venerdì 6 luglio 2012

PARTITI CONTRONATURA



Sta tornando alla ribalta il tormentone della cosiddetta “antipolitica”, una forma esasperata di protesta sempre più diffusa, contro l’evidente degenerazione del cosiddetto “sistema partitocratico”. E se poi si affrontasse la situazione dal punto di vista ambientale, il giudizio sarebbe ancor più drastico, perché la crisi di rappresentanza politica investe anche e soprattutto l’ecologia.  Ecco perché ora, a caldo e sull’onda dello sconquasso elettorale (non solo italiano), è d’obbligo tornare a parlare della politica, di quella che un tempo era considerata “la nobile arte del possibile”. Ma che oggi appare ben diversa: logora, di basso livello, menzognera, inaffidabile…
Cominceremo con una semplice domanda diretta: ma questi partiti sono davvero “contronatura”? E cioè insensibili ai temi ecologici, e sempre pronti a svendere un paesaggio, un litorale, una foresta o un parco naturale per il proprio tornaconto immediato?  A giudicare da un’inchiesta del Centro Parchi Internazionale, si direbbe proprio di sì. L’indagine, lunga e accurata, ha raccolto non solo dichiarazioni e atti ufficiali, ma soprattutto una quantità impressionante di casi concreti: e prima ancora che venga pubblicata, se ne possono anticipare alcuni risultati.
Anzitutto una constatazione. La conservazione del patrimonio collettivo (paesaggio, demanio, acque, boschi, biodiversità) dovrebbe rappresentare un obiettivo prioritario della società contemporanea, ma al di là di roboanti proclami e superficiali verniciature esterne, nella pratica ciò non avviene quasi mai. Quello che normalmente accomuna tutte le forze politiche in campo (ovviamente con differenze più o meno marcate) è, invece, un cinico spregio per la natura, motivato da ragioni ideologiche, opportunistiche, elettorali… La prova più evidente riguarda soprattutto la Lega Nord: e cioè il partito più devastato, non a torto, nelle ultime votazioni. Vediamo perché.
Una forza politica nuova, di ampia base popolare, radicata tra campagne e montagne, attività produttive e cultura postindustriale aveva fatto illudere alcuni a ben sperare per il territorio. Non solo per la sua iniziale ribellione ai poteri corrotti, o per la scelta del colore verde, ma anche per la frequente ispirazione alla cultura dei Celti, i cui sacerdoti Druidi praticavano con forte convinzione il culto degli alberi, considerati loro numi progenitori.  Ma nella realtà, la Lega ha svelato un volto ben diverso: e analizzandone la storia più o meno recente, sarebbe davvero difficile trovare segni convincenti di sue scelte coraggiose a favore dell’ambiente. Anzi: la sua azione sembra caratterizzata piuttosto dal culto dello sfruttamento delle risorse umane e naturali, del guadagno e del profitto per l’arricchimento proprio o del proprio clan, non importa se e quanto a danno degli altri. Il culmine venne assai bene espresso nel 2003 da uno dei capi indiscussi, di fronte alla rivolta del Mezzogiorno contro le scorie nucleari che il governo voleva scaricare in Basilicata: “Ma certo che le sbatteremo laggiù – avrebbe sentenziato – noi qui vogliamo che la nostra gioventù cresca sana e forte!”. Di qui a un manifesto sulla superiorità della razza, il passo non sarebbe forse troppo lungo…
Sui connotati della Lega Nord è stato scritto molto, sia a livello antropologico che politologico.  Particolarmente interessanti sono lo studio di Lynda De Matteo “L’idiota in politica” (Feltrinelli 2011), che mette in luce il suo carattere di spettacolo buffonesco medievale condito di intemperanza lessicale, e quello di Marco Aime “Verdi Tribù del Nord” (Laterza 2012), che ne denuncia la pericolosa deriva di tipo tribalista. Ancor più decisa la condanna di Piergiorgio Odifreddi nell’articolo “Fine di un troglodita” (Repubblica  14 aprile 2012), in cui sono messi in risalto il progressivo imbarbarimento, l’ottusa xenofobìa e la sgradevole volgarità dilagante. Fino al libretto recentissimo di Furio Colombo “Contro la Lega” (Laterza 2012), che sottolinea il ruolo di un partito che invoca la secessione, esige il potere nel governo della Repubblica e ha ottenuto e usato, per anni, posti chiave senza altri obiettivi che la promozione personale dei capi e dei loro parenti e pupilli.
Non sembra tuttavia che sia stata ancora messa abbastanza in luce la sostanziale, profonda e antidemocratica avversità della Lega ai temi ambientali. Un esempio? Basterebbe pensare al referendum sulla caccia in Piemonte, ostacolato, rinviato e negato con ogni pretesto, proprio mentre l’Unione Europea sta stigmatizzando e sanzionando ancora una volta le continue “deroghe” dell’Italia in campo venatorio, con ammende che noi tutti saremo poi costretti a pagare. Al fondo di questa genesi, figurano i soliti mali dell’Italia regredita a livello tribale: egoismo e ignoranza, e poi idiosincrasia per quel civile rispetto della fauna e dell’ambiente, che ci eleverebbe a livello europeo. Mentre nel doppiofondo, ben insonorizzato, si celano i veri motori degli abusi: sono i rumorosi interessi alle sparatorie dell’industria armiera, per vendere sempre più fucili e cartucce. Alla ricca storiografia della Lega mancherebbe ora quindi soltanto un saggio: l’analisi approfondita sul suo traboccante e disinteressato idealismo.

Franco Tassi      

giovedì 5 luglio 2012



SORELLA LIBERTA’

E mi vieni a trovare,
anche quando non ti cerco.
sulla riva del mare
in attesa di un’ imbarco.
Con un orologio vecchio
conto le ore che aspetto,
in una conchiglia sull’orecchio
tra onde e vento il nome stretto.
T’amo madre, sorella libertà!
Quando sospendo il mio respiro
e ti penso lontana…tu sei qua!

MIZIO 

FOREVER FORNERO



Il ministro Fornero mi piace. Mi piace perché è la “pancia del governo”, lei ogni tanto non si tiene e dice quello che gli altri pensano: tempo fa raccolsi in ambito lavorativo i racconti di alcuni leader sindacali che avevano frequentato i tavoli col governo. Raccontavano che “questi hanno fastidio a parlare dei problemi delle persone reali”. E lei lo mostra, quel fastidio e, dall’alto del suo posto-fisso-con-diritto-acquisito-e-pensione-già-trasmesso-ai-figli, pontifica sulle flessibilità e sui diritti altrui.
Ma questa volta si è superata e, involontariamente, è andata al nocciolo del problema. Vale la pena di fare l’esegesi delle sue ultime dichiarazioni. Dimenticate le smentite, quella è roba buona per il TG1.
“Il lavoro non è un diritto. Il comportamento delle persone deve cambiare. Il lavoro deve essere guadagnato, anche attraverso sacrifici”
Prima frase: “Il lavoro non è un diritto”. Vero, verissimo. Inutilmente dogmatiche le repliche che si rifanno alla Costituzione: è un miracolo di documento, validissimo in molte sue parti, ma è stato scritto 65 anni fa per un paese poverissimo, devastato, dove tutto era da ricostruire. Ovvio che l’unico appiglio comune fosse il lavoro: c’era da fare per decenni. Ora è diverso. Il paese va manutenuto, non ricostruito, produrre a manetta non serve più, perché molti italiani hanno più cose di quante potrebbero servirgli in due vite e mezzo. Amo la mia Costituzione, modernissima nei princìpi, ma dire che la Repubblica Italiana oggi è fondata sul lavoro è come dire che la comunicazione a distanza è fondata sul telefono fisso.
Il diritto da garantire, oggi, non è al lavoro. Il diritto è al reddito, perché in una società che (purtroppo?) non si basa più sul baratto e sull’autoproduzione, il necessario per vivere dignitosamente ce lo si procura attraverso i soldi. E quindi lo Stato si prende cura dei suoi cittadini garantendo loro un reddito minimale nei momenti in cui non ne hanno un altro proprio. Questo è un diritto. Il diritto al lavoro è un ossimoro che nasconde un senso di colpa profondo di sinistra e sindacato, che si comportano come se nascere, avere fame, ammalarsi e non volere dormire all’addiaccio siano delle cose riprovevoli, da espiare lavorando, meglio se per qualcun altro. È vero che gli uomini per larga parte della loro storia non hanno avuto nessuno che gli garantisse alcunché, ma allora a che deve servire il progresso, la scienza, la produttività e tutte quelle belle cose che abbiamo inventato negli ultimi 100-200 anni? Nel mondo attuale, ci sarebbero abbastanza risorse economiche da permettere di ridurre il lavoro senza ridurre il livello generale di vita. Un esempio per tutti: in questo articolo si intervista il filosofo Giovanni Perazzoli, che parla del reddito slegato dal lavoro, cioè del reddito di cittadinanza. Egli racconta come il costo del reddito di cittadinanza, nei paesi che ce l’hanno (tutti tranne Italia, Ungheria e Grecia) sia inferiore al costo che paghiamo per le attuali misure frammentarie e non risolutive di welfare. E allora? Cosa aspettiamo a introdurlo? Qual è il problema?
Il mio ministro preferito direbbe, dopo una raffinata analisi delle sue, che “se dessimo il reddito di cittadinanza non lavorerebbe più nessuno”, al che verrebbe da dire “parla per te”. Perazzoli descrive efficacemente quali e quanti effetti positivi (economicamente positivi) ci sarebbero dall’avere un reddito di base che renda le persone libere dalla schiavitù di dover accettare un lavoro qualunque sia pur di mangiare. Poter scegliere un lavoro che piace aumenta la creatività, la produttività, il benessere, con effetti che producono soldi. Ma queste sono categorie che alla ministra non interessano: lei non è lì per fare la cosa migliore, lei è lì per fare quello che gli hanno chiesto di fare. Ossia? Vedi oltre…
Veniamo alla seconda frase “il comportamento delle persone deve cambiare”. Certo, verissimo. Le persone devono smettere di fare un mucchio di cose, ma non quelle che pensa lei. Devono smettere di guardare il TG1, di comprare il Corriere della Sera, devono piantarla di cambiare telefonino, di fare debiti, di rompere i coglioni ai gay e di votare uno qualunque dei partiti attualmente in parlamento, ma soprattutto devono smetterla di comportarsi come se non si potesse vivere diversamente da come ci mostrano in TV. Porto un esempio semplice, sempre collegato alla Fornero: gli esodati. Io nel mondo bancario ho firmato, da sindacalista, accordi che mandavano colleghi volontari in “scivolo” (così si chiamano in banca i cinque anni di accompagnamento alla pensione, che sono pagati dai bancari stessi e non pesano neanche un euro sull’INPS) e quindi, di esodati, ne ho conosciuti parecchi. Non voglio generalizzare: l’esodato bancario non rappresenta l’universo degli esodati, ma voglio rappresentare una delle realtà possibili; ebbene, quasi nessuno di loro aveva problemi economici seri; era tutta gente con 33, 34 o 35 anni di banca alle spalle, spesso con coniuge anch’esso bancario o comunque lavoratore, senza figli o con figli “sistemati”. A volte persino “single”, di quelli che vivono con la mamma e vanno in vacanza a Rivazzurra da 30 anni sempre nello stesso posto, e ci vanno con l’Autostradale. Casa di proprietà, seconda casa, a volte anche barchetta o camper. Due o tre auto più moto e/o scooter. Casa per i figli, fondo pensione assicurato pagato in parte dalla banca. Le case piene di roba inutile. Ebbene, questa gente mi guardava perplesso quando spiegavo che, se avessero accettato lo scivolo, avrebbero preso il 70-75% dell’ultimo stipendio. Per non lavorare!!!! Come dire: eh, no… troppo poco. E stavano lì, non scivolavano, perché volevano vedere se l’azienda gli dava la buonuscita, mentre fino a una settimana prima si lamentavano un giorno sì e un giorno no del loro lavoro. E torniamo a bomba: ma è proprio sicura la ministra che, se lo stato desse 800 euro al mese a tutti quelli che non lavorano, la gente farebbe la fila per stare a casa? Molti sono schiavi nel cervello: guadagnano per spendere o lavorano per non pensare… a volte entrambe le cose insieme. Si lamentano, ma non rinuncerebbero a un’oncia dei loro strabordanti soldi, in cambio di libertà. E’ vero: il comportamento delle persone deve cambiare, eccome.
Terza e ultima frase: “Il lavoro deve essere guadagnato, anche attraverso sacrifici”. Eh, no, ministra, qui non ci siamo, con gli ossimori non ci sai fare e hai toppato. Cosa significa “guadagnarsi” il lavoro? Qui si capisce che la ministra non ha mai lavorato, nel senso di “compiere un’attività invasiva e logorante per la quale non nutri alcun interesse, esclusivamente per ricavarne dei soldi”. I così detti “posti di lavoro” non sono come i posti alla Scala, cioè dei luoghi dove ci si gode uno spettacolo in tutto relax: sono delle mansioni con le quali si svolgono delle attività, noiose, faticose, stancanti che consentono ad altre persone di ricavarne un profitto. Il signor Profumo non poteva servire da solo i milioni di clienti della sua banca, ci volevano degli impiegati. Il padrone della pizzeria non può contemporaneamente fare le pizze, servire ai tavoli e stare alla cassa: perché lui possa guadagnare con le pizze gli servono dei dipendenti. Ha capito, ministra? Non è il padrone che fa un favore al lavoratore, ma è il lavoratore che è indispensabile al padrone. Certo, ci sono anche le ditte individuali o lavoratori che non producono molto e che i padroni non possono licenziare (sempre meno, eh) ma la gran parte della gente nelle aziende fa qualcosa, svolge delle funzioni, realizza delle cose, esegue dei compiti, che in gran parte non gli piacciono e che fanno guadagnare soprattutto altri. E non si diverte a farlo.
Certo, se ci fosse un reddito di cittadinanza qualcuno potrebbe decidere che si è stufato di far quel lavoro di m… per quel cretino di un capo e magari potrebbe anche riprendersi il suo tempo e cominciare a fare quella tal attività cui ha sempre pensato. E magari quel cretino del capo potrebbe anche scoprire che non era poi così fannullone, quello che se ne è andato, perché ora di impiegati nuovi ne servirebbero due, ma il padrone non assume e lui non sa come fare a garantire le consegne. E intanto il fuggiasco ha iniziato a fare quello che avrebbe sempre voluto fare perché ha un reddito garantito e se va male la sua famiglia non muore di fame. Ed è contento, alla sera gioca con i bambini perché è di buonumore e, guarda un po’, dopo un anno il reddito di cittadinanza non gli serve nemmeno più perché ha ingranato, e i soldi se li guadagna da sè. Mentre il suo vecchio capo ora fatica a trovare nuovi sottoposti, perché dopo un mese lo capiscono subito di che pasta è fatto e che razza di fregatura gli sta tirando e allora se ne vanno e gli dicono “fallo tu, che sei così bravo ‘sto lavoro di m…”. E lui a pensare: “ah, questo c… di reddito minimo, quanti danni che fa, bisognerebbe abolirlo, vedi quanti ne troverei allora… verrebbero gratis, pur di lavorare”
E così il cerchio si chiude, e tutto diventa chiaro, anche cosa ci sta a fare lì la Fornero.


 - Bancario, sindacalista nel sindacato sbagliato, bocconiano con 30 e lode in Analisi dei Sistemi... servirà a qualcosa?


http://www.reset-italia.net/

martedì 3 luglio 2012

LA BUFALA DELLO SCUDO ANTI-SPREAD

“Costi quel che costi, l’euro è un progetto irreversibile”“Si allontana lo scenario del default e del crack”; “SuperMonti ha sconfitto la Merkel”. Così gli “operatori finanziari - quelli che campano e ingrassano “consigliando” investimenti, fondi, speculazioni e scommesse su titoli e valute - hanno salutato nelle ultime ore il “grande accordo antispread” che, dicono, sia stato raggiunto a Bruxelles. Nel dopo-vertice, il delirio autocelebrativo del maggiordomo nostrano della Finanza, Mr. Monti, come sappiamo, è andato in onda praticamente a reti unificate su tutti gli organi di (dis)informazione di massa.





Per tale genio anti-nazionale infatti il varo del Mes, il criminale Meccanismo Europeo di Stabilità ormai vigente, è in realtà “lo scudo” per salvare... l’economia. L’Italia, cioè, dovrà versare anno dopo anno, perennemente, la sua ingente quota di partecipazione a tale “fondo” - gestito sempre dalla troika dell’usura internazionale - che poi presterà “a chi ne ha bisogno” il denaro per pagare i debiti. Debiti da usura che si moltiplicano senza tregua e non finiranno mai.
Sintomatica poi, in particolare, la dichiarazione post-vertice, del Maggiordomo. Per Mr. Monti, “per ora l’Italia non ha intenzione di fruire degli strumenti (per riportare a quote accettabili il divario tra le sue obbligazioni pubbliche e quelle tedesche) perché ce la può fare da sola”.


Ce la può fare da sola? E allora che diamine è andato a fare Mr. Monti a Bruxelles? Non abbiamo già notoriamente un divario tra le nostre obbligazioni e quelle germaniche di oltre 400/450 punti? Le notizie quotidiane che ci giungono dai Templi della Speculazione (le borse) sono dunque false, sono uno scherzetto facilmente risolvibile? E come farà questo governo a togliere, almeno 200 punti di divario di quello “spread”, da solo?


Ci prende, prende tutto il popolo italiano, per un gregge drogato e rincoglionito?
E, Mr. Monti, Lei lo sa come mai sia nata questa crisi monetarista? Certo: ne è ben cosciente. Prima di essere unto “senatore a vita” e inviato per procura a Palazzo Chigi (per pagare subito un debituccio usuraio con la banca di riferimento di suo figlio...) era o no “consulente” - come l’altro Mario, quello che siede sulla Bce - di banche d’affari che speculano sui debiti pubblici e ingrassano sulle insolvenze degli Stati nazionali? E di altre emerite “fondazioni” di economisti e politici, mecenati di se stessi?
Certo, Le è ben noto. Ma vogliamo rammentarlo lo stesso.





La crisi è nata negli Stati Uniti d’America. Sa, quella “federazione” di ex colonie di Londra, dall’altra parte dell’Atlantico. Da lì, da due decenni, una “bolla speculativa” aveva infettato, con i suoi derivati, le sue speculazioni usuraie, mezzo pianeta, Italia della lira inclusa. E nel 2008 è proprio lì che è esplosa: sui mutui su cui banche e finanziarie allegre avevano razziato denaro e dividendi. Da lì si è diretta qui da noi, dove istituzioni magnanime come la sua Goldman & Sachs avevano “investito” sulla crisi finanziaria degli Stati nazionali, in particolare i maiali, i “pigs”...

Ah, Lei dice che qui da noi è un’altra storia? Che le “nostre” (sic) banche sono “forti e immuni da un tale contagio”? Che hanno soltanto bisogno di un po’ di sangue dei popoli (le sue tasse) per sopravvivere?
E di che sono composte le “garanzie” di queste banche?
Già. Forse, Lei, lo ignora. Va bene, La aiutiamo. Se un capofamiglia, un lavoratore, un imprenditore, va in banca per essere “affidato”, qui in Italia deve dare in garanzia le sue proprietà immobiliari. Le case, appunto, o libere o sottoposte a mutuo. Con “fidejussioni” e “ipoteche”.

Ecco, Mr. Monti. Le banche che Lei dichiara “solide” - e che allora chissà perché continua ad aiutare - sono piene zeppe di immobili, mutui, ipoteche. Se crolla il mercato immobiliare crollano pure loro. Ah: se lei metterà i suoi artigli sugli immobili pubblici per fare cassa, provocherà un patatrac: troppa offerta ergo valori generali in ribasso ergo sofferenze bancarie. Ergo crack.
Altro che “Mes”. Altro che “scudo”. Neanche la sua cura da cavallo (con l’economia e il lavoro giunti al lumicino) di tasse e controtasse lo eviterà. (di Ugo Gaudenzi)
http://www.rinascita.eu

sabato 30 giugno 2012

VITTORIA DI MONTI...O VITTORIA DI PIRRO?



LA COSIDETTA "GRANDE VITTORIA" DI MONTI


Puntuale, arriva la dichiarazione delle Merkel: «I paesi i cui bond verranno acquistati dai fondi Esm/Efsf dovranno rispettare condizioni che saranno verificate dalla troika Ue-Bce-Fmi». Altro che festeggiamenti, e ottimi accordi, dunque.

I giornali titolano che quella di ieri è stata una vittoria di Mario Monti, ma le cose in realtà stanno diversamente. Prima la notizia: l'accordo raggiunto, a quanto pare, prevede a grosse linee che da ora in poi vi sarà un intervento diretto del Fondo Salva Stati per andare a calmierare gli spread eventualmente in salita dei Paesi in difficoltà. Una sorta di soluzione per intercettare le situazioni più acute. Questo il punto centrale, a quanto si sa al momento, della riunione fiume di ieri. Trovate le cronache su ogni giornale, dall'asse Monti-Hollande al viso ceruleo della Merkel all'uscita dalla riunione a notte fonda.

Un bell'accordo? Non diremmo, e vediamo il perché, che è unico, ma essenziale.

Intanto registriamo per dovere di cronaca che i mercati stanno apprezzando la cosa, visto che le Borse al momento riprendono fiato (dunque gli speculatori al rialzo guadagnano) e che gli spread diminuiscono. Quello dell'Italia passa in poche ore dai 470 punti di ieri ai 410 attuali (ore 11). Quattrocentodieci, sia chiaro: molto al di là, in ogni caso, della soglia di sicurezza citata da Monti stesso a suo tempo, ma insomma per il momento in discesa.

Gli sherpa dei vari governi stanno preparando la bozza del testo che, secondo le previsioni, dovrebbe essere approvato il prossimo 9 luglio.

Ma cerchiamo di capirne l'essenza. Dunque, per calmierare gli spread - cioè quello che chiamano strumento per la stabilizzazione europeo – si prevede che il Fondo Salva Stati intervenga direttamente in caso di difficoltà. La novità risiede nell'utilizzo automatico del Fondo in tali occasioni, ma essa non cambia la situazione, per un motivo ben preciso: il Fondo Salva Stati è alimentato dagli Stati stessi. Si tratta di denaro che ogni Stato dell'Unione versa nel Fondo per soccorrere i paesi in crisi (attenzione: non cadiamo nella falsa dichiarazione di Monti secondo la quale il meccanismo non peserà sui bilanci degli Stati: il meccanismo pesa eccome, visto che il Fondo in ogni caso è sempre composto dal denaro dei vari Stati). 

Dunque, mediante il Fondo, gli Stati si tassano per diventare soccorritori. Orbene, nel momento attuale, gli Stati stanno passando, tutti, tranne la Germania, dalla situazione di soccorritori a quella di soccorsi. Dunque chi fino a ora poteva soccorrere ha bisogno adesso di essere soccorso. E cosa succede quando sono più numerosi gli Stati a dover essere soccorsi rispetto a quelli in grado di soccorrere? Fin troppo semplice la risposta. Il Fondo Salva Stati è destinato presto a esaurirsi e dunque a dover essere incrementato. Da chi? Da chi può, ovvero solo la Germania. E siamo - saremo - da capo.

Ecco il motivo della dichiarazione della Merkel che abbiamo citato in apertura. Dichiarazione che è destinata ovviamente a incrinare tutte le decisioni strombazzate dai media in queste ore. 

Ultima nota, che non ci sembra di poco contro: a quanto pare tale nuovo meccanismo sarà messo in opera dalla Bce. In altre parole, il Fondo Salva Stati interverrà automaticamente nei casi di difficoltà dei paesi sotto la supervisione della Banca Centrale Europea. Come dire, sarà Mario Draghi a gestirlo. Una Banca privata, che già gestisce il denaro in circolazione a monte, ovvero nel momento della sua creazione, adesso lo gestirà anche a valle, ovvero dopo che gli Stati lo avranno messo a sua disposizione, attraverso il Fondo, per calmierare i mercati.

E allora, si tratta di un bell'accordo, come ci ripetono da tutte le parti, o di una ennesima, ridicola, inutile e ipocrita illusione?

Valerio Lo Monaco

www.ilribelle.com

PINK FLOYD- COMING BACK TO LIFE



MUSICA STUPENDA, IMMAGINI SPETTACOLARI
























venerdì 29 giugno 2012

MINISTRA FORNERO, TE LO SPIEGA DI VITTORIO…


«Nell’intervista odierna al quotidiano statunitense il ministro ha fatto riferimento alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro». È la precisazione che arriva dal ministero del Lavoro, a stretto giro dalle dichiarazioni della ministra Fornero, che in un’intervista al Wall Street Journal aveva affermato che «il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio». Se l’ho capita bene, questa precisazione rimane del tutto inutile, rispetto alle giustificazioni della Fornero, che nella stessa nota ha cercato di spiegare c he «Il diritto al lavoro non è mai stato messo in discussione come non potrebbe essere mai visto quanto affermato dalla nostra Costituzione».
Giuseppe Di Vittorio, oggi più che mai compianto segretario generale della Cgil, probabilmente spiegherebbe alla Fornero quanto scrisse nel 1952, nei giorni del congresso della Cgil, e cioè che la Carta costituzionale «garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dalla azienda». In sostanza, non può esserci differenza, nella garanzia dei diritti del lavoro costituzionalmente sanciti, tra quanto avviene nel cosiddetto mercato del lavoro e quanto avviene sul posto di lavoro.
Ma questo, evidentemente, è un concetto che non può essere chiaro alla ministra Fornero, così ubriaca di neoliberismo da vedere, nel mercato del lavoro, solo curve di domanda e offerta e diagrammi e numeri e non anche, come dovrebbe essere, uomini e donne in carne ed ossa che quando parlano di “lavoro” pensano alla “dignità”.