Ogni tanto è capitato, di ritrovarsi a passare in quello che, fino a pochi anni fa, ha costituito il mio habitat. Non il preferito, ma il principale della mia vita. Quello che, oltre dare la possibilità di vivere dignitosamente. Ha rappresentato pubblicamente e socialmente il mio ruolo nella società e, di conseguenza, ne certificato e legittimato la presenza in questa parte del mondo. In questo preciso momento storico e in questa dimensione esistenziale. Rappresentando, quindi, quasi un ritorno a casa. Un riassaporare, attraverso volti e cose un profumo conosciuto, familiare, rassicurante. Già solo per il fatto di vederlo e percepirlo come sempre uguale, sempre lo stesso. Gli stessi volti, sconosciuti eppur noti. Le stesse ansie, le stesse aspirazioni, le stesse frustrazioni. Tutto sempre uguale, eppure tutto così diverso, quasi estraneo. E si, perchè le sensazioni, le emotività, anche se epidermiche si trasmutano facilmente in riflessioni più articolate, più motivate che si reputano anche, se forse a torto, più profonde e significative. Ad esempio vedere che, nonostante la nostra assenza, le cose continuano a funzionare esattamente come prima, come sempre. Forse, addirittura meglio. Anche se si ha la tangibile sensazione che, per i lavoratori, qualcosa sia ulteriormente cambiato. E non in meglio. Questo, comunque, lungi da essere un colpo alla propria già scarsa autostima, porta ad altre considerazioni. La consapevolezza, non so se più amara o decisamente liberatoria, della nostra non indispensabilità. Anche laddove l'ambiente, le necessità, le contingenze, le scelte o convenienze altrui, ci avevano convinto quasi del contrario. Forse, in modo assolutamente realistico e generoso, possiamo considerarci talvolta utili, ma l'indispensabilità attiene sicuramente ad altri ambiti e ad altri momenti, che non a quelli lavorativi. Soprattutto se svolti per necessità, e non per scelta, piacere o vocazione. Assodato questo, però poi, le riflessioni continuano a prenderti per mano e ad accompagnarti ancora più in profondità. E ti sussurrano domande, dubbi che con il lavoro cominciano ad avere poco a che fare, ma che molto hanno a che vedere con la vita nel suo complesso e nel suo mistero. La nostra indispensabilità come individui su questo pianeta, su questo territorio, in questo momento. Siamo stati sicuramente utili, ma non indispensabili, quando andavamo a scuola. Quando ci hanno chiamato a servire (molto malvolentieri) la patria, Quando si giocava al calcio, o si cazzeggiava con gli amici. Siamo stati utili, certo, in uno scambio di momenti sereni. Ma anche lì non indispensabili. Per non accennare all' impegno sociale, politico per i quali in alcuni momenti, ci siamo sentiti addirittura votati come missionari in un'azione salvifica per il mondo. Acquisendo la consapevolezza che, addirittura, in alcuni frangenti, forse siamo stati più perniciosi che utili. Altro che indispensabile! Forse si è sicuramente più indispensabili (almeno lo si spera sempre) negli affetti personali. Per la compagna, figli, famiglia o per chiunque nonostante tutto, ti voglia bene. Certo, in quest'ambito più ristretto, sembrerebbe più facile certificare una nostra indispensabilità. Ma ne siamo veramente sicuri? Se al posto nostro ci fosse stato un altro, sarebbe stato tanto diverso? Certo qualcuno o anche molti, avrebbero potuto svolgere sicuramente meglio il compito, ma sicuramente altri anche peggio. E ognuno di loro sarebbe stato, nel bene e nel male, assolutamente intercambiabile e non indispensabile. Esattamente come te che vai ad arrotolarti e invischiarti in tali elucubrazioni. Con quesiti apparentemente e sicuramente per molti percepiti come inutili. Ma per tanti altri indispensabili per provare a trovare e dare un senso al proprio posto nel mondo. Provando a condividerli per cercare e stimolare risposte ai tanti perchè. Anche se coscienti che in gran parte, siano destinati a rimanere irrisolti.
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domenica 10 maggio 2026
UTILI SEMPRE. INDISPENSABILI MAI.
Alla fine quindi, accanto alla consapevolezza del nostro essere al massimo talvolta funzionali. Lavorandoci su si può arrivare però, ad acquisire la coscienza che l'indispensabilità attiene esclusivamente ad un nostro individuale, personale, intimo processo di crescita. Il motivo e le finalità di tale processo di consapevolezza e crescita, ovviamente non possono che trasformarsi in una logica e conseguenziale operazione successiva. Ma questo ulteriore step attiene poi, ad altre riflessioni che, ancor più scendono nel profondo e che appartengono poi a convinzioni, visioni, dubbi, percorsi, assolutamente individuali e non facilmente condivisibili o trasmettibili. Se non in quei pochissimi casi in cui la corresponsione d'anima sia assolutamente simile nella comune vibrazione.
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giovedì 15 aprile 2021
LA VITA E' UN MISTERO, LA MORTE NON SEMPRE
L'altro giorno mi sono vaccinato e quindi credo di poter tranquillamente non essere considerato complottista o negazionista, anzi. Però, bypassando tutto quello che riguarda il come dove e perchè del virus, e della conseguente pandemia, argomenti su cui invidio le certezze granitiche di molti, appartenenti e schierati in campi anche diversi, alcune riflessioni sembrano, però doverose.
Perchè, ad esempio, dopo oltre un anno, a differenza di altri paesi simili, il numero dei decessi, da noi sia ancora inspiegabilmente e intollerabilmente troppo alto, sia in termini assoluti che percentuali?
Credo sia legittimo, se non obbligatorio, da parte di chi ha responsabilità in materia, porsi delle domande e cominciare anche pensare se l'approccio, con cui ci si è confrontati con la pandemia finora, sia stato e sia ancora quello più idoneo. Visti i risultati si comincia legittimamente a dubitare che lo sia.
Escludendo, al momento, quelle visioni utopiche e romantiche tra movimento hippy e new age, anche fascinose e potenzialmente valide, ma decisamente necessitanti di tempi storici lunghi per la loro permeabilità e presa di coscienza collettiva, rimane il lavorare se e come cambiare approccio. Cambiamento necessario per poter, almeno, ridurre nell'immediato, l'impatto più grave e pesante.
Detto che, attualmente, solo la vaccinazione di massa, pur se tra legittimi dubbi e timori, sembra essere in grado di tirarci fuori, in tempi ragionevolmente brevi dalla fase critica , non può, però la sua risoluzione definitiva essere affidata solo a questa opzione. Visto che, tra l'altro,a fronte delle numerose varianti del virus potrebbe risultare meno efficace delle aspettative.
Quindi, se all'inizio, a fronte di una situazione nuova e di un nemico al momento sconosciuto, ci si è mossi tra mille comprensibili tentativi emergenziali, dopo oltre un anno risulta inconcepibile che l'unico, o quasi, approccio con il virus sia rimasto quello, dimostratosi inefficace, della tachipirina e della vigile attesa. Attesa che, troppo spesso, si trasforma poi in ricovero in intensiva e successiva potenziale evoluzione nefasta. Si è colpevolmente, tolto alla medicina di prossimità (medici di base) la possibilità di autonomia e libertà di cura costringendo alla passività (che a molti non è dispiaciuta)e al rigido rispetto del protocollo. Tutto questo, nonostante, nel tempo, ci siano per fortuna e sempre più, esempi di approcci terapeutici tempestivi e diversi che portano ad abbattere enormemente il ricorso all'ospedalizzazione e i conseguenti minori decessi. E, non vogliamo, in questo ambito, considerare il benefico effetto sulle strutture ospedaliere e sulle altre patologie, attualmente meno “attenzionate” dal sistema sanitario (E' di oggi la notizia che nel Lazio sono sospesi tutti gli interventi non urgenti).
Col nuovo governo, da questo punto di vista sembra non essere cambiato molto. E' cambiato il responsabile della gestione logistica più per questioni di opportunità (viste le ombre su alcune operazioni) che di cambio di passo vero e proprio.
Il ministro è rimasto lo stesso e questo sembra confermare un giudizio, tutto sommato, positivo sulla gestione precedente. D'altra parte, riconosciamo che il ministro si è trovato calato all'improvviso, da uno stato di orgoglioso autocompiacimento per far parte di un governo, al doversi assumere responsabilità in una crisi epocale che mai, avrebbe pensato di dover affrontare neanche nei suoi peggiori incubi.
Adesso però, dopo oltre un anno e con evidenze non smentibili che alcune cose siano state affrontate in modo errato, credo ci si debba assumere anche la responsabilità politica di mettere alle strette le risultanze delle certezze, che tali finora, non sono sembrate, dell'ISS e dei vari comitati tecnici.
Nuovi protocolli più efficaci sono già attuati quotidianamente e con successo, da medici coraggiosi, responsabili disponibili e aperti. Medici, è bene prcisarlo, non negazionisti, non complottisti o no-vax.
Per fortuna alcune regioni, autonomamente, cominciano a riconoscere la validità di tale approccio diverso e, non sarebbe male che anche il governo, nella sua interezza, si assumesse la responsabilità, se non altro, di sperimentarne la validità. Certo, per fare questo non c'è bisogno di effetti spot, ma di un'organizzazione della sanità pubblica che riscopra la sua funzione di prevenzione e cura capillare sul territorio. A cominciare dal mettere effettivamente e finalmente in piedi le USCA che, con assunzioni e fondi mirati, permettano di avere una rete diffusa di assistenza domiciliare dei malati di Covid.
Per concludere, possiamo tranquillamente affermare che, a fronte delle cifre, forse non tutto è stato indovinato e fatto nel migliore dei modi. Diciamo che se possiamo riconoscere delle attenuanti, vista l'eccezionalità della situazione, quello che però, non si può e non si deve fare, è la sottovalutazione o mistificazione degli errori e il loro perpetuarsi per non smentirsi o riconoscere i limiti e gli errori commessi anche a livello politico, oltre che tecnico.
Perchè, parliamoci chiaro, questa pandemia e i morti, hanno messo prima di tutto in crisi il modello di sanità pubblica, visto sempre più non come servizio ma come azienda con dolorosi tagli epocali. Azienda messa in concorrenza diretta con quella privata che, al contrario, è finanziata sempre più con soldi pubblici e con l'altrettanto penalizzante delega della sua gestione, alle regioni.
Riconoscere questo vorrebbe dire ammettere il proprio fallimento in materia. E senza distinzioni percepibili tra destra e centrosinistra. Vorrebbe dire la fine dell'unico modello sociale che si sia in grado di immaginare nei diversi campi che si alternano e si contendono il potere. Il modello capitalista soprattutto nella sua ultima versione liberista e finanziaria. Modello in cui tutto, anche la vita umana è solo una questione economica.
Si tratta, evidentemente, solo di stabilire dove fissare l'asticella che renda accettabile o giustificabile il numero delle morti.
In Italia, attualmente, sembra essere fissata in alto.
MIZIO
lunedì 30 novembre 2020
DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?
Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura.
In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. In particolare la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti effettuati di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura di mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma in grado di fornire cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine.
Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi.
Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno.
Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile.
Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile.
E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO
lunedì 4 maggio 2020
NULLA SARA' COME PRIMA
Questa
pandemia, oltre la paura, i lutti, i danni economici, la reclusione
forzata ha posto, o permesso che emergessero e che si facessero
strada interrogativi legati più intimamente ai destini singoli e
collettivi. Sarà possibile dopo questa esperienza, che tutto possa
tornare come prima?
Sarà
possibile far finta che tutto lo tsunami emotivo, esistenziale
vissuto in questi giorni, possa esaurirsi e considerarlo alla stregua
di un brutto sogno?
Al
momento possiamo tranquillamente affermare che per molti, già non
sia e non potrà essere così. Intanto per chi ha sofferto lutti e
sofferenze sarà impossibile dimenticare. Per intere classi
professionali, dal personale sanitario e a tutti quelli che per
scelta o obbligo hanno dovuto sfidare il contagio, oltre la
soddisfazione per il servizio svolto e la felicità per esserne
usciti indenni, risulterà difficile dimenticare. E, anche per chi
più semplicemente ha dovuto cambiare radicalmente il proprio stile
di vita chiudendosi in casa, non sarà semplice riprendere come
niente fosse.
La
scienza, la politica, la chiesa, il mondo del calcio, il mondo
industriale, le varie associazioni rappresentative ecc. ecc. in
questi giorni hanno offerto contemporaneamente il meglio e il peggio
di sé dando l'impressione di non essere gli strumenti più adeguati
e idonei per affrontare situazioni emergenziali come queste.
E anche
i singoli che, a questi soggetti delegano, o comunque volenti o
nolenti, demandano decisioni e responsabilità, non hanno dato grande
prova di maturità e serenità di giudizio. Più che a un cosciente e
responsabile atteggiamento improntato alla prudenza e alla
consapevolezza della gravità, abbiamo assistito alla discesa in
campo delle tifoserie più scalmanate e prive quasi di filtri. Quasi
l'importante non fosse limitare i danni se ma esprimere la soddisfazione
per gli errori e le pecche del “nemico”.
E non
solo la politica ha dato pessima prova di sé, ma anche tutti quei
soggetti elencati prima, compreso il mondo scientifico che dovrebbe
essere quello più asettico e meno incline a condizionamenti o a
speculazioni interessate.
Quasi
tutti, comunque hanno convenuto su una cosa, nulla potrà essere come
prima, nonostante i desideri e le nostalgie dei più.
La
questione, adesso, è capire in che modo e in quale direzione
dovranno essere indirizzati gli sforzi affinchè veramente, il
prossimo futuro, oltre che diverso, possa essere anche migliore di
prima.
Credo
che, nonostante,alcune buone intenzioni, il rapace mondo degli
affari, degli interessi, del profitto, della speculazione stia
affilando le armi affinchè il tutto cambi certo, ma se possibile in
peggio, e a proprio favore.
La
politica non promette nulla di buono avendo scelto, da una parte,
quella attualmente al governo, di continuare a legare i propri
destini a quelli di un'Europa che, se possibile, anche in questa
occasione ha dimostrato il peggio di sé. L' altra capace solo di
contrapporsi polemicamente, strumentalmente e a prescindere, al
governo, ma totalmente incapace di portare avanti un proposta
credibile e percorribile.
Poi
abbiamo alcuni tra coloro che potrebbero avere buone idee di
organizzazione e giustizia sociale e con motivazioni ideali sufficienti
per elevarne le azioni ma che comunque, continuano a preferire il
piccolo cabotaggio della critica ideologica, quasi fine a sé stessa
visto che viene espressa parcellizzata e ininfluente da ognuno dalla propria piccola torretta testimoniale. E, paradossalmente lo si fa quasi
coscientemente, argomentando le situazioni con gli stessi obiettivi e
addirittura gli stessi termini. Cosa, allora, impedisca il naturale, logico passaggio al riconoscimento e all'accettazione di ciò, sembra più argomento da
psicanalisi che politico.
Se la
sinistra vuole avere ancora una sua ragion d'essere che non può
essere limitata al solo ruolo di grillo parlante o di denuncia
critica. In questa prossima fase dovrà essere soprattutto
propositiva. Non certo, per arrivare ad avere un'ammucchiata di sigle
da spendere elettoralmente, ma per rappresentare visivamente e
realisticamente una proposta politica comprensibile e accettabile dai
più.
Per
quale motivo, ad esempio, qualsiasi esperienza di sinistra finisce
per raccogliere poche adesioni, e quelle poche quasi esclusivamente
all'interno di un mondo piccolo borghese, di autoreferenzialità
intellettuale o politica? Da decenni, ormai, non si riesce a
passare più attraverso il setaccio a maglie strette del giudizio e del favore delle masse
operaie o del sottoproletariato.
Eppure
l'habitat naturale della sinistra di classe dovrebbe essere quello,
non certo il salotto borghese dei talk show. Gli sforzi dei singoli,
ammirevoli quanto si vuole, ma se protagonisti in un teatro dalla platea
vuota, rappresentano un inspiegabile spreco di energie e competenze.
Dovremmo
saperlo, dovremmo averlo già capito da tempo con chi dovremmo
ritornare a parlare. Lo sport preferito, sembra essere ormai, anche
dalle nostre parti lo sprezzante giudizio da maestra di scuola
elementare, che si erge e si fa beffe dell'ignoranza diffusa
criticando e sottolineando con la penna rossa l'errato uso del
congiuntivo.
Cosa
giusta e importante, ma non al punto di farne una discriminante e un
fossato che divide le persone e gli ambienti sociali. Si è, al
massimo, ritornati a parlare di loro, anche sinceramente, ma non con
loro
Si
dovrebbe riscoprire nel poco di DNA popolare residuo rimasto degli
antichi legami, che in fondo è più necessario essere simili e
vicini al pensiero dell'operaio che vota Lega piuttosto che al
giovane, rampante, rappresentante della piccola media borghesia i cui
spazi o ambizioni sociali personali, trovano il proprio posto nei
salotti del politically correct.
Quindi ,
sembra chiaro, che, volenti o nolenti, da questa pandemia ne dovremmo
uscire profondamente cambiati. Lo sforzo che ci aspetta non è quello
di riannodare semplicemente il filo di un discorso interrotto, ma
proprio di provare a cambiarlo radicalmente quel discorso.
Già
oggi, la crisi economica conseguente, trascinerà nei gorghi della
povertà milioni di persone. L'abbiamo già visto nell'enorme
disparità di risorse cui è stato possibile far ricorso nei diversi
paesi. E quanto appaia insufficiente e minimo, il pur grande sforzo,
in proporzione, che il nostro paese ha potuto e potrà fare. Quante
spade di Damocle, oltre quelle già presenti sono puntate sulle
nostre teste, ultima quella del declassamento del rating, appena un
centimetro sopra il baratro del paese spazzatura. Abbiamo visto
quanto l'egoismo e le paure di questa Europa rappresenti più che
un'opportunità, una trappola a tempo ben congegnata, cui bisogna
opporsi con altri modi e tempistiche rispetto quelli usati finora. Ad
esempio, appare illogico e poco democratico che, a fronte di una
maggioranza di paesi che firmano un documento richiedendo alcune
cose, una minoranza di paesi (4) rappresentanti una minoranza, anche
di popolazione e di potenza economica, vi si opponga e abbia un potere di veto. In questi casi
non deve prevalere la motivazione del “E ma se usciamo dall'Europa
sarebbe peggio”, ma mettere quella minoranza con le spalle al muro
ed, eventualmente, mettere loro in condizione di valutare se è il
caso di rompere con la maggioranza dei paesi Euro con relativa exit.
Ribaltare,
con la coltivazione di alleanze stabili e convergenti, il paradigma
che vuole alcuni paesi nel ruolo d i censori ed esaminatori ed altri
in quello di scolaretti da mettere in riga. Non deve, non può e non
si può più permettere che funzioni così.
La
pandemia, quasi come una nemesi, parte proprio da quella Cina, paese
simbolo della nuova economia mondiale, che più e meglio di altri ha
saputo sfruttare quella globalizzazione voluta e attuata dalle
multinazionali per massimizzare i profitti, ma che si sta ritorcendo
contro gli stessi che l' hanno promossa e sponsorizzata.
La
politica, a partire da quella che viene vista come la nazione guida,
gli USA e il loro presidente Trump, figlia anch'essa di una visione
esclusivamente economicista di corto respiro e di ancor più limitata prospettiva, si è rivelata dove un po' di più dove un pò meno,
totalmente incapace e inadeguata al ruolo. Mancano leader capaci di
interpretare un ruolo che sia diverso da quello del ragioniere o dell'
architetto di equibri politici che, tropppo spesso diventano
equilibrismi inutili e incomprensibili. Recuperare una visione
umanistica e complessiva intorno ai valori, ai bisogni vitali e
primari della vita umana, sembra quanto mai indispensabile. Difficile
farlo partendo dalle sole parole d'ordine che ci hanno accompagnato
fino ad oggi poichè, almeno nella prima fase di proposizione, non ci
sarebbe tempo e modo per riportarle ad antichi valori e splendori.
Troppo il discredito e il disvalore che nel tempo si sono accostati,
a torto o ragione, a quei termini. Soprattutto per la stragrande
maggioranza dei giovani che, nel migliore dei casi, ne conoscono
appena il significato storico, legato però, ad un passato
decisamente non replicabile. Un'opera di ricostruzione senza mettersi
in discussione complessivamente, appare oltre che difficilmente
credibile, anche con una tempistica non adeguata alle esigenze del
momento.
Il
nemico era e rimane il capitalismo in ogni sua forma. La liberazione
dell'uomo dalla schiavitù del lavoro, dal bisogno e dallo
sfruttamento deve rimanere l'obiettivo, non solo sentimentalmente
utopico, ma praticato coerentemente e ostinatamente in ogni momento.
Esclusi e censurabili qualsiasi tipo di astuzie, tatticismi,
speculazioni, operazioni spregiudicate e poco comprensibili.
Linearità, chiarezza, coerenza, impegno, competenza dovranno essere
obbligatoriamente le linee guida che qualsiasi movimento, partito,
associazione voglia provare a proporsi per un cambiamento in senso
progressista, dovrà seguire. Ne saranno capaci? Dubito ma essendo
l'unica opzione valida, varrebbe la pena provarci. Prossimamente
cercheremo, anche di affrontare non solo il cosa, ma anche il come
sia possibile porci di fronte ai grandi temi che ci sono di fronte in
un'ottica di avanzamento sociale e ambientale complessivo.
Ad
maiora!
MIZIO
mercoledì 30 ottobre 2019
MIZIO, MI CHIAMO MIZIO
Ci sono più cose tra gli spazi bianchi tra le righe che nelle parole scritte.
Questo
autunno che resiste all'inverno e continua a strizzare l'occhio
all'estate, ha la caratteristica di addolcire e rendere piacevolmente
morbidi momenti che altrimenti,sarebbero intrisi solo della malinconica
attesa dei prossimi giorni di poca luce.
Non
sembra quindi fuori posto l'abbandonarsi al fluire dei pensieri che,
liberi come mille rivoli d'acqua montani, gocciolano, si cercano, si
rincorrono fra le rocce quasi anarchici, sfrontati, irriverenti fino
ad unirsi e fondersi in pensieri più grandi. Tutti di corsa verso
mete sconosciute ma terribilmente attraenti. Fino a dissolversi nei grandi fiumi, laghi o nell'immenso mare. Sempre se prima non si siano persi cadendo in fessure tra le rocce che li porteranno, dopo lunghi percorsi in tubi a dissetare intere
città. Il tutto con lo sguardo sognante, perso nell'infinito orizzonte, rappresentazione in cui l'universo tenta di rappresentare anche il tutto il tuo limitato mondo. L'attenzione
allentata, la ragione che sembra essersi messa di lato, lasciando
spazio e protagonismo all'anima, quella bella, pulita, sognante.
“Ciao”.
“Oh Madonna, e che diamine, mi hai fatto prendere un colpo!”
Sussultando
mi volto dalla parte della voce, senza però vedere nessuno, se non
dopo aver abbassato lo sguardo. Seduto su un sasso che, più o meno, poteva assolvere ad una funzione di seduta non troppo scomoda,
almeno per un bambino! E già, perchè all'improvviso era arrivato
questo bambino a rompere un momento che stava per diventare magico
nella sua dolcezza evocativa addirittura di stati prossimi
all'illuminazione mistica o alla follia allucinatoria.
“Ciao,
Maurizio” ripete,
“Ciao
piccolo ci conosciamo? Sei forse figlio di qualcuno che conosco?
Come ti chiami?”
“Mizio.
Mi chiamo Mizio”
“Mizio?
Ma tu guarda che combinazione! E'' un nome che mi è caro da sempre,
ma tu pensa! Comunque, non mi sembra di conoscere nessuno che
abbia dato questo nome al proprio figlio. Chi sei? Dove abiti? E'
quasi ora di cena, che fai in giro da solo a quest'ora?”
“Tranquillo, non sono mai solo, anche se troppo spesso ho la terribile sensazione di esserlo veramente”.
“Scusami,
che stai dicendo? Non hai una casa, una famiglia? Ti sei perso? Vuoi
che chiami i tuoi... o la polizia?”.
“No.
Ma quale polizia, mamma mia! Sempre tragico e portato
all'esasperazione eh? Non Sei mai cambiato molto, da questo punto di
vista!”
“Continuo
a non capire. Intanto cerca di dirmi chi sei altrimenti la polizia la
chiamo sul serio. Non lascio un bambino da solo in un posto così isolato, che col
buio potrebbe diventare anche pericoloso.
Dai, smettila di giocare e dammi
il numero dei tuoi, così li chiamo. O al limite, dimmi dove abiti
che ti accompagno.”
“Calmati
e cerca di ragionare. Mi vedi forse spaventato? Smarrito? Confuso? Non mi
sembra di averti dato questa impressione. In verità, mi sembri più confuso tu. Io sono tranquillo. Sono solo un po',
anzi di più, amareggiato e, ti dirò, anche un pelino arrabbiato.”
“Mi
dispiace per te, piccolo. Ehm, scusa, ma questo non cambia di una virgola le cose. Devi
dirmi chi sei, dove abiti e perchè sembri, o pensi, di conoscermi, mentre io
credo, anzi ne sono sicuro, di non averti mai visto”.
“Certo
che pensi e sei convinto di non avermi mai visto. Ti dirò, per maggiore precisione e per tua maggiore chiarezza, che tu
abbia dimenticato, non di avermi visto, perché questo potrebbe essere
vero, ma addirittura di conoscermi. Troppo spesso hai guardato e continui a guardare fuori,
altrove. Sei sempre stato preso da questioni di interesse relativo, dimenticando e lasciandoti alle spalle cose, forse più
importanti”.
“Ma
che stai dicendo. Ma come ti permetti!. Ma senti questo, arriva,
compare dal nulla, mai visto e conosciuto e spara sentenze. Le cose
importanti? La mia famiglia, i miei figli, mia moglie, anche se con
qualche errore, sono sempre stati in cima ai miei pensieri. A loro ho
dedicato gran parte della mia vita. Per quanto mi è stato possibile
ho cercato di non far mancare loro nulla. Se qualche volta non ci
sono riuscito non è stato per mancanza di volontà ma per l'
impossibilità a farlo. Ma...ma poi perchè dovrei dare spiegazioni
sulla mia vita privata a un....un cavolo di bambino signor nessuno,
figlio di nessuno, che non abita da nessuna parte. Ma falla finita su!
Senti io mi sono quasi stufato. Se fossi stato più grande già ti
avrei mandato a quel paese e ti avrei lasciato qui.”
“Tanto
non sarebbe certo la prima volta che lo faresti”
“Che
intendi? Che cosa avrei già fatto? Continui ancora con queste accuse
infondate e calunniose. Ma che diavolo vuoi da me? Senti, sta facendo
quasi buio. O ti decidi alla svelta, a dirmi chi sei e cosa vuoi o
chiamo la polizia e lascio che ci pensino loro. Anzi avrei dovuto già
farlo.”
“Mamma mia, capoccione eri e capoccione sei rimasto. Pensi di aver capito tante cose ma dimostri di non aver capito quasi nulla. Ti riconosco la capacità di
essere curioso, sincero nelle tue aspirazioni ideali e con la giusta
dose di ingenuità... L'ingenuità, si quella nobile, quella che la
maggior parte degli altri riconosce come la valenza negativa del
fesso. Quella che ti espone alle fregature, alle delusioni e ancor
più spesso alla solitudine, Quella peggiore, quella animica.”
“Aspetta,
aspetta, Ma che ragionamenti fai,? Non sono adatti alla
tua età... A proposito quanti anni hai?”
“A che
ti serve sapere la mia età? Comunque, se proprio vuoi conoscerla,
sappi che nessuno meglio di te la conosce”!
"Ma che
stai dicendo? Perchè mai dovrei conoscere la tua età. Non ti
conosco. Non conosco i tuoi. E' la prima volta che ti vedo. Ah, credo
d'aver capito! Non è che , per caso, tu voglia insinuare qualcosa di
infamante? Se fosse così, sappi che sono assolutamente sicuro di non
avere figli sparsi in giro. Anzi, se dovessi insistere sappi pure che
sono pronto a fare tutte le prove del DNA immaginabili e, subito dopo
a far partire denunce, querele e richieste di risarcimento danni per chi ti ha
messo in testa certe cose. Vai, vai, diglielo a chi ti manda. A
questo punto neanche mi interessa più sapere chi sei e di chi sei
figlio. Chiamo la polizia e amen.”
“Ma
smettila. Ma quale figlio! Ma che pensi di stare in una soap opera di
bassa lega? Ma vuoi che non sappia che nella tua visione di vita fedeltà e correttezza sono sempre state prioritarie? Che hai
sempre preferito un eventuale rimpianto al sicuro rimorso? Comunque, tranquillo,
non sono tuo figlio. Al massimo, parlando di parentela potrei
definirmi, forse, tuo fratello”.
“Fratello?
Eh certo, perchè così diventa tutto più chiaro. Un bel fratellino
di cinquant'anni più giovane fatto e concepito col pensiero da chi,
purtroppo non c'è più e tutto diventa comprensibile. L'unico
fratello che ho avuto, purtroppo se n'è andato anche lui molti anni
fa e, detto fra noi, neanche ti somigliava.”
“Oh
signur! Sembra proprio che stai perdendo la capacità di essere
attento e anche intuitivo. E' abbastanza ovvio che fratello fosse
un'iperbole. Ma avresti capito di più se ti avessi detto che sono una
parte di te? Che sono stato sempre con te? Che addirittura posso
quasi essere considerato te, che altrimenti saresti incompleto? Ovviamente, credo proprio di no.”
“No, no, aspetta aspetta! Fermiamoci un attimo. Credo di aver bisogno di
sedermi anch'io. Non so se comincia a mancare di più l'aria o la
ragione. Ripensandoci, già una volta anni fa, mi capitò di avere un
assurdo dialogo con quella che poi si qualificò come essere la mia
coscienza. Non ho mai saputo accettarlo razionalmente. L'ho messo e lasciato tra
le tante cose inspiegabili, senza spiegazione e risposta, che ci accompagnano nella vita fin dalla
nascita e che chiamiamo coincidenze, fortuna, caso o allucinazione.
Però diciamolo che forse, nella sua assurdità, era addirittura un
pochino più credibile rispetto quello che stai affermando tu. Lui
era uguale a me, praticamente un gemello. Tu, invece, che c'entri?
Sei un bambino. Un bambino molto particolare, anche molto sveglio e intrigante, te lo riconosco senza
fatica. Ma sei pur sempre un bambino...un...Mizio. Hai detto di chiamarti
Mizio, vero?”
“Sei
sveglio eh? Si mi chiamo Mizio. E indovina chi mi ha dato questo
nome? Dai anche con la tua lentezza di comprendonio e la tua
cocciutagine ci puoi arrivare. A questo punto non dovrebbe essere
troppo difficile persino per te”.
“Beh,
MIzio mi chiamavano da piccolo, Mizio mi chiama mia moglie. Come
Mizio firmavo le poesie e i disegni adolescenziali. E a Mizio lascio spesso l'onere di esprimere considerazioni quando ho la necessità di essere
più libero nell'esporre qualcosa. Quando voglio essere svincolato da
doveri e visioni condizionate e condizionanti.”
“Ecco
ci siamo! Io sono quel Mizio! In questo senso posso dire tranquillamente
che non solo sono un parte di te, ma che senza di me anche tu non
saresti completo. Menomato di una parte più che importante. Risponde al vero
che io senza te non potrei esistere, ma tu senza di me
semplicemente non saresti tu! Io sono la tua parte fanciullesca,
ingenua, sognatrice, utopista. Quella che tenta sempre, da una vita di condizionare e riequilibrare l'altra parte. Quella pubblica, seria, realista.
Quella legata a ruolo e posizione. Io sono quello che ti permette,
quando tu me lo permetti, di interpretare i vari ruoli della tua vita
in modo leggero, salvaguardando la serietà di fondo, ma senza
scivolare nella barbosa seriosità. Cosa non sempre, e non da tutti
capita e apprezzata. A te è toccata la scena pubblica, sei la parte
visibile di te... o, per meglio dire, di noi. Sei quello che cresce e adesso, quadrati, pure quello che comincia ad invecchiare. Sei quello obbligato dal ruolo a fare scelte e a interpretare un ruolo in questa gigantesca commedia
dell'assurdo che chiamiamo vita”.
“Ok,
credo di essere sufficientemente preparato anche alle cose più
improbabili. Credo che nulla, o quasi, mi possa sorprendere o
destabilizzare più di tanto. Però ti confesso che, se non è una
sorpresa in assoluto, non è neanche, ti assicuro, una cosa semplice
da capire e accettare. Spero tu mi possa capire.E a questo a questo punto
credo anche che mi si debbano alcune spiegazioni che
reputo dovute e obbligate.
Finora dov'eri? Perchè se sei parte di
me, io sto diventando anziano e tu sei rimasto bambino?
In che
rapporti sei con quell'altro tizio cui accennavo prima...la sedicente
mia coscienza?
Comincio ad essere decisamente a disagio pensando al
mio essere, che ormai sembra somigliare sempre più, una sorta di
affollato condominio. Perchè da quel che so dovrebbero, o potrebbero essere presenti anche la componente femminina e
l'ingombrante eredità del nostro ancestrale passato animalesco e
magari, chissà cos'altro.” Quasi quasi diventa più accettabile la classica divisione della chiesa corpo, anima, spirito almeno saremmo solo in tre
“Piano,
piano. Non correre, rischi di perderti. Io, essendo te, so esattamente tutto quello che potresti o
dovresti sapere anche tu. Quindi più di tanto, non posso dirti o
aiutarti nella comprensione. Ho il solo vantaggio di avere meno
sovrastrutture che mi permettono di avere una visione più chiara
delle cose, ma sempre limitatamente al nostro rapporto. Con la
coscienza non ho legami diversi o maggiori dei tuoi, cioè non
tangibili, ma ne avverto costantemente la presenza, a volte anche decisamente fastidiosa! Per quanto riguarda il mio essere rimasto
bambino credo te ne debba assumere pienamente la responsabilità.
Stavamo così bene insieme da bambini. Quello che interessava te a me
incuriosiva. Quello che era piacevole per te a me divertiva da matti.
Le tue amicizie erano le mie, le tue corse decidevo io dove
indirizzarle e quando fermarsi. Nostre erano le scoperte, nostre le
stesse passioni. Poi non so come o perchè, qualcosa è cominciato a
cambiare. Tutto è cominciato quando hai iniziato a guardare le
ragazzine con occhi diversi da quelli di solo pochi mesi prima. Ti
atteggiavi, cominciavi a perdere troppo tempo nel trovare la
pettinatura, i vestiti, e tutte quelle carinerie che potessero
catturare il loro interesse. E poi la scoperta della politica, il
calarsi nei ruoli che progressivamente la vita ti obbligava ad
interpretare. Progressivamente per sempre meno tempo e per meno volte, avevo la
possibilità di crescere e imparare con te. Rimanevano quei pochi
spazi che dedicavi alla scrittura, molto intima, crepuscolare e anche pallosa, lasciatelo dire, di quel periodo.
Ricordo
quando cominciasti ad interessarti di ambiente ed ecologia. Cominciasti a esplorare con lunghe giornate di full-immersion nella
natura tra prati, fossi, stagni e boschi cuocendo dal caldo d'estate e tremando dal freddo in inverno. In quei momenti, quasi
sempre vissuti in solitaria, sentivo di essere, e forse lo eravamo
veramente, una cosa sola. Anche se ognuno aveva un suo particolare
approccio. Tu cercavi, osservavi, annotavi. Cercavi le motivazioni che giustificassero anche agli occhi di chi non era interessato alla protezione ambientale, quali
fossero quelle per cui invece, fosse necessario farlo. Io , invece, vivevo lo
stupore, la magia della scoperta, la meraviglia di fronte a un fungo
dalla forma particolare o a un involo improvviso di un uccello. Tu
cercavi di fare un lavoro serio, mentre io guidavo la tua mano a
casa. Trasformando in scritti e disegni ciò che avevamo visto. Ma
quello fu quasi un'eccezione e, praticamente, il nostro canto del cigno. Così, fin
troppo presto, mi sono ritrovato rinchiuso nell'angolo più buio e
isolato del tuo animo. Senza più la possibilità di partecipare alla tua
(nostra) vita. Così mentre tu continuavi a crescere, e più crescevi
e più ti sclerotizzavi nella tua visione
limitata e monca della vita, ti avviavi senza rendertene conto anche
ad un lento, inesorabile invecchiamento. E mentre tu invecchiavi, io
restavo quello che ero, un bambino. Un bambino dimenticato, relegato
ai margini, impossibilitato ad attirare le tua attenzione, pur
avendoci provato milioni di volte. Un bambino che non cresceva ma in cui aumentavano sempre più rabbia e
frustrazione.
Riesci a seguirmi? Non voglio osare chiederti se mi
capisci. Forse per te, così insensibile e poco accorto sarebbe
chiedere troppo!”
“Uè,
ragazzino, Non offendere per favore. Se, come dici, sei parte di me
da sempre, conosci benissimo i miei limiti, ma anche i miei pregi. Sai
cosa ho fatto, quali mari e deserti animici e pratici ho dovuto
attraversare e sai, certamente quanto, pur essendo praticante
sistematico del dubbio, non sia chiuso o refrattario di
fronte a qualsiasi evenienza.
Quindi, prendendo per vero, in via ipotetica, ciò
che affermi, perchè ti saresti manifestato in maniera così
tangibile solo oggi? Se il tuo desiderio fosse stato veramente quello
di fare cose insieme a me, perchè non l'hai manifestato praticamente
molto tempo fa?”
“Ti ho
già detto prima che ci ho provato sempre. In ogni giorno e in ogni
notte ero lì vicino a te. Così vicino, eppure così lontano da non poter essere
ascoltato e, tantomeno visto. Le sovrastrutture che ti sei
costruito... no, per meglio dire quelle che hai permesso ti
fossero costruite intorno, ti mettevano nell'impossibilità di
percepire i livelli vibratori e sentimentali con cui avremmo potuto
comunicare e vivere esperienze condivise”.
“Asp...scusa
quali vibrazioni, che stai dicendo? Vai piano, fatico a seguirti.”
“Lo
sapevo che sarebbe stata dura ma ascoltami. Ti faccio un esempio
pratico. Hai presente le onde radio? Ad ogni frequenza corrisponde
una vibrazione diversa da tutte le altre. Incomunicabili e non sovrapponibili.
Per ascoltare una determinata stazione radio non è sufficiente avere uno strumento idoneo ed accenderlo. Bisogna anche sintonizzarlo sulla giusta
frequenza. Ecco tra noi per tantissimo tempo non è stato possibile
comunicare perchè abbiamo occupato frequenze diverse. Non so se
adesso ti può essere più chiaro.”
“Si, boh, cioè così sembra un po' più chiaro. Però di conseguenza diventa naturale
chiederti perchè proprio oggi e non prima? Ieri, l'anno scorso o ancora prima? Cavolo, hai avuto decenni a disposizione
“Semplice,
ricordi? Stavi guardando il tramonto. Non pensavi a nulla, eri quasi
in pace, o meglio in equilibrio con gran parte del tuo essere e, quasi quasi, anche con l'intero universo. Ecco in quel preciso momento la tua
vibrazione si è riconnessa sulla stessa lunghezza d'onda della mia
riaprendo un varco comunicativo tra noi. In quel momento,
anche se ero mezzo addormentato, sono riuscito ad approfittarne e a
sgusciare fuori da quel varco. Addirittura con la possibilità
di potermi rendere anche visibile. Sappi che è un privilegio raro e riservato a
pochi, non sottovalutarne l'enorme valore potenziale.”
“No,
certamente non potrei né sottovalutare né fare finta di nulla. Però
mi capirai se, decisamente, non sono del tutto lucido e presente a me stesso in
questo momento. Ammettendo che riesca a mantenere un minimo di lucidità. A questo punto che dovrei o vorresti che faccia per te...o meglio per
noi?”
"Niente
di più e niente di meno di quello che stavi facendo prima che ci
incontrassimo. Alza lo sguardo, libera l'anima, cerca sempre lo
stupore e l'ingenuità del fanciullino. Annega nel bello, ricerca la
giustizia, non essere severo con gli altri e soprattutto con te
stesso. Sii sempre pronto a portare il tuo peso col sorriso. È il modo migliore di renderlo più leggero, e io sarò lì ad
aiutarti in questo. Non chiudere i rubinetti delle valvole di sfogo o
uscite di sicurezza dalla seriosità e dalla monotonia. Ritorniamo
insieme, riportami per campi e per boschi. Emozioniamoci ancora alla vista del falco
o di una farfalla su un fiore. Portami con te sempre, anche nei
momenti più duri e prometto che farò del tutto per renderteli
più sopportabili. Non scegliere e non permetterti di invecchiare da
solo quando possiamo tranquillamente continuare a crescere insieme.
Qua la mano Maurizio!”
“Eccola
Mizio!”
MIZIO
martedì 30 ottobre 2018
SE 12 ANNI VI SEMBRAN TROPPI!

Gli scienziati dell' Onu hanno dato l'allarme:”12 anni per salvare il mondo”. Questo è il limite temporale per poter sperare di invertire la tendenza al riscaldamento globale che potrebbe scattare e superare il famigerato grado e mezzo arrivando ai due gradi di aumento della temperatura con conseguenze disastrose e senza possibilità di ritorno. Scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, desertificazione progressiva. Scomparsa di migliaia di specie vegetali e animali e cambiamenti complessivi e drammatici per l'accesso all'acqua e alla possibilità stessa di vita per come la conosciamo. E' vero che di allarmi del genere negli ultimi decenni ne sono stati lanciati molti e, quasi sempre l'accusa preconcetta di catastrofismo li ha depotenziati facendoli scivolare nella considerazione alla stessa stregua della storia di Pierino e il lupo.
E
adesso, che sembrerebbe che il lupo sia arrivato veramente, e stia
proprio dietro la porta di casa, pare quasi che la cosa non ci
interessi più di tanto. E' vero che è aumentata di molto la
sensibilità del singolo verso gli animali o verso la salvaguardia di
piccoli o grandi porzioni di territorio da tutelare. Cose ottime,
cose da sviluppare e apprezzare ma che non incidono se non in minima
parte sul risultato finale. Salvare il cucciolo di cinghiale o il
piccolo riccio sulla strada è cosa buona e giusta come impegnarsi
per la salvaguardia del fazzoletto di verde sotto casa. Ma hanno un
effetto positivo quasi esclusivamente per noi stessi e il nostro
impegno ma hanno un impatto prossimo allo zero se non c'è
un'attenzione pari o superiore al mantenimento dell'equilibrio
ambientale complessivo. E questo, purtroppo sfugge alle possibilità,
anche le più positive del singolo, ma rientrano in quelle assunzioni
di coscienza e responsabilità che devono diventare collettive. Per
far questo bisogna ripensare complessivamente e non settorialmente,
l'organizzazione stessa della società. Ripensare la mobilità del
singolo e di conseguenza, l'organizzazione del lavoro. Andare verso
un lavorare meno, lavorare tutti e lavorare meglio. Ripensare il
consumismo sfrenato, con i suoi ritmi infernali di produttività
(crescita) malata e destinata fatalmente a infrangersi contro
l'esaurimento delle fonti non rinnovabili di materie prime e la
desertificazione del pianeta. Spostare le risorse ancora disponibili
verso una loro redistribuzione più equa affinchè i cambiamenti
necessari siano più facilmente accettati dalla gran massa.
Introdurre come legge ineludibile né quella divina né tantomeno
quella di mercato ma solo ed esclusivamente quella della natura e
delle sue potenzialità, enormi ma non infinite, di produrre e
garantire benessere e sopravvivenza a tutti se rispettata. Sviluppare
cultura e conoscenza quale principale se non unico argine,
all'ignoranza e all'incapacità di comprendere i processi sia sociali
che naturali. Così, come sarebbe un argine alla sovrappopolazione,
soprattutto nei paesi più poveri, con la valorizzazione e il
riconoscimento della funzione e delle potenzialità delle donne,
ancor oggi troppo limitate nel loro essere in quei paesi.
Per non
parlare dell'inquinamento atmosferico e delle acque, del consumo
continuo di suolo, della pesca intensiva che sta spopolando interi
oceani, delle miliardi di tonnellate di plastica e altri rifiuti che
contaminano e alterano equilibri biologici frutto di milioni di anni
di evoluzione. Questo quadro mette paura solo a immaginarlo,
figuriamoci a doverlo vivere come stiamo facendo e come tragicamente
si aggraverà non tra un secolo ma già da domani. Conviene allora,
come struzzi mettere la testa sotto la sabbia e fare finta che non
sia così? Magari sperare in maniera fatalistica o fideistica che
qualcosa cambi o, come nella famosa opera di Eduardo, tanto “Addà
passà a nuttata”! La nuttata che stiamo contribuendo, con i nostri
silenzi, con il nostro disinteresse a costruire non passerà, se non
in tempi misurabili in secoli e solo con un'inversione totale del
nostro modello di sviluppo.
Fatto un
elenco e un quadro non terroristico, ma realistico, delle prospettive
a breve rimane da stabilire cosa possiamo ragionevolmente fare.
Diciamo che parliamo di piccole speranze, ammesso che ancora sia
possibile coltivarne. Si può, ragionevolmente, pensare di operare
svolte così radicali e impattanti se continuiamo ad avere come
riferimenti i dati dei vari PIL dei vari paesi, del Moloch del
debito pubblico, di una crescita misurata in miliardi di ore
lavorate o miliardi di prodotti immessi sul mercato? Come si potrà
convincere i potenti della terra (economici, finanziari e politici) a
rinunciare al proprio disegno egemonico sul pianeta e sulla vita
dello stesso? Non lo si potrà certo fare se guardiamo, ad esempio, a
come la maggioranza degli elettori nel nord e nel sud del pianeta si
sta esprimendo. Si premiano candidati e forze politiche che fanno
della cementificazione, della distruzione del territorio dello
sfruttamento intensivo e pronta cassa delle risorse e delle fonti
energetiche non rinnovabili la propria Bibbia. I Salvini in Italia,
Ii Trump in America e i Bolsorano in Brasile ne sono solo gli ultimi
e più rappresentativi esponenti. Rappresentano esattamente e senza
gli infingimenti cui altri ricorrono, lo spirito predatorio ed
egoista del peggiore essere umano. Visione in cui si privilegia il
singolo, il suo egoismo, la competizione anziché valorizzare una
visione, meno gratificante per il singolo ma drammaticamente
necessaria, basata su rispetto, solidarietà, equilibrio tra gli
esseri umani e l'ambiente tutto.
Questo
sarebbe il compito storico che toccherebbe alla sinistra e a chiunque
abbia nel pensiero solidale e altruistico il faro nella propria vita.
Purtroppo
è un compito storico che, a questo punto possiamo definire
tranquillamente in gran parte fallito. E, con altrettanta certezza
possiamo certificare che non c'è alcuna capacità o voglia di
prenderne atto.
Dodici
anni, ma fossero anche cento, per l'universo sono meno di un battito
di ciglia. Per la Terra, i suoi abitanti e il genere umano sono
l'attuale limite tra la possibilità di continuare a vivere o
scegliere, invece, un suicidio collettivo.
Ad
maiora!
MIZIO
venerdì 27 ottobre 2017
MA CHE SEI ANCORA DI SINISTRA?
Destra e sinistra non esistono più, sono concetti superati. Le vecchie ideologie appartengono alla storia (che tanto neanche studiamo e conosciamo). Questo mantra ci viene ripetuto spesso (troppo) da più parti. E viene ripetuto, in particolare a chi ancora si ostina a definire una propria appartenenza precisa a sinistra. Perchè, l'avrete notato, per i rigurgiti di destra e fascisti, non si usano gli stessi toni e gli stessi sguardi di compatimento, anzi si tollerano e si giustificano in nome della libertà d'espressione.
E già, troppo spesso il superamento degli "opposti estremismi", non si sa come e perchè, porta dritto dritto a sposare o tollerare posizioni storicamente di destra.
Ora, cerco di spiegare brevemente per i semplici d'animo perchè destra e sinistra esistono e esisteranno sempre e comunque come concetti ideali contrari e divergenti.
Se sinistra e destra vengono identificati con gli attuali schieramenti politici , scaturiti dalla rottamazione della prima repubblica, devo ammettere che un fondo di ragione esiste. Esiste per colpa e responsabilità, principalmente di una sedicente sinistra che ha sposato un'ottica e visione della società, da sempre appartenuta alle classi dominanti, facendone proprie politiche e interessi, pur senza rinunciare apertamente alla propria collocazione politica. Per cui leggi e riforme, dal precariato, al Job's act, alla buona scuola a migliaia di altre, pacificamente attinenti a politiche di destra, vengono messe in atto da chi si ostina a definirsi di sinistra. Questo gattopardismo, questo machiavellismo, tipicamente nostrano è quello che ha portato, e porta molti, a buttare il bambino insieme all'acqua sporca. Per cui, invece di impegnarsi a ricostruire un tessuto politico, ideale e sociale che marchi le differenze, ci si affida alla più facile soluzione del rottamare, oltre le persone, anche gli ideali.
Essere di sinistra o di destra non attiene esclusivamente all'appartenenza a questo o quel partito, ma vuol dire guardare il mondo con due ottiche diverse. La sinistra storicamente, nelle sue varie definizioni è, comunque, quella che cerca di portare avanti visioni politiche che tendono a una società solidale, giusta e all' uguaglianza tra gli esseri umani (potremmo definirla la ricerca della felicità per tutti). La destra, altrettanto chiaramente, esalta il singolo rispetto la comunità, promuovendo la competizione tra le persone di cui si accettano e si esaltano le differenze in nome di una selezione "naturale" in cui i più bravi, (spesso solo più furbi e forti) è giusto che debbano prevalere. Quindi, accettazione del capitalismo come unico sistema possibile. Accettazione della logica del profitto e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Rifiuto di concetti come l'uguaglianza e il non riconoscimento di quelli che possiamo definire diritti universali.
Se questi, per molti, sono concetti e differenze superate fanno bene a seguire i pifferai di Hamelin di turno.
Io, da parte mia rivendico orgogliosamente la mia appartenenza e adesione ai valori storici della sinistra, pur cosciente che bisognerà lavorare molto per ricostruirne identità e credibilità..
domenica 23 luglio 2017
TRA INCENDI; AUTOSTRADE E......
L'Italia sta bruciando. Dove non ci sono stati roghi forse è perchè era già bruciato tanto in altre stagioni. La situazione idrica provocata dalla siccità sta assumendo connotazioni drammatiche anche in zone che finora sembravano escluse da questo problema,ad esempio, come Roma che a memoria d'uomo non aveva mai avuto problemi di approvvigionamento idrico.I danni di questa e delle altre stagioni siccitose che si susseguono con sempre maggiore frequenza li stiamo cominciando a scontare e li sconteremo sempre più negli anni a venire. Stiamo andando incontro ad una catastrofe, forse senza precedenti, e il nostro paese sembrerebbe in pole position, tra i paesi industrializzati, a dover fare i conti con i nefasti effetti del cambiamento climatico.Abbiamo firmato l' accordo di Parigi sul clima, ma già sappiamo che è un pannicello caldo e insufficiente ad affrontare la vastità del problema, con l'aggravante che non è stato sottoscritto neanche da tutti i paesi (ad es. Usa che hanno ritirato la firma). Se continueremo con questo trend non sarà solo un problema di qualche in grado in più e, quindi, di dover stare all'ombra nelle ore più calde. L'innalzamento del livello dei mari derivante dallo scioglimento dei ghiacci polari renderà inabitabili e improduttive milioni di ettari di territorio oggi coltivabile o abitato. Cambierà il clima e i paesaggi che abbiamo imparato a conoscere da millenni. Cambierà la morfologia, la vegetazione, la fauna e sicuramente cambieranno forzatamente, in peggio, le nostre abitudini e i nostri stili di vita.Oggi ci preoccupiamo dell'arrivo dei migranti dall'Africa, tra pochi decenni potremmo essere noi costretti a spostarci da un paese diventato progressivamente inospitale.I cambiamenti, l'evoluzione, le estinzioni, anche di massa, fanno parte della storia del pianeta e non saremo certo noi a poterle impedire. Quello che possiamo fare è impedire che avvengano in tempi ristretti e per nostra responsabilità..Cosa che, per altro, sta già accadendo e non solo in linea puramente ipotetica.Siamo coscienti che fare questo vuol dire mettere in discussione un intero modello di sviluppo basato sullo sfruttamento intensivo, dell'ambiente, delle materie prime e anche degli esseri umani. Questo modello nelle sue varie versioni possiamo ricondurlo tranquillamente sotto un'unica denominazione: modello capitalista.Anche per questo non può essere sufficiente una semplice operazione di maquillage ad un modello ormai paragonabile ad un organismo che finirà per divorare se stesso. Un pò come il serpente di questa simpatica storiella zen.
"Come si uccide un serpente?
Il serpente è ghiotto di marmellata di albicocche. Si spalma la marmellata sulla schiena del serpente dal labbro superiore alla coda. Il serpente comincia a mangiarsi dalla coda e quando ha mangiato anche la testa l'avrai sterminato."
Appare, quindi non importante, ma fondamentale che si costituisca anche politicamente e socialmente un fronte che faccia argine a questa follia e che si manifesti ovunque ci sia la possibilità di impedire scempi o semplicemente continuare come nulla fosse. Per fare un esempio piccolo ma indicativo. E' in dirittura d'arrivo l'apertura dei cantieri della famigerata autostrada Roma Latina. A parte qualche sporadica e isolata manifestazione contraria, la stragrande maggioranza si disinteressa della questione e molti addirittura fanno addirittura il tifo affinchè si faccia in fretta.E, in questo caso non si tratta neanche della vecchia questione dell'uovo e della gallina, perchè l'autostrada oggi non è certo avere l'uovo subito ma è sicuramente non avere la gallina domani. Gallina rappresentata da territori, già compromessi, che verranno tolti per sempre dalla possibilità di essere goduti dai più e di poter svolgere il loro compito regolatore e di protezione. Ettari di zone protette e di pregio naturalistico devastati, ettari di produzione agricola resi improduttivi, centinaia di aziende danneggiate o addirittura fatte chiudere. Centinaia di posti di lavoro a rischio nel lungo termine. Sarà un' autostrada il cui scopo sociale sarà il profitto di alcuni a scapito del bene collettivo e dei poveri utenti che saranno costretti a pagare. Quando mai si sono visti 14 caselli su 50 km di autostrada?
La semplice messa in sicurezza della Pontina, evidentemente non è affare appetibile.Qualcuno ancora per giustificare l'opera fa finta di credere alla favoletta dei capitali privati Sono pronto a scommettere che il capitale pubblico alla fine sarà la parte maggiore dell'investimento o, comunque sarà superiore a quello della semplice sistemazione della strada esistente o, ma è un sogno alla costruzione finalmente della metropolitana leggera tra Roma e Pomezia, progettata da decenni , o al raddoppio della linea Roma-Nettuno.E, in ogni caso, dopo aver visto i miliardi utilizzati per salvare le banche , quelli utilizzati per gli F35, quelli per le missioni militari in giro per il mondo, non credo di essere più disposto ad accettare la scusa del "non ci sono fondi sufficienti" . Ci dobbiamo rendere conto che di fronte a certe situazioni, con il disastro incombente di cui si parlava all'inizio, non esiste ragion di stato e tantomeno del privato, che giustifichi il consumo, lo sfruttamento del territorio, l'avvelenamento delle risorse idriche, l'impoverimento e l'inquinamento dei mari e dei fiumi. Anzi va incentivato il ripristino ambientale di tutte quelle zone inquinate e devastate. Ormai ogni metro quadro di territorio è da difendere come il più prezioso dei beni di famiglia. Perchè da quello che saremo in grado di lasciare alle generazioni successive dipenderà la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano. Sembra argomento abbastanza convincente, o no?
MIZIO
giovedì 16 marzo 2017
C'E' CRISI, GRANDE CRISI!

Quando
nel 2008, cominciò questa lunghissima crisi fu chiaro fin quasi da subito che
si trattava di una crisi non ciclica e non episodica, come tante altre tipiche
del capitalismo. Diversa e più devastante anche della famosa crisi del ’29,
perché diverse le condizioni, diverse le motivazioni, diverso l’habitat e gli
assetti sociali e mondiali. La globalizzazione e la mercificazione delle umane
attività legate sempre più, non solo e non prevalentemente al profitto del
capitalista, ma alla speculazione finanziaria, associata ad una indotta
richiesta sempre maggiore di merci a prezzi sempre più bassi e conseguenti sfruttamenti di risorse a
prezzi sempre crescenti ha creato un cortocircuito sistemico e non limitato al
solo periodo interessato. Da come si valuta e da come se ne uscirà sapremo se
la lezione di questi anni sarà servita a qualcosa o se continueremo nella folle
corsa verso l’autodistruzione. Le risposte della politica e dell’economia
“classica” sono state insufficienti, sbagliate e hanno fondamentalmente
peggiorato gli effetti della crisi stessa, non leggendola e non affrontandola
con le giuste armi e la giusta visuale.
Per
certi aspetti, anche giustamente, è stata abbandonata, in nome della
complessità, la visione novecentesca della società, e la conseguente visione
ideologica che puntava al riscatto collettivo dell’essere umano. Si è dato
spazio e dignità a forme sempre più esasperate di competizione tra gruppi e
singoli esaltando, oltremisura, il ruolo dell’IO rispetto al NOI. Ricordate il
mantra, ancora in voga anche tra di noi, della meritocrazia e della
rottamazione? Ebbene in quest’ottica e in questa condivisione passiva della
logica che c’era dietro, invece che esaltare le potenzialità di ognuno e
indirizzarle ad un balzo qualitativo generale, si sono giustificate e aperte
all’accettazione sociale le gabbie dei peggiori istinti egoistici e al conseguente
massacro sociale, sia che interessi gli stati, gruppi o singoli. Ovviamente
nulla è casuale, se questo è stato fatto, appare evidente che dietro ci siano
interessi precisi. Gli interessi di quegli stessi che, pur essendo i maggiori
responsabili della crisi, dalla stessa hanno ricevuto i migliori benefici.
Ritornando
alla domanda che, da sempre ci si fa, del che fare? Appare chiaro che chiunque
voglia uscire da questa crisi e combatterne i nefasti effetti, non può farlo
ricorrendo ad una semplice operazione di maquillage.
Tanto
per essere più chiari e precisi, il semplice ricorrere ai classici parametri
della crescita economica, pur apparendo come la risposta più semplice e
comprensibile al momento, non è certamente quella più adeguata. Si diceva
all’inizio crisi sistemica e non episodica. Forza lavoro sempre più abbondante
e sempre più a buon mercato con sempre meno posti da occupare. Materie prime e
beni essenziali (es. l’acqua), sempre più scarsi e fonte di speculazioni
globali e monopolistiche. Presenza di una finanza che salvaguarda
esclusivamente se stessa e il proprio ruolo dominante svincolata da qualsiasi
dovere sociale o politico di sussidiarietà. Un ambiente e le sue risorse che,
seppur immenso, non è illimitato e con il massiccio sfruttamento legato
esclusivamente alla logica del profitto rischia
di portare l’umanità ad un default collettivo senza precedenti, non fra
mille anni ma in pochi decenni.
Mettiamoci anche le guerre, le carestie, le ingiustizie sociali di quelle parti
del mondo da sempre considerata come territori da sfruttare e depredare, con le
conseguenti migrazioni bibliche di questi anni, e il quadro è abbastanza
completo per essere non preoccupati, ma atterriti. E, purtroppo, sembrano
inadeguati e limitati anche gli strumenti e le letture forniti dalla politica,
anche quella ideologica, legate come sono, ad un riscontro immediato e
misurabile in termini di risultati elettorali. E’ indubbio che rispetto le
problematiche drammaticamente esplose con la crisi attuale, ma già
presenti nel corpo sociale da tempo, il
capitalismo soprattutto nella sua forma più recente e cinica, quello liberista
finanziario,appare senza dubbio, come il maggiore responsabile e, di
conseguenza,il più inadeguato a fornire
risposte e soluzioni. Risposte e soluzioni che possono partire solo da quelle
forze e da quegli ideali che partendo da una base di ricerca di giustizia,
eguaglianza e libertà possono, più facilmente e più logicamente, fare proprie
nuove visioni e nuove tematiche da iniettare nel proprio dna politico senza
rischiare grosse crisi di rigetto. Ecco quindi che veniamo al noi e a quello
che ognuno può fare nel suo piccolo. Forse non è un caso che, in alcuni paesi,
la crisi abbia prodotto effetti più pesanti che per altri, come nel caso dell’Italia.
E non è un caso, forse, che il tutto sia stato esponenzialmente aggravato, da
una lettura da parte della sinistra, sbagliata e in controtendenza rispetto i
propri presupposti ideali prima che ideologici. Se questo può essere vero, e
secondo me è un aspetto da non sottovalutare, una delle cose da fare è cercare
di risostruire quel tessuto connettivo che faceva della sinistra, in passato,
il principale baluardo contro gli eccessi e le ingiustizie insite nel sistema
capitalista. Nessun nostalgico riproporsi di schemi e simboli che appartengono
al sentimento e alla storia personale e collettiva, ma la proposizione con
forza del concetto che, se non si parte dalla lotta alle disuguaglianze, non
potremo mai sperare di innestarle e contaminarle con successo con le nuove
tematiche. Quelle che parlano di un’economia sostenibile, di una salvaguardia
ambientale, di un cambiamento sostanziale anche di usi e consumi personali.
Troppo spesso queste sono legate, nella proposta, a forme di francescanesimo o di pauperismo
che, per gran parte della popolazione mondiale (e anche italiana) in condizioni
di sofferenza e povertà non potrebbero mai, non solo, essere recepite e fatte
proprie, ma sicuramente avversate e combattute.
Questa
è la sfida che abbiamo di fronte, queste sono secondo me, le possibilità che
abbiamo. Se stiamo passivamente ad aspettare che un’inversione di tendenza
venga da coloro che ne sono i responsabili rischieremmo la paralisi e il
default collettivo, non finanziario, non economico ma globale.
MIZIO
venerdì 26 agosto 2016
TERREMOTI NECESSARI
Abbiamo
riempito l’Italia di asfalto e cemento, abbiamo bucato, traforato, deviato
fiumi, espropriato, distrutto, prosciugato sorgenti, creato laghi, cancellato
panorami, coste e montagne. Il tutto snobbando con un’alzata di sopracciglio,
le proteste, le perplessità, le esigenze di chi in quei luoghi ha convissuto
per secoli con rispetto e all’interno di un rapporto equilibrato con l’ambiente
circostante.
Non è la nostalgica riproposizione dei bei tempi andati o del buon
selvaggio capace di convivere con la natura e i suoi rischi. Perché i
terremoti, anche distruttivi, ci sono sempre stati, come alluvioni e
inondazioni. Fenomeni che non si potevano (e non si possono ) prevedere né fermare.
Quello che possiamo fare, grazie alle moderne tecnologie e alle conoscenze
acquisite nel corso dei secoli da ricerca e scienza, è di utilizzarle al
meglio per la prevenzione, lo studio e la salvaguardia di comunità umane e
naturali.
Oltre
l’impatto devastante con rischi non sufficientemente considerati delle
cosiddette grandi opere “indispensabili” quanti miliardi di euro costeranno? Tutte
risorse che andranno a pesare, insieme ai danni ambientali, in un bilancio futuro come saldo negativo in
termini sia economici che sociali.
Anche l’ONU ci fa sapere che l’Italia è in
ultima posizione in quanto a prevenzione, strutture e adeguamenti per la
sicurezza del territorio. Mentre siamo sicuramente all’avanguardia per linee Alta velocità, rete
autostradale, cattedrali e opere inutili progettate e costruite per i grandi
eventi.
L’Italia,
che si dimostra straordinariamente solidale e generosa in occasioni tragiche, è
però incapace di controllare e amministrare il quotidiano. Per guadagnare 5 minuti tra
Roma e Milano non ci si ferma neanche di fronte il rischio di provocare potenziali
danni in città come Firenze.
Italia,
paese dalla natura e dal patrimonio artistico tanto preziosi e straordinari
quanto ignorati e fragili, non può e non deve permettersi distrazioni o delegare
ad un ipotetico futuro la presa di coscienza di tale realtà e la necessità di
scelte conseguenti.
Introdurre
nel sentimento e nelle coscienze colletive, prima ancora che nelle regole scritte,
che gli aspetti economici, gli interessi finanziari non potranno e non dovranno
mai avere la prevalenza rispetto la salvaguardia e la messa in sicurezza del
territorio, delle comunità che le abitano e della stessa vita umana.
Ma, si dirà, il debito pubblico, gli accordi con l’Europa da rispettare, il fiscal compact
che ha strangolato gli enti locali, come si fa, dove troviamo le risorse.
Ecco
il punto focale attorno il quale, anche se si vuol far finta di niente, ruota
tutto il discorso e ritroviamo il bandolo della matassa.
I
soldi si trovano e ci sono solo per quelle opere che garantiscono ,
speculazioni e salvaguardano interessi che ricadono nell’immediato e
limitatamente ad alcuni soggetti. Quei, come li definisco io, “lor signori”, che
con argomentazioni supportate dagli "Azzeccagarbugli” di turno, tentano (riuscendoci) di
convincerci che sono opere necessarie per lo sviluppo e la modernizzazione del paese oltre che per creare posti di lavoro, anche se precario e limitato nel tempo.
Gli
stessi che sono i guardiani degli interessi finanziari e speculativi della nuova economia
globale che salvaguarda i profitti, il libero scambio di merci al più basso
costo possibile, bypassando esigenze vitali di singoli e di interi popoli. Gli
stessi che considerano moralmente accettabile il sacrificio di migliaia di
esseri umani in guerre “umanitarie”. Che obbligano milioni di uomini e donne a
migrazioni bibliche per sfuggire a guerre e fame e farli, poi, finire ammassati e
sfruttati in lager ai margini delle ricche e accoglienti democrazie.
Si
dirà che c’entra tutto questo con i terremoti?
C’entra
come c’entrano tutte le altre migliaia di cose che non vanno nella nostra
moderna società. C’entra e c’entrano tutte quelle speculazioni e quei
condizionamenti che ci portano a giustificare e a considerare prioritario l’interesse
economico, piuttosto che gli interessi della sopravvivenza e salvaguardia del
pianeta e dell’umanità.
Non
aspettiamoci che questa presa di coscienza, che questa inversione di tendenza
parta da lor signori o dall'alto. Deve maturare, crescere all’interno di ognuno di noi che
senta questa esigenza.E, conseguentemente, maturare la convinzione e la necessità di trasformarla, con
azioni e prese di posizioni, in qualcosa di visibile e tangibile. Ognuno nel proprio
ambito sia esso politico, sociale, religioso, filosofico, morale.
Siamo
vigili e presenti laddove questi pericoli si manifestano e si concretizzano, si
sensibilizzi il proprio parente, il vicino di casa, si rompa le scatole al
politico, all’amministratore locale, al professionista che dovrà decidere o
attuare determinate cose.
Se
i terremoti, le alluvioni non si possono
prevedere, si possono sicuramente limitare i danni e salvaguardare vite umane, città,
borghi e territori con scelte politiche, economiche, di prevenzione e di
salvaguardia ma soprattutto con una presa di coscienza, singola e collettiva che dia vita a un terremoto politico e sociale tanto auspicabile quanto necessario.
Ad maiora
MIZIO
venerdì 12 agosto 2016
POPULISTI, PAUPERISTI E….POVERI
I
media ci raccontano di 33 milioni di italiani in vacanza. Da quello che vedo
intorno sembrerebbe una cifra un po’ gonfiata, ma forse, inserendoci dentro
tutti, anche quelli che vanno via per un fine settimana e quelli che partono
per una visita parenti a costo zero, o quasi, forse ci siamo. I media, in
questo periodo, pongono l’attenzione su quelli che partono. Fa parte del
corollario classico dell’informazione di questo periodo, insieme ai bollini
neri delle partenze, ai consigli per combattere la calura e le insidie degli animali
“pericolosi”.
Io,
invece, vorrei invitare a volgere lo sguardo laddove, spesso, si tende invece,
a distoglierlo, se non per articoli di costume e denuncia che lasciano il tempo
che trovano.
Insomma
su quelli che restano. Alcuni perché obbligati dal lavoro, altri per scelta,
molti, troppi, però perché non possono permetterselo. Si dirà: è così, è sempre
stato così, c’è chi può e chi non può e non possiamo certo colpevolizzare
quelli che possono. Lungi da me tale impostazione, la mia non è una visione
manichea e calvinista della questione. Il “carpe diem” è sempre valido e non
sarò certo io a condannarlo, vorrei soltanto soffermarmi su quello che è il
nostro (e per nostro intendo, gente di sinistra, impegnata, molti, anche, con
compiti di dirigenza) atteggiamento complessivo, che in questo periodo
raggiunge l’acme della contraddizione e, per certi aspetti, dell’ipocrisia.
Ovviamente è una riflessione che ha un carattere generale, non indirizzata a
tizio o caio, reputando la libertà collettiva e individuale sempre come la
massima conquista dell’essere umano.
Se
nel corso dell’anno, grazie all’attivismo, alle vicende che ti prendono, agli
impegni stringenti, alcuni aspetti seppur presenti, tendono ad essere tenute ai
margini, in questo periodo emergono in tutte le loro valenze “negative” e
inducono alla riflessione.
Una
grossa spinta ad affrontare questo aspetto è venuto dai social che rimbalzano e
amplificano qualsiasi cosa.
Dopo
le esternazioni dell’On. Sannicandro (immagino, persona degna e compagno
stimabile), vedo che tutti continuano a pubblicare foto di viaggi, soggiorni,
località esotiche, capitali culturali, e altro. Tutte cose, comunque, non alla
portata di tutti e che, con quelle dichiarazioni, per certi aspetti, vanno a
braccetto.
Mi
si potrà contestare: “Ma questa è invidia sociale!”
Forse,
certamente c’è anche questo aspetto, ma è sicuramente secondario rispetto a
quello principale che vorrei evidenziare.
In
questo periodo storico in cui la politica, i partiti e i suoi rappresentanti
per ben oltre la metà degli elettori rappresentano il male assoluto, forse
sarebbe il caso di adottare un riservatezza e una discrezione maggiore nei modi
e nelle forme comunicative.
Non
si può (ritorno sul tema) parlare di disagio, di ritorno nelle periferie, e poi
farsi immortalare in luoghi e situazioni che si addicono più ai moderni parvenu
sociali. Rilanciando poi il tutto sui social per prendere i like dei propri simpatizzanti.
E
questa critica vale per tutti, nessuno si senta escluso per la sua (vera o
presunta) maggiore radicalità nelle scelte politiche.
In
un periodo di disaffezione quasi totale, di populismi coltivati ad arte, con lo
sforzo e l’ambizione di voler costruire un partito di sinistra che rappresenti gli ultimi e i penultimi della scala sociale,
questa incapacità di lettura, fa riflettere seriamente sui guasti prodotti da
un certo modo di fare e considerare la politica. Non è un invito populista e
nemmeno un invito a un pauperismo bigotto e peloso. Ma un necessario ripensamento
sui nostri modi di essere, di rapportarci con la società, i suoi disagi e i
suoi drammi. Basterebbe aver seguito un minimo ed elementare corso di
formazione sulla comunicazione, per capire che, per bilanciare l’effetto di un
solo atteggiamento negativo, c’è bisogno di almeno sei o sette episodi positivi. In questi ultimi anni a sinistra, mi sembra, senza voler essere
pessimista o ipercritico che il rapporto sia stato più o meno l’esatto
contrario.
Certo,
molti penseranno, e giustamente, che questo è un punto di vista molto limitato,
limitante, e anche prevenuto, ma se non impareremo a gestire e rendere
leggibili, comprensibili neanche i nostri piccoli atteggiamenti. Come possiamo
immaginare di rendere patrimonio collettivo il frutto delle nostre
interessanti, infinite ma stucchevoli disquisizioni strategiche?
Come
già detto in altre occasioni, sembra che manchi, quasi volutamente quel fiuto
politico, quella capacità che, anche in
maniera opportunistica, riesca, comunque a legarsi e a interpretare un
sentimento collettivo.
Manca
un leader? Manca un partito? Manca una strategia?
Non
lo so e non sta a me dirlo.
Quello
che so è che molti di quelli che rimangono a casa (per i fortunati che un tetto ce l' hanno) e tutti quelli che abbiamo paura anche a noi a chiamare poveri, sono sempre
più soli in balia di disperazione e facile preda di opportunismi e clientele.
Vedete
un po’ voi cosa volete e potete fare!
Ad
maiora
MIZIO
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