lunedì 30 novembre 2020

DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?

Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura. In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. Nello specifico la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso e da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura i mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia, fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma che fornisce cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine. Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi. Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno. Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile. Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile. E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO

domenica 29 novembre 2020

IN FILA PER IL PANE?

"Tutti in fila per l' IPhone e poi si piange miseria". Siamo sinceri, quanti di noi l'hanno detto o pensato. Magari di getto, istintivamente, in modo non ragionato, ma l'abbiamo fatto. Poi ti torna in mente il Berlusca di qualche anno fa e le sue esternazioni "Io vedo tutti i ristoranti pieni". Ed era vero, i ristoranti erano pieni nella stessa misura in cui sono vere le file per l'acquisto dell'ultimo giocattolo di tendenza. Questo dimostra quanto, anche non volendo, spesso si sia condizionati nel giudizio e quanto sia facile cadere preda di retorica o massificazione di pensiero. Eppure non sarebbe difficile separare il grano dal loglio. Basterebbe riflettere sul fatto che, se è incontestabile il condizionamento di migliaia di persone che si concretizza nella partecipazione compulsiva ai riti e ai feticci della moderna società consumista, meno visibile ma più corposa è la stragrande maggioranza che a quei riti si sottrae. Ci si sottrae per scelta, per tanti ma anche, se non soprattutto, per l'impossibilità materiale a parteciparvi della maggioranza Perchè, anche se colpiscono, in negativo, quelle file non dobbiamo permettere alla nostra capacità analitica e critica di offuscare o sottovalutare l'enorme tasso di esclusione sociale e di povertà presente nella società. E, se la nostra attenzione non può che essere più orientata ai problemi e ai diritti dei lavoratori e degli esclusi, lo snobismo nei confronti di chicchessia non può portare ad una semplice condanna o derisione prevenuta e preventiva. Molti, non la maggioranza ovviamente, di quelli in fila erano, e potrebbero essere ancora, parte dei nostri riferimenti sociali o politici. Potenzialità ed energie che non possiamo permettere che vengano abbandonate o considerate perse solo perchè, in assenza di modelli credibili e alternativi, si affidano alla corrente del pensiero collettivo apparentemente vincente e unico. Credo, ormai, di essere pesantemente ripetitivo o inutilmente didattico ma, finchè questo modello manca e si presenta, nella progettualità, diviso, incoerente, litigioso, spocchioso, insomma sostanzialmente inutile, anche la capacità di essere credibili nella critica e nell'indignazione diventa solo uno sterile esercizio snobistico. Sono finiti gli I'Phone? Dategli Huawey, no! Ad maiora MIZIO

giovedì 26 novembre 2020

MARADONA E' MORTO! VIVA MARADONA!

Una nazione (L'Argentina) e una città nell'altro emisfero (Napoli) piangono insieme la scomparsa di qualcuno che sarebbe, a questo punto, riduttivo considerare solo un campione del calcio. Intendiamoci, campione lo è stato veramente, un artista della pelota. Tanto virtuoso nel trattare il pallone quanto enigmatico, complesso e contraddittorio nel rapportarsi con la vita quotidiana. Portava nella sua valigia personale d'esperienza la sempre presente contraddizione d'esser partito dalla miseria assoluta per essere poi, lanciato verso le vette inesplorate e senza limiti di una ricchezza sfrenata. Omaggiato e riverito nella grandezza, quanto denigrato e condannato nelle sue rovinose cadute. Le stimmate della tipica ignoranza e arroganza del parvenue che trova la massima esaltazione nella rappresentazione geniale delle sue giocate sul campo, ma anche dalla sua condivisione delle sofferenze altrui e della lotta (a suo modo) contro le ingiustizie. Visione della vita e del mondo che lo ha sempre accompagnato come un ascensore tra l'inferno degli ultimi e le speranze di riscatto con l'ammirazione e l'amicizia (corrisposta) con personaggi come Fidel o Chavez. Nato tra gli ultimi, cresciuto poco fisicamente in un mondo di giganti, era stato dotato però del talento e di un carisma naturale riservato non agli dei, ma agli aspiranti tali. Il campione inimitabile ma anche l'uomo, a suo modo, talmente complesso e inesplicabile se non ricorrendo a paragoni scomodi o irriverenti. Era uomo, nel senso più vero del termine, con le sue grandezze e le sue miserie. I suoi evidenti limiti, pur negli eccessi. La sua genialità dire disarmata, ruspante e per questo più vera e grande ne facevano, non un esempio, ma un riferimento, sicuramente si. Il sogno del riscatto di milioni di diseredati delle immense favelas argentine e non solo. L'abbraccio di un'intera città di un Mezzogiorno sempre un passo indietro, che in un campione venuto dall'altra parte del mondo ha riconosciuto un proprio figlio che ne poteva rappresentare il riscatto. Riscatto che da sportivo diventava storico,sociale e politico. Un personaggio di cui non si poteva, in coscienza, condividere tutto, ma che, proprio in quel tutto, trovava la sua grandezza. Sul perchè siano i Maradona che, nella vita e nella storia, rimangano come scie luminose più a lungo e più brillanti di altre credo, attenga molto più a quel grande mistero che è la vita umana sulla Terra che a spiegazioni di carattere esclusivamente sociologico, antropologico o politico. Che poi è quello che ci porta immancabilmente tutti allo stesso balcone affacciato sulla vita in cui , per fortuna, ogni tanto passano anche i Maradona. MIZIO

mercoledì 11 novembre 2020

PER FARE UN UOMO..

La regola del tre e la legge dell'equilibrio! Ognuno di noi arriva, apre gli occhi al mondo e comincia a guardarlo dalla sua singola, unica e irripetibile visuale. Visuale che è tale, in quanto famiglia, habitat, condizione sociale sono unici e non sovrapponibili. Operazione impossibile anche tra fratelli, entrando in ballo, oltre le condizioni più o meno simili, anche la componente caratteriale. Insomma si viene al mondo come un vaso pieno solo in parte, ma quella parte è quella che condizionerà e renderà unica, filtrandola, tutta l'esperienza, la conoscenza, le gioie e i dolori dell'intero arco vitale. Ovviamente tale consapevolezza non ha la pretesa di rappresentare una verità assoluta ma, proprio per quello enunciato prima, ne rappresenta esclusivamente una testimonianza parziale e, proprio per questo senza altro valore che quello di affiancarsi alle milioni di altre che, collettivamente rappresentano il tutto variegato, unico, affascinante che abbiamo davanti ogni giorno. Prima discriminante è, ovviamente, il dove e come si nasce. Le differenze saranno tanto più ampie quanto più differenti sono le condizioni iniziali. Chi nasce nella polvere degli ultimi, ovviamente sarà, fin dall'inizio sottoposto a esperienze e necessità diverse e opposte rispetto i figli del nobile o del ricco. Ma, nonostante le enormi differenze si avrà in comune, l'appartenenza allo stesso genere homo (benchè qualcuno provi a smentire anche tale verità. Questa si assoluta). Si condivide lo stesso habitat, vivendo nello stesso spazio su un pianeta vagante nell'universo. Si è assoggettati alle stesse esigenze e limiti derivanti da quelle che sono le necessità e caratteristiche fisiche comuni ad ogni corpo. Prime fra tutte quelle del nutrimento e delle funzioni fisiologiche, oltre quella che nella grande giostra della vita di ognuno inevitabilmente, ha una sua conclusione nella morte. Il tratto comune per eccellenza, anche se non arriverei a considerarla una livella, come piace raccontarla a tanti perchè, se è vero che la fine è comune, il come si ci arriva, cambia e di molto. C'è anche un altro tratto condiviso, anche se con gradazioni e caratteristiche diverse. Quello che rappresenta l'innata, congenita, e direi anche necessaria, curiosità verso le eterne domande. Chi sono? Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Domande, purtroppo destinate a rimanere senza risposta certa e a cui, sia collettivamente che singolarmente, si prova comunque a fornire visioni rassicuranti o, specularmente, disperanti. E hanno provato e provano a farlo le religioni e il loro opposto l'ateismo, la filosofia oltre la politica o la visione illuministica e scientifica. Ci sono altri, come il sottoscritto, in cui arde, da sempre, il sacro fuoco della curiosità, della conoscenza che non sia limitata o inscatolata in un'unica visione e in un unico percorso cognitivo. L' impegno politico contro le ingiustizie sociali, la sensibilità e attenzione all' ambiente, la ricerca spirituale sono i tre filoni principali attraverso i quali, il sottoscritto, ha cercato, magari maldestramente, in maniera disorganizzata ma, assolutamente priva di pregiudizi, di trovare un percorso per una comprensione che giustifichi e renda accettabile il proprio stare al mondo. La componente e la curiosità politica era cosa respirata fin da piccolo in famiglia che ha reso più semplice la comprensione degli avvenimenti e gli incontri succedutesi negli anni. Fin da quello , il più qualificante in assoluto, con Don Roberto Sardelli che ha allargato gli orizzonti e le sensibilità politiche e sociali, fino al punto di renderli parte integrante del proprio essere e del proprio sentire. Comprensione e coscienza che ha sempre reso difficoltoso e poco comprensibili alcuni atteggiamenti che sono sempre sfuggiti a quella che era la militanza classica e della logica imperante che depotenzia il sentire personale sacrificandolo a quello generale che recita:”il partito ha sempre ragione”. Da qui, sempre con il massimo rispetto verso compagni e partiti, un percorso che è stato contrassegnato più da dolorose dimissioni (da incarichi di partito e istituzionali), che da luminosi successi e carriera personale e politica. D'altra parte, citando al contrario un concetto riferito a Don Abbondio, “Se uno la coscienza ce l'ha, non può ignorarla o allontanarla da sè”. Nessuna logica di partito mi ha mai convinto al punto tale di dover mettere in discussione alcuni valori ideali e principi morali o giustificare eventuali ingiustizie Cosa che , comunque, è stata espressa sempre in modo estremamente rispettoso anche degli interessi del partito che avrebbe avuto, nel caso, un pessimo interprete della propria immagine. Meglio, molto meglio che a rappresentarla ci fosse qualcuno con un pochino di pelo in più sullo stomaco, meno scrupoli e maggiore capacità affabulatoria. La politica e i partiti in cui ho militato li ho sempre considerati non come un fine, ma come uno strumento per trasformare il naturale sentimento di giustizia in obbligato e utile spirito di servizi agli altri, soprattutto i più derelitti. Se l'avessi intesa come possibilità di carriera o promozione individuale avrei fatto tutt'altre scelte. Bastava tacitar la coscienza e la propria storia personale, accettando di condividere scelte, anche compromissorie. Per cui il filo rosso dell' impegno politico ha sempre segnato il mio percorso ma, spesso da semplice osservatore critico e piazzato di lato piuttosto che protagonista o comprimario interessato. Anche l'altro aspetto, quello dell'attenzione all'ambiente e alla natura nasce nella primissima infanzia. Infanzia vissuta in una borgata romana agli estremi della sua smisurata periferia dove, in quei tempi, il confine tra campagna e città era ancora molto labile. Per cui prati, fossi, marrane e relativi abitanti erano i protagonisti delle scorribande da bambino. Scorribande anche segnate da una certa crudeltà (di cui mi sono pentito successivamente) come la caccia a lucertole, ramarri, farfalle ecc. ecc. Ambiente simile a quello in cui passai la successiva adolescenza e la gioventù. Non più borgata, ma moderno quartiere periferico, sempre caratterizzato, però, da enormi spazi verdi. Spazi che appena a pochi passi nascondevano tesori naturalistici notevoli e quasi impensabili a un passo dai palazzoni della moderna piccola e media borghesia. Cinghiali, istrici, tassi, falchi e un milione di altre rarità e scoperte, quasi giornaliere botaniche e faunistiche facevano di quei posti la mia Amazzonia. I barbi che risalivano i fossi in primavera erano i miei salmoni, i biacchi e le natrici le mie anaconda, i nibbi i miei avvoltoi e le nutrie i miei castori. Cominciò allora, grazie a un paio di compagni, il lavoro di uno dei primi piccoli gruppi ecologici dell'epoca. Gruppo nato proprio per lo studio e la salvaguardia di quel paradiso naturale a cui aderii e diedi il mio piccolo contributo sia per lo studio ma, soprattutto per portarne in evidenza le prime battaglie e richieste protezionistiche, grazie anche, al mio ruolo istituzionale dell'epoca. Dopo il trasferimento da Roma continuai lo studio, l'amore e le sensibilità più da lontano e fui felice quando seppi che, quel territorio entrò a far parte del circuito di Roma Natura e che, da allora è conosciuto come Riserva naturale di Decima Malafede. Territorio purtroppo che, nonostante l'istituzione della riserva, ha continuato ad essere oggetto di appetiti speculatori da parte di privati e istituzioni (Si pensi solo alla devastazione provocata dalla prossima autostrada Roma Latina). Il mio rapporto di curioso osservatore della natura e le sue meraviglie non ha mai, però, assunto l'aspetto che avrebbe preso piede con successo,successivamente. Non facevo trekking, né bird watching, né esplorazioni, né percorsi con mete obbligate o prefissate da raggiungere, che non fossero la pace interiore. Il mio ideale rapporto con la natura l'ho sempre vissuto al meglio e al massimo in compagnia, di me stesso. E, a volte, eravamo pure in troppi. Per dare un'immagine di facile lettura, ho sempre ricercato l'amore quasi fisico e la fusione col tutto. Nel bosco, sulle rive di un torrente, su un altopiano o sulla cima di un monte. Esperienze intrise quasi di un misticismo laico! E, il misticismo ci porta diritti a considerare l' ultimo aspetto, quello della ricerca spirituale, quello delle grandi verità ricercate dall'essere umano di ogni tempo. Per questo devo far riferimento a tre fasi ben distinte del percorso. In parte consapevole e in altra assolutamente casuale e fortuito, ma non meno vero o impattante. Il primo approccio, ovviamente, come quasi tutti avvenne nella parrocchia del quartiere con l'oratorio e col catechismo. Arrivando, addirittura con il far parte del coro dei “Pueri cantores” locali e, anche servendo messa come chierichetto. Periodo propedeutico, a prendere confidenza col concetto di divino, con il mistero non spiegato e scavallabile solo con la fede. Periodo pure sereno, tutto sommato. A parte le paure determinate quando, e succedeva spesso, ci si abbandonava a quei piccoli “peccati” possibili da parte di bambini. Crescendo con l'adolescenza apparve chiaro che rifugiarsi nella sola fede non bastava a oscurare tutte le incongruenze e i limiti che la religione comportava. Quindi ci fu il necessaro strappo dallla Chiesa, dai doveri che questa comportava, dalle visioni ormai troppo strette per essere condivise da un adolescente pieno di dubbi e curiosità. In questa fase ci fu l'incontro con Don Roberto, già ricordato prima, che diede della religione, della figura stessa del prete, un'immagine completamente diversa. Immagine che, pur non avvicinandomi di più alla chiesa, mi permise, però di mettere la questione del rapporto col mistero in stand by. Nè credente, né ateo, ripromettendomi di riaffrontare l'argomento quando e se, ne avessi sentito la necessità. Di una cosa ero però, già sicuro. Non avrei mai fatto parte di una organizzazione religiosa precostituita che, per una visione personale ancora confusa, ma non modificabile, ai miei occhi avrebbe rappresentato la negazione stessa del concetto di divino. Quindi si aprì la fase in cui cominciai a definirmi agnostico, essendo quella la parola che più avrebbe potuto rappresentare la mia posizione sull'argomento. Sentivo chiaramente di non poter chiudere definitivamente la questione, ma neanche, di sposarne una versione oggettivamente limitata e limitante. Complice anche una certa naturale sopravvalutazione del proprio punto di vista tipico della gioventù, tutto sommato riuscii, per diversi anni a convivere senza problemi con la questione. Probabilmente proprio grazie, a quella porticina lasciata volutamente socchiusa. E dalla quella porticina, come sempre accade, con le questioni messe da parte e quasi dimenticate, entrò con la violenza di uno tsunami tutto un corollario di avvenimenti, apparentemente inspiegabili, che mi posero per forza, nella condizione di dover riaffrontare la questione 0 rifiutarla definitivamente. Questione che, a quel punto, non riguardava solo un aspetto filosofico esistenziale, ma riguardava il vissuto quotidiano. Questi avvenimenti scatenarono la curiosità che, fino a quel momento, era stata disciplinatamente tranquilla nel suo angolino. Insieme a quelli, cominciarono a verificarsi tutta una serie di episodi che, in altri tempi, avrei potuto tranquillamente considerare casuali e spiegabili in mille altri modi logici. Ma che in quel momento e con le caratteristiche con cui si presentavano ai miei occhi assumevano l'aspetto di un sentiero di conoscenza e di apertura di sentire che sembrava, e forse lo era, lì solo per me. Incontri casuali, letture suggerite, altre occasionali con libri addirittura trovati sui treni dove lavoravo. Percorsi rischiosi che ti portavano a conoscere, forzatamente, anche il lato oscuro e pericoloso del percorso, da cui allontanarsi rapidamente. Ma anche momenti di illuminazione improvvisa in cui alcune cose cominciavano ad apparire più chiare e ad avere una propria logica leggibile e comprensibile. E, soprattutto, la certezza che nessuna religione organizzata, con i suoi riti, i suoi precetti, i suoi limiti avrebbe potuto rappresentare la strada o la verità rispetto l'esistente. E di quanto il rapporto, con l'idea stessa del mistero e del divino, sia percorso intimo, solitario e non trasmettibile. Che lo stesso si presenta e si arricchisce solo se e quando, il singolo e il momento lo rendano utile o necessario alla personale evoluzione. Ovviamente, e proprio per i motivi sopra esposti, nessuno e, tantomeno il sottoscritto, può o deve sentirsi in dovere di trasmettere il proprio punto di vista come quello più giusto o idoneo per tutti. E, ancor meno potrebbe o dovrebbe, pensare minimamente a fare proseliti. Rappresenterebbe la fine stessa delle poche certezze in materia raggiunte con fatica. La solidarietà, l'equilibrio, quello che molti chiamano amore, si deve provare ad applicarli, almeno come tendenza, nella vita di tutti i giorni. Nei rapporti personali, nella vita politica e sociale, nel rapporto col resto dell'esistente. Ed è questo e solo questo a stabilire il grado evolutivo, non il credere o meno. Si può essere santi o demoni, pure in modo inconsapevole e lontano anni luce dal misticismo e dal sentimento religioso. Così come si può essere umani, nel senso più compiuto del termine, pur senza attraversare e comprendere i tre aspetti fondanti della mia personale e, come si diceva prima, non replicabile esperienza. Per ognuno c'è un sentiero evolutivo che aspetta e, tranquilli, che ognuno, prima o poi, lo incrocia e lo percorrerà, anche se inconsapevolmente. MIZIO

giovedì 10 settembre 2020

CHI HA AMMAZZATO WILLY?

 




In questo periodo in cui i fatti e l'emotività connessa, corrono rapidi, verso non sappiamo cosa, per alcuni fatti appare più semplice ricercare i colpevoli piuttosto che le cause. Trovati i colpevoli, su cui sfogare rabbia e risentimento, si può passare rapidamente ad altro. Ma rimane esattamente come il giorno prima il clima, l'habitat sociale e culturale in cui certi accadimenti (definiti inspiegabili) crescono e si manifestano, purtroppo a volte, anche in modo tragico. Rimane intatto anche il dolore dei parenti e degli amici che amavano Willy e che nel loro ricordo, rimarrà sempre quello con lo stesso contagioso sorriso dei suoi vent'anni.

I colpevoli sono figli legittimi del clima di odio razziale, fascista, come negarlo? Ma anche di un bullismo ostentato, accettato e quasi riconosciuto supinamente. E, come dimenticare, il neo machismo tracimante, fatto di presunta superiorità per investitura naturale. Di un presunto ruolo da affermare e rafforzare con la violenza e i messaggi (quasi rituali) come l'ossessiva attenzione per il fisico e i tatuaggi (senza volerli demonizzare per questo).

Anche l'accettazione passiva di un modus di stare insieme, di rapportarsi col prossimo competitivo che si manifesta pure al di fuori della più ristretta cerchia legata a certe ideologie e certi ambienti.

Quanti Willy potenziali ci sono ogni notte nei week end nei luoghi della movida. Fuori delle discoteche come nei locali più alla moda, dove la rissa del sabato sera sembra diventata una piacevole abitudine rituale. Tasso alcolico fuori controllo, uso di sostanze che bypassano freni inibitori e spengono neuroni. Immaturità nel gestire situazioni unite a presunti diritti territoriali o di possesso sulla componente femminile. La donna è mia e qui comando io! Il concetto di proprietà verso luoghi e persone, come unico mezzo per l'affermazione e il riconoscimento del sé sociale e pubblico. Concetto che si esalta e ne rappresenta una grossa e altrettanto pericolosa componente, nella violenza morale e fisica con cui ci si rapporta con le donne. I numerosi casi di violenza e stupro in quegli ambienti, spesso non vengono neanche percepiti o denunciati come tali, ma quasi come un ineluttabile prezzo da pagare per essere accettati.

Questi atteggiamenti crescono e si rafforzano nel clima omertoso che, da sempre avvolge un certo mondo “giovanile” cui si riconosce il diritto di vivere, invece che in modo dialogante e aperto col mondo, in una realtà parallela indistinta e non permeabile.

L'esempio pratico. Quanti genitori (me compreso) sanno tutto quello che fanno o i dicono i propri figli quando sono fuori casa? Credo molto pochi. Mentre siamo, anche giustamente per carità, sempre presenti nel coprire e giustificare i pargoli, senza permetterne,però, una presa di coscienza e relative assunzioni di responsabilità.

D'altra parte questo meccanismo è quello che, poi permette, l'esaltazione e la speculazione di chi, su questa naturale particolarità giovanile, ci sguazza e ci specula guadagnandoci senza scrupoli e non solo economicamente.

Anche la politica, ovviamente, ha le sue grandi responsabilità. E, anche se con gradazioni diverse, nessuna componente e nessuna parte può essere considerata esente.

Anche la sinistra e i suoi componenti (tra cui, anche chi scrive, ovviamente) ha le sue belle responsabilità.

Prima fra tutti quella di aver sposato una visione politica che ha rinunciato alla funzione formativa ed educativa, per puntare tutto sulla pura gestione del potere. Di essere stata complice delle varie riforme scolastiche sempre più indirizzate al mondo produttivo piuttosto che alla formazione umana. Di aver tralasciato e sottovalutato la presenza fisica e capillare nei territori,nelle scuole e nei posti di lavoro, per delegare il tutto alla semplice comunicazione mediatica. Senza sottacere le altrettanto enormi responsabilità dei media, e dei mezzi di comunicazioni in generale. Come dimenticare, infine ma non per importanza, i salotti e le trasmissioni trash in cui i portatori (e portatrici) del vuoto cosmico, assurgono a personaggio in virtù del fisico palestrato e dell'ultimo tatuaggio (che ha un significato profondo, ovviamente) in bella mostra.

Questi sono gli esempi e i valori che la società, nelle sue mille sfaccettature riesce a trasmettere come premianti ai più giovani, naturalmente dotati di minori difese, culturali o ambientali.

E, non dimentichiamo, ma questo era valido anche prima, il naturale rigetto giovanile nei confronti del paternalistico atteggiamento dei più grandi, pronti a sfoderare il classico: “ai miei tempi...”. Per cui riesce più facile e naturale affidarsi all' amico o alla logica del branco. Che, per fortuna, non sempre assume aspetti delinquenziali, ma rappresenta, comunque in mancanza di altro, il minimo denominatore comune.

Detto quindi, con questo bel pistolotto, di chi sono colpe e responsabilità? Cosa fare?

Intanto ci vorrebbe una consapevolezza collettiva che questo sia una delle mille manifestazioni di ciò che accade costantemente. C'è bisogno, non solo dell'indice puntato, in maniera indistinta sui giovani e il loro mondo, ma di un modello formativo e sociale che possa far percepire a tutti, giovani e non, che un altro mondo sia possibile e conveniente per tutti.

Compito che spetta in prima battutta alle istituzioni, alla politica, ai corpi intermedi, all'economia, ma anche alle religioni, al mondo culturale e alle sue arti. Pensate quale impatto, ad esempio, sulle tenere coscienze in formazione, possano avere serie tv e film come “La banda della Magliana” o “Gomorra” in cui i personaggi peggiori rischiano di diventare eroi e riferimento proprio per quei giovani più fragili. In assenza di una rete di consapevolezza e valori diffusi, rappresentanti esattamente, del contrario.

Sarà un lavoro lungo, paziente ma necessario e con la consapevolezza che continueranno, purtroppo, a manifestarsi situazioni in cui altri Willy potrebbero subire le stesse cose, sperando con conseguenze meno gravi. Quindi, nell'immediato, anche un'azione, non solo punitiva, ma forte e decisa della giustizia sembra inevitabile.

Così come sembra inevitabile un abbassamento collettivo dei toni e delle modalità di confronto-scontro politico che tracima fatalmente, grazie ai social, nel corpo sociale e, soprattutto, in altri ambienti, quali stadi, discoteche, piazze ecc.

Facciamo in modo che, veramente, non sia solo una pia speranza e che Willy, oltre tutte le altre vittime di questo clima, non siano state sacrificate invano. Lo dobbiamo a lui e a chi gli ha voluto bene, e continuerà a volergliene!

Willy è diventato figlio di tutti noi, ma pure se ci ripugna e vorremmo disconoscerli, anche i suoi assassini lo sono. Per molti illegittimi, ma lo sono!


MIZIO

martedì 25 agosto 2020

SIAMO GIA' OLTRE GLI AVVISI?

 Che cosa accadrà alla morte del Sole? - Focus.it

Una pandemia che, probabilmente, ci farà compagnia a lungo. Il cambiamento climatico che sembra aver accellerato esponenzialmente le pesanti ricadute sul clima e sull'intero pianeta. Si scioglie l'artico dei ghiacci perenni, brucia e si scioglie quello delle grandi foreste del Nord. Il riscaldamento mette in crisi, pare irreversibile, le barriere coralline e l'esistenza di isole, atolli e porzioni di territorio continentale destinati ad essere sommersi. Procede in tutti i continenti, imperterrita anche la deforestazione nei paesi della cintura tropicale, favorendo la desertificazione di centinaia di milioni di Kmq. Non mancano certo le invasioni bibliche di cavallette e le morie di pesci e organismi acquatici un po' dappertutto ove ci siano corsi d'acqua che vengono condannati coscientemente a morte.

La plastica sta letteralmente soffocando il pianeta, il consumismo stupido lo sta erodendo incessantemente dall'interno. Le catastrofiche eccezioni climatiche, sembrano diventate la norma, portando distruzione e morte un po' dappertutto. E, infine, come inquietante ciliegina sulla torta il virus nuovo e sconosciuto che sta mettendo in ginocchio l'intera umanità. Sembra che, nonostante il suo essere nuovo e sconosciuto lui, invece, ci conosca benissimo e sappia i nostri punti deboli.

A tutto ciò aggiungete anche, che non sono state mai interrotte, anzi, guerre, violenze, fame,carestie e le ingiustizie diffuse..

Un tempo a fronte di eventi particolari e significativi se ne ricercava la spiegazione, non solo logica e visibile ma anche profetica, che ne facilitasse, però la comprensione e l'accettazione.

Oggi, pur avendo molte più armi e possibilità, rispetto il passato, grazie al progresso scientifico, sembriamo incapaci di cogliere i segni e le conseguenze delle nostre azioni.

Tra le conoscenze basilari che tutti noi possediamo, ci sono già quelle necessarie per capire alcuni meccanismi. Ad ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria. L'abbiamo studiato tutti no? Tutto si trasforma, nulla si distrugge! Altra verità condivisa e condivisibile. La vita universale e, a maggior ragione, anche quella sul nostro pianeta è assoggettata a tutte queste leggi immutabili dalle quali discende, come naturale filiazione, quella più visibile e tangibile, quella evolutiva. Evoluzione che, per tentativi o per eventi “casuali” catastrofici o meno, sembra muoversi costantemente alla ricerca di nuovi equilibri. E, tutto quello elencato all'inizio, non è altro che un elenco, pure limitato e incompleto, degli squilibri che l'attività umana sta provocando sull'ambiente terrestre.

E, se le cause vanno ricercate nello squilibrio, conseguentemente la loro soluzione non può essere ricercata che in scelte che vadano nella direzione esattamente opposta.

C'è solo un ragionevole e inquietante dubbio. Che tutto non abbia già superato, come dicono alcuni, il punto di non ritorno. Per cui, ciò che accade, anche in modo violento e incontrollabile, non sia più annoverabile tra i segnali, sia pur inquietanti, ma ad una sorta già di punizione riequilibratrice.

Non c'entra alcun dio vendicatore o irritabile, non c'è alcuna prova o premio da superare o guadagnare. Più semplicemente si tratta di riconoscere e prendere coscienza della nostra debolezza, limitatezza e, conseguentemente, dipendenza da qualcosa di enormemente più grande, addirittura in gran parte ancora sconosciuto, e meritevole di rispetto.

Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che l'universo e la stessa Terra, continuerà tranquillamente a vivere anche senza la presenza umana. Anzi., viene il sospetto che ne potrebbe trarre enorme vantaggio, dando vita a nuovi equilibri tra gli organismi e le coscienze che si dovessero formare grazie ai processi evolutivi.

Quindi che si fa? Ci si abbandona alla rassegnazione? Si sceglie, consapevolmente o meno, di ignorare la questione seguendo il motto carpe diem? Continueremo a scannarci tra di noi, pensando e sperando di rientrare tra i fortunati che “Io speriamo che me la cavo”? Oppure riscopriremo il mea culpa e la disperazione all'interno dei luoghi di culto implorando la benevolenza di un dio che, non si sa per quale motivo, dovrebbe salvare noi e non altri?

Credo che, in nessuno di questi atteggiamenti, si possa trovare una soluzione logica, credibile e praticabile.

L'unica valida e potenzialmente possibile è quella che, sia singolarmente che collettivamente, ci si metta in discussione. Si metta in discussione il sistema sociale prima che produttivo e consumistico. Che tutte le componenti responsabili, sia del degrado stesso, che della lettura della storia dell'umanità e, soprattutto, del futuro si mettano in discussione e abbattano le visoni che portano divisioni, conflitti e ingiustizie.

La politica, le religioni, l'economia si mettano al servizio di quella che è l'unica ragionevole, comprensibile e indispensabile funzione di ognuna di loro. Quella di servire l'umanità all'interno di scelte e coscienze che mirino al rispetto e a un riequilibrio complessivo.

Privilegiare la vita, rispetto lo spreco, l'effimero benessere di alcuni a scapito della disperazione dei più e del pianeta stesso non è una scelta socialista, comunista, ecologista o altrimenti etichettabile, ma obbligata e l'unica percorribile!

Mala tempora currunt


MIZIO

martedì 30 giugno 2020

INCONTRI





Ormai, sono tanti anni fa quando decisi di ripetere un'esperienza già fatta altre volte. Andare a pesca nel fiume Sangro, in pieno Parco Nazionale d'Abruzzo, ovviamente con i permessi previsti e limitatamente alla porzione di fiume in cui era possibile farlo, con il ferreo rispetto delle regole previste. A differenza delle altre volte, però decisi di andarci da solo e la pesca, alla fine era solo una scusa, soprattutto con me stesso. La realtà è che avevo bisogno di stare un po' da solo. Solo e immerso in un ambiente, che mi stava diventando abbastanza familiare, e che riservava sempre sorprese, ma soprattutto, permetteva il raggiungimento di uno stato d'animo, non so se equiparabile alla pace interiore, ma sicuramente estremamente gradevole. Stato d'animo di cui, a volte, si sente un estremo bisogno.
Partenza ovviamente, la mattina che era ancora buio, arrivo all'ufficio del Parco dopo un paio d'ore ma era ancora chiuso quindi, gradevole seconda colazione, quasi obbligatoria, in un bar appena aperto. Tutto era come lo ricordavo e come sarebbe dovuto essere. Un paesino di montagna, si sveglia presto, forse ancor più presto che in città, ma in modo totalmente diverso. Con calma, con discrezione. Verrebbe da dire, quasi con rispetto. Senza quella frenesia tipica della grande città. C'è il tempo per i saluti, per una carezza al cane che scodinzola, per guardare il fiume che scorre vivace sotto la strada e il cui gorgogliante scorrere fa da perenne colonna sonora. Il tempo di fare il permesso, indossare stivali, prendere lo stretto indispensabile e scendere giù sulle rive del fiume. Visti i limiti giustamente imposti dal regolamento, da quel punto potevo solo risalirlo per il breve tratto, forse poco più di un km, e poi, eventualmente ridiscenderlo. Mi immersi nel rumoroso silenzio del fiume che, allontanandosi dal paese, si trovava a scorrere in mezzo a boschi. Nel suo scorrere faceva risaltare quella ,casuale e precaria quanto si vuole, equilibrata armonia di suoni, colori e sfumature d'infinito.
Le piccole, guizzanti trotelle fario, tipiche del corso d'acqua non mancarono di mostrare il loro gradimento all'esca artificiale usata mostrandosi nei loro splendidi colori. Ero da solo, non intendevo mangiarle, quindi ritornavano tutte guizzanti nel loro liquido elemento naturale ma, ovviamente, con la raccomandazione di essere più attente la prossima volta.
Il periodo era di tipica primavera avanzata che a quell'altezza (1000 m circa) risultava essere quel periodo dell'anno in cui la natura si veste a festa col suo abito migliore. Impossibile resistere e essere indifferente alla sua bellezza, per cui la risalita di quel tratto di fiume fu dedicata più all'osservazione e alla meraviglia che alla pesca vera e propria. Fiori, piante, uccelli di ripa, natrici, insetti, farfalle. Ogni particolare era cosa degna di una sosta e di un attimo di rispettoso stupore. Non c'erano gli attuali smartphone, quindi quei momenti potevano e dovevano essere vissuti intensamente solo in quell'attimo, per poterne poi, serbarli nella memoria e nell'anima più a lungo possibile.
Ma come tutte le cose, anche quelle più piacevoli hanno una loro conclusone. Arrivai al punto limite oltre il quale non si poteva più pescare, che era il primo pomeriggio.
La fame cominciava a farsi sentire quindi, seduto comodamente al sole sulla riva del fiume, consumai i panini preparati la sera prima, mandandoli giù con l'acqua fresca che avevo preso nel fontanile del paese.
Mi guardai intorno e, tutto sommato, visto che era ancora presto e avevo, ormai soddisfatto la voglia di pescare, decisi di non tornare indietro per la stessa via acquatica. Per quel giorno avevo già disturbato abbastanza il fiume e i suoi legittimi abitanti. La zona la conoscevo, dato il periodo non c'era quasi nessuno e scelsi allora di effettuare un giro più lungo per ritornare al paese. Passando per quei luoghi che nel passato mi avevano visto scorazzare tra ruscelli e boschi insieme agli amici di sempre. Considerate che in quegli anni ancora non c'erano tutte le regole e le giuste limitazioni che ci sono state successivamente, quando il turismo ambientalista è diventato fenomeno di massa e fu necessario regolamentarlo. Quindi mi avviai per un sentiero che saliva dolcemente fino alla base del gruppo montuoso dove avrei preso l'altro che, con qualche saliscendi, mi avrebbe riportato in paese seppur dalla parte opposta rispetto a quella della mattina.
Mentre salivo, l'acqua fresca bevuta poco prima, fece sentire i suoi naturali effetti secondari. Per cui mi fermai e, per evitare eventuali ma possibili imbarazzi, cercai un angolo discreto e non in vista dal sentiero che potesse degnamente assolvere alla necessaria discrezione richiesta. Un piccolo avvallamento con una serie di cespugli rigogliosi si prestava magnificamente alla bisogna. C'era solo da scendere un pochino e fare un piccolo saltello.
Così feci e, nel momento stesso in cui atterrai facendo un po' di rumore, molto più rumore venne dalla mia sinistra. Da un cespuglio a pochi metri notai una massa scura di rispettevoli dimensioni che alzandosi in piedi emise un grugnito un po' strozzato e scappò nella direzione opposta alla mia. Ovviamente rimasi impietrito, non capendo subito, cosa fosse successo. Vedendolo allontanarsi anche se per pochissimi secondi, mi resi conto di aver incontrato, anzi disturbato, il più raro e prezioso abitante di quei luoghi. Un orso bruno marsicano sorpreso, impaurito e sicuramente infastidito giustamente dalla mia presenza. Magari mentre era impegnato a frugare tra i cespugli n cerca di bacche e frutti o, magari semplicemente stava per fatti suoi a casa sua. Inutile dire che se lui si era spaventato figuratevi io che dalla forte emozione (paura?), improvvisamente, non avvertivo nemmeno più alcun bisogno impellente. La sorte volle che lui si fosse avviato verso valle e io dovevo andare, invece, in direzione opposta. Perchè è vero che quell'incontro me lo auguravo da anni ma, essere da soli in sua compagnia e a distanza ravvicinata, sinceramente mi sembrava poco prudente e opportuno per entrambi.
Riprendendo a camminare, la visione di quel fulmineo e improvviso incontro mi fece compagnia sostituendo qualsiasi altro pensiero e distraendomi pure dalle bellezze circostanti, pur notevoli. Cercavo di ripassarne mentalmente i particolari anche i più minuti e insignificanti. Mi rimproveravo di non aver guardato con attenzione al cespuglio e nei suoi immediati pressi, per capire di più sul motivo della presenza proprio in quel posto. Ma erano pensieri sovrastati, comunque, dal piacere, ancora incredulo, di aver vissuto quel momento e poterlo raccontare. Arrivai nel punto in cui avrei dovuto prendere l'altro sentiero che mi avrebbe riportato in paese e per farlo avrei dovuto percorrere un tratto di strada asfaltata. Mentre la percorrevo vidi avvicinarsi un cane che traversava la strada stessa in senso obliquo. Non mi allarmai o sorpresi più di tanto. Il randagismo era, ed è ancora purtroppo, fenomeno frequente e comunque era uno solo. Se avesse avuto cattive intenzioni l'avrei potuto controllare facilmente . Non era neanche troppo grosso. Si non è grosso ma neanche piccolo e mi pare, non vorrei sbagliarmi. E no, cavolo! Quello che a distanza sembrava un cane, avvicinandosi, fermandosi un attimo a guardarmi distratto, no non potevo sbagliare era proprio lui, un lupo. A differenza dell'incontro con l'orso ho avuto tempo e modo di guardarlo con calma mentre sdegnosamente mi ignorava allontanandosi senza fretta dalla strada senza neanche voltarsi a guardare se mi fossi mosso verso di lui. Evidentemente mi considerava alla stessa stregua di come l'avevo considerato all'inizio io. Non pericoloso e decisamente alla sua portata se avessi fatto un qualsiasi tentativo di essere aggressivo o fastidioso.
Se la prima visione era stata semplicemente una sorpresa, enormemente piacevole, adesso era addirittura un cosa impensabile e statisticamente quasi impossibile. Un orso e un lupo, fino a quel momento visti solo nello zoo di Pescasseroli. I due re indiscussi delle montagne abruzzesi. Due tra i più elusivi, rari e preziosi animali dei nostri boschi mi si sono consegnati alla visione senza trappole, senza estenuanti ricerche e, praticamente senza condizioni. Per loro non avrà significato nulla più di un fastidio equiparabile a quello di un moscerino. Invece in me hanno lasciato un'impronta talmente profonda che, a distanza di decenni ancora ne rivivo l'emozione del momento. Anche perchè, nonostante, altri tentativi, non sono mai più riuscito a ripetere l'esperienza. Nè in quel posto né in altri luoghi. L'unica cosa vagamente assimilabile è aver sentito, un'unica volta, l'ululato di un lupo.
Inutile dirvi che l'ultimo tratto per tornare al paese e alla macchina fu percorso rapidamente perdendo qualsiasi altro interesse. Cosa di cui mi sarei dovuto anche scusare con Madre Natura. Ma talmente forti erano state le emozioni degli incontri di quel pomeriggio da non avere, forse, altro spazio negli occhi e nell'anima per ulteriori bellezze pur presenti in gran numero da quelle parti.
Perchè ho ritenuto di raccontare ciò? Intanto perchè, come detto sopra, è stata un'esperienza e una giornata talmente particolare, da sentire quasi il dovere di renderla fruibile, se non altro con la fantasia, anche da altri.
La seconda e forse più importante motivazione è quella di raccontare, in questo periodo in cui si parla di caccia agli orsi e ai lupi, quanto possa essere molto più appagante e soddisfacente l'incontro, anche casuale con questi animali. Incontri in cui dovrebbe prevalere il rispetto, la curiosità ma non la paura e, tantomeno, sentimenti di criminale vendetta. Come, invece purtroppo, avviene sempre più frequentemente nei loro riguardi. Io invece, non finirò mai di ringraziarli per l'onore, il piacere e il privilegio che mi hanno concesso. Sperando sempre che prima o poi si possa ripetere.

MIZIO