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sabato 1 ottobre 2016

LA COSCIENZA NON PAGA I CAFFE'....

"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


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Ed eccoci in piazza, le aspettative non sono molte, come spesso accade ultimamente, ma c’è sempre quel pizzico di curiosità infantile e un po’ narcisista di vedere quanti siamo. Beh, non moltissimi direi, ma più di quello che temevo o pensavo.
Cerco un punto più elevato per uno sguardo d’insieme. La piccola sorpresa sembra essere che, le teste ancora di colore scuro superano, sia pure non di molto, quelle grigie o bianche. Non considerate, in quanto difficilmente classificabili, quelle sprovviste di copertura tricologica.
Fatta la prima e abituale, operazione di valutazione generale, si passa alla parte analitica del chi, anziché del quanti.
Però! Parecchi volti nuovi, la maggioranza, comunque, fa parte della solita compagnia di giro che si sposta e si ritrova nelle strade, nelle piazze di Roma e, a volte, anche d’Italia. Presenzialisti, me compreso, della peggiore specie. Quelli che ancora manifestano un sacro e riverente atteggiamento nei confronti dei momenti collettivi. Persone che se non dovessero o, non potessero esserci, avrebbero lo stesso stato d’animo contrito del cattolico cui capitasse di saltare la messa domenicale. Viverle, respirarne l’aria, l’atmosfera è decisamente altro rispetto il racconto o commento di terzi sui social.
Potrebbe piovere, dice qualcuno, ma no, è una nuvola chiara non di pioggia, piuttosto guarda! 
Ecco cosa erano quelle strane grida e quel rumore tra i rami.  Pappagalli! E pure di quelli belli grossi. Verdi, gracchianti e veloci nel continuo  spostarsi da un albero all’ altro tra i rami. Che meraviglia! Un giardino, una piazza romana con i rumori e i colori di una foresta tropicale.
Con il solito fastidiosissimo fischio iniziale dell’impianto stereo, improvvisamente parte la musica e soverchia quella, sia pur potente dei verdi acrobati delle chiome.
E così tra qualche saluto distratto, un abbraccio con chi non si vede da tempo, gli incoraggiamenti di turno a qualcuno che deve intervenire, cerco una postazione da cui poter seguire tranquillamente e con attenzione.
Alla destra del palco, sembra esserci più spazio, meno movimento e, di conseguenza più calma,Bene! Mettiamoci qui.
“Oh, ciao. Si, hai visto? C’è un po’ di gente, pensavo peggio. Dai che ce la faremo. Se, se vabbè….a  dopo”.
Una postazione laterale rispetto il palco offre svantaggi e vantaggi. Lo svantaggio è quello di doversi accontentare delle parole e perdere la mimica, spesso più interessante del discorso, degli oratori. Però, poco male, li conosco quasi tutti e potrei, di alcuni, quasi anticipare pensieri e gestualità. Invece, il grande, indubbio vantaggio è quello di avere quasi tutti i presenti schierati di fronte, consentendomi, così, di osservare reazioni , gesti e attenzione degli astanti.
Che magnifico e inutile passatempo quello di guardare il prossimo con occhio attento, fattosi, col tempo anche esperto, non certo da psicologo ma da curioso esploratore dell’animo umano.  C’è modo di osservare tanti di quegli stereotipi così frequenti in queste situazioni. Dal classico compagno barbuto con cappello, occhiali e sigaro, alla compagna, un tempo femminista militante, oggi madre o nonna con prole o nipoti al seguito. Segno, anche questo del cinismo dei tempi. Se non hai soldi o nonni compiacenti non puoi permetterti neanche di allevare figli e, rischi così, di ritrovarteli al seguito di anziani che giocano ancora alla rivoluzione. Beh, parlare proprio di rivoluzionari è forse eccessivo, ma indignati permanenti effettivi, senz’altro.
Emerge qualche giovane volto di ventenne, più numerosi, e meno caratterizzati quelli dei sedicenti ancora giovani. Insomma, quelli della fascia trenta-quaranta.  
In mezzo un ragazzo di colore vende libri di fiabe africane.
Qualcuno un po’ più anziano sembra concentrato nell’ascolto ma quello sguardo assorto, che conosco bene, è la vitrea fissazione tipica della fase di dormiveglia, propedeutica al pisolino pomeridiano.
Beh, comunque la sensazione è sempre quella di un ritorno a casa. La si ritrova sempre uguale, con poche o nulle novità. Manca il venditore di giornale, segno dei tempi, ma, forse , solo perchè è pomeriggio e, comunque ormai, leggono tutti lo smartphone.
Quello invece, mi sembra di conoscerlo.  
Il viso è familiare.
E, infatti anche lui sembra mi stia guardando. Distolgo lo sguardo appena questo si incrocia col suo per evitare inutili imbarazzi e con apparente disinteresse lo volgo altrove. Altrove, si, ma per un nanosecondo, perché subito torno distrattamente, e a volo radente, a guardare da quella parte. Beh! Non mi sta guardando, mi sta proprio fissando. Mi sento, allora, in diritto/dovere di infischiarmene del bon ton e soffermarmi anch’io a guardare con più attenzione. Ha più o meno la mia età e, anche per lui, sembra ben portata. Occhiali leggeri, capelli brizzolati con ancora qualche chiazza scura, preziosi retaggi di antichi splendori tricologici, vestito casual. E lo conosco, certo che lo conosco ma, maledizione, non riesco a ricordare quando e dove l’ho visto. Non sembra un habituè di questi momenti, anche se appare certamente a suo agio, l’avrei visto senz’altro in altre occasioni e l’avrei ricordato. O, forse, è uno dei tanti colleghi di lavoro conosciuti nel corso degli anni, o forse un vicino di casa di quando ero a Roma o forse….boh, non lo ricordo!
Con un cenno del capo indica un chiosco li affianco, quasi un invito lanciato tra la folla ma diretto chiaramente a qualcuno in particolare. Chissà con chi ce l’ha.
Sbaglierò però sembra proprio che continui a guardare me o, perlomeno dalla mia parte.
Ah, ecco conosce sicuramente questo tizio arrivato appena qui dietro per fumare la sua sigaretta. E no! Questo non è venuto per fumare in pace, se ne sta proprio andando nella direzione opposta e lo sconosciuto continua a guardare in serena attesa di una risposta al suo invito gestuale
Dovrei forse avvicinarmi o, magari prima con altri cenni, magari casuali, verificare se il tutto non sia frutto di una mia forzatura fantasiosa.
Alt! Un momento. E se invece fosse un approccio di altro tipo? Non mi danno certo fastidio i gay, figuriamoci. Ma comunque, non vorrei dover giustificare il mio diniego all’interno di un rapporto casuale tra sconosciuti, lasciando i dubbio, magari che il rifiuto possa riguardare lui e non essere il segnale, invece, di una mia convinta eterosessualità.
Però la curiosità è un tarlo che continua a rodermi dentro. Chi è? Mi ha riconosciuto e io invece ancora no. Non può essere che mi sia dimenticato di qualcuno che invece, sembra conoscermi bene. O forse no, non è impossibile che possa accadere.
Ok rispondo! Ho deciso! Un breve cenno con la mano pronto, eventualmente, a trasformarlo in un gesto casuale di tutt’altro significato. Lui, invece coglie l’attimo si alza e mi fa segno di seguirlo in quel chioschetto un po’ discosto dalla calca.
Va bene, siamo tra gente di sinistra, tra compagni, se dovessi essere messo in condizione di spiegare potrei farlo sapendo di trovare comprensione. E comunque, ormai la curiosità mi sta divorando come una scimmia.
“Ciao” e allunga la mano per stringere la mia.
“Ciao, scusami, ma ci conosciamo?”
“Direi proprio di si! Accomodati e parliamone”.  “Dopo di te”, “Non sia mai, prego” “Ok sediamoci contemporaneamente”
Da vicino è ancora più forte la sensazione di familiarità .
Passa un compagno e ci guarda con un curioso e prolungato sguardo. Avrò, forse, qualcosa fuori posto? E il pensiero corre alla patta dei pantaloni. Magari è aperta. Un rapido controllo effettuato con noncuranza mi assicura che da quelle parti tutto è in ordine.
Ci sediamo. Il cameriere si avvicina, “Che prendi?” “Un caffè grazie”, “Ci avrei giurato! Sei noiosamente prevedibile. Caffè anche per me”.
Andiamo bene! Pure presuntuoso e prevenuto.
“Hai detto di conoscermi. Com’è possibile, visto che io, pur avendo una strana sensazione di deja vù, in realtà non mi ricordo assolutamente di qualcosa che mi possa collegare a te”
“E’ tutto molto semplice. Ci conosciamo da tanto, tanto tempo. Praticamente da sempre. Non ti ricordi? Ero con te quando nei prati intorno San Policarpo quel ragazzotto, Lorenzo si chiamava, voleva distruggere il campo di calcio che tu e i tuoi amici avevate costruito con tanta fatica e di cui andavate giustamente fieri. Non ci hai pensato un attimo a difendere il tuo e loro lavoro, e le hai buscate. Tu, a quei tempi, così piccolo e gracile. Ricordi, ti chiamavano cardillo? E, poi, non sei mai stato un violento, la tua mitezza di faceva rifuggire dal fare a botte. Ma lo hai fatto lo stesso per difendere il lavoro e la fatica di tanti ragazzini. Io ero lì a dirti che, la cosa, anche se, forse, non era la più giusta, mi rendeva, comunque, orgoglioso e fiero di te”
“Si, ricordo la questione, Lorenzo era decisamente più grande e forte di me. Ma tu allora eri uno dei ragazzi con cui giocavo al calcio? Come ti chiami?”
“Ogni cosa a suo tempo, non è importante il mio nome, quanto quello che tu hai fatto da allora in poi”
Intanto arrivano i caffè, sorseggio il mio con consumata lentezza persino eccessiva, ma necessaria  per raccogliere un po’ le idee. A questo punto, decisamente, più confuse che mai.
Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a inquadrare il mio occasionale interlocutore in alcun momento significativo della vita. Ma forse, dipende tutto dal numero di anni trascorsi.
Adesso mi dirà come si chiama e tutto sarà più chiaro.
Certo che per essere una conoscenza di così vecchia data, ha una memoria di ferro e una capacità di fisiognomica ancora più stupefacente. Come mi ha riconosciuto dopo tanto tempo?
“Ero con te” riprese il discorso senza darmi la possibilità di chiedere ancora, ”quando arrivò da voi Don Roberto. Ricordi che tempesta emotiva ed esistenziale fu per te e per gli altri ragazzi della Scuola 725?”, “Certo che lo ricordo, e come potrei dimenticarlo, uno degli incontri più importanti della mia vita. Crebbi più in quei  pochi, ma decisivi anni, che, probabilmente, in tutto il resto della mia esistenza. Ah ecco allora dove ci siamo visti. C’eri anche tu!”
“Ovvio che c’ero. Io c’ero e ci sono sempre stato dove eri tu. Anche adesso sono qui. non lo vedi?” “Scusami non ti seguo. Come c’eri sempre. Mi hai pedinato? E a che scopo, non mi sembra che la mia vita sia stata così interessante da meritare attenzioni costanti.  E poi, ti ripeto, è vero che mi sembra di conoscerti, ma non ricordo assolutamente nulla che ti riguardi. Se fosse come dici tu dovrei rammentarmi qualcosa, almeno un fotogramma. Invece niente, zero assoluto”.
“Se invece di fare continue domande a me, cominciassi a porne qualcuna a te stesso, forse potresti avere più chiaro chi sono. O, per dire meglio, chi sei tu. Ricordi i momenti di dolore, di frustrazione, di paura di tormento che hai attraversato? Ma anche quelli di gioia, di speranza di entusiasmo. Bene sappi che li abbiamo tutti vissuti insieme. E, a volte, anche se raramente ti sei anche ricordato di me e, ancora più raramente hai provato ad ascoltarmi”.
A questo punto cominciai, sinceramente anche ad avere un po’ di timore. Che razza di discorsi sta facendo. Matto non sembra, perlomeno non del tutto, visto che sa troppe cose vere sul mio conto. Cose che io stesso avevo quasi dimenticato. Perché non mi dice chiaramente chi è. Così la facciamo finita con questa commedia che sta rasentando l’assurdo. E, a questo punto, credo di aver diritto di sapere anche cosa vuole.
“Senti dimmi chi o cosa sei. Sei forse uno di quelle persone che vanno in giro affermando di essere dotate di poteri paranormali? Hai attinto, non so come, alcune informazioni su di me e adesso vuoi magari, predirmi il futuro, per spillarmi soldi? Sappi che non ci casco. Soldi non ne ho molti e quei pochi servono a me e alla mia famiglia. Figurati se li butto con un ciarlatano.”
“Ahahahah, sapessi quanto sei ridicolo. Ma ti pare che non sappia che non sei ricco e come tu sia molto critico, se non di più, su certe cose. Ma dai! Te l’ho detto, ma forse, non ascolti io sono con te da sempre, ci sarò per sempre e ti conosco più di quanto possa conoscerti te stesso”.
“E allora se ci sei da sempre perché sono io a non conoscerti?. Perché non ho memoria di alcuna cosa vissuta insieme? Dammi qualche spiegazione logica e valida e poi potremo continuare a parlare. Senno’ tanti saluti… E’ stato un piacere…..anzi, neanche tanto, e arrivederci”.
“Tranquillo, tanto sai meglio di me che non lo farai. Vuoi delle risposte? Hai visto come ci stanno guardando tutti? Non ti sembra che i loro sguardi siano diversi da quelli, normalmente impalpabili, che si concedono a due amici seduti al bar?”
“E’ vero, questo lo stavo notando anch’io. Eppure non mi sembra di essere particolarmente eccentrico e, anche la tua, di stranezza, al momento la conosco solo io. Forse abbiamo alzato un po’ troppo il tono della voce ….si è percepito qualcosa …o forse….”
“Zitto un attimo e ascolta. O, meglio guardami. Non noti niente? Occhiali, occhi, capelli, naso, labbra non ti ricorda nessuno? E la mia voce, il modo di gesticolare, quei piccoli trascurabili tic non li riconosci? Sai a volte, mi mangio anch’io le unghie”.
Perché dovrei guardarti per.....oddio….ma tu….è vero sembri…….. anzi sei proprio….porca miseria ..ma…tu…sei io. …ecco perchè.....porca miseria. Ma tu, cioè io..cioè io sono…te. No…ma è impossibile… tu io…. uguale a me….Cavolo!!!” 
Qualche secondo, non troppi, in verità, di stupito silenzio. Com’è possibile?.... Ma che siamo gemelli? I miei non mi hanno mai detto nulla in proposito. E’ vero che non parlavano mai volentieri del loro passato ma…forse questa, almeno da grande me l’avrebbero detta. Sei stato forse abbandonato o…venduto da piccolo? O…forse sono stato venduto io?. O mamma, mamma che confusione……”
“Ma quale venduto, ma quale gemello. Gli studi appassionati che hai portato avanti per tanti anni. In cui io ti portavo per mano, ti indicavo le letture, ti procuravo gli incontri giusti, ti ho lasciato persino dei libri sui treni per farteli trovare “casualmente”. Ero con te quando avesti…, anzi, veramente, ero io a procurartele, quelle tue strane esperienze. I mille discorsi, i mille viaggi alla ricerca di quel qualcosa, del tassello che mancava, le situazioni estreme che ti sconcertavano le hai proprio dimenticate? Eppure ne avevi compreso molto, ti sentivi persino pronto al grande salto. E sono io che, ti ho impedito di farlo, perché pronto non lo eri allora e oggi mi stai dimostrando che avevo ragione, visto che non lo sei neanche adesso.”
“Aspetta quella notte, quando accadde la prima volte…tu eri lì?” “Ovvio! Anzi non ero lì, ero te”. “No, aspetta, non correre se tu eri lì ed eri me, io dove ero?”
“Non ricordi? Ti sei anche spaventato vedendoti nel letto. Dai, possibile che dicevi di aver capito tutto, e adesso che ne hai la prova vivente davanti a te, dubiti in questa maniera?”
“Perché tu non faresti lo stesso? E poi, a cosa dovrei credere? Non sono certo sicuro di poter serenamente decidere cosa pensare di tutto ciò”
“Hai ragione. Probabilmente farei lo stesso anche io. Anzi il mio compito primario è proprio quello di salvarti (o salvarci) da te stesso”.
“E perché in tutti questi anni non ti sei mai fatto vedere? Se è vero che sei stato sempre con me, almeno qualche volta avrei dovuto incontrarti”.
“Ragioni ancora e sempre da stupido, scusami. Hai dimenticato i tre livelli di percezione? Mi stai dimostrando quanto sia facile far finta di non averli. Ecco, quando serviva il mio aiuto,  io ero lì nella parte che tu, troppo spesso, trascuravi. Non perché non sia giustificabile la tua disattenzione. La vita oggi è tremendamente complicata e impegnativa, soprattutto quando ti senti addosso responsabilità e oneri di altre persone care. So benissimo quali e quante prove tu abbia dovuto superare. Ma ogni volta che stavi per cadere io ero lì e ti mostravo una potenziale via d’uscita. Non risolutiva, che quello era compito solo tuo, ma sufficiente a farti rialzare da terra. Non ho mai permesso che ti abbandonassi alla disperazione. Quante volte hai detto a te e agli altri: ”Per fortuna che proprio in quel momento…..” Ecco quel momento te lo preparavo io, sperando che tu fossi in grado coglierlo. E finora devo dire, l’hai, quasi sempre , saputo cogliere. Ecco adesso che, forse il tutto ti è un po’ più chiaro. Vuoi dirmi qualcosa tu?”
“E che dovrei dirti. Io sono qui, tranquillo, convinto di partecipare ad una delle tante manifestazioni, forse inutili, ma che mi fanno sentire a mio agio e…arrivi tu a scombussolare tutto il mio lato razionale e logico faticosamente costruito per centrifugarmi neuroni, sentimenti e certezze. Sei forse quello che i cristiani chiamano angelo custode o quello che gli spiritualisti chiamano spirito guida?” 
“Ma quale angelo custode, quale spirito. Ti ho detto e ripetuto che io sono te. Non sono esterno a te. Sono con te e in te. Tu non saresti completo senza di me e io senza di te. Senza l’uno e l’altro, semplicemente non saremmo. Siamo nati insieme frutto del desiderio di due esseri umani e della legge universale che tende alla completezza e alla perfezione evolutiva. Tu non eri, io non ero, insieme siamo. Le religioni mi chiamano anima, corpo astrale, eterico. La scienza mi definisce inconscio, Es, Io, Super io, la stragrande maggioranza mi identifica genericamente come coscienza. E, detto fra noi, è la definizione che preferisco. Decisamente più laica, più libera meno soggetta a dogmi, precetti o contestazioni con disquisizioni tanto prolisse e dotte, quanto noiose e inutili. Come anima o spirito guida in questo ambiente di miscredenti, prevenuti a prescindere, ci starei a disagio. Come coscienza è il mio, o meglio, il nostro habitat naturale”.
“Senti, non so se sto capendo bene quello che sta succedendo. Forse, tra un po’ mi sveglierò e, magari, avrò dimenticato tutto. Forse è uno di quei sogni lucidi di cui ho letto qualcosa anni fa. Forse è una qualche forma di follia di cui non ho cognizione, qualche forma di Alzheimer che si manifesta in forma acuta. Di una cosa sono sicuro,  non ho fatto uso di droghe o alcool, quindi non è una visione indotta. Forse…..”
“Forse basta, adesso. Ho già abusato troppo della discrezionalità di cui ho potuto usufruire per questa occasione. Sappi che non tutti, anzi, pochissimi hanno di queste opportunità. Dovevo e volevo solo ricordarti che non sei mai solo. Io, anche se non mi vedrai più, sarò, però, sempre con te e in te. Ti chiedo solo di ascoltarmi più spesso, sarebbe un bene anche per me. Sai, qualche gratificazione per il buon lavoro svolto fa bene a tutti. E magari insieme potremmo fare grandi cose, non credi? Ciao…a risentirci presto,. Ovviamente non ti dico per ovvi motivi arrivederci. Non ci vedremo più. Almeno in queste vesti. E’ un momento che dovrai ricordare e farne ciò che vuoi, ma senza possibilità di replica…..”
“No aspetta, non puoi andartene così. Ho mille cose da chiederti, mille curiosità, un milione di dubbi da chiarire”. “Ciao, devo andare…non posso….”
“Fermati….ma che succede… perché ti stai sbiadendo? Dove vai?”.
“…. E adesso dove sei?....Dai fatti vedere. Sembro scemo a parlare da solo….O forse lo sono veramente”.
“Oddio ma che cavolo è successo”.
Intorno la manifestazione si sta avviando alla conclusione. Siamo agli impegni solenni. Alla rivendicazione orgogliosa dei propri ideali e io immagino di avere l’aria stralunata e fessa di un tonno appena pescato.
“Suo fratello è andato via? Prende qualcos’altro?”
“Mio fratello? No, guardi non era…” Lasciamo perdere. Troppo complicato
Il cameriere mi riporta alla realtà e, professionalmente, insensibile mi porge lo scontrino con il conto.
Due caffè! Quindi non ho sognato. Qualcuno c’era, qui con me.
E ha lasciato anche il conto da pagare.
Devo pensare che la mia coscienza, ammesso  sia stata veramente era lei, ha probabilmente  origini scozzesi.
“Tenga il resto”
“Grazie!" "Buonasera.”
Vabbè, torno a casa.
O, forse dovrei dire: torniamo?
“Perchè vieni anche tu, vero?”
.....E silenzio fu!


MIZIO

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