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lunedì 15 agosto 2016

Tra l’odio razziale e le discriminazioni quotidiane: l’ottica biblica

Un altro contributo del Dott. Santopietro che analizza con lo sguardo e la codifica della fede, un problema, quello dell'intolleranza razziale e religiosa, che caratterizza il nostro tempo.
MIZIO



“Io non mi domando a che razza appartiene un uomo: basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggio” (M. Twain, in “L’uomo che corruppe Hadleyburg”)


L’eco delle cronache drammatiche legate alle stragi globali del fanatismo islamico, di cui colpisce tristemente quella di Nizza, si aggiungono i  frequenti episodi di violenza razziale verificatisi negli Stati Uniti, che sembravano fossero prerogativa degli statunitensi, ma in questo tormentato Luglio del 2016, l’Italia è stata scossa dall’efferato omicidio a sfondo razziale accaduto a Fermo. Un brusco risveglio. Si dirà, per esorcizzare la brutale realtà, che in fondo“tutto il mondo è paese”, come per dire: “mal comune mezzo gaudio”quindi…. Ma la riflessione che vorrei fare con voi alla luce delle Sacre Scritture,  tenuto conto  delle importanti influenze che hanno sulla vita quotidiana  la morale, gli schemi culturali e le innovazioni tecnologiche, è che nell’uomo  di ogni tempo prevale un “invariante nucleo psichico”, di cui fa parte una primitiva avversione per ciò  è “diverso”, per qualità fisica o psicologica o pigmentale o religiosa o comportamentale, cioè tutto ciò che non è omologato, non conforme al modello sociale dominante, generando pericolose aspettative disattese,  base dell’ostilità più bieca: l’espressione antropologica dell’odio razziale! Insomma, il rischio è che chi è percepito come “diverso”, sia implicitamente un nemico, “nutrimento” necessario ad alimentare la spinta xenofoba. Eppure non esistono razze umane, né esistono di ordine superiore ad altre, esiste una sola umanità, di cui sono molteplici le varie etnie sparse nel mondo (Ge 11,1ss). Da un punto di vista biblico, tutti gli uomini sono a immagine e somiglianza di Dio (Ge 1,26-27). Si potrà obiettare che Dio abbia costituito un “suo popolo”, differente da tutti gli  altri. Dio allora avrebbe “discriminato” fra gli uomini? No! Gli Ebrei, privilegiati nel rapporto con l’Eterno, avrebbero dovuto introdurre, preparare gli altri popoli alla Sua conoscenza, avrebbero dovuto illuminare l’intera umanità, avrebbero dovuto divulgare, rendere familiare l’idea monoteista e, soprattutto, rendere nota la Sua smisurata misericordia. Il simbolo concreto del “pellegrino”, di colui il quale è sprovvisto del vincolo etnico-nazionalista e, perciò, sempre straniero in questo mondo, fu Abramo (Ge, 12,1ss), il padre delle tre grandi religioni monoteiste (Gv 8,39). Ma accadde che il popolo del V.T. invece di assecondare gli insegnamenti di Dio, s’insuperbì, si gonfiò di vano orgoglio per il solo fatto di essere l’unico popolo dell’unico e vero Dio! Un onore che divenne un onere non corrisposto! Ma, attenzione, allo stesso modo può avvenire oggigiorno a noi cristiani se mostriamo la medesima alterigia nei confronti degli altri, che non appartengono alla chiesa di cui si è parte, come successe a Diotrefe (III Gv1,9). Agli ebrei di quel tempo, oltre l’inosservanza della legge divina, mancò  la pratica dell’umiltà: antidoto necessario per neutralizzare la superbia o la convinzione immotivata di essere così a posto  al cospetto di Dio (I Co 13,1ss). Ma già millenni fa, Dio tuonò severamente contro il suo popolo, insensibile alla caricatevole profondità della Sua legge:
“Voglio misericordia e non sacrifici” (Osea 6,6).
L’opera di misericordia era richiesta agli Ebrei nelle loro relazione umana, ma includeva esplicitamente anche la sfera dei rapporti con gli stranieri (gli “impuri”, “i senza Dio, “i cani infedeli”) come è sancito in Deuteronomio (10,17-19):
“Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto…(…)”.
In questi passi, l’autore sacro conferisce alla circoncisione un significato spirituale che va oltre  la sacralità del rito di fratellanza etnico-religiosa, anticipando di millenni (1440 a. C. circa)  il concetto cristiano dell’Apostolo Paolo, il quale riteneva che  il vero segno di appartenenza spirituale al popolo di Dio fosse solo quello inciso nell’anima, nella mente, nel cuore del fedele e non nell’esteriorità di un meccanico atto carnale!!
Giudeo, infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio. (Ro 2,28-29)
Il “non indurite più la vostra nuca” corrisponde alla testardaggine del popolo di ieri, ma anche quello di oggi, se ripropone il medesimo atteggiamento superbia verso i propri simili e di opposizione al Signore (cfr. I Co 10),  perciò Dio, a causa del profondo pregiudizio che nutrivano per i forestieri, fu costretto a enfatizzare alcuni dei suoi “titoli”: l’Essere il Dio degli dèi, il Signore dei signori, come a ricordare loro che sulla terra  non esistono altri dèi né altri signori all’infuori di Lui! Né alcun umano può essere imparziale e praticare la giustizia con assoluta equità! Dio ha dovuto ricordare come i forestieri fossero degni del suo amore, perché anche essi furono stranieri in terra straniera durante il periodo della cattività egiziana, avendo inoltre subite  tante inumane vessazioni . Avrebbe dovuto essere  loro nota pure l’idea di un Dio che mai avrebbe accettato “regali” senza una sincera disposizione di cuore, senza ubbidienza (Ge 4,4-8; I Sa 8,1ss), esattamente come avvenne nell’eclatante episodio di Anania e Saffira (At 5,1ss), i quali  “sacrificarono” la metà dei proventi ricavati dalla vendita di un loro terreno, alla nascente chiesa di Gerusalemme facendo intendere che fosse invece la somma intera, mentendo di fatto allo Spirito: il “Dio buono” del N.T. punì mortalmente la coppia! Per inciso, oggi moltissime chiese, se non forse tutte, nella stessa situazione avrebbero elogiato il gesto ipocrita della coppia. Ma Dio non ha riguardo alle persone, come conferma l’Apostolo Pietro:
“In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito” (At 10,34-35; Ro 2,11; Ef 6,9).
Le sfumature discriminatorie quotidiane, che possono rivelare il germe di un’imparzialità di fondo, sono spesso sottovalutate anche fra i cristiani, tanto che il fratello di Gesù, Giacomo, ci ammonisce a fare la dovuta domanda:
“Se nella vostra assemblea, infatti, entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, ed entra anche un povero con un vestito sporco, e voi avete un particolare riguardo a colui che porta la veste splendida e gli dite: ”Tu siediti qui in un bel posto”, e al povero dite. “Tu stattene là in piedi”, oppure: “Siediti qui sotto, vicino allo sgabello dei miei piedi”, non avete fatto una discriminazione fra voi stessi, divenendo così giudici dai ragionamenti malvagi?” (Gc 2,2-4).
Certo, con ciò non si vuole affermare che esista un legame diretto fra queste forme di discriminazioni e l’odio razziale, l’intenzione, infatti, è quella di sottolineare come sia molto arduo, quasi impossibile per l’essere umano, cristiani compresi, essere imparziale nei rapporti di tutti i giorni (Ro 3,10). Rispetto al rapporto fra identità etnico-culturale e appartenenza religiosa, quest’ultima viene usata come propellente motivazionale per compiere atti disumanamente feroci, esasperando il gradiente di diversità con “l’altro”, amplificando l’odio per il nemico che minaccia la propria appartenenza e, quindi, giustificando assurdamente qualsiasi strage in nome di Dio che è, a sua volta,  impropriamente  utilizzato come “arma di massa”, altrimenti impossibile da concepire da una qualsiasi persona ordinaria! Purtroppo qualcosa del genere, che rafforza l’idea dell’esistenza di “un nucleo psichico invariante” nel tempo, era stata prevista oltre 2000 anni fa dall’evangelo di Giovanni:

“Vi ho detto queste cose affinché non siate scandalizzati. Vi espelleranno dalla sinagoghe; anzi l’ora viene che chiunque vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio” (Gv 16,1-2). 

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