giovedì 19 marzo 2015

LE STORIE DEGLI SPAZI BIANCHI: "CIAO MAE'!"



"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


Erano gli anni felici e pieni di aspettative, diplomato fresco alle magistrali (per scelta, dopo aver lasciato il classico) convinto che la mia missione nella vita fosse quella di migliorare il mondo e di conseguenza aiutare a crescere i piccoli con metodi e occhi diversi da quelli della classica scuola di stato in buona parte ancora classista. Imbevuto delle letture della scuola di Barbiana di Don Milani, delle esperienze di didattica sperimentale di Danilo Dolci, della scuola 725 frequentata da me stesso nelle degradate borgate romane, ma soprattutto, di quella meravigliosa energia e positività giovanile che fa ritenere tutto possibile.
Come tutti i neo diplomati presentai subito domanda al Provveditorato per fare supplenze scegliendo un circolo didattico periferico che sapevo avere meno domande e, quindi, più possibilità di lavoro. E infatti in quel primo anno lavorai quasi costantemente pur non avendo avuto il piacere di portare una classe per più di quindici giorni. D’altra parte il mio solo punteggio aggiuntivo era quello dato dall’ottimo voto con cui mi ero diplomato. Fu un periodo frustrante per le mie fantasticherie di giovane educatore ma che, comunque, mi sarebbe servito negli anni a seguire. Si ripartì per il secondo entusiasmante anno di supplenze (Allora ancora non ci si definiva precari, ma il concetto era lo stesso) ed ebbi la casualità di andare per una settimana in una quarta elementare che secondo i rumors di corridoio non sapevo se considerare una iattura o una benedizione. E si, perché l’insegnante titolare pare fosse incinta e con gravidanza a rischio, quindi si prospettava la concreta possibilità di coprire l’intero anno scolastico. La parte meno piacevole era che quella classe era considerata particolarmente impegnativa per la presenza di alcuni bambini rom di cui uno ancor più problematico, Pasqualino, già benedetto da una bocciatura l’anno precedente.
Entrato in classe tra l’indifferenza dei più e la curiosità soprattutto delle bambine, (considerate che si era a cavallo tra gli anni 70 e 80, e non era poi così frequente vedere un giovane maestro maschio, non feci fatica a individuare subito Pasqualino, era in lotta furibonda con alcuni compagni per il possesso di qualcosa che lui riteneva essere propria per averla trovata e gli altri lo accusavano, invece di averla rubata.
Ottenuta a fatica la calma sequestrando preventivamente l’oggetto in questione, passammo alle presentazioni. Data la mia imperizia e inesperienza credo che non abbiano capito molto del pistolotto che mi ero preparato per fare subito bella figura. I bambini non sanno fingere, e i loro sguardi distratti o interrogativi valevano molto più di cento domande. Domande che, comunque, arrivarono soprattutto da parte, come dicevo prima, delle bambine che erano molto interessate alla mia vita sentimentale, e, saputo che non ero fidanzato, si stupirono molto e, in seguito, con il tempo e l’acquisita confidenza mi dispensarono molti consigli utili a trovare una compagna.
Come già accennato in precedenza il mio intento principale era di contribuire a cambiare il mondo, quindi cominciai ad approcciarmi a quella classe e a quei bambini in modo molto informale, facilitato anche dalla giovane età, e confidenzialmente chiesi di essere chiamato per nome e non maestro.
Da quel giorno per quasi tutti diventai Maurizio, per alcuni maestro Maurizio e solo per Pasqualino rimasi il maestro.
A questo punto devo forzatamente illustrare l’ambiente sociale in cui il tutto si svolgeva. Si parla di estrema periferia romana, un quartiere moderno di edilizia economica e popolare dove, a fianco di famiglie di ceto medio impiegatizio, trovarono spazio, grazie alle politiche di integrazione dell’ allora giunta di sinistra a Roma, famiglie con forti disagi sociali provenienti da una delle zone più degradate della città, il Mandrione.
E, tra queste c’erano alcune famiglie di rom (come si vede nulla di nuovo sotto il sole) che portarono oltre la loro presenza e cultura, sospetti e insofferenza. Pasqualino e le sue due cugine facevano parte del programma di integrazione e quindi, diciamo, frequentavano  anche se non  regolarmente, la scuola.
Le due bambine erano più comprese nel loro ruolo di piccole donne già abituate a svolgere lavori casalinghi o a chiedere l’elemosina ai semafori. Tendevano a non mettersi in evidenza più di tanto e erano più portate ad uniformarsi al comportamento delle compagne. Quindi attenzione ai vestiti, anche se miseri, all’acconciatura e alle piccole civetterie tipiche di quell’età. Pasqualino no, lui era ostinatamente e orgogliosamente, compreso nel suo ruolo di diverso e non mancava occasione per dimostrarlo, Chiamarmi maestro e non in maniera più confidenziale, come avevo richiesto, era il suo modo di marcare le differenze con il resto del mondo.
Gli altri, e i suoi compagni in particolare, erano da lui visti non come modelli, ma come nemici. Erano quelli che, anche senza parlare o fare qualcosa di particolare, lo facevano etichettare, comunque, come diverso.
Non stava mai seduto al banco e ,quello era il minimo, usciva quando voleva, si doveva spesso interrompere la lezione per andarlo a trovare, faticava a seguire, si stancava di scrivere, non leggeva perché si vergognava di farlo con molta difficoltà soprattutto di fronte ai compagni.
Presi l’abitudine di metterlo vicino alla cattedra, la qual cosa suscitò
vibranti proteste da parte degli altri, vedendo in quella posizione un privilegio non meritato, anzi.
D’altra parte se lo lasciavo troppo libero di scorazzare faceva man bassa di merendine,  di gomme, matite e qualsiasi altra cosa potesse arraffare. Non lo faceva per bisogno, ma era il modo di affermare il suo predominio su un mondo non suo che  era costretto a frequentare.
La sua casa era abbastanza lontana dalla scuola, io inizialmente andavo al lavoro a piedi, poi arrivando i primi freddi e la pioggia cominciai ad usare l’autovettura. Anche quella cosa suscitava molta curiosità trattandosi di un modello non molto diffuso e considerato strano, che io avevo preso di seconda mano per il suo basso prezzo.
Quella novità fece scattare in Pasqualino l’idea che il maestro in qualche misura potesse essergli utile. Infatti divenni il suo accompagnatore abituale alla fine delle lezioni. Cosa che facevo con piacere avendo così l’occasione di approfondire la conoscenza sua, del suo mondo e, soprattutto, non mi costava veramente nulla. Questo mi permise di entrare in contatto con una realtà che fino ad allora conoscevo veramente poco, quella dei rom in corso di integrazione. Mi avvicinai con umiltà e curiosità, mai con la presunta verità in tasca da sbattere loro in faccia. Superando diffidenze, entrando in confidenza, capii la loro fatica, il modo viscerale e disperato di mantenere le loro tradizioni pur nella consapevolezza di dover scelto un altro tipo di vita. Il loro più grande desiderio era di essere accettati dall’ambiente circostante per quello che erano. Cominciò così un cammino parallelo all’attività didattica vera e propria in cui, grazie a Pasqualino, stavo scoprendo un mondo che aveva tanto da insegnarmi, e a cui tanto volevo dare. Diventai agli occhi dei genitori “normali” il maestro che frequenta gli zingari e ciò comportò problemi con alcuni di loro che paventavano rischi per la salute ed epidemie epocali. In tutto questo l’atteggiamento esteriore di Pasqualino non cambiò di molto, ma cominciò lentamente ad essere più presente e attento a ciò che si svolgeva in classe, non faceva più molte assenze e aspettava con ansia il momento che lo avrei riaccompagnato a casa. Ero diventato per lui un motivo d’orgoglio di cui vantarsi di fronte ai suoi, avere il maestro come autista non era da tutti.
Faticai per organizzare incontri nella scuola tra rom e gli altri genitori e, dirò, le maggiori resistenze venivano proprio da alcune insegnanti che si mettevano di traverso e tentavano di condizionare il resto dell’ambiente. Grazie ad alcuni genitori più aperti, a qualche insegnante più anziano, ma più disponibile, il muro di diffidenza piano piano cominciò, non per tutti ma per la maggior parte, a sgretolarsi. Se non altro ci si parlava e ci si conosceva. Grazie alla mia attività politica, vennero anche, coinvolti successivamente nelle iniziative esterne e nel quartiere. Memorabile rimase una serata autogestita da loro all’interno della Festa dell’Unità. Comunque l’anno si concluse, Pasqualino, al pari di tutti gli altri fu promosso. Facemmo una festa di fine anno ed ebbi l’occasione di provare per la prima volta quel sentimento e quel groppo in gola che ti coglie quando sai di lasciare qualcuno che forse non rivedrai e, soprattutto, qualcuno cui hai lasciato un pezzo d’anima. E ai bambini di quella classe che per la prima volta avevo avuto la possibilità di seguire, un pezzo d’anima e anche di più lo lasciavo veramente.


La mia carriera d’insegnante supplente continuò per altri tre anni, poi le vicende della vita ti pongono sempre di fronte a dei bivi e dovetti scegliere altro, non potendomi permettere il precariato a vita a fronte della ancor più precaria situazione economica familiare.
Passarono diversi anni e, un giorno, incrociando un ragazzo ormai più che adolescente biondo, occhi chiari, con l’aria scanzonata e strafottente tipica di quell’età
mi sentii fissare e poi, passato oltre, chiamare:
”Ciao mae’!”
…..“Ma come, maè, ma nun me riconosci? So’ Pasqualino!”.
“Pasqualino? Ma sei proprio tu? E chi ti riconosceva!”
Ci abbracciammo, lo invitai a prendere un caffè insieme e mi raccontò che, per colpa mia era diventato “l’intellettuale” della sua famiglia, avendo lui , per primo, essere riuscito a prendere il diploma di terza media. Mi disse che aveva una ragazza “normale”, che lavorava come meccanico in un’officina della zona, che voleva sistemarsi e che ai suoi figli avrebbe fatto del tutto per farli studiare. Non avrebbero mai dovuto considerarsi diversi.
Mi prese in giro per la mia macchina dell’epoca e mi fece promettere che, se avessi avuto bisogno di un meccanico sarei dovuto andare da lui.
“Sono bravo sai, e per te prezzi speciali”. Glie lo promisi, ma non mantenni mai la promessa.
Quando ci salutammo per riportare ognuno i propri passi nella propria via mi chiese:
“Ti posso ancora chiamare Maurizio?”
“Devi!”
“Ciao Maurì!.... Ciao Maè!”
“Ciao Pasqualìno”


MIZIO

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