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domenica 2 febbraio 2014

IN PRINCIPIO FU LA SCALA MOBILE


Era il 1984 e un rampante Presidente del Consiglio, Bettino Craxi (e sì! I giovani rampanti non sono una novità di oggi), sulla scia del Tatcherismo inglese e dell’edonismo reaganiano, individua nel costo del lavoro e segnatamente nella scala mobile l’origine di tutti i mali italiani e con proditorio colpo di mano ne cancella una buona fetta. Ricordiamo, per i più giovani, che la scala mobile era uno strumento economico di politica dei salari, volto ad indicizzare automaticamente i salari all'inflazione e all'aumento del costo della vita secondo un indice dei prezzi al consumo che fu negoziata nel 1975 dal segretario della CGIL Luciano Lama assieme agli altri sindacati e a Confindustria, atto a recuperare il potere d'acquisto perso dal salario a causa dell'inflazione. In parole povere difendeva i salari dei lavoratori adeguando gli stessi automaticamente al costo della vita.
Il Partito Comunista, segnatamente, nella figura del segretario Enrico Berlinguer, e la stessa CGIL promossero un referendum abrogativo della legge.
Ovviamente gli italiani (ricordiamo che allora la percentuale di lavoratori dipendenti, era molto più alta dell’attuale) seguirono in maggioranza i pifferai magici che pronosticavano in caso di vittoria del si all’abrogazione chissà quali scenari da incubo.
Sulla scia di questa vittoria (risicata) parti l’offensiva neoliberista al costo del lavoro (o meglio al costo del lavoratore). Il governo tecnico Amato nel 1992 abrogò la restante quota che era rimasta della scala mobile, ricordiamo che nel frattempo era morto Berlinguer, si era sciolto il PCI dopo la caduta del muro di Berlino, dando vita al PDS partito più moderno (!) e adeguato ai tempi, e lo stesso sindacato si apprestava a inaugurare la stagione della concertazione nel 1993 che, nei fatti si tramutò in una progressiva ma inesorabile perdita di diritti e rappresentatività dei lavoratori.

L’offensiva era, comunque ancora agli inizi, lungi dal confrontarsi seriamente con i reali motivi della crisi italiana (disuguaglianza sociale, corruzione, evasione fiscale classe politica e imprenditoriale di rapina pronta a scaricare sulla collettività le sue inefficienze e ruberie), l’obiettivo lavoro e lavoratore rimane l’alibi e il bersaglio principale per continuare nell’opera di “modernizzazione”.
Arrivano le leggi sul precariato che introducono forme di sfruttamento del lavoro giovanile a tutto vantaggio dell’impresa (a tutt’oggi abbiamo ancora migliaia di precari di 50 e più anni), partono i processi di privatizzazione e liberalizzazione di interi comparti di servizi pubblici con relative ricadute su occupazione, qualità, investimenti.
Arriva anche l’accellerata sul processo di unione europea che, sospinta da questo vento liberista, si trasforma rapidamente da grande utopia d’unità tra i popoli a freddo calcolatore di interessi e strumento punitivo e coercitivo di diritti e libertà, ovviamente soprattutto dei lavoratori.
Non voglio addentrarmi nei minimi particolari di questo processo che va avanti ormai da oltre 20 anni e che sembra non trovare ostacoli, in cui i diritti sono sempre troppi, dove il lavoro e il lavoratore sono visti non come un strumento necessario e utile allo sviluppo individuale e sociale, ma come un freno e un intollerabile limite al “legittimo profitto” di imprese, lobby e banche. Si demonizzano le idee e proposte che, in qualche misura, possano far pensare a rigurgiti di natura socialista o (orrore) addirittura marxista.
L’essere umano lavoratore, l’unico, forse, insieme all’ intellettuale che contribuisca fattivamente al progresso con la propria manualità o col proprio ingegno è sottomesso e vessato da poteri (politico e/o finanziario) che non avrebbero motivo d’esistere se non ci fosse quella parte produttiva della società.
Questa rapida analisi aveva un fine molto semplice e di facile lettura, dimostrare che, fatti e dati alla mano non era la scala mobile, non era il costo del lavoro, non era e non è l’esistenza di una rete di servizi pubblici ala base delle innumerevoli crisi della società, in questo caso italiana.
Alla base c’è sempre la smania di potere, la corruzione, l’ingiustizia sociale, il voler assicurare fette di profitto sempre più alte per sé e per i propri interessi, follie ideologiche di dominio globale d’origine massone e/o fasciste. Insomma in una sola parola “IL CAPITALISMO” (soprattutto nella sua ultima versione iper-liberista), questo è il vero e unico colpevole della miseria, del mancato sviluppo, della mancata giustizia sociale, della finta democrazia, della corruzione e di uno sviluppo cieco e irresponsabile.
Ogni tanto, magari, ricordiamocelo quando per essere in linea e accettati elaboriamo dotte e fumose teorie pur di non chiamare le cose col loro nome di battesimo.
Ad maiora.


MIZIO

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