Film documentario di Fabio Grimaldi sulla straordinaria esperienza umana, politica e di testimonianza di Don Roberto Sardelli e della "Scuola 725" nel borghetto romano dell'Acquedotto Felice negli anni che vanno da 1968 al 1973.
lunedì 11 marzo 2019
giovedì 13 dicembre 2018
La Giunta Zingaretti favorisce la speculazione immobiliare nei parchi naturali del Lazio.
Lo scorso 12 settembre 2018 è stato approvato, con emendamenti, l’articolo 3 della proposta di legge regionale n. 55 del 2018 sulla semplificazione amministrativa effettuata dalla Giunta regionale del Lazio, presieduta da Nicola Zingaretti, che ha modificato l’art. 26 della legge regionale Lazio n. 29/1997 e s.m.i. sulle aree naturali protette.
La modifica riguarda la procedura di approvazione dei piani dell’area naturale protetta (parchi e riserve naturali), ora impera il silenzio – assenso: “trascorsi tre mesi dall’assegnazione della proposta di piano alla commissione consiliare competente la proposta è iscritta all’ordine del giorno dell’Aula … Il Consiglio regionale si esprime entro i successivi centoventi giorni, decorsi i quali il piano s’intende approvato”.
In precedenza, la Giunta regionale, entro 90 giorni, raccoglie i necessari pareri esterni e ne formula uno complessivo, poi assegna la proposta alla Commissione consiliare competente, che – sempre entro altri 90 giorni – invia la proposta di piano all’Aula per il pronunciamento definitivo.
In realtà, può mancare qualsiasi pronunciamento, perché è sempre previsto il silenzio – assenso. In complessivi sette mesi di silenzio – assenso il piano dell’area naturale protetta può esser approvato senza la benchè minima discussione.
Una vera e propria autostrada amministrativa per favorire le più devastanti speculazioni immobiliari anche nei parchi e nelle riserve naturali del Lazio.
Qualche esempio: la proposta di piano della riserva naturale “Tenuta dell’Acquafredda” prevede ben 180 mila metri cubi di volumetrie “a scopo socio-sanitario” per la “valorizzazione di terreni di proprietà dell’ente ecclesiastico” Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica, il Vaticano, per capirci, mentre numerosi interventi di grave trasformazione del territorio avverranno mediante piani ambientali di miglioramento agricolo (PAMA) comprendenti impianti di compostaggio, centro di vendita ortofrutticola e nuove volumetrie (es. Quarto della Zolforatella).
L'operazione è decisamente grave sul piano politico-ambientale, ma rivela anche profili di incostituzionalità, visto che contrasta con gli articoli 12, 22 e 25 della legge n. 394/1991 e s.m.i. sulle aree naturali protette, legge quadro che vincola anche le normative regionali e che prevede la valenza di piani paesistici per i piani delle aree naturali protette, obbligando la Regione alla co-pianificazione con il Ministero dell’ambiente e con il Ministero per i beni e attività culturali.
Se la legge regionale, una volta approvata, conserverà tali aspetti, il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus rivolgerà un’istanza al Governo perché la impugni (art. 127 cost.) davanti alla Corte costituzionale per lesione delle competenze statali in materia ambientale (art. 117, comma 2°, lettera s. cost.).
Come avvenuto per i tagli boschivi nella riserva naturale “Decima – Malafede” della primavera 2018, più volte denunciati dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus in tutte le sedi, emergono gravi omissioni e assordanti silenzi nell’attività gestionale delle aree naturali protette del Lazio e di Roma Capitale in particolare, segno evidente che la speculazione e la difesa degli interessi particolari sia amorevolmente considerata in via trasversale fra le forze politiche.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
La modifica riguarda la procedura di approvazione dei piani dell’area naturale protetta (parchi e riserve naturali), ora impera il silenzio – assenso: “trascorsi tre mesi dall’assegnazione della proposta di piano alla commissione consiliare competente la proposta è iscritta all’ordine del giorno dell’Aula … Il Consiglio regionale si esprime entro i successivi centoventi giorni, decorsi i quali il piano s’intende approvato”.
In precedenza, la Giunta regionale, entro 90 giorni, raccoglie i necessari pareri esterni e ne formula uno complessivo, poi assegna la proposta alla Commissione consiliare competente, che – sempre entro altri 90 giorni – invia la proposta di piano all’Aula per il pronunciamento definitivo.
In realtà, può mancare qualsiasi pronunciamento, perché è sempre previsto il silenzio – assenso. In complessivi sette mesi di silenzio – assenso il piano dell’area naturale protetta può esser approvato senza la benchè minima discussione.
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| L'antica torre dell'Acquafredda |
Una vera e propria autostrada amministrativa per favorire le più devastanti speculazioni immobiliari anche nei parchi e nelle riserve naturali del Lazio.
Qualche esempio: la proposta di piano della riserva naturale “Tenuta dell’Acquafredda” prevede ben 180 mila metri cubi di volumetrie “a scopo socio-sanitario” per la “valorizzazione di terreni di proprietà dell’ente ecclesiastico” Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica, il Vaticano, per capirci, mentre numerosi interventi di grave trasformazione del territorio avverranno mediante piani ambientali di miglioramento agricolo (PAMA) comprendenti impianti di compostaggio, centro di vendita ortofrutticola e nuove volumetrie (es. Quarto della Zolforatella).
L'operazione è decisamente grave sul piano politico-ambientale, ma rivela anche profili di incostituzionalità, visto che contrasta con gli articoli 12, 22 e 25 della legge n. 394/1991 e s.m.i. sulle aree naturali protette, legge quadro che vincola anche le normative regionali e che prevede la valenza di piani paesistici per i piani delle aree naturali protette, obbligando la Regione alla co-pianificazione con il Ministero dell’ambiente e con il Ministero per i beni e attività culturali.
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| Decima, Castello di Monte di Leva |
Se la legge regionale, una volta approvata, conserverà tali aspetti, il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus rivolgerà un’istanza al Governo perché la impugni (art. 127 cost.) davanti alla Corte costituzionale per lesione delle competenze statali in materia ambientale (art. 117, comma 2°, lettera s. cost.).
Come avvenuto per i tagli boschivi nella riserva naturale “Decima – Malafede” della primavera 2018, più volte denunciati dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus in tutte le sedi, emergono gravi omissioni e assordanti silenzi nell’attività gestionale delle aree naturali protette del Lazio e di Roma Capitale in particolare, segno evidente che la speculazione e la difesa degli interessi particolari sia amorevolmente considerata in via trasversale fra le forze politiche.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
Postato 18th October da Amici Riserva di Decima
lunedì 19 novembre 2018
IL TEMPO DEI RESTI!

C'è qualcosa di indefinito, di non esattamente inquadrato e inquadrabile e che porta questi tempi ad essere difficilmente catalogabili o definiti in modo preciso e significativo. Sono i tempi delle grandi paure e della temuta fine delle speranze. Delle grandi conquiste e delle ancor più grandi ingiustizie. Delle grandi prospettive fantasticate e delle miserie effettivamente vissute. Delle grandi promesse, delle grandi potenzialità e del nulla possibile. Del grande ingombrante passato e dell'imbarazzante limitato presente. In mancanza di chiavi di lettura più convincenti e chiarificatrici credo di non essere blasfemo e troppo lontano dalla realtà se, senza paura di essere criticato, mi sento di definirlo come il “tempo dei resti”. Perchè dei resti? Perchè nell'incapacità acclarata di elaborare nuovi modi e nuovi pensieri, siamo talmente immersi nel nulla esistenziale contemporaneo capace di sterilizzare e rendere meritevole di sbeffeggio qualsiasi tentativo di rilettura o di arricchimento originale del presente. Quindi, per costrizione o per scelta, ci si trova a contentarsi dei resti. Per incapacità o timore dell'ignoto nei nostri resti ci illudiamo di ritrovare il tutto.Resti o briciole di un cosiddetto benessere consumista elevato a modello unico e possibile dell'umana esistenza la cui torta sempre più grande ma sempre più riservata a una platea ancora più ridotta e privilegiata. A fronte del sempre più tangibile e sempre più probabile rottura degli ultramillenari equilibri naturali del pianeta, ci contentiamo di godere dei resti di una natura ridotta a mera testimonianza e considerata, al massimo, come fonte di guadagno e non elemento insostituibile e imprescindibile della vita stessa. Nel migliore dei casi difendiamo quei resti rinchiudendoli in riserve e parchi come isole assediate e circondate dal marciume.
Su un
piano decisamente meno materiale, avventurandoci nell'intimo di
ognuno vediamo che spesso, ci si contenta dei resti emotivi ed
emozionali derivanti dagli scoop del pomeriggio trash della tv o del
Web. Nei rapporti interpersonali ci si fa bastare i resti
sentimentali in cui, progressivamente l'io prevale decisamente sul
noi. L'altro visto come fattore limitante e concorrenziale piuttosto
che come completamento e arricchimento.
In
questi tempi di resti e di incompitezza dove sono le speranze? Dove
si manifestano le potenzialità di riscatto, di maturazione
complessiva e di presa di coscienza?
Fino ad
oggi abbiamo dovuto assistere ad un'azione ideale, filosofica,
religiosa e politica (non scandalizzi l'accostamento di questi
elementi) che tenta di sopravvivere grazie all'uso dei resti. Resti
di ideali e ideologie cui non sono stati forniti i necessari
aggiornamenti e le imprescindibili mutate condizioni d'essere.
Facendosi bastare troppo spesso l'uso retorico dei resti di slogan e
simbologie che, gratificano, purtroppo, quasi esclusivamente chi le
espone orgogliosamente.
L'incapacità,
ormai acclarata di analisi, di incisione sul presente, di
rappresentanza, ha lasciato ampio spazio a quelli che possiamo
definire i resti più deleteri del dibattito.
Rabbia,
rancore, spirito di vendetta conditi da ignoranza e la presunzione
tipica dei pensieri corti e asfittici sono ormai i tratti
predominanti dei rapporti, non solo politici, ma sociali e
collettivi.
Prima o
poi i resti non basteranno neanche più.
Cosa ci
dobbiamo aspettare allora? Un imbarbarimento ancora più devastante
che ci riporti a tempi ancora più bui o un'improvviso, e ad oggi non
preventivabile, scatto d'orgoglio che riscatti le attuali miserie?
Qualunque
sia o sarà il domani, chiunque ne abbia coscienza ha il dovere di
provare a cambiare prima di tutto sé stesso e integralmente, con la
coscienza che i resti nella vita spesso andranno a finire
nell'indifferenziato.
Ad
maiora
MIZIO
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utopia
martedì 30 ottobre 2018
SE 12 ANNI VI SEMBRAN TROPPI!

Gli scienziati dell' Onu hanno dato l'allarme:”12 anni per salvare il mondo”. Questo è il limite temporale per poter sperare di invertire la tendenza al riscaldamento globale che potrebbe scattare e superare il famigerato grado e mezzo arrivando ai due gradi di aumento della temperatura con conseguenze disastrose e senza possibilità di ritorno. Scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, desertificazione progressiva. Scomparsa di migliaia di specie vegetali e animali e cambiamenti complessivi e drammatici per l'accesso all'acqua e alla possibilità stessa di vita per come la conosciamo. E' vero che di allarmi del genere negli ultimi decenni ne sono stati lanciati molti e, quasi sempre l'accusa preconcetta di catastrofismo li ha depotenziati facendoli scivolare nella considerazione alla stessa stregua della storia di Pierino e il lupo.
E
adesso, che sembrerebbe che il lupo sia arrivato veramente, e stia
proprio dietro la porta di casa, pare quasi che la cosa non ci
interessi più di tanto. E' vero che è aumentata di molto la
sensibilità del singolo verso gli animali o verso la salvaguardia di
piccoli o grandi porzioni di territorio da tutelare. Cose ottime,
cose da sviluppare e apprezzare ma che non incidono se non in minima
parte sul risultato finale. Salvare il cucciolo di cinghiale o il
piccolo riccio sulla strada è cosa buona e giusta come impegnarsi
per la salvaguardia del fazzoletto di verde sotto casa. Ma hanno un
effetto positivo quasi esclusivamente per noi stessi e il nostro
impegno ma hanno un impatto prossimo allo zero se non c'è
un'attenzione pari o superiore al mantenimento dell'equilibrio
ambientale complessivo. E questo, purtroppo sfugge alle possibilità,
anche le più positive del singolo, ma rientrano in quelle assunzioni
di coscienza e responsabilità che devono diventare collettive. Per
far questo bisogna ripensare complessivamente e non settorialmente,
l'organizzazione stessa della società. Ripensare la mobilità del
singolo e di conseguenza, l'organizzazione del lavoro. Andare verso
un lavorare meno, lavorare tutti e lavorare meglio. Ripensare il
consumismo sfrenato, con i suoi ritmi infernali di produttività
(crescita) malata e destinata fatalmente a infrangersi contro
l'esaurimento delle fonti non rinnovabili di materie prime e la
desertificazione del pianeta. Spostare le risorse ancora disponibili
verso una loro redistribuzione più equa affinchè i cambiamenti
necessari siano più facilmente accettati dalla gran massa.
Introdurre come legge ineludibile né quella divina né tantomeno
quella di mercato ma solo ed esclusivamente quella della natura e
delle sue potenzialità, enormi ma non infinite, di produrre e
garantire benessere e sopravvivenza a tutti se rispettata. Sviluppare
cultura e conoscenza quale principale se non unico argine,
all'ignoranza e all'incapacità di comprendere i processi sia sociali
che naturali. Così, come sarebbe un argine alla sovrappopolazione,
soprattutto nei paesi più poveri, con la valorizzazione e il
riconoscimento della funzione e delle potenzialità delle donne,
ancor oggi troppo limitate nel loro essere in quei paesi.
Per non
parlare dell'inquinamento atmosferico e delle acque, del consumo
continuo di suolo, della pesca intensiva che sta spopolando interi
oceani, delle miliardi di tonnellate di plastica e altri rifiuti che
contaminano e alterano equilibri biologici frutto di milioni di anni
di evoluzione. Questo quadro mette paura solo a immaginarlo,
figuriamoci a doverlo vivere come stiamo facendo e come tragicamente
si aggraverà non tra un secolo ma già da domani. Conviene allora,
come struzzi mettere la testa sotto la sabbia e fare finta che non
sia così? Magari sperare in maniera fatalistica o fideistica che
qualcosa cambi o, come nella famosa opera di Eduardo, tanto “Addà
passà a nuttata”! La nuttata che stiamo contribuendo, con i nostri
silenzi, con il nostro disinteresse a costruire non passerà, se non
in tempi misurabili in secoli e solo con un'inversione totale del
nostro modello di sviluppo.
Fatto un
elenco e un quadro non terroristico, ma realistico, delle prospettive
a breve rimane da stabilire cosa possiamo ragionevolmente fare.
Diciamo che parliamo di piccole speranze, ammesso che ancora sia
possibile coltivarne. Si può, ragionevolmente, pensare di operare
svolte così radicali e impattanti se continuiamo ad avere come
riferimenti i dati dei vari PIL dei vari paesi, del Moloch del
debito pubblico, di una crescita misurata in miliardi di ore
lavorate o miliardi di prodotti immessi sul mercato? Come si potrà
convincere i potenti della terra (economici, finanziari e politici) a
rinunciare al proprio disegno egemonico sul pianeta e sulla vita
dello stesso? Non lo si potrà certo fare se guardiamo, ad esempio, a
come la maggioranza degli elettori nel nord e nel sud del pianeta si
sta esprimendo. Si premiano candidati e forze politiche che fanno
della cementificazione, della distruzione del territorio dello
sfruttamento intensivo e pronta cassa delle risorse e delle fonti
energetiche non rinnovabili la propria Bibbia. I Salvini in Italia,
Ii Trump in America e i Bolsorano in Brasile ne sono solo gli ultimi
e più rappresentativi esponenti. Rappresentano esattamente e senza
gli infingimenti cui altri ricorrono, lo spirito predatorio ed
egoista del peggiore essere umano. Visione in cui si privilegia il
singolo, il suo egoismo, la competizione anziché valorizzare una
visione, meno gratificante per il singolo ma drammaticamente
necessaria, basata su rispetto, solidarietà, equilibrio tra gli
esseri umani e l'ambiente tutto.
Questo
sarebbe il compito storico che toccherebbe alla sinistra e a chiunque
abbia nel pensiero solidale e altruistico il faro nella propria vita.
Purtroppo
è un compito storico che, a questo punto possiamo definire
tranquillamente in gran parte fallito. E, con altrettanta certezza
possiamo certificare che non c'è alcuna capacità o voglia di
prenderne atto.
Dodici
anni, ma fossero anche cento, per l'universo sono meno di un battito
di ciglia. Per la Terra, i suoi abitanti e il genere umano sono
l'attuale limite tra la possibilità di continuare a vivere o
scegliere, invece, un suicidio collettivo.
Ad
maiora!
MIZIO
sabato 13 ottobre 2018
LA' DOVE PISCIANO I CANI
Ci sono più cose negli spazi bianche fra le righe che nelle parole scritte.
Breve estratto iniziale di un testo, in gran parte autobiografico che prima o poi vedrà la luce!
La' dove
adesso portano a pisciare i cani, ho dormito io. Sembra impossibile
che un prato, fortunatamente diventato un parco strappato alla
speculazione edilizia, possa aver ospitato, neanche troppi anni fa,
un'intera comunità. Una comunità che è stata per gli anni
dell'infanzia anche la mia. Le maestose rovine degli acquedotti con
la loro presenza millenaria ci facevano da scudo e da riferimento.
Quello che oggi distratti running con l'occhio fisso sul
cardiofrequenzimetro e coppie in cerca di tranquillità vedono come
un angolo in cui rifugiarsi per sfuggire al caos dell'incombente
città era il nostro habitat. Il panorama creato dalle fila dei
palazzi che nascevano come funghi alterando continuamente la skyline,
erano il nostro orizzonte e il nostro confine. Fortunatamente alle
spalle si stendeva ancora la campagna romana che tentava di resistere
alle bramosie dei palazzinari e porgeva la mano ai primi declivi dei
Colli Albani. Campi di grano, vigneti, pinete erano la nostra savana
e la nostra Amazzonia. Nulla chiedevano e molto davano, compresi i
bagni nella marrana che allora era limpida e non insozzata da mille
schifezze, in cui facevamo conoscenza sul campo e senza insegnanti di
pesci, rane, tritoni e rettili. Ogni metro quadro è stato testimone
di qualche nostra avventura. Ogni albero ha conosciuto il nostro
stupore e la nostra, anche crudele, innocenza. Innocenza messa,
presto a dura prova dall'incontro, che inevitabilmente diventava
scontro, con l'habitat meschino, razzista e snob della piccola e
media borghesia che, intanto progressivamente, si avvicinava. Eravamo
i figli dei sottoproletari, eravamo gli zingari, come con disprezzo
ci chiamavano. Eravamo i figli delle ultime vittime della guerra i
cui genitori avevano faticato più di altri per rimettersi in piedi.
Cui si erano aggiunti nel frattempo i figli degli emigranti
dall'Abruzzo, dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Calabria, finiti
relegati ai margini della grande città bisognosa di mano d'opera. La
storia, anche ripensando all'oggi, alla fin fine racconta sempre sé
stessa anche se con interpreti diversi. Ero circondato da figure come
quelle descritte da Pasolini, cinici, sfrontati, costantemente sopra
le righe, potenzialmente anche violenti ma fondamentalmente disarmati
nella tragica impotenza a fronte di un mondo che cambiava troppo in
fretta per i loro semplici schemi di lettura e capacità di
decodifica.
In
questo humus poteva nascere, e sarebbe stato anche comprensibile, un
mix esplosivo di rabbia, di voglia di rivalsa a tutti i costi e anche di violenza cieca. Per fortuna, come cantava anche il grande
Faber, dal letame nascono soprattutto fiori. Nello specifico, grazie
anche a figure fondamentali nella nostra crescita sono nati molti
fiori mossi dalla voglia giustizia e non di vendetta, dalla smania
di conoscenza, dalla ricerca di un riscatto in termini di conquista
di dignità e coscienza. Fiori che nel tempo si sono, quasi
naturalmente, trasformati in impegno sociale, politico, per alcuni
anche religioso ma, per tutti, fondamentalmente in un continuo
tentativo di costruzione di un mondo in cui non ci siano classifiche
di merito, ma solo persone con i loro sogni e i loro bisogni.
E di questo cammino di ricerca e conquista, non facile e irto di ostacoli, con molte dolorose cadute e altrettanti momenti entusiasmanti che cercheremo di parlare. Ne parleremo non certo con la voglia o la presunzione di insegnare alcunchè, convinti come siamo, che l'avventura della vita sia per sua natura solitaria e non trasmettibile, se non a grandi linee.
MIZIO
martedì 21 agosto 2018
COMUNISTA? MA VA LA'...
Qualcuno, anzi più di qualcuno si stupisce del fatto che ci siano persone, che ancora si dichiarano comuniste. E' vero che in genere questa riflessione la fa chi comunista non è mai stato, anzi, e quindi parte da una posizione preconcetta. Però la domanda è legittima e merita, se non una risposta, una riflessione. Riflessione che provo a fare ponendo un'altra domanda? Perchè oggi non ci si dovrebbe più dichiarare comunisti? Perchè ci sono state esperienze storiche che in nome del comunismo hanno avuto tratti dittatoriali e violenti? Giusto!
Forse perchè gli eredi, (autodefinitesi tali) di un grande partito comunista in Italia, oltre il nome hanno cambiato progressivamente anche politica rendendosi complici e artefici di quelle stesse politiche che anni prima si combattevano? Certamente vero! Qualcuno potrebbe forse affermare il contrario?
Forse perchè il comunismo ha sempre avuto un' intellighentia e, in generale, gran parte del mondo della cultura che simpatizzava e flirtava con esso (almeno in Italia) suscitando comprensibili invidie e frustranti complessi d'inferiorità?
Anche questa potrebbe essere una parte di spiegazione.
Però, al di là delle semplificazioni che tanto vanno per la maggiore in questo periodo di oscurantismo di coscienze, prima che politico, proverò a spiegare perchè alcuni, e nello specifico me stesso, si ritengono ancora comunisti e ne rivendicano con orgoglio l'appartenenza.
Ovviamente molto parte dall'ambiente di provenienza e da un habitat familiare e sociale idoneo alla confidenza con i termini e i relativi significati . Ma questo non sarebbe certo sufficiente, essendo il conflitto generazionale e familiare, uno dei primi segnali di indipendenza con la quasi naturale messa in discussione dei principi e delle idee genitoriali e soprattutto negli anni '70, quelli della mia adolescenza.
Essere comunisti è prima di tutto uno stato emotivo, non saprei come altro spiegarlo. E' un modo d'essere, è una sensibilità che fa soffrire sulla tua pelle le ingiustizie da chiunque subite, anche a centinaia di chilometri di distanza. E' un mettere e un mettersi continuamente in discussione, visto che l'essere comunisti ti obbliga a confrontarti costantemente con il mutare degli eventi, delle situazioni, delle problematiche. L' essere comunista (da non confondere con l'iscrizione fideistica a questo o quel partito) ti pone costantemente di fronte a domande cui si cerca sempre di dare le migliori risposte possibili. Che non sono, quasi mai, quelle più istintive e più semplici. Il comunista medio, in genere la domanda che si pone più spesso è: "dove ho sbagliato? Cosa non ho capito? Cosa non sono riuscito a fare?". Perchè l'aspirazione prima è sempre quella di riuscire a fare le cose al meglio. Ed è, questa la dannazione e al tempo stesso la fascinazione dell'essere comunista. Il doversi confrontare costantemente con la frustrazione di non essere riuscito, non solo a risolvere eventuali questioni, ma anche a farsi capire. E, conseguentemente a renderne conto alla propria coscienza.
So benissimo che per molti che si definiscono comunisti è più che sufficiente il definirsi tale e inalberare retoricamente simboli e slogan che ci riportano a miti e tempi migliori. Ma questo attiene alla nostalgia, al rimpianto tipico del "si stava meglio quando si stava peggio" e ad aspetti consolatori più che politicamente significativi.. Aspetti che rientrano sempre nell'ambito emozionale e sentimentale ma che non sono, da soli, quelli utili a definire o definirsi comunisti.
Molte volte, specialmente nel passato era comune mettere a confronto l'essere comunista con l'essere cattolico o, comunque con la religione per quel tanto di adesione fideistica che veniva richiesta a chi aderiva. Pur se le numerose scissioni, e divisioni che hanno attraversato i movimenti e i partiti comunisti hanno poi dimostrato, che non era proprio così, una certa similitudine è comunque, possibile applicarla.
Perchè, anche se molto divide i due mondi, in tanti, soprattutto chi si dedica ad attività caritatevoli e di solidarietà (pur nella differente visione e prospettiva) scatta la stessa molla emotiva e sentimentale. Solo che in un caso, quello del religioso, non fa scattare poi, lo step successivo, quello dell'indignazione e dell'adesione ad una teoria e prassi che ci porta a definirci comunisti, non ritenendo sufficiente il solo atto caritatevole. Lodevole quanto si vuole ma che non cambia significativamente i ruoli e i posti assegnati nel mondo.
Ovviamente molto altro ci sarebbe da dire e da scrivere sull'argomento ma spero che, queste poche righe e queste riflessioni aiutino qualcuno a chiarire, almeno in parte, il misterioso motivo per cui, nonostante tutto, ci siano ancora persone che si ostinano a definirsi comunisti rischiando sberleffi e pernacchie (e qualche volta anche qualcosa di più).
Ad maiora
MIZIO
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lunedì 20 agosto 2018
La mancanza del “limite” e il dissolvimento del desiderio
Pubblichiamo un altro prezioso contributo del Dott. Maurizio Santopietro con un suo particolare punto di vista sull'evoluzione dei rapporti e la sessualità.
E’
profondo l’interesse, di grande parte della gente, per l’Amore,
(nella manifestazione prevalentemente sessuale o di coppia), per la
Salute (concepita come assenza di malattie), per il Danaro (come
fonte di potere, di successo personale e sociale), così come
vengono considerati generalmente nel nostro Paese. Questi argomenti
affascinano talmente tanto che i cosiddetti “operatori
dell’occulto” costruiscono intere fortune e, considerando che nel
mese di dicembre * abbondano le richieste di previsioni, di
oracoli, di predizione del futuro, mi sembra utile ragionare su
questi temi, tentando una diversa argomentazione. Nel campo
dell’Amore, ad esempio, o più precisamente nell’espressione
sessuale, sembra (apparentemente) paradossale come, in un periodo di
disinibizione culturale (video, grafica, cinematografica, televisiva,
ecc…), aumentino i disturbi da “mancanza di desiderio sessuale”.
Disturbi che difficilmente si manifestavano, o di cui non si sentiva
parlare prima degli inizi settanta. La morale dominante relativa alla
sessualità era condizionata fortemente dalla concezione religiosa,
spingendo verso una mentalità “bigotta”, almeno nelle relazioni
pubbliche, dal momento che fungeva da vero e proprio tabù sociale.
La sessualità era “giustificata” in funzione della procreazione,
all’interno del rapporto coniugale, cosicché ogni altra variazione
“sul tema” apparteneva ad ambiti “immorali”, legati a
concezioni “perverse”. Senza però voler entrare nel merito del
giudizio morale in modo specifico anzi, limitando il raggio delle
valutazioni secondo altri punti di vista, si noti come emerga, nei
confronti del periodo “presessantottino”, una profonda diversità
di modelli comportamentali esibiti nell’esecuzione dei rituali del
corteggiamento, per quello della “prima volta”, per l’incontro
a scopo sessuale. Queste condotte sociali richiedevano tempi
nettamente più lunghi, rispetto a quelli attuali, per realizzare il
fine principale, costituito appunto dalla gratificazione sessuale. In
queste epoche snaturale” deterrente contro la perdita di desiderio.
Allora il punto da dibattere diventa il seguente: esisteva già tale
forma di disturbo sessuale, oppure non era rilevato? O non se ne era
a conoscenza? Di fatto la concezione inibitoria implicita nel costume
sessuale dominante, rendeva l’esperienza intima, altamente privata,
quasi segreta e profondamente desiderata. Se così fosse, sarebbe
proprio il ”tabù sociale”, il “modulatore” della ricerca al
soddisfacimento del piacere sessuale! Infatti, in quanto “limitato”
dal contesto socio-culturale (periodo di “repressione istintuale”),
il piacere sessuale sembra allora essere legato, entro una certa
misura, al “piacere di trasgredire” e al “piacere della
conquista” (il premio). Ai nostri giorni accade, infatti,
esattamente l’opposto, i “contatti” eterosessuali sono
iperfacilitati e la consumazione del comportamento sessuale avviene
in tempi molto più rapidi, inoltre il confine del limite morale,
legato all’esperienza sessuale, si sposta troppo rapidamente, da
non permettere adeguati processi di assimilazione e di accomodamento
del sistema di “credenze” individuale. In seguito a tali
cambiamenti di costume, cade in modo drastico e improvviso il
“limite”, assieme alle ideologie che culturalmente lo
legittimava, e assieme altri fattori fra cui: a) l’emersione di
modelli morali “libertini” (da quello naturalistico dei “Figli
dei Fiori” quello consumistico della “prestazione”); b)
l’accentuazione dell’ansia di “prestazione” (soprattutto
maschile); c) il cambiamento del ruolo sociale della donna e
dell’uomo; d) la scoperta della sessualità femminile, di cui
(quasi) nulla si sapeva, e che ha spiazzato il maschio, ex
“dominatore”, soprattutto in rapporto al punto precedente. Tutto
ciò ha concorso alla produzione di problematiche
relazionali-sessuali difficilmente prevedibili in termini
epidemiologici, considerando la liberalità dei nuovi approcci alla
sessualità. E’ probabile che il processo culturale di
ridefinizione del costume sessuale sia avvenuto in modo “traumatico”,
sia rispetto al criterio temporale (lasso di tempo molto breve, per
un processo di assimilazione compatibile con il ritmo di
interiorizzazione psicologica), sia concettualmente (le credenze,
secolarmente consolidate, difficilmente sono sostituibili nello
spazio di poche generazioni). Tutto ciò ha provocato, secondo me,
una profonda “rottura delle abitudini” storicamente acquisite,
tra i modelli emergenti e la risposta individuale, causando un certo
disorientamento verso il modo di vivere l’esperienza sessuale. In
altre parole, si sarebbe creata una grande spaccatura tra la nuova e
la veccia concezione culturale (ogni cambiamento è una naturale
crisi), e tra i “nuovi costumi sessuali” e i modelli psicologici
individuale (sistema di credenza personale). Del resto, le vecchie
concezioni morali possedevano “proprietà statiche”, avendo avuto
una durata per generazioni e generazioni, conferendo quindi
stabilità di ruolo, di aspettative, generando sicurezza psicologica;
al contrario, i tempi tecnologici condizionando continuamente le
nuove concezioni (si pensi alle tecniche di contraccezione, a
internet, alla realtà virtuale, ecc..), e spostando repentinamente i
confini morali della sessualità, estremizzandoli (lo scambio di
coppia è un opzione una volta impensabile, ad esempio), producono
effetti ansiogeni e incertezza. Sul piano proprio del costume diventa
più difficoltoso discriminare il “lecito” dall’illecito e tra
ciò che è sano e ciò che è “malato” (ad esempio,
l’omosessualità, che riguarda la scelta dell’”oggetto
sessuale” adulto, era considerata, ancora decenni fa, una
“patologia”), e così via. I “limiti”, per l’elevato grado
di incoerente complessità della nostra vita socio-economica, non
sono più identificabili come una volta, e non solo nello specifico
ambito sessuale, ma anche nella sfera a) dell’educazione pedagogica
(bambini che non ricevono più sufficientemente “no”, che non
provano più piacere dei continui giocattoli ottenuti senza
“merito”); b) in quella alimentare (come nel caso dell’anoressia,
caratterizzata dall’“assenza” di desiderio del cibo, o del suo
contrario, la bulimia); c) in quella civica (in cui l’emersione
egoistica dell’Io non fa vedere il confine del rispetto per gli
altri); d) in quella scolastica (in cui il ruolo dell’insegnante è
sganciato dalla funzione pedagogico-educativa), ecc… Cadendo il
limite si dissolve il relativo desiderio, e ciò contribuisce alla
formazione di altri comportamenti sintomatologici delle diverse sfere
comportamentali, infatti, venendo a mancare i vari “piaceri” ,
(cioè l’altra faccia del limite), si riducono i fattori di
coesione delle funzioni e delle parti dell’Io. E’ opportuno
perciò insegnare nell’educazione globale, un sano apprendimento
dei “limiti”, al di là delle ideologie culturali di volta in
volta dominanti.
Dott. Maurizio Santopietro
N.B.:
L’articolo è già stato pubblicato da “L’attualità”, n.1
Gennaio 2004toriche, la “non facilità” a soddisfare il bisogno
sessuale, sembra porsi quasi come una sorta di “
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