domenica 10 maggio 2026

UTILI SEMPRE. INDISPENSABILI MAI.

 

Ogni tanto è capitato, di ritrovarsi a passare in quello che, fino a pochi anni fa, ha costituito il mio habitat. Non il preferito, ma il principale della mia vita. Quello che, oltre dare la possibilità di vivere dignitosamente. Ha rappresentato pubblicamente e socialmente il mio ruolo nella società e, di conseguenza, ne certificato e legittimato la presenza in questa parte del mondo. In questo preciso momento storico e in questa dimensione esistenziale. Rappresentando, quindi, quasi un ritorno a casa. Un riassaporare, attraverso volti e cose un profumo conosciuto, familiare, rassicurante. Già solo per il fatto di vederlo e percepirlo come sempre uguale, sempre lo stesso. Gli stessi volti, sconosciuti eppur noti. Le stesse ansie, le stesse aspirazioni, le stesse frustrazioni. Tutto sempre uguale, eppure tutto così diverso, quasi estraneo. E si, perchè le sensazioni, le emotività, anche se epidermiche si trasmutano facilmente in riflessioni più articolate, più motivate che si reputano anche, se forse a torto, più profonde e significative. Ad esempio vedere che, nonostante la nostra assenza, le cose continuano a funzionare esattamente come prima, come sempre. Forse, addirittura meglio. Anche se si ha la tangibile sensazione che, per i lavoratori, qualcosa sia ulteriormente cambiato. E non in meglio. Questo, comunque, lungi da essere un colpo alla propria già scarsa autostima, porta ad altre considerazioni. La consapevolezza, non so se più amara o decisamente liberatoria, della nostra non indispensabilità. Anche laddove l'ambiente, le necessità, le contingenze, le scelte o convenienze altrui, ci avevano convinto quasi del contrario. Forse, in modo assolutamente realistico e generoso, possiamo considerarci talvolta utili, ma l'indispensabilità attiene sicuramente ad altri ambiti e ad altri momenti, che non a quelli lavorativi. Soprattutto se svolti per necessità, e non per scelta, piacere o vocazione. Assodato questo, però poi, le riflessioni continuano a prenderti per mano e ad accompagnarti ancora più in profondità. E ti sussurrano domande, dubbi che con il lavoro cominciano ad avere poco a che fare, ma che molto hanno a che vedere con la vita nel suo complesso e nel suo mistero. La nostra indispensabilità come individui su questo pianeta, su questo territorio, in questo momento. Siamo stati sicuramente utili, ma non indispensabili, quando andavamo a scuola. Quando ci hanno chiamato a servire (molto malvolentieri) la patria, Quando si giocava al calcio, o si cazzeggiava con gli amici. Siamo stati utili, certo, in uno scambio di momenti sereni. Ma anche lì non indispensabili. Per non accennare all' impegno sociale, politico per i quali in alcuni momenti, ci siamo sentiti addirittura votati come missionari in un'azione salvifica per il mondo. Acquisendo la consapevolezza che, addirittura, in alcuni frangenti, forse siamo stati più perniciosi che utili. Altro che indispensabile! Forse si è sicuramente più indispensabili (almeno lo si spera sempre) negli affetti personali. Per la compagna, figli, famiglia o per chiunque nonostante tutto, ti voglia bene. Certo, in quest'ambito più ristretto, sembrerebbe più facile certificare una nostra indispensabilità. Ma ne siamo veramente sicuri? Se al posto nostro ci fosse stato un altro, sarebbe stato tanto diverso? Certo qualcuno o anche molti, avrebbero potuto svolgere sicuramente meglio il compito, ma sicuramente altri anche peggio. E ognuno di loro sarebbe stato, nel bene e nel male, assolutamente intercambiabile e non indispensabile. Esattamente come te che vai ad arrotolarti e invischiarti in tali elucubrazioni. Con quesiti apparentemente e sicuramente per molti percepiti come inutili. Ma per tanti altri indispensabili per provare a trovare e dare un senso al proprio posto nel mondo. Provando a condividerli per cercare e stimolare risposte ai tanti perchè. Anche se coscienti che in gran parte, siano destinati a rimanere irrisolti.

Alla fine quindi, accanto alla consapevolezza del nostro essere al massimo talvolta funzionali. Lavorandoci su si può arrivare però, ad acquisire la coscienza che l'indispensabilità attiene esclusivamente ad un nostro individuale, personale, intimo processo di crescita. Il motivo e le finalità di tale processo di consapevolezza e crescita, ovviamente non possono che trasformarsi in una logica e conseguenziale operazione successiva. Ma questo ulteriore step attiene poi, ad altre riflessioni che, ancor più scendono nel profondo e che appartengono poi a convinzioni, visioni, dubbi, percorsi, assolutamente individuali e non facilmente condivisibili o trasmettibili. Se non in quei pochissimi casi in cui la corresponsione d'anima sia assolutamente simile nella comune vibrazione.



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domenica 26 aprile 2026

VIVA IL 25 APRILE

 Ogni anno che passa la celebrazione del 25 aprile, sembra diventare più problematica. Per tutto quello che sappiamo a livello di risultati elettorali nel nostro paese, oltre che per un clima più generale a livello globale.

Ma, detto questo, per molti aspetti, la lettura di questo fenomeno può diventare anche più significativa. A patto che si riesca a mantenere una lucidità e un equilibrio rispetto i processi e i sentimenti, sia collettivi che individuali che tale ricorrenza naturalmente suscita. Dando per scontata una certa retorica connessa a questa, come a tante altre date collettive e simboliche. Retorica giustificata ovviamente da una narrazione accettata collettivamente e non rifiutata o contestabile a prescindere. Se non, in passato, da quei pochi nostalgici, ancora increduli e frastornati dalla loro sconfitta storica e da ciò che ne era derivato. Ma i decenni che sono passati. Le scelte che progressivamente, una classe politica non all'altezza, per non definirla in altro modo peggiore, ha operato. Interrompendo o rendendo più fragile di fatto, il filo che legava quel momento storico alla vita di ognuno. Quel filo rappresentati da una crescita e una progressione democratica di allargamento e riconoscimento dei diritti sociali, civili, individuali e collettivi. Questo ha provocato nel tempo uno scollamento progressivo ma sostanziale e difficile da ignorare nel sentimento comune e collettivo. Scollamento tale ormai,da mettere in discussione addirittura per molti, il ricordarne e riconoscerne il valore.
Ritornando alla necessità di possedere capacità ed equilibrio nel vedere e giudicare tali fenomeni, sembra che non molti ne colgano la portanza e le eventuali gravi conseguenze. Si preferisce fare di questi fenomeni una lettura banalizzata legando il tutto a semplice ignoranza, menefreghismo o collateralita' e complicità col fascismo stesso. Tutti elementi ovviamente presenti e che giustificano anche una reazione di pancia segnata da un frontismo orgoglioso. Cosa confermata anche dal risultato del recente referendum sulla giustizia. Ma questa reazione, se limitata allo sdegno, alla polemica e alle reciproche accuse nelle piazze reali o, più spesso virtuali, poco o nulla cambia dell'esistente. Anzi rischia addirittura di radicalizzare e legittimare ulteriormente, un pensiero "contro". Pensiero che, magari con un'attenzione maggiore, ma soprattutto con un'assunzione di responsabilità cosciente e piena, potrebbe, invece, essere condizionato e indirizzato a tessere quel tessuto connettivo e collettivo. Quello indispensabile per condividere e far sentire come proprie anche determinate ricorrenze. Come appunto la Liberazione e la sua celebrazione il 25 aprile.
Per come è organizzata la moderna società. Per quelle che sono le attuali possibilità, non sembrano esserci potenzialità e possibilità per cambiamenti radicali e rivoluzionari. Ma non sembra neanche che il frontismo fine a sé stesso, di cui sopra, abbia maggiori possibilità, oltre che per qualche vittoria parziale, di poter agire sulle coscienze e suscitare cambiamenti profondi.
Combattere il fascismo condannandone sdegnati la simbologia connessa con tutto il suo ciarpame è logico, doveroso, ma anche estremamente facile. Addirittura è aspetto anche condiviso spesso, dagli stessi nostalgici in doppio petto. Qualora servisse per i loro scopi. Più difficile è condannare quel fascismo non esibito, non sguaiato anzi, addirittura elegante e forbito nel suo agire. Quello che progressivamente, nel recente passato, in nome di non si sa quale bene di superiore interesse, ha impoverito, precarizzato e umiliato proprio quelli che più di tutti dovrebbero essere chiamati a ricordare ed esaltare il 25 aprile. Quel fascismo che si manifesta nel professare il proprio antifascismo di facciata e non sostanziale. Perché ogni scelta che penalizza o umilia i giovani, le donne, i lavoratori è uno schiaffo a chi lotto' per la Liberazione. E un disincentivo per tanti poveracci dal poterne sentire l'immenso valore sulla propria pelle e nella propria vita. Esponendoli, di contro alle contaminazioni di narrazioni interessate e storicamente discutibili.
Quindi, viva il 25 Aprile, viva la Liberazione ma con la consapevolezza che la strada per vaccinarsi definitivamente contro certi virus sembra ancora lunga e impegnativa. E che per essere credibili ed efficaci in questo auspicabile percorso di rinascita politica e culturale sia necessario anche tagliare qualche ramo secco o improduttivo, corresponsabile di tale situazione.
Perché il saluto romano è certamente offensivo e fastidioso, ma molto facile da individuare e contrastare. Meno, molto meno individuare il fascismo latente e subdolo in chi ti sta accanto.
Ma per fare questo ci vuole più impegno, più capacità, meno aria fritta e meno retorica.

giovedì 23 aprile 2026

BORGHESI

 Borghesi

Io vi conosco. Conosco i vostri limiti. Conosco le vostre paure. Conosco le gabbie che avete costruito. Talmente robuste che le vostre anime e le vostre coscienze non ne possono più uscire. Conosco il vostro sguardo, i vostri interessi. Conosco la vostra malcelata soddisfazione nel saper scegliere sempre il più forte. Conosco il vostro ghigno nell' umiliare lo sconfitto. Conosco la vostra incapacità di colorare i vostri giorni se non imbevuti di retorica. Conosco la vostra incapacità critica e la vostra smania di essere accettati.
Ma l'unica paura che non dovete avere è proprio quella. Voi sarete sempre accettati. Il mondo è fatto per voi. Voi che non avete domande, se non quelle per soddisfare i vostri bisogni o reclamare i propri diritti. Voi che fate classifiche tra gli esseri umani. Voi che frequentate le chiese per sentirvi in pace e appena fuori foraggiate le guerre. Voi che siete superiori per fortuna di nascita e non conoscete empatia e misericordia.
Io vi combatto perché vi conosco da sempre.
Perché siete voi che cambiate nome, forma ma che praticate sempre l'opportunismo come sistema di vita. Siete voi che avete permesso di costruire il mondo secondo le misure dei vostri padroni e modelli. E siete sempre voi che ci costringete a definirci comunisti, socialisti, marxisti, progressisti, buonisti o come diavolo meglio credete.
A me sarebbe bastato chiamarmi e sentirmi fratello con tutti.

MIZIO



giovedì 9 aprile 2026

LA RADIO

 



Non ho Sky cinema, nè Dazn calcio, né Netflix o Now TV.  Ovviamente per scelta, non per motivi economici. Perché, magari non  tutti, ma qualcuno avrei potuto  permettermelo tranquillamente. Ma non avendo un rapporto costante, continuo o dipendente dalla TV non ne ho mai avvertito l'esigenza. Qualche Tg (sempre meno anche quelli ultimamente), qualche talkshow (per provare il brivido di spaccare la stessa tv) oltre qualche programma in grado di riempire lo spazio temporale tra la cena e il riposo del giusto. Che siano di intrattenimento, film o qualsiasi altra cosa non esclusa, ovviamente, anche qualche rara partita trasmessa in chiaro. Questo per dire che sono totalmente digiuno e ignorante di tutto ciò che riguarda serie TV, film o altro che sono andati e vanno per la maggiore tra i fruitori di professione di quelle piattaforme. Avevo sempre pensato che il trono di Spade  fosse una variante della briscola o del tresette ove si potesse rispondere anche coppe o bastoni. Considerando che ero rimasto alla storiella della casa di paglia, di legno o di mattoni dei tre porcellini, ovviamente, mi sono ritrovato spiazzato anche dalle meraviglie raccontate e contenute nella Casa di carta. Vabbè queste sono facezie per arrivare a dire che, in un periodo ormai neanche più recentissimo di pandemia e conseguenti  "arresti domiciliari", invece che sottoscrivere un abbonamento a una qualche piattaforma per passare il tempo, ho riscoperto una vecchia amica, la radio. Non che avessi smesso di ascoltarla anche prima, ma certamente, da allora è (ri)diventata una compagnia più costante. Musica, informazione, sport, politica. Ma soprattutto la ricerca di quei programmi considerati trash. Quelli a base di telefonate, irate, sguagliate, così poco politically correct. Con conduttori altrettanto improbabili e sopra le righe. L'equivalente via etere del bar sotto casa o del salone del barbiere di periferia. Hai voglia di leggere trattati di sociologia, articoli puntuali e colti dell'opinionista di turno, o del politico tanto  competente e compreso nel ruolo. È tra queste onde radio misconosciute, viaggiatrici erranti e sorprendenti dell'etere, che si nasconde e si agita il ventre molle del paese. Quello pronto a sbranare tutti, ma che segue sempre il suono accattivante del pifferaio di turno. Quello che ascolta Gigi D'Alessio e si commuove pure sinceramente, magari subito prima e insieme al rapper di periferia che urla la sua rabbia e disagio.  Gli stessi che, per aver letto un post di qualche improbabile tuttologo su FB, sono  convinti di aver capito tutto. E che, al pari di un novello Fantozzi ( per chi ricorda l'episodio) prende coscienza che lo stiano fregando tutti. E il bello, è che è pure vero. È vero che lo stanno fregando tutti. È vero che lui/lei siano le vittime designate di questa società che sta implodendo e che li vuole sempre nel ruolo di vittime sacrificali. E sono sempre loro, gli stessi che, soprattutto chi si ponga o si ritenga  come loro rappresentante o difensore, alla fin fine non conosce e non capisce. Parlano un'altra lingua, vivono da altre parti, hanno altri tempi, altre sensibilità e, soprattutto,  altre priorità. Si disserta di sovranismo, di nuovo ordine mondiale, quando invece qui si rappresenta ancora con orgoglio la supremazia di una borgata o un quartiere rispetto quelli confinanti. Pur mancando la percezione minima del dovere di conoscenza e competenza per essere cittadini attivi, si afferma forte però un disperato e disperante diritto all'esistenza. Diritto sfruttato e utilizzato cinicamente da chi lo sappia meglio indirizzare e strumentalizzare (attualmente i più bravi in questo, sono al governo). Poi ci sono alcuni che di questo diritto si fanno interpreti e testimoni. Ma limitandosi a rappresentare un aspetto quasi estraneo, quasi di semplice carità cristiana o laica che sia. Destinata, fatalmente a rimanere  esempio lodevole, ma incapace di spostare, sia pure  di un solo millimetro le situazioni. Non sembri quindi superfluo, l' invito a tutti coloro che ritengano doveroso impegnarsi per un cambiamento in senso migliorativo. A prestare orecchio e attenzioni anche alle telenovelas di periferia e all' etere trash. Con meno spocchia e puzza sotto il naso, Che forse, possono essere anche più utili e illuminanti  rispetto al tanto figo e sicuramente più culturalmente stimolante, scambio di opinioni sull'ultima serie TV, magari  made in USA.

MIZIO

domenica 29 marzo 2026

Ritorno a scrivere su questo blog dopo molto tempo. E lo faccio riportando una riflessione di qualche tempo fa. Riflessione frutto di un accadimento particolare, ma che, alla luce degli avvenimenti successivi e della deriva attuale, nazionale e globale, mantiene intatta, anzi ne aumenta  valore e significato. Questo vuol dire una sola cosa. Che le sensibilità individuali e le relative capacità e conclusioni, quasi mai hanno le stesse tempistiche e risultanze di quelle frutto di comunicazioni mediatiche. Troppo spesso interessate e funzionali all'ego e gli interessi di una cerchia sempre più ristretta e compresa in un circuito di pensiero escludente dei più. Con il risultato pressochè scontato che, le condizioni dei più poveri scivola sempre più in basso, mentre da quelle parti ci si arrotola nel tormento della comprensione della cosiddetta complessità. trovando soluzione, quasi sempre nella polemica frontista, quasi fine sè stessa. Ragionamento che porta quasi sempre e inevitabilmente, a giustificare le proprie titubanze e scelte ininfluenti per i poveri ma gratificanti e auto promozionali per sè stessi.  



Marzo 2019

-Qualcuno un pochino più attento, paziente e sensibile, avrà notato che negli ultimi tempi la morte di una persona particolarmente significativa, nella mia formazione personale e politica mi ha portato a fare alcune considerazioni. La persona in questione è un prete, Don Roberto Sardelli, cosa strana e sorprendente, per chi mi conosce e sa il mio atteggiamento nei confronti della Chiesa e di tutte le religioni organizzate. Ma una grande persona non può essere aumentata o diminuita nella stima e nella considerazione a seconda dei ruolo ricoperto, soprattutto per chi l' ha conosciuta. Don Roberto ha accompagnato la mia (nostra) crescita nel periodo forse più delicato della vita, quella del passaggio dall' infanzia all'adolescenza. Ha dato un senso compiuto a quella che era la rabbia o la rassegnazione respirata nelle borgate della periferia romana. Ha trasmesso il concetto che non si media quando si parla dei diritti dei poveri. Non si fa politica per sé stessi, ma ci si deve porre al servizio degli ultimi. Che, seppure questo sia possibile farlo soprattutto a sinistra, non deve mai prevalere la logica d'appartenenza sulla necessità di difendere e servire comunque i più poveri. E farlo non con lo spirito delle dame di carità ma con il fuoco sacro della passione per la giustizia. La vita poi, con le sue problematiche e le sue durezze, ci ha allontanato e, negli anni, ho rischiato più volte di far venir meno, quello che era l' intendimento iniziale di servizio. Facendo prevalere un sentimento più egoistico e circoscritto. Quando mi sono accorto di ciò, non ho fatto altro che fare un passo di lato e guardare il tutto da una posizione non predefinita e non sclerotizzata. Ed è quello che sono ritornato a fare adesso. Nel momento in cui già stavo avendo la netta percezione che il dibattito si stava, per l'ennesima volta arrotolando su se stesso e su chi avesse ragione o torto tra chi ci è più vicino, è arrivata la notizia della scomparsa di Don Roberto. Oltre il dispiacere in sé e' stato il motivo per riavvolgere il nastro del mio impegno recente e attuale, scoprendo che stavo sbagliando ancora una volta, nonostante l'età non più verdissima. Stavo facendo anch'io, far prevalere il senso d'appartenenza disperdendo forze ed energie in sterili guerre intestine. Tutto questo per dire che pur non mancando di esercitare critiche, anche pungenti, non intendo arruolarmi per nessuna ulteriore guerra sacra tra compagn*. Guerre che come la logica e la storia ci insegnano, non servono ad altro che a rafforzare l'avversario e, di conseguenza, venir meno al proprio compito primario. Per cui sono consapevole che adesso non sia, visto il momento pre elettorale, quello migliore per fare un ragionamento del genere, ma io credo che, superate le elezioni, il mio impegno e quello di tanti altri dovrebbe essere quello di ritrovarsi in uno spazio neutro, senza bandierina di rappresentanza e verificare se esiste la possibilità di ritrovarsi dalla stessa parte. Con la voglia, non di promuovere sé stessi, ma di trovare il modo di difendere gli ultimi dando vita a qualcosa. Non so neanche cosa di preciso, che però riesca a trovare un tratto unitario nella chiarezza e nella radicalità. Chiarezza nel rifiuto della mediazione e compromissione al ribasso, quindi paletti netti verso chi lo fa (PD e satelliti) ed esclusione, non alla partecipazione, ma alla smania dirigistica di tutti quei personaggi responsabili di tale situazione. Probabilmente sarà questo il tipo di impegno su cui, se si potrà farlo, lavorerò, non demonizzando nessuno, ma nello stesso modo non sposandone alcuno.