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sabato 16 agosto 2014

COMPLICANZE



La vita è complicata, lo sappiamo bene tutti. La prima è più inspiegabile complicazione è la vita stessa. II suo mistero, il miracolo, per molti la dannazione.
Questo aspetto, però, ancorchè fondamentale, in genere, viene risolto ignorandolo o affidandosi alla scienza, alla religione o a qualsiasi speculazione filosofica ci trovi più o meno convinti, trattandosi alla fine sempre di un atto di fede, quindi estremamente intimo e personale.
Qui vorrei, invece, trattare brevemente dell’organizzazione delle nostre vite improntate ad una sempre maggiore difficoltà di comprensione e di applicazione.
L’essere umano nasce, cresce, si istruisce, lavora avendo fondamentalmente pochi obiettivi da raggiungere e poche necessità da soddisfare. Il mangiare, il bere, il ripararsi, il riprodursi in attesa di quella che è l’unica cosa semplice e sicura: la fine.
Ovviamente è una semplificazione volutamente eccessiva, perché per soddisfare questi bisogni primari, ci possono essere milioni di modi diversi, tra cui alcuni che potrebbero essere non giusti e deleteri per gli altri. Ecco allora che intervengono le regole, le leggi, che, più la società evolve, più diventano complesse e articolate. Nascono così figure nuove: i tecnici, gli esperti che interpretano e spiegano le leggi: avvocati, giuristi. Altri che le applicano e sanzionano il non rispetto delle stesse forze di polizia, magistrati  e altri organi di giustizia.
L’aumento costante della popolazione comporta altri obblighi: l’uso razionale delle risorse, degli spazi, della libertà altrui. L’evoluzione dell’essere umano nel suo movimento temporale ha reso il singolo sempre più cosciente di questa necessità, il pubblico (la società) sempre più impegnata a complicare ciò che apparentemente dovrebbe essere semplice e naturale a questo punto dello sviluppo societario.
Ci chiediamo, allora perché così non è’ Perché in nome di una legalità che sempre meno fa rima con giustizia, si immolano intere vite e interi popolazioni al rispetto di regole astruse e complicate che, invece di semplificarne la vita, la rendono un ginepraio inestricabile e foriero di guai e problemi?
Forse è la smania ancestrale e forse, innata, che alcuni tra gli esseri umani, portano con sé: l’amore smodato per il potere e la sopraffazione con ciò che comporta in termini di gratificazione e rendiconto personale.
Le costituzioni degli stati e i loro codici giuridici potrebbero essere tranquillamente sostituite da pochi articoli tra cui il più importante dovrebbe essere il rispetto del prossimo e della massima condivisione di beni e saperi per il godimento degli stessi dalla totalità delle persone.
Eppure è la cosa più difficile da ottenere e si viene tacciati , nel migliore dei casi, di utopia, nel peggiore di essere comunisti (cosa che per la maggior parte sembra essere un’infamia). Quindi il potere e le persone che si dedicano all’adorazione e all'applicazione di principi diversi, operano in senso esattamente contrario al buon senso, complicando all’eccesso e condizionando ogni piccolo e più insignificante aspetto della vita. Per ottenere ciò non essendo, almeno nella moderna società occidentale, sufficiente la parola dispotica del re o del nobile signorotto, si condiziona la massa con una serie di informazioni e distorsioni della verità sino ad ottenere l’adesione della maggioranza a ciò che si considererà come l’unico modello possibile e  praticabile e, per questo, pronta anche a lottare e ad accettare sacrifici sulla propria pelle considerati, a questo punto, necessari.
Ci saranno esperti economisti che a fronte di una super produzione alimentare, ad esempio, ci spiegheranno con dotte e approfondite teorie, che parte di queste, invece di essere distribuite e utilizzate per tutti debbono essere distrutte pena il crollo dei prezzi. Ci convinceranno che un movimento di pezzi di carta (titoli) effettuato con un click del mouse a Singapore rende giusto e plausibile che si abbassino le pensioni e i salari in un qualsiasi altro paese. Come ci hanno convinto che la nostra vita debba essere sacrificata sull’altare del dio profitto in nome di un teorico benessere collettivo che, molto poco casualmente, riguarda sempre e solo un’elite.
Hanno sposato e pubblicizzato  il modello competitivo come l’univo possibile  per soddisfare e solleticare i più bassi istinti delle persone, considerando falliti coloro che non reggono o non condividono tale modus vivendi, premiando, invece, all’eccesso coloro che immolano la propria vita, la propria e altrui felicità all’inseguimento della chimera chiamata successo.
La vita è semplice e semplice deve essere la sua lettura, la complicazione è nemica della vita, della verità, della giustizia. Diffidiamo da chi complica la vita, di chi impone assurde regole che ci legano alle bizze e all’interpretazioni degli Azzeccagarbugli di turno essi stessi strumenti più o meno coscienti del perverso meccanismo. Questi troveranno la loro soddisfazione nel ritenersi esperti nell’interpretazione, il più delle volte a danno o vantaggio di pochi, delle norme, dei vincoli e dei lacciuoli ad arte creati e imposti ai più.
Vediamo lo stupore e l’ammirazione con cui valutiamo i laureati in una determinata università anziché in un’altra e poi li vediamo per il resto della loro vita incapaci di distogliere lo sguardo dall’ unica visuale che è stata imposta loro, non fermandosi mai a riflettere che forse possa essere tutto un bluff alimentato ad arte e loro stessi strumenti utilizzati per scopi che non sono i propri.
Solleticare l’orgoglio e la vanità di alcuni per farne strumenti di pressione e convincimento delle masse è uno dei moderni sistemi di controllo e indirizzo del pensiero.
Le guerre distruggono vite, speranze, futuri eppure grazie a queste tecniche e a questi interpreti vengono recepite e rese, anche moralmente, accettabili, anche quando, non la virtù dei santi, ma il semplice buon senso porterebbe a giudicarle una follia.
Tutto questo detto finora non deve far pensare ad una mia propensione a stili di vita francescani o improntati al  mero soddisfacimento dei bisogni materiali. Al contrario il non creare complicazioni all’individuo tali da dover immolare la propria esistenza al reperimento del necessario per sé e i propri cari, permetterebbe a tutti di coltivare sentimenti e culture più affini al proprio intimo sentire. Avremmo più cultori del bello in tutte le sue manifestazioni artistiche e naturali. Avremmo un maggior rispetto di sé e dell’ambiente che ci circonda, non avremmo gli eccessi tipici di questa società che marcia a ritmi insostenibili verso l’autodistruzione. Avremmo medici, artisti, scrittori, scienziati che seguiranno le proprie naturali inclinazioni senza il miraggio del potere che questo comporta attualmente. Avremmo vite in cui non saremmo incatenati al bisogno e al mero lavoro per la sopravvivenza, ma vite in cui si potrà essere operai e intellettuali allo stesso tempo, non essendo necessario esibire titoli accademici per poter dedicarsi allo studio e al libero pensiero.
Se ci pensate questi sono principi presenti in tutte le maggiori religioni e in molti sistemi politico-sociali eppure, pur essendo alla base teorica del pensiero della stragrande maggioranza, vengono lasciate sullo sfondo a far da tappezzeria a tutt’altri modelli.
Ad maiora


« La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità. »
C.Bukowski


MIZIO

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