori zona. Così il prete buono dall’eterno sorriso e dalla tunica consunta e dal colletto sbiadito ma pulito, mi affidò ad un ragazzo di sedici anni.
“Conosco a fondo il quartiere dove abiti” mi disse per rassicurarmi.
 Io risposi annuendo con il capo, provando per lui schietta fiducia.
Allungò allora la mano sinistra per sgravarmi dal peso della piccola borsa, che io tenevo a malavoglia. Salutai energicamente il gruppo di compagni e Don Marzio, che mi pregò di serbare gli auguri per i miei genitori.
Avanzavano intanto le ombre crepuscolari, sebbene le giornate incominciassero ad allungarsi, mentre il freddo si faceva sempre più intenso. Lungo i marciapiedi, adiacenti ai bar, si elevavano torri di panettoni e pandori (a prezzi esorbitanti), che emanavano una miscela fragrante di dolciumi, irrefrenabile stimolo per risvegliare cascate d’acquolina in bocca. Io adoravo il sapore e l’odore del pandoro, perché non aveva i canditi. A volte gli occhi, senza volontà, si posavano sulle sorridenti facce dei cartelloni pubblicitari, che contrastavano con quelle più grinzose dei passanti, assillati dai regali da acquistare. L’apparizione di due zampognari, preceduta dal suono delle cornamuse, conferì a quel clima natalizio un alone fatato, cui mancava soltanto soffici coriandoli di neve, per essere una vera favola da narrare. Avrei voluto ricompensarli, i suonatori di zampogna, ma non avevo un soldo, così li contraccambiai ammiccando al loro passaggio. E fu allora che notai i riverberi delle luci intermittenti fendere il tessuto scuro del tardo pomeriggio. A “Piazzale Flaminio”, io e il mio occasionale tutore aspettammo il primo mezzo utile per “Piazza Venezia”. Spuntò il “Novanta” dopo un’attesa infinita. Non stavo nella pelle. Tra me e il mio giovane custode non ci fu bisogno di troppe parole. Scesi dal “64” (era a due piani), la voglia di tornare a casa ci motivò a correre a perdifiato fino all’altro capolinea (“Largo dei Fiorentini”), dove riuscimmo a salire sul “98 crociato”, terzo ed ultimo mezzo pubblico. La fretta di arrivare, in questo caso, si rivelò buona consigliera: prendemmo l’autobus a motore ruggente, senza avere il fiatone né le cosce di pietra come quando non si è allenati allo sforzo. “E ora a casa!” esclamai beato fra me. Ci spostammo avanti alla ricerca d’improbabili posti a sedere. Il traffico rallentò l’attraversamento di “Ponte Garibaldi”, ma percorse la salita dell’illuminatissima “Via Gregorio VII” con meno insidie del previsto.
Stonava, rispetto a quell’atmosfera festosa, il buio delle acque del Tevere, che rifletteva fiaccamente il debole lume dei radi lampioni accesi. Dopo le prime fermate, il “98 crociato” si affollò di passeggeri che, come di consueto in quel periodo, si moltiplicavano per scissione diretta! Ravvisai facce stanche, tuttavia avevano l’espressione rasserenata (forse di chi già sta pregustando le delizie del Natale). A molti di loro occorrevano due mani in più per tenere a bada le borse piene di compere. A dire il vero io non pensavo ai regali; mi erano indifferenti, ciò che m’importava era stare nel bel mezzo dell’affetto familiare, ma avevo anche un nostalgico desiderio dei succulenti primi piatti napoletani di mia madre, che li cucinava davvero come nessuno.
Lasciata alle spalle la salita, l’autobus s’inoltrò per una stradina stretta, totalmente nera (non si riusciva a scorgere che le sagome delle macchine con i fari accesi). Sembrava una via extraurbana. I lampioni fecero la loro comparsa dopo un breve tragitto, rischiarando il caseggiato. Scendemmo finalmente in “Via Bravetta”. L’orologio del giovane amico segnava un’ora imprecisa per me, allorché mi chiese il numero civico cui doveva accompagnarmi. Esitai a lungo non sapendo cosa rispondere, cosicché il mio silenzio fu sin troppo eloquente. Ebbi paura. Non sapevo il numero di casa mia! Per un attimo mi balenò l’idea del possibile ritorno in collegio. Iniziarono a colarmi rivoli di lacrime.
Il giovane comprendendo la mia immobile inquietudine, mi rassicurò per la seconda volta.
“Non ti preoccupare! Io conosco bene la zona. Descrivimi com’è fatto il palazzo; ricordarti altri particolari, che così guadagniamo tempo. Vedrai, fra poco starai a casa...”, mi disse il mio tutore, in modo affabile, chiamandomi per nome e mettendomi la mano sulla spalla. Mi aggrappai allora, a quelle parole di speranza.
L’oscurità profonda di quell’ora inghiottì gli abituali riferimenti spaziali: non riuscivo a vedere neppure il campo vicino alla marana (dove giocavamo a pallone), che si trovava giusto di fronte casa, di là della strada. Percorremmo a piedi quattro, cinque volte la via, fino ad arrivare a “Casetta Mattei”, fermandoci davanti a tutti i palazzi che incontravamo e leggendo i cognomi sui citofoni, laddove c’erano.
E ogni volta il ragazzo mi faceva la solita sfilza di domande: “Abiti qui?” “Sei sicuro che non sia questa?” “E’ forse quest’altra?”.
Io mi sentivo dentro una gabbia invisibile, senza più vie di uscita.
Sembrava fosse notte inoltrata, per quanto attorno era nero pesto. Del Natale, lì pareva non esistesse traccia: nessuna luce lampeggiava; né si udivano rumori. E non c’era nemmeno l’odore di castagne arrosto! Dubitai davvero. Forse che la festa arriva solo al centro, inondato com’è di scintillanti luci a tutte le ore? 
L’inutile, frustrante ricerca logorava la nostra pur ferrea volontà; ci fiaccava le gambe, e incrementava il senso di fatica scavando sconforto, instillando il pensiero della sconfitta.
“Per questa sera ti porto a casa mia, domani mattina rimedierò portandoti dai tuoi”, disse il ragazzo ormai disilluso.
Eravamo sfiniti e scoraggiati quando, ritornando indietro per l’ennesima volta, intravidi un bagliore, un bagliore irradiato da un angelo privo di ali e senza aureola. Esterrefatto, rivolsi lo sguardo su Alberto, ormai divenuto mio fido compagno di sventura, per trovare conferma, ma i suoi occhi puntavano altrove. Così, di scatto, mi voltai ancora l’ultima abitazione, il cui contorno aveva un’aria familiare.
“Babbo! Babbo!” urlai a squarciagola, e irruppi in un fragoroso, gioioso pianto liberatorio, mentre mio padre, con la testa china, stava salendo gli scalini d’ingresso al portone della palazzina dal numero civico 474...

 Scusa Ameri, scusa Ameri...”


Con profondo fremito attendevamo, sin dal mattino, l’inizio di una trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”, i miei numerosi fratelli ed io. Le nostre sorelle ci sfottevano, ci schernivano, ci punzecchiavano con le offese più ridicole per il solo fatto d’essere tifosi, ma c’invidiavano. Maria ed Ersilia, in ordine decrescente d’età, invidiavano l’ansia domenicale che tenevamo per il Napoli, che consolidava ancora di più la nostra complicità. Le donne, compresa nostra madre, pulivano casa più a fondo, la domenica mattina. Le canzoni della radio, a tutto volume, rendevano loro le faccende meno noiose. Poi, di pomeriggio, il possesso esclusivo della radio passava nelle nostre mani.
Io, il più piccolo, non subivo molte critiche, perché a scuola promettevo bene e perché ero, l’unico della famiglia - in quel periodo - a stare in collegio. L’attesa, dicevo, si riempiva di una tensione del tutto peculiare, fra desiderio e paura: due facce di una stessa medaglia. Da una parte, ribollivamo per il desiderio di sentire, dalla viva voce di Enrico Ameri, che il Napoli fosse in vantaggio; dall’altra, la paura di avere a che fare con una realtà avversa, per quanto prevedibile.
Anticipavamo la rubrica sportiva imitando la rinomata, rauca, voce di Sandro Ciotti: “Scusa Ameri, scusa Ameri...: Napoli in vantaggio...”. Lo era sempre, almeno per gioco. Il migliore imitatore era Massimo. Era un vero e proprio rituale propiziatorio!
Quella domenica Massimo, Ottavio ed io, decidemmo di andare a giocare a pallone e “soffrire” a Villa Pamphili. Il cielo, annuvolato, non ci scoraggiò; il clima era ideale per disputare una bella partita.
Ce la facemmo a piedi da casa (Via Bravetta) correndo a turno dietro al pallone fino alla Villa, distante alcuni chilometri. Eravamo i padroni della strada. Era il nostro infinito campo di calcio, la strada.
Ogni tanto i doppioni delle figurine, scivolavano dalla tasca del pantaloncino e mi obbligavano ad interrompere la corsa, a far attendere i miei due fratelli, che non protestarono più di tanto. Superammo il “Buon Pastore”; arrivammo al cinema “Ara Pacis” senza affanno, senza rendercene conto. Solo il pallone di cuoio ci precedeva, sempre.
(Di fronte alla sala parrocchiale, c’era il “Bar Gagliardi”: lì ci lavoravano altri tre dei miei fratelli: Gennaro, che preferiva farsi chiamare Rino, tifoso moderato; Armando, tifoso esagitato, e Ugo, che era un po’ Armando e un po’ Rino). Evitammo di salutarli per non arrivare tardi all’”appuntamento”. Puntammo diritti verso il “campo”, la Villa. Non portammo la radio nonostante il consolidato diritto di possesso, infatti, eravamo sicuri di trovarne a decine, e già in funzione. In quegli anni, la diretta iniziava con i “Secondi Tempi”: la suspence si faceva ancora più densa.

(I calciatori portavano le divise con i colori sociali tradizionali, ed erano prive di cognome stampato sulle spalle (i giocatori di quel periodo si riconoscevano da dietro anche senza nome). I numeri, prima, suggerivano un preciso ruolo; le maglie non avevano il nome dello sponsor; prima, la casacca identificava una specifica squadra... E le partite si giocavano la domenica, al medesimo orario. Oggi il calcio è frammentato, sfigurato, smembrato, eccessivamente somigliante alla società contemporanea.

Il pallone adesso rotolava oltre il bivio di “Via della Pisana”. All’angolo si ergeva un’edicola tutta verde accanto ad un piccolo “Caffè” frequentato da nostro padre: ci passava il tempo libero giocando a carte, a condizione che non vi fossero ospiti a casa, con i quali giocarci.
Così arrivò il mio turno a lanciare la palla a Massimo, che scattò come una saetta, uno sprint degno di una vera “ala pura”. Io e i miei fratelli lo sfottevamo chiamandolo “Cavallo Pazzo”. Era bravo, correva come un forsennato, ma dribblava troppo, non passava mai la palla. Calciava di sinistro, come Gigi Riva.
Ora era la volta di Ottavio a sganciarsi. Raggiunse la palla e poi fu lui a lanciarmela in modo impreciso: un classico! (sfoggiava caparbietà agonistica, ma anche “piedi duri”, poca tecnica). Dal canto mio feci il solito scatto. Sembrava che io fossi dotato di talento naturale. Ero timidamente orgoglioso, perché giocavo con i più grandi e, in collegio, ero sempre tra i primi ad essere scelto. Desideravo, come tutti gli scugnizzi partenopei, di giocare con il Napoli (figuriamoci, anche gratis).
Quando toccavo la palla a centrocampo, diventavo Juliano; quando mi capitava di fare il portiere, emulavo Dino Zoff: paravo tuffandomi proprio come lui, con la stessa “serietà”.
Giungemmo finalmente alla Villa, litigando per chi avrebbe dovuto portare il pallone con le mani, finché non avremmo trovato un posto adatto per giocarci. Entrando, ci guardammo attorno. Non c’era l’atteso pienone. Solo i fedelissimi del pic-nic pasquale sfidarono la minacciosa, ostinata presenza delle nuvole; tutti però avevano una radiolina accesa. Mi sfugge chi di noi raccolse la sfera.
Dopo un’attenta perlustrazione, occupammo un’area abbastanza estesa per giocarci, poi ci accostammo ad un piccolo gruppo di persone che erano nei paraggi. Era disposto curiosamente a cerchio mentre la radio, come una sorta di totem, stava lì, al centro. Giungemmo in perfetta coincidenza con la sigla d’apertura. “La Stock di Trieste v’invita all’ascolto di: Tutto il calcio minuto per minuto”... Chiedemmo alla comitiva di farvi parte. Noi tre trasmettevamo una certa sofferenza o meglio, una condizione d’apprensione mista ad una sottile sfumatura di piacere. Una sensazione sadomasochista. Finalmente l’inconfondibile timbro di voce di Enrico Ameri annunciava dal campo principale il risultato del primo tempo: a S. Siro, Inter zero e Napoli uno. Gol di Altafini su respinta di Bordon al minuto...”, pronunciò distintamente la voce del radiocronista. Non trattenemmo la gioia di esultare, sebbene la parte più autentica di quell’effimera, profonda euforia rimase inespressa sotto la nostra pelle. Soddisfatti, ci apprestammo a dare i primi calci, incominciando a “passaggi”. Contagiammo gli occasionali spettatori; così potemmo formare due squadre di quattro giocatori. Ci muovemmo con destrezza; riuscivamo ad eseguire le giocate più raffinate. Giocavamo tendendo entrambe le orecchie alla radiolina. Ad un tratto irruppe con tono concitato Enrico Ameri, e all’istante fermammo la nostra partita. “Rigore, rigore a favore dell’Inter..., rigore molto contestato dai giocatori napoletani.... Zoff, di solito molto composto, si lascia andare a un atteggiamento di stizza...”, annunciava nervosamente Ameri. Inutile dire che io, Massimo e Ottavio pregammo in religioso silenzio che lo sbagliassero quel rgore!. Ma non fu così, purtroppo. Ci assalì un fastidioso scoramento per la beffa e il danno ricevuto. I miei fratelli continuavano ad inveire contro Gonnella, il signor arbitro che decretò l’ingiusto rigore. Entrambi formularono supposizioni geopolitiche. Ed io sentivo di appartenere ad una squadra discriminata, sebbene la natura di tifoso conosca solo il “principio del piacere”. Noi eravamo tifosi, e anche accaniti.
Gli effetti si manifestarono nel nostro rendimento: Massimo e Ottavio giocarono “distrattamente”, controvoglia. Vivevano l’aria di “S. Siro”, dove si era consumato l’iniquo pareggio. Ma potevamo contare ancora su tre gol di vantaggio. Profusi la tanta rabbia nel gioco, trasformandola in intenso sfogo agonistico. I nostri avversari accorciarono le distanze, avendo noi scelleratamente consentito di farci due reti. I nostri avversari si erano ormai rianimati. Centrammo quindi la palla. Ottavio scagliò il pallone sulla linea di destra, io la fermai con uno stop a seguire e attesi che il difensore venisse contro; con il busto mi spostai verso la mia sinistra mentre feci schizzare la palla al lato opposto. Superato l’avversario, prolungai freneticamente la corsa sulla (immaginaria) linea laterale; alzai la testa, per verificare la posizione dei miei compagni e quindi crossai verso Massimo, che attendeva il pallone sul secondo palo. La sfera, tesa, colpita violentemente al volo con un tiro mancino, si stampò sul secondo palo (in realtà un tronco d’albero). La palla rimbalzò quindi sul mio piede: un tocco “morbido” da sotto tratteggiò un preciso pallonetto. “Gol!!”, esclamai con un pizzico di rabbia. Per ascoltare nuovamente la radio, sospendemmo il gioco.
Noi tre speravamo sempre che la squadra ripassasse in vantaggio; Juliano e compagni avevano soverchiato gli avversari in lungo e in largo tutto il “Primo Tempo”, non raccogliendo in modo proporzionato alle energie profuse, i frutti sperati, da noi profondamente desiderati. La squadra aveva “speso” troppo, inutilmente. Non arrivando al gol, temevamo allora di incassarlo (per la dura regola del “gol fallito gol subito”). Stavolta l’ansia esprimeva la paura di perdere. La coinvolgente radiocronaca di Ameri non ci dette scampo. Era Boninsegna la causa della nostra abissale frustrazione. Il centravanti, con un’audace quanto folle incornata, rischiando di prendere in pieno volto una “pedata” da Panzanato, realizzò la rete. Sulle nostre facce calò una fitta, densa e nera desolazione. Ci sentimmo defraudati per l’ennesima volta. Il gruppo che ci ospitò comprese per intero la nostra amarezza e ci confortò rilevando la maligna interferenza arbitrale, ma ciò non alleggerì il malumore. Tornammo mestamente a giocare la seconda parte della partita, anche se io avrei voluto lasciare per vedere in televisione “Novantesimo minuto”, rubrica sportiva condotta dall’indimenticabile Maurizio Barendson (e poi da Paolo Valenti). Aderivo, in linea di massima, al ragionamento vittimistico dei miei fratelli, però mi riservavo di verificare, alla moviola, la decisione arbitrale. Lo sconforto sarebbe stato quasi drammatico se fossi rimasto lì, in collegio, nel campo vuoto...


Maurizio Santopietro

domenica 7 luglio 2013

I SEGNI

Un nuovo contributo dell'amico Psicologo Dott. M. Santopietro:



Premessa

Recentemente un astrofisico, in relazione all’esperimento sui neutrini, ha affermato che di tutti materiali dotati di massa che compongono l’universo, ne constatiamo l’esistenza solo di una piccolissima parte (5%): l’apparenza. Infatti, noi non conosciamo il restante 95%: l’essenza! Come dire: l’essenziale è veramente “invisibile agli occhi”. Allo stato attuale, le leggi della fisica regolano l’universo in cui sono compresenti sia la materia visibile che quella invsibile. Inoltre, i neutrini avrebbero la proprietà di trapassare la materia solida senza lasciare traccia del loro passaggio, che avviene alla stessa velocità della luce (300.00 km/s).
Sebbene lo scopo principale di questa riflessione non sia il tentativo di integrare il mondo della trascendenza religiosa con quello scientista, essendo disciplinati da ordinamenti di natura diversa, come credente, la prima immagine che mi è venuta in mente rispetto a questa recentissima constatazione scientifica, è quella di Gesù che attraversa le mura della casa dove erano riuniti gli Apostoli (Gv. 20: 25-29). Se in ambito scientifico lo studio “dell’invisibile”, è possibile mediante l’uso di tecnologie, di strumentazioni sempre più sofisticate, di modelli fisici e matematici, di aggiornate metodologie sperimentali, consentendo la verifica, l’acquisizione di nuovi dati di realtà, aggiornando la rappresentazioni dell’universo, in ambito religioso, la ricerca dell’invisibilità passa per altri accessi, per altre fonti, fra cui: la tradizione e le istituzioni religiose dominanti, i dogmi precocemente assimilati, l’esperienza spirituale soggettiva, la ricerca di segni  tangibilili, le credenze popolari e, infine, i testi sacri.

Oggetto
La risposta dell’uomo ai “segni” divini, quale indicatore del rapporto con Dio
L’oggetto della trattazione riguarda la reazione dell’uomo (credente e non credente) di fronte ai “miracoli” di chiara matrice divina, intesa come indicatore dell’atteggiamento spirituale verso Dio e verso Cristo.
Da questo punto di vista, il miracolo  potrebbe essere considerato anche come segno di “incontro tra Dio e l’uomo”, attraverso cui il Signore rivela la sua essenza soprannaturale, divenendo quindi una sorta di “segnale” per far innescare nell’animo umano dei ragionamenti  su “realtà invisibili” o non immediatamente comprensibili. Il primo ed ultimo scopo del segno divino è legato indissolubilmente al piano di salvezza (Gv. 1: 1-7; Eb. 1: 1-5), per cui la funzione, terminata con l’adempimento del N. T., è stata in generale:
1) quella di rivelare la presenza divina, al fine di suscitare, potenziare la fede, agevolando l’esecuzione del piano di salvezza (Esodo Capp. 3-17; Gv. 20: 30-31);
2) quella di essere uno dei principali indizi d’identificazione profetica della figura messianica (Lc. 7: 20-23);
3) quella di confermare, attestare la natura e l’autorità divina del Messia, cioè di Gesù,  (Mt. 12: 38-42)  e di attestare l’autorità degli Apostoli (Mt. 28: 18-20; Atti 2: 32-33, 3: 6-9, 19: 11; Eb. 2: 1-4).
La tipologia dei comportamenti reattivi ai segni divini, rivelatrice della natura della risposta dell’uomo a Dio, definisce la posizione spirituale della persona prima e dopo la comparsa del segno. Siccome i riferimenti biblici relativi alla comparsa dei segni divini sono numerosissimi, rileviamo arbitrariamente solo alcune categorie di reazioni più note:
a)        La strumentalità della richiesta dei segni e lo sfruttamento del bisogno da parte dell’uomo.
b)        Il rifiuto di  riconoscere  Dio in presenza dei segni.
c)         L’insoddisfacimento dei bisogni primari quale causa dell’irriconoscenza verso Dio.
d)        Le convinzioni personali e la mancanza di aspettativa.
e)        La malafede: negazione e capovolgimento della verità.
f)         La manifestazione dei segni nel mondo contemporaneo.
g)        Conclusioni. La conoscenza della parola: il segno scritto quale unica  fonte  “miracolosa” 
            del ravvedimento.

Sviluppo

a) La natura strumentale dell’invocazione e lo sfruttamento del bisogno
La ricerca dei “segni”da parte degli uomini, assume prevalentemente una connotazione strumentale, in quanto si articola prevalentemente in richieste di “vantaggi personali”, sebbene legati a gravi  motivi di salute: quanti contemporanei di Gesù implorarono miracoli a motivo dell’inguaribilità delle loro malattie? Quanti sono coloro che frequentarono la “miracolosa” piscina di Betesda (Gv. 5: 1-15) o che ancora oggi frequentano luoghi similari come i santuari di Lourdes, di Loreto ed altri ancora, nutrendo chissà quanta speranza nella folgorazione del  segno intimamente desiderato?. 
Questa mentalità, nel corso dei millenni, non sembra essere affatto cambiato nella sostanza. E’ emblematica la richiesta fatta a Gesù, di operare  dei segni, nell’episodio della moltipicazione dei pani e dei pesci. Quando la fama di Gesù era all’apice, folle di persone lo seguivano: alcuni per vederlo, altri  per ascoltarlo, altri ancora per ricevere una guarigione o per assistere a qualche prodigio, ma lo cercarono soprattutto perché saziò loro la fame (Mt. 15: 32ss; Gv. 6: 22ss). Gesù non ebbe difficoltà a esplicitare tale motivazione, infatti, disse loro:”In verità, in verità vi dico che voi mi cercate non perché avete visto segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati” (Gv. 6: 26). L’assurdità è che, plausibilmente, le stesse persone che avevano partecipato allo straordinario evento, non si “resero conto” dell’eccezionalità del segno mostrato da Gesù, che sfamò con pochi pezzi di pani e di pesci, 4000 persone senza comprendere nel conteggio donne e bambini! Ebbene, gli stessi, probabilmente, ebbero il “coraggio” di chiederGli ancora un “segno”!! (Gv. 6: 30). Erano gli stessi che volevano incoronarlo re solo un giorno prima, gli stessi, appena pochi giorni dopo, invocarono la Sua morte e la liberazione di Barabba, sotto l’influenza delle autorità religiose (Mt. 21: 8-9; Gv. 6: 15). Eppure si continua a credere nel proverbio “voce di popolo voce di Dio”, nonstante il pensiero degli uomini sia distante da quello di Dio come il cielo lo è dalla terra (Is. 55: 8-9). Questa è la volubilità caratteriale di una certa categoria di cristiani, che corrispondono a coloro che spiritualmente vengono “sballottati da ogni  vento di dottrina” (Ef. 4: 14).
Allo stesso tempo, la necessità estrema della persona bisognosa aggrava il grado di vulnerabilità soggettiva, riducendo drasticamente la capacità di pensiero lucido, essendo totalmente pervasa dal desiderio di una guarigione a tutti i costi, divenendo perciò facili preda per coloro i quali ne traggono profitto, producendo anche un indotto economico-commerciale non indifferente in corrispondenza dei noti santuari (II Re 5: 26; Atti: 3: 1-8; 8:13; 19: 23-26). Ancora oggi, la fumosità dei confni del vasto “mercato delle soluzioni miracolose”, per soddisfare bisogni profondamente sentiti come la salute, l’amore e il denaro, è anche determinata dall’implicita natura promiscua: ritualità pseudo-religiose, esotericità, alternative pseudo-scientifiche, chiromanzia, ecc…, che alimentano pratiche e portafogli di sedicenti maghi, guaritori, cartomanti, operatori dell’occulto, ecc…(Atti 19: 19-20). Il bisognoso subisce dolorosamente il danno e la beffa: perde di vista Dio, perde la luce della ragione, perde i soldi.
Tornando ai contemporanei di Gesù, è possibile che non si sarebbero ravveduti neppure se Egli avesse compiuto altri mirabolanti segni, poiché non mostrarono la disponibilità a credere secondo le Sacre Scritture, proprio come spiegò Gesù nella parabola de “Il ricco e Lazzaro”. Già, entrambi, trapassati all’altra vita,  il ricco voleva che il povero Lazzaro fosse inviato ad avvertire sulla terra i suoi cinque fratelli. Nella stessa parabola Abramo, che simboleggia il Signore, rispose al ricco: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscita dai morti” (Lc. 16:19-31). Per Gesù la parola scritta (all’epoca il Vecchio Testamento) costituiva la vera  fonte da cui  far scorgare una  fede sana e ragionata, non basata sull’emotività, né sulle necessità del momento. Come allora, oggi, il riferimento è sempre la fonte scritta: il  Nuovo Testamento (Gv. 20: 29; Atti 17: 11).


b) L’irreversibile ostinazione a rifiutare la potenza dei segni di Dio
In alcune fasi della storia biblica,  Dio, per realizzare il piano di salvezza, ebbe il “bisogno” di ricorrere alla funzione dei segni, per svelare in maniera inequivocabile la sua potenza, la sua autorità ma, soprattutto, per guidare il piano di salvezza. Nonostante l’evidenza dei fatti, nonostante la drammaticità degli effetti di crescente gravità, toccando il culmine con la vita dei primogeniti, il Faraone, dopo l’iniziale paura che consentì agli Ebrei di adorare nel deserto, tornò a ragionare secondo canoni di arroganza, fomentata dalla sete di vendetta, di potere e di sfruttamento (Esodo 11: 10; 14:4-9). Ma cosa rese effettivamente “cieco” il Faraone perché non potesse vedere la portata di tali prodigi?
Prima ancora dell’influenza esercitata dai fattori sopra citati, la sua ostinazione a non riconoscere il Dio degli Ebrei, può essere rintracciata nella “pienezza di sé”, nella mancanza di umiltà, nella convinzione di poter leggittimamente porsi al pari del Signore ma, in particolare, nel rifiuto di ragionare sulla limitazione dei suoi poteri, del suo ego!. Il bisogno di negare la realtà dei segni, preservò l’illusoria rappresentazione di sé come persona “onnipotente”, ma rese impossibile di ragionare  su Dio, di pensare agli altri! Infatti: per Faraone, sottomettersi alle condizioni di Mosè, sarebbe valso soccombere, accettare la propria condizione di “comune essere mortale”, per quanto potente: una realtà troppo frustrante per una sorta di “divinità terrena”, quale era considerata quella del Faraone.
La risposta del Faraone ai segni di Dio, verrà ricalcata da una oppositrice, malavagia figura: Jezebel, moglie pagana di Achab, re d’Israele (I Re, capp. 16-21; II Re 9:7; Ap. 2: 20), alla quale non bastarono nè la sconfitta della sfida sul Monte Carmelo, nè la morte del figlio, né quella del marito, per constatare i segni della potenza del Signore.
Fu proprio durante il cammino nel deserto del popolo ebraico - antitipo della vita dei crisitiani nel deserto della vita (I Cor. 10) che Dio, mediante Mosè (Nu. 21: 6ss), realizzò un inconfondibile segno messianico, in quanto precursore dell’azione salvifica del Cristo (Gv. 14-15). Nella circostanza, all’ennesima espressione della potenza dell’Eterno, che consegnò i Cananei nelle mani degli Ebrei, seguì l’ennesima irriconoscenza del popolo, che mormorò contro Dio e contro Mosè. Il luogo fu allora invaso da serpenti velenosi, che colpirono tutti coloro che non fissarono lo sguardo sul serpente di bronzo forgiato e innalzato da Mosè (Nu. 21:5ss). Gesù ricordò citò il passo a Nicodemo che, forse, solo dopo la resurrezione, ne comprese il relativo significato. Sebbene fosse un dottore della legge, uno studioso delle cose di Dio, ragionò su segni operati da Gesù come il cieco nato (Gv. 9: 31), che senza erudizione, e senza vista, riuscì a vedere in Gesù il Messia atteso.

c) La vulnerabilità umana: bisogni insoddisfatti, amnesia della potenza di Dio
Nello stesso episodio la parte che ha benificiato dei segni prodigiosi operati da Dio è il popolo ebraico che, Dio non si limitò a trarlo dalla schiavitù egiziana, ma l’accompagnò nel cammino nel deserto con altri segni tangibili della sua presenza: come colonna di nuvola durante il giorno e come colonna di fuoco durante la notte (Esodo 13: 21-22).
Quale fu dunque l’atteggiamento di gran parte di quella gente fortunata? Non ci si dovrebbe attendere da loro una cura gelosa del sentimento di illimitata riconoscenza verso Dio, di preservazione indelebile della memoria per la straordinarietà degli eventi vissuti? Eppure anche qui, la miseria della debolezza umana emerge in tutta la sua triste evidenza, vanificando il senso profondo di quella serie irripetibile di segni, che non servirono ad aprire il cuore alla parola del Signore. Dopo solo un mese e mezzo, ai primi morsi di fame e sete vennero meno la memoria della grandezza di Dio; il senso di gratitudine per la liberazione ottenuta; la fiducia verso Dio, che rispose ai mormorii (Esodo 16: 2-12) mostrando, agli ingrati figli, altri segni “vitali”, come l’acqua, la  manna, la carne. Il culmine della cecità spirituale del popolo ebraico si verificò con la produzione del famoso vello d’oro.
“L’Eterno disse allora a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è corrotto; si sono presto sviati dalla strada che io avevo loro ordinato di seguire; si sono fatti un vitello di metallo fuso, si sono prostrati davanti ad esso, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”»” (Esodo 32: 7-8). La prolungata assenza di Mosè e l’irrazionale bisogno di rappresentare con i sensi il “dio liberatore”, furono sufficienti per far cadere nell’oblìo il recente ricordo dei segni divini e gli orientamenti del  Signore. I segni, che avrebbero dovuto far ravvedere Faraone e la sua gente, che avrebbero dovuto manifestare l’eccezionale  presenza del Signore presso il suo popolo, non sortirono gli effetti sperati! La posizione spirituale del popolo ebraico, durante il cammino nel deserto, fu insatabile e debole, oscillando costantemente tra fedeltà e slealtà: quando agivano la potenza dei segni divini, esprimevano intensa emotività e propositi di eterna fedeltà; quando invece si presentavano le prime difficoltà, con la concomitante assenza dei segni,  manifestavano rimpianto, incredulità e infedeltà (I cor. 10: 1ss). Un’altra reazione di “attaccamento” alla vita passata, rispetto all’incontro con i segni del Signore è quella di Lot e sua moglie. I due furono seriamente avvertiti di non girarsi a guardare dietro, mentre avrebbero lasciato il posto. (Gn. 19: 1ss) La moglie, non riuscì a domare  l’impulso di voltarsi dietro per cui si fermò, si voltò, osservò Sodoma e Gomorra mentre erano colpite da zolfo e fiamme. Le guardò però con occhi nostalgici, non con gli occhi della commiserazione: divenenne all’istante una statua di sale (Gen. 19: 26). Lot, cugino di Abramo, seppe guardare avanti al nuovo cammino segnato dal Signore, non avendo nostalgia di quel recente passato immerso nella più turpe promiscuità, rimpianto che colpì sua moglie, nonostante la presenza degli Angeli, nonostante l’avvertimento, nonostante l’anomala distruzione in corso delle città, nonostante la prospettiva di una vita sostenuta e guidata dalla mano di Dio.


d) Le convinzioni personali: la mancanza di aspettativa
Anche se spinto dal forte bisogno di essere aiutato, l’uomo produce delle fantasie circa la manifestazione del segno sperato, per la necessità di anticipare l’evento in conformità con il proprio sistema di convinzione. Quando ci si trova di fronte a questa forma di incongruenza, spesso l’uomo, pur di mantenere stabile il proprio punto di vista, distorce, più o meno inconsapevolmente la realtà esterna, compromettendo l’acquisizione di una nuova esperienza. Un caso analogo  capitò a Naaman, generale siro, diventato lebbroso. In seguito al consiglio di recarsi in Israele, grazie ad una donna ebrea “finita al servizio della moglie” (II Re 5: 2), Naaman affrontò il viaggio portando dei doni, per sdebitarsi e  fantasticando su quanto avvrebbe liturgicamente compiuto l’uomo di Dio per guarirlo dalla lebbra. Infatti, quando Eliseo, senza riceverlo, lo invitò a bagnarsi sette volte nel Giordano, “Naaman si adirò e andò dicendo:«Ecco, io pensavo:”Egli uscirà certamente incontro a me, si fermerà, invocherà il nome dell’Eterno, il suo Dio, agiterà la mano sulla parte malata e mi gurirà dalla lebbra» (II Re 5: 10-11). La disattesa di quanto fantasticato, generò ira e gli accecò la capacità di pensiero, precludendogli la sperata guarigione, ma grazie alle semplici riflessioni dei suoi servi, tornò sui suoi passi. I servi, che gli esposero un ragionamento sensato, così gli dissero: “Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una grande cosa, non l’avresti fatta? Tanto più ora che ti ha detto:«Lavati e sarai mondato» (II Re 5: 13). Dalla posizione di frustrazione, ira e miscredenza Naaman passò, attraversò l’umiltà, adempiendo il consiglio dei suoi servi, alla posizione di accettazione. Alla constatazione della guarigione, al generale  non rimase che riconoscere nel Dio d’Israele, l’unico vero Dio. Il generale allora avvertì intensamente il bisogno di sdebitarsi e, benchè insistette fortemente, Eliseo non volle nulla in cambio, perché nulla si può dare in cambio al  Signore, se non un “cuore rotto e retto”. Eppure un uomo di Dio, il servo di Eliseo, tal Ghehazi, che cercò di sfruttare l’opportunità per racimolare qualche cosa, corse dietro alla carrovana del generale, corse dietro alle concezioni del mondo. Duramente biasimato dal profeta, Ghehazi, cambiando posizione spirituale, si ritrovò con la lebbra (II Re 5: 27), della quale si era liberato un pagano, che divenne un uomo di Dio: il segno più grande.

e) La malafede: base del capovolgimento della verità
Il presupposto “strumentale” dell’autorità religiose ebraiche, che poggiava sul fatto che Gesù provenisse da Nazareth, indizio non citato dalle profezie messianiche, si trasformò ben presto in un vero e proprio pregiudizio, adeguatamente definito dallo “Zingarelli” come: «idea od opinione errata, anteriore alla diretta conoscenza di determinati fatti o persone, fondato su convincimenti tradizionali e comune ai più, atta ad impedire un giudizio retto e spassionato» (“Zingarelli”, Vocabolario della Lingua Italiana). La frustrazione per un’attesa non corrisposta di un Messia politico e geurriero, liberatore non del peccato, ma dal dominio romano, unitamente all’autorevolezza con cui il Signore predicava verità nuove e scomode per le stesse gerarchie istituzionali (Mt. 23, 26: 3-4, 27:17-18; Mc. 1: 21; Lc. 20: 41-44; Gv. 7: 46-48, 11: 49-53), rimase tale a fronte degli riferimenti profetici e dei segni miracolosi operati da Gesù. I sostenitori delle gerarchie religiose non solo negarono preconcettualmente la messianicità di Gesù, ma in presenza di un’eniquivocabile guarigione di un indemoniato muto e sordo, attribuirono l’origine del miracolo all’Avversario, a Satana! Pur di salvaguardare la propria falsa convinzione, pur di disconoscere la messianicità di Gesù, essi distorsero la realtà fino a capovolgerla in maniera platealmente strumentale (Mt. 12: 22ss). In quella circostanza emerse non solo il pregiudizio, ma soprattutto la malafede, cioè: la “piena consapevolezza della propria slealtà e della propria intenzione di ingannare […] (“Zingarelli”). Quelle stesse persone risucirono nell’impresa ad essere responsabili dell’unica bestemmia imperdonabile: l’attribuizione fallace di una qualità non pertinente alla natura del Signore e il rifiuto salvifico di Gesù Cristo. Vi è un altro celeberrimo segno, che “condanna” quegli uomini prevenuti e di malafede verso Gesù: è la guarigione del cieco nato (Gv. 9:1ss). I farisei dunque interrogarono il miracolato per conoscere l’autore del miracolo e la “posizione politica” del miracolato stesso. A fronte delle invettive escogitate degli altolocati interlocutori, fece un semplice, spassionato ragionamento attraverso cui riconosceva in Gesù un profeta, poichè non avrebbe potuto compiere tali prodigi se non fosse da Dio. Spinti ancora dalla malafede, i farisei misero in dubbio la cecità dell’uomo, così convocarono anche i suoi genitori per sapere se fosse veramente cieco fin dalla nascita. Dal momento che le istituzioni avevano già deliberato di far uccidere Gesù e di espellere coloro i quali avessero creduto in Lui, i genitori confermarono che era nato cieco, ignorando però chi gli avesse dato la vista e delegarono al figlio le domande rivolte da loro per paura di essere espulsi dalla sinagoga, cioè dall’attività sociale, cioè dall’appartenenza alla collettività (Gv. 9: 22). Il miracolato continuò la sua logica deduzione sia rimarcando lo strano imbarazzo degli stessi farisei sia affermando:”Ora noi sappiamo che Dio non esaudisce i peccatori, ma se uno è pio e fa la sua volontà, Egli la esaudisce” (Gv. 9: 31). La reazione coraggiosa e ragionata del cieco all’incontro con Gesù fu, in quello particolare contesto, il modello antitetico alla risposta in malafede di quegli uomini spiritualmenti ciechi. La ciecità spirituale e la presunzione dei farisei si aggravò dopo la guarigione del cieco nato, mentre questi, già possessore di una sensibile vista spirituale, pur sapendo di perdere l’appartenenza alla sua collettività, guadagnò qualcosa di enorme: la promessa dell’eternità (Mt. 19: 29; Gia. 4: 4-5). Lo smacco subito dai farisei trasformò la malafede in pura invidia distruttiva (Mt. 27: 18).


f) la manifestazione dei segni nel mondo contemporaneo
Oggi, la manifestazione di un (presunto) miracolo sembra seguire una “procedura” mai apparsa nelle cronache bibliche: le lacrime di una statua, così come accadde qualche  anno  fa a Civitavecchia o la visione del presunto volto di Gesù, ma più frequentemente della presunta Madonna, che chiede inesorabilmente l’edificazione di un santuario, oppure la produzione di stimmate  in qualche parte del corpo - meglio se sono mani - di un religioso o di un mistico. Nel mondo di origene latina, tale prassi sembra essere tradizionalmente consolidata e convalidante in sé, senza richiedere il confronto con il testo Sacro, sebbene lo stesso fenomeno venga “vagliato” dalle gerarchie ecclesiastiche, il cui parere è “politicamente” conforme alla posizione popolare. Il caso di Civitavecchia ne è un esempio.
Si sosteneva che la Madonnina piangesse sangue: subito iniziarono i pellegrinaggi nel giardino privato del proprietario della statua. Nel frattempo, per una serie di motivi che esulano l’argomento, le autorità giudiziarie ne disposero l’esame del DNA. Le analisi stabilirono che il sangue, umano, apparteneva ad un individuo di sesso machile!! Quale fu la reazione del Vescovo di Civitavecchia? Mise le mani avanti? Diffidò il proprietario della statuina? Esortò i fedeli a disconoscere la presunta origine divina del segno a motivo della prova del DNA? No!! Affermò che il sangue, appurato che non fosse quello della Madonna, non poteva che essere quello di Gesù!!! Le autorità ecclesiastiche scelsero di salvaguardare il prorio pregiudizio a danno della verità, sia del mondo fisico che dottrinale, capovolgendo la relatà dei fatti. Un santuario della Madonna a Civitavecchia avrebbe costituito un ritorno economico e di immagine non indifferente, tanto da risollevarla dalla crisi socio-economica e portuale in cui era caduta: anche il sindaco era favorevole all’ipotesi del Vescovo (Atti 19: 24-25).
E che dire del presunto miracolo del sangue di S. Gennaro?  Addirittura, durante le fasi iniziali del suo pontificato, Woytila depennò dal calendario il patrono di Napoli, perché figura leggendaria: come andò a finire? Ancora oggi, gran parte dei napoletani attendono il segno di S. Gennaro e, nonostante che le analisi chimico-fisiche non confermarono la natura ematica del particolare composto - che osserva un comportamento ciclico – la gente di Napoli è tuttora  convinta che si tratti del “sangue di S. Gennaro”. E le autorità cattoliche? Adottarono un comportamento esplicitamente politico, sia per timore di contrastare la credenza popolare, sia basandosi, erroneamente, sul proverbio: “voce di popolo voce di Dio”. Che dire della cosiddetta “Sacra Sindone”, la cui origine, determinata dall’analisi effettuate con il carbonio 14, risale al Medio Evo? Nonostante l’ennesima evidenza scientifica, le stesse gerarchie ecclesiastiche invitano alla venerazione della stessa immagine, quale strumento di ausilio spirituale! Inoltre, l’unico documento serio che narra di Gesù, cioè il Nuovo Testamento, scritto in grego, non descrive alcuno indizio relativo alla fisionomia di Gesù (né della Madonna), anche quando, dopo risorto appare a Maria Maddalena (Gv. 20: 11-18), agli Apostoli (Gv. 20: 19ss), ai due discepoli sulla via di Emmaus (Lc. 24: 13ss). Il Signore, ormai resuscitato, aveva perso i suoi connotati fisici, tanto che la donna non lo riconobbe, scambiandolo per un ortolano (Gv. 20: 15). Quale segno di identificazione dette allora il Risorto alla donna? Le ricordò forse com’era la fisionomia di prima? La Maddalena riconobbe il Maestro dall’intonazione della voce con cui solitamente la chiamò, sottolineando così l’aspetto dell’intima relazione spirituale. (Gv. 20: 16). Più pregnante è l’esempio dei due discepoli di Emmaus che, mentre erano di ritorno a casa, furono avvicinati da Gesù. I due lo confusero con un forestiero (Lc. 24: 18). Allora, quale segno di riconoscimento diede loro? Rievocò forse le caretteristiche somatiche che aveva precedentemente alla resurrezione?   Quale segno dette loro affinchè fosse riconosciuto? Ma non ricorda questo episodio la parabola del “il ricco e Lazzaro”, quando il ricco, preoccupato per le sorte dei cinque fratelli, avrebbe voluto mandare Lazzaro a casa sua, perché convinto che l’unico segno per il ravvedimento dei fratelli fosse una comunicazione proveniente dal regno dei  morti? (Lc. 16: 30). E la risposta non fu dunque messa in pratica dallo stesso Gesù, quando annunciò il segno della sua resurrezione iniziando da Mosè? (Lc. 24: 27). Gesù scomparve alla loro vista quando Cleopa e il suo amico lo riconobbero nell’atto del benedire e del “rompere il pane”, allora s’aprì loro mente all’insegnamento del Maestro!  (Lc. 24: 30).
Rispetto al vissuto soggettivo, quale fonte di “percezione dei segni”, basti raccontare una esperienza, tipica, realmente verificatesi. La persona, direttamente coinvolta nell’evento, racconta che un giorno, mentre procedeva per un marciapiede, appena qualche passo dopo, avvertì da dietro, un botto, ch’era dovuto all’impatto di un vaso sul suolo. Dal momento che in quel fatidico frangente evocò l’immagine di Padre Pio, dedusse che fosse poroprio il frate a salvarlo “miracolosamente” dalla mortale collisione col vaso!. La persona, un giornalaio, fece allora erigere nei pressi dell’edicola, come per sdebitarsi, una scultura del frate a altezza d’uomo.
A prendere le distanze da questi presunti miracoli ci inducono non tanto le constatazioni di ordine scientifico, logico, storico, ma anche, e soprattutto, dalla conoscenza della parola del Signore. L’unico metodo per valutare l’effettivo riconoscimento di un “segno divino” che, in particolare oggigiorno, è rappresentato dalla conoscenza della parola delle Sacre Scritture, consegnataci integralmente nel 100 a. C.! La conoscenza della Bibbia ci fa sentenziare che il “miracolo” delle lacrime di una statua è un “segno bugiardo” (II Tes. 2: 9-11; II Tim. 4: 4 ), infatti: se tale manifestazione fosse di origine divina, ci troveremmo di fronte a un contraddizione in termini, perché se Dio ha inflessibilmente proibito, fin dall’inizio e per sempre, l’uso di qualsiasi immagine e/o scultura (Es. 20: 3-5; Is. 44: 9-20; Giu. 1:9) non può, allo stesso tempo, autorizzare una pratica che origina da un suo divieto: il padre della bugia è, sin dall’inizio, l’Avversario (GV. 8: 44-47; II Cor. 11: 14 ). Inoltre, la funzione dei segni, è andata a decadere con la morte degli Apostoli, i soli che potevano trasmettere agli altri i “doni”, cioè la facoltà di operare segni, infatti: “[…] se la parola pronunziata per mezzo degli angeli si dimostrò ferma, e ogni trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione come scamperemo noi se trascuriamo una salvezza così grande? La quale, dopo essere stata annunziata prima dal Signore, ci è stata confermata da quelli che l’avevano udita, mentre Dio aggiungeva la sua testimonianza alla loro, con dei segni e dei prodigi, con opere potenti svariate, e con doni dello Spirito Santo distribuiti secondo la sua volontà” (Eb. 2: 2-4). Il criterio di discriminazione è dunque la Parola scritta: il Nuovo Testamento. I segni non costituiscono più la via elettiva all’accesso alla fede (Gv. 20: 29; Atti 17: 11, 17: 30), avendo inoltre perso la funzione di sostenere e guidare il piano di salvezza, perfettamente compiuto con la redazione dell’Apocalisse (verso il 100 d. C.), ultimo libro della Bibbia. E’ importante rilevare che, come gli Ebrei sapevano, (Mt. 12: 22ss. ) non era solo Dio autore di  miracoli (II Tes. 2: 9-11; II Tim. 4: 4) anzi, Gesù  parlò di coloro i quali “in quel giorno gli diranno: Signore, Signore,  non abbiamo noi profetizzato in nome  tuo, e in nome tuo cacciato demoni, e fatte in nome tuo molte operi potenti? E allora dichiarerò loro: Io non vi ho mai conosciuti; allonatanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità” (Mt. 7:21-23). Il passo citato rivela come per il Signore sia importante l’ubbidienza, l’operare nell’ambito definito nettamente della sua esclusiva parola, proprio perché basata essa stessa sulla fede e sull’amore, (Eb. 11: 1ss; I Gv. 5: 2; II Gv. 1: 9) e non tanto la capacità in sé di profetizzare, di fare opere potenti o cacciare demoni, che possono ammaliare la debola vista sprituale degli uomini. La chiave per comprendere, con onestà intellettuale e spirituale, l’origine dei segni, è costituita dalla capacità di discriminare segni e dottrine provenienti dalle tradizioni umani e quella divina (Is. 29: 13; Mt. 15: 1-9; Gal. Fil. 1: 9; Giu. 1:3) poiché “L’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno in spirito e in verità: poiché tali sono gli adoratori che il padre richiede” (Gv. 4: 24). La valutazione dei segni, nella tradizione cattolica si intreccia con il vasto tema dell’idolatria, pratica pagana precristiana, strutturalmente radicata in quasi tutte le religioni (tranne Ebraismo e Islam), divenendo il più rilevante elemento di appartenenza etnico-nazionalistica di quella civiltà. Questa complessità spiegherebbe il perché lo scontro di civiltà è ineluttabilmente scontro di religione e viceversa.


Conclusioni
f) La conoscenza della parola: il segno scritto quale unica fonte della conversione cristiana.
Oggi, l’unico segno miracoloso proveniente da Dio è rappresentato dalla conversione a Cristo (Gv. Gv. 6: 44; Atti 2: 38, 4: 11-12; Rom. 10: 17) che, simbolicamente inizia con la morte e la resurrezione di Cristo (Rom. 6: 1-12; Atti 9: 18, 10: 47-48; I Pt. 2: 21-22), aprendo un lungo cammino di trasformazione interiore: spirituale, mentale, morale, caratteriale e comportamentale (Rom. 12: 2; II Cor. 3: 18; Gia. 1: 21-23, 4: 4 ). Se allora la trasformazione è il segno del divenire cristiano, del cambiamento precedente all’incontro con Cristo, ciò vuol dire che cristiani non si nasce in nessun posto del mondo, ma, Dio, in ogni dove, ha dato a tutti il diritto diventare suoi figli (Gv. 1:12). Eppure il cambiamento, il miglioramento della persona, se non è “compatibile” moralmente con i codici comportamentali dominanti, causa imbarazzo,  biasimo,  condanna da parte della gente, come, ad esempio, avvenne nel caso dell’indemoniato di Gerasa (Lc. 8: 26ss), al quale si erano “abituati” gli abitanti della zona: “E la gente allora uscì per vedere ciò che era accaduto e venne da Gesù, e trovò l’uomo dal quale erano usciti i demoni  seduto ai piedi di Gesù, vestito e sano di mente, ed ebbe paura. Or quelli che avevano visto l’accaduto, raccontarono loro come l’indemoniato era stato liberato. Allora tutta la popolazione della regione dei Gadareni chiese a Guesù di allontanarsi da loro, perché erano in preda a un grande spavento” (Lc. 8: 35-37). Il cambiamento del miracolato, segnato dall’incontro con Gesù, mise in crisi la stabilità delle convinzioni e delle convenzioni individuali e sociali: al contrario della gente, che chiese espilicitamente al Signore di allontanarsi da quel luogo, l’ex indemoniato chiese invece di poter stare con Lui!!
Allora, cosa direbbe oggi Gesù, a coloro i quali chiedono  ancora dei segni, miracoli, prodigi? Gesù non darebbe ancora il segno di Giona (Mt. 12: 38ss)? non direbbe loro che se non credono ai  Profeti e agli Apostoli sarebbe impossibile ravverdersi? (Lc. 16: 31)?. Che direbbe Gesù a quelle persone che nutrendo fede in Lui, elevano invocazioni, lamenti a Dio perché colpevole di essere “assente”, di non inviare nessun segno che avrebbe potuto evitare le innumorevoli tragedie, così come ricordò non molto tempo fa il papa Ratzinger, o come è si è soliti fare in presenza di gravi sciagure umane? Allora, quale segno ancora dovrebbe dare il Signore se non il segno dell’apparente “follia” di Noè, che stava costruendo un barcone in montagna? “Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio, le persone mangiavano, bevevano, si sposavano ed erano date in moglie, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca; e non si avvidero di nulla, finché venne il diluvio e li portò via tutti” (Gen. 6: 5-6; Mt. 24: 38-39).

La ricerca del segno, nell’età contemporanea, è cercare la fonte della fede che viene dall’udire [= conoscere] per mezzo di Cristo (Rom. 10: 17), che accende la motivazione interna, quella più profonda, quella più salda (Mt. 7: 24-25), azionando tutto il processo di ravvedimento, di conversione e di crescita spirituale (II Pt. 1: 5-9).

Dott. Maurizio Santopietro