giovedì 10 settembre 2020

CHI HA AMMAZZATO WILLY?

 




In questo periodo in cui i fatti e l'emotività connessa, corrono rapidi, verso non sappiamo cosa, per alcuni fatti appare più semplice ricercare i colpevoli piuttosto che le cause. Trovati i colpevoli, su cui sfogare rabbia e risentimento, si può passare rapidamente ad altro. Ma rimane esattamente come il giorno prima il clima, l'habitat sociale e culturale in cui certi accadimenti (definiti inspiegabili) crescono e si manifestano, purtroppo a volte, anche in modo tragico. Rimane intatto anche il dolore dei parenti e degli amici che amavano Willy e che nel loro ricordo, rimarrà sempre quello con lo stesso contagioso sorriso dei suoi vent'anni.

I colpevoli sono figli legittimi del clima di odio razziale, fascista, come negarlo? Ma anche di un bullismo ostentato, accettato e quasi riconosciuto supinamente. E, come dimenticare, il neo machismo tracimante, fatto di presunta superiorità per investitura naturale. Di un presunto ruolo da affermare e rafforzare con la violenza e i messaggi (quasi rituali) come l'ossessiva attenzione per il fisico e i tatuaggi (senza volerli demonizzare per questo).

Anche l'accettazione passiva di un modus di stare insieme, di rapportarsi col prossimo competitivo che si manifesta pure al di fuori della più ristretta cerchia legata a certe ideologie e certi ambienti.

Quanti Willy potenziali ci sono ogni notte nei week end nei luoghi della movida. Fuori delle discoteche come nei locali più alla moda, dove la rissa del sabato sera sembra diventata una piacevole abitudine rituale. Tasso alcolico fuori controllo, uso di sostanze che bypassano freni inibitori e spengono neuroni. Immaturità nel gestire situazioni unite a presunti diritti territoriali o di possesso sulla componente femminile. La donna è mia e qui comando io! Il concetto di proprietà verso luoghi e persone, come unico mezzo per l'affermazione e il riconoscimento del sé sociale e pubblico. Concetto che si esalta e ne rappresenta una grossa e altrettanto pericolosa componente, nella violenza morale e fisica con cui ci si rapporta con le donne. I numerosi casi di violenza e stupro in quegli ambienti, spesso non vengono neanche percepiti o denunciati come tali, ma quasi come un ineluttabile prezzo da pagare per essere accettati.

Questi atteggiamenti crescono e si rafforzano nel clima omertoso che, da sempre avvolge un certo mondo “giovanile” cui si riconosce il diritto di vivere, invece che in modo dialogante e aperto col mondo, in una realtà parallela indistinta e non permeabile.

L'esempio pratico. Quanti genitori (me compreso) sanno tutto quello che fanno o i dicono i propri figli quando sono fuori casa? Credo molto pochi. Mentre siamo, anche giustamente per carità, sempre presenti nel coprire e giustificare i pargoli, senza permetterne,però, una presa di coscienza e relative assunzioni di responsabilità.

D'altra parte questo meccanismo è quello che, poi permette, l'esaltazione e la speculazione di chi, su questa naturale particolarità giovanile, ci sguazza e ci specula guadagnandoci senza scrupoli e non solo economicamente.

Anche la politica, ovviamente, ha le sue grandi responsabilità. E, anche se con gradazioni diverse, nessuna componente e nessuna parte può essere considerata esente.

Anche la sinistra e i suoi componenti (tra cui, anche chi scrive, ovviamente) ha le sue belle responsabilità.

Prima fra tutti quella di aver sposato una visione politica che ha rinunciato alla funzione formativa ed educativa, per puntare tutto sulla pura gestione del potere. Di essere stata complice delle varie riforme scolastiche sempre più indirizzate al mondo produttivo piuttosto che alla formazione umana. Di aver tralasciato e sottovalutato la presenza fisica e capillare nei territori,nelle scuole e nei posti di lavoro, per delegare il tutto alla semplice comunicazione mediatica. Senza sottacere le altrettanto enormi responsabilità dei media, e dei mezzi di comunicazioni in generale. Come dimenticare, infine ma non per importanza, i salotti e le trasmissioni trash in cui i portatori (e portatrici) del vuoto cosmico, assurgono a personaggio in virtù del fisico palestrato e dell'ultimo tatuaggio (che ha un significato profondo, ovviamente) in bella mostra.

Questi sono gli esempi e i valori che la società, nelle sue mille sfaccettature riesce a trasmettere come premianti ai più giovani, naturalmente dotati di minori difese, culturali o ambientali.

E, non dimentichiamo, ma questo era valido anche prima, il naturale rigetto giovanile nei confronti del paternalistico atteggiamento dei più grandi, pronti a sfoderare il classico: “ai miei tempi...”. Per cui riesce più facile e naturale affidarsi all' amico o alla logica del branco. Che, per fortuna, non sempre assume aspetti delinquenziali, ma rappresenta, comunque in mancanza di altro, il minimo denominatore comune.

Detto quindi, con questo bel pistolotto, di chi sono colpe e responsabilità? Cosa fare?

Intanto ci vorrebbe una consapevolezza collettiva che questo sia una delle mille manifestazioni di ciò che accade costantemente. C'è bisogno, non solo dell'indice puntato, in maniera indistinta sui giovani e il loro mondo, ma di un modello formativo e sociale che possa far percepire a tutti, giovani e non, che un altro mondo sia possibile e conveniente per tutti.

Compito che spetta in prima battutta alle istituzioni, alla politica, ai corpi intermedi, all'economia, ma anche alle religioni, al mondo culturale e alle sue arti. Pensate quale impatto, ad esempio, sulle tenere coscienze in formazione, possano avere serie tv e film come “La banda della Magliana” o “Gomorra” in cui i personaggi peggiori rischiano di diventare eroi e riferimento proprio per quei giovani più fragili. In assenza di una rete di consapevolezza e valori diffusi, rappresentanti esattamente, del contrario.

Sarà un lavoro lungo, paziente ma necessario e con la consapevolezza che continueranno, purtroppo, a manifestarsi situazioni in cui altri Willy potrebbero subire le stesse cose, sperando con conseguenze meno gravi. Quindi, nell'immediato, anche un'azione, non solo punitiva, ma forte e decisa della giustizia sembra inevitabile.

Così come sembra inevitabile un abbassamento collettivo dei toni e delle modalità di confronto-scontro politico che tracima fatalmente, grazie ai social, nel corpo sociale e, soprattutto, in altri ambienti, quali stadi, discoteche, piazze ecc.

Facciamo in modo che, veramente, non sia solo una pia speranza e che Willy, oltre tutte le altre vittime di questo clima, non siano state sacrificate invano. Lo dobbiamo a lui e a chi gli ha voluto bene, e continuerà a volergliene!

Willy è diventato figlio di tutti noi, ma pure se ci ripugna e vorremmo disconoscerli, anche i suoi assassini lo sono. Per molti illegittimi, ma lo sono!


MIZIO

martedì 25 agosto 2020

SIAMO GIA' OLTRE GLI AVVISI?

 Che cosa accadrà alla morte del Sole? - Focus.it

Una pandemia che, probabilmente, ci farà compagnia a lungo. Il cambiamento climatico che sembra aver accellerato esponenzialmente le pesanti ricadute sul clima e sull'intero pianeta. Si scioglie l'artico dei ghiacci perenni, brucia e si scioglie quello delle grandi foreste del Nord. Il riscaldamento mette in crisi, pare irreversibile, le barriere coralline e l'esistenza di isole, atolli e porzioni di territorio continentale destinati ad essere sommersi. Procede in tutti i continenti, imperterrita anche la deforestazione nei paesi della cintura tropicale, favorendo la desertificazione di centinaia di milioni di Kmq. Non mancano certo le invasioni bibliche di cavallette e le morie di pesci e organismi acquatici un po' dappertutto ove ci siano corsi d'acqua che vengono condannati coscientemente a morte.

La plastica sta letteralmente soffocando il pianeta, il consumismo stupido lo sta erodendo incessantemente dall'interno. Le catastrofiche eccezioni climatiche, sembrano diventate la norma, portando distruzione e morte un po' dappertutto. E, infine, come inquietante ciliegina sulla torta il virus nuovo e sconosciuto che sta mettendo in ginocchio l'intera umanità. Sembra che, nonostante il suo essere nuovo e sconosciuto lui, invece, ci conosca benissimo e sappia i nostri punti deboli.

A tutto ciò aggiungete anche, che non sono state mai interrotte, anzi, guerre, violenze, fame,carestie e le ingiustizie diffuse..

Un tempo a fronte di eventi particolari e significativi se ne ricercava la spiegazione, non solo logica e visibile ma anche profetica, che ne facilitasse, però la comprensione e l'accettazione.

Oggi, pur avendo molte più armi e possibilità, rispetto il passato, grazie al progresso scientifico, sembriamo incapaci di cogliere i segni e le conseguenze delle nostre azioni.

Tra le conoscenze basilari che tutti noi possediamo, ci sono già quelle necessarie per capire alcuni meccanismi. Ad ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria. L'abbiamo studiato tutti no? Tutto si trasforma, nulla si distrugge! Altra verità condivisa e condivisibile. La vita universale e, a maggior ragione, anche quella sul nostro pianeta è assoggettata a tutte queste leggi immutabili dalle quali discende, come naturale filiazione, quella più visibile e tangibile, quella evolutiva. Evoluzione che, per tentativi o per eventi “casuali” catastrofici o meno, sembra muoversi costantemente alla ricerca di nuovi equilibri. E, tutto quello elencato all'inizio, non è altro che un elenco, pure limitato e incompleto, degli squilibri che l'attività umana sta provocando sull'ambiente terrestre.

E, se le cause vanno ricercate nello squilibrio, conseguentemente la loro soluzione non può essere ricercata che in scelte che vadano nella direzione esattamente opposta.

C'è solo un ragionevole e inquietante dubbio. Che tutto non abbia già superato, come dicono alcuni, il punto di non ritorno. Per cui, ciò che accade, anche in modo violento e incontrollabile, non sia più annoverabile tra i segnali, sia pur inquietanti, ma ad una sorta già di punizione riequilibratrice.

Non c'entra alcun dio vendicatore o irritabile, non c'è alcuna prova o premio da superare o guadagnare. Più semplicemente si tratta di riconoscere e prendere coscienza della nostra debolezza, limitatezza e, conseguentemente, dipendenza da qualcosa di enormemente più grande, addirittura in gran parte ancora sconosciuto, e meritevole di rispetto.

Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che l'universo e la stessa Terra, continuerà tranquillamente a vivere anche senza la presenza umana. Anzi., viene il sospetto che ne potrebbe trarre enorme vantaggio, dando vita a nuovi equilibri tra gli organismi e le coscienze che si dovessero formare grazie ai processi evolutivi.

Quindi che si fa? Ci si abbandona alla rassegnazione? Si sceglie, consapevolmente o meno, di ignorare la questione seguendo il motto carpe diem? Continueremo a scannarci tra di noi, pensando e sperando di rientrare tra i fortunati che “Io speriamo che me la cavo”? Oppure riscopriremo il mea culpa e la disperazione all'interno dei luoghi di culto implorando la benevolenza di un dio che, non si sa per quale motivo, dovrebbe salvare noi e non altri?

Credo che, in nessuno di questi atteggiamenti, si possa trovare una soluzione logica, credibile e praticabile.

L'unica valida e potenzialmente possibile è quella che, sia singolarmente che collettivamente, ci si metta in discussione. Si metta in discussione il sistema sociale prima che produttivo e consumistico. Che tutte le componenti responsabili, sia del degrado stesso, che della lettura della storia dell'umanità e, soprattutto, del futuro si mettano in discussione e abbattano le visoni che portano divisioni, conflitti e ingiustizie.

La politica, le religioni, l'economia si mettano al servizio di quella che è l'unica ragionevole, comprensibile e indispensabile funzione di ognuna di loro. Quella di servire l'umanità all'interno di scelte e coscienze che mirino al rispetto e a un riequilibrio complessivo.

Privilegiare la vita, rispetto lo spreco, l'effimero benessere di alcuni a scapito della disperazione dei più e del pianeta stesso non è una scelta socialista, comunista, ecologista o altrimenti etichettabile, ma obbligata e l'unica percorribile!

Mala tempora currunt


MIZIO

martedì 30 giugno 2020

INCONTRI

Ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole scritte.




Ormai, sono tanti anni fa quando decisi di ripetere un'esperienza già fatta altre volte. Andare a pesca nel fiume Sangro, in pieno Parco Nazionale d'Abruzzo, ovviamente con i permessi previsti e limitatamente alla porzione di fiume in cui era possibile farlo, con il ferreo rispetto delle regole previste. A differenza delle altre volte, però decisi di andarci da solo e la pesca, alla fine era solo una scusa, soprattutto con me stesso. La realtà è che avevo bisogno di stare un po' da solo. Solo e immerso in un ambiente, che mi stava diventando abbastanza familiare, e che riservava sempre sorprese, ma soprattutto, permetteva il raggiungimento di uno stato d'animo, non so se equiparabile alla pace interiore, ma sicuramente estremamente gradevole. Stato d'animo di cui, a volte, si sente un estremo bisogno.
Partenza ovviamente, la mattina che era ancora buio, arrivo all'ufficio del Parco dopo un paio d'ore ma era ancora chiuso quindi, gradevole seconda colazione, quasi obbligatoria, in un bar appena aperto. Tutto era come lo ricordavo e come sarebbe dovuto essere. Un paesino di montagna, si sveglia presto, forse ancor più presto che in città, ma in modo totalmente diverso. Con calma, con discrezione. Verrebbe da dire, quasi con rispetto. Senza quella frenesia tipica della grande città. C'è il tempo per i saluti, per una carezza al cane che scodinzola, per guardare il fiume che scorre vivace sotto la strada e il cui gorgogliante scorrere fa da perenne colonna sonora. Il tempo di fare il permesso, indossare stivali, prendere lo stretto indispensabile e scendere giù sulle rive del fiume. Visti i limiti giustamente imposti dal regolamento, da quel punto potevo solo risalirlo per il breve tratto, forse poco più di un km, e poi, eventualmente ridiscenderlo. Mi immersi nel rumoroso silenzio del fiume che, allontanandosi dal paese, si trovava a scorrere in mezzo a boschi. Nel suo scorrere faceva risaltare quella ,casuale e precaria quanto si vuole, equilibrata armonia di suoni, colori e sfumature d'infinito.
Le piccole, guizzanti trotelle fario, tipiche del corso d'acqua non mancarono di mostrare il loro gradimento all'esca artificiale usata mostrandosi nei loro splendidi colori. Ero da solo, non intendevo mangiarle, quindi ritornavano tutte guizzanti nel loro liquido elemento naturale ma, ovviamente, con la raccomandazione di essere più attente la prossima volta.
Il periodo era di tipica primavera avanzata che a quell'altezza (1000 m circa) risultava essere quel periodo dell'anno in cui la natura si veste a festa col suo abito migliore. Impossibile resistere e essere indifferente alla sua bellezza, per cui la risalita di quel tratto di fiume fu dedicata più all'osservazione e alla meraviglia che alla pesca vera e propria. Fiori, piante, uccelli di ripa, natrici, insetti, farfalle. Ogni particolare era cosa degna di una sosta e di un attimo di rispettoso stupore. Non c'erano gli attuali smartphone, quindi quei momenti potevano e dovevano essere vissuti intensamente solo in quell'attimo, per poterne poi, serbarli nella memoria e nell'anima più a lungo possibile.
Ma come tutte le cose, anche quelle più piacevoli hanno una loro conclusone. Arrivai al punto limite oltre il quale non si poteva più pescare, che era il primo pomeriggio.
La fame cominciava a farsi sentire quindi, seduto comodamente al sole sulla riva del fiume, consumai i panini preparati la sera prima, mandandoli giù con l'acqua fresca che avevo preso nel fontanile del paese.
Mi guardai intorno e, tutto sommato, visto che era ancora presto e avevo, ormai soddisfatto la voglia di pescare, decisi di non tornare indietro per la stessa via acquatica. Per quel giorno avevo già disturbato abbastanza il fiume e i suoi legittimi abitanti. La zona la conoscevo, dato il periodo non c'era quasi nessuno e scelsi allora di effettuare un giro più lungo per ritornare al paese. Passando per quei luoghi che nel passato mi avevano visto scorazzare tra ruscelli e boschi insieme agli amici di sempre. Considerate che in quegli anni ancora non c'erano tutte le regole e le giuste limitazioni che ci sono state successivamente, quando il turismo ambientalista è diventato fenomeno di massa e fu necessario regolamentarlo. Quindi mi avviai per un sentiero che saliva dolcemente fino alla base del gruppo montuoso dove avrei preso l'altro che, con qualche saliscendi, mi avrebbe riportato in paese seppur dalla parte opposta rispetto a quella della mattina.
Mentre salivo, l'acqua fresca bevuta poco prima, fece sentire i suoi naturali effetti secondari. Per cui mi fermai e, per evitare eventuali ma possibili imbarazzi, cercai un angolo discreto e non in vista dal sentiero che potesse degnamente assolvere alla necessaria discrezione richiesta. Un piccolo avvallamento con una serie di cespugli rigogliosi si prestava magnificamente alla bisogna. C'era solo da scendere un pochino e fare un piccolo saltello.
Così feci e, nel momento stesso in cui atterrai facendo un po' di rumore, molto più rumore venne dalla mia sinistra. Da un cespuglio a pochi metri notai una massa scura di rispettevoli dimensioni che alzandosi in piedi emise un grugnito un po' strozzato e scappò nella direzione opposta alla mia. Ovviamente rimasi impietrito, non capendo subito, cosa fosse successo. Vedendolo allontanarsi anche se per pochissimi secondi, mi resi conto di aver incontrato, anzi disturbato, il più raro e prezioso abitante di quei luoghi. Un orso bruno marsicano sorpreso, impaurito e sicuramente infastidito giustamente dalla mia presenza. Magari mentre era impegnato a frugare tra i cespugli n cerca di bacche e frutti o, magari semplicemente stava per fatti suoi a casa sua. Inutile dire che se lui si era spaventato figuratevi io che dalla forte emozione (paura?), improvvisamente, non avvertivo nemmeno più alcun bisogno impellente. La sorte volle che lui si fosse avviato verso valle e io dovevo andare, invece, in direzione opposta. Perchè è vero che quell'incontro me lo auguravo da anni ma, essere da soli in sua compagnia e a distanza ravvicinata, sinceramente mi sembrava poco prudente e opportuno per entrambi.
Riprendendo a camminare, la visione di quel fulmineo e improvviso incontro mi fece compagnia sostituendo qualsiasi altro pensiero e distraendomi pure dalle bellezze circostanti, pur notevoli. Cercavo di ripassarne mentalmente i particolari anche i più minuti e insignificanti. Mi rimproveravo di non aver guardato con attenzione al cespuglio e nei suoi immediati pressi, per capire di più sul motivo della presenza proprio in quel posto. Ma erano pensieri sovrastati, comunque, dal piacere, ancora incredulo, di aver vissuto quel momento e poterlo raccontare. Arrivai nel punto in cui avrei dovuto prendere l'altro sentiero che mi avrebbe riportato in paese e per farlo avrei dovuto percorrere un tratto di strada asfaltata. Mentre la percorrevo vidi avvicinarsi un cane che traversava la strada stessa in senso obliquo. Non mi allarmai o sorpresi più di tanto. Il randagismo era, ed è ancora purtroppo, fenomeno frequente e comunque era uno solo. Se avesse avuto cattive intenzioni l'avrei potuto controllare facilmente . Non era neanche troppo grosso. Si non è grosso ma neanche piccolo e mi pare, non vorrei sbagliarmi. E no, cavolo! Quello che a distanza sembrava un cane, avvicinandosi, fermandosi un attimo a guardarmi distratto, no non potevo sbagliare era proprio lui, un lupo. A differenza dell'incontro con l'orso ho avuto tempo e modo di guardarlo con calma mentre sdegnosamente mi ignorava allontanandosi senza fretta dalla strada senza neanche voltarsi a guardare se mi fossi mosso verso di lui. Evidentemente mi considerava alla stessa stregua di come l'avevo considerato all'inizio io. Non pericoloso e decisamente alla sua portata se avessi fatto un qualsiasi tentativo di essere aggressivo o fastidioso.
Se la prima visione era stata semplicemente una sorpresa, enormemente piacevole, adesso era addirittura un cosa impensabile e statisticamente quasi impossibile. Un orso e un lupo, fino a quel momento visti solo nello zoo di Pescasseroli. I due re indiscussi delle montagne abruzzesi. Due tra i più elusivi, rari e preziosi animali dei nostri boschi mi si sono consegnati alla visione senza trappole, senza estenuanti ricerche e, praticamente senza condizioni. Per loro non avrà significato nulla più di un fastidio equiparabile a quello di un moscerino. Invece in me hanno lasciato un'impronta talmente profonda che, a distanza di decenni ancora ne rivivo l'emozione del momento. Anche perchè, nonostante, altri tentativi, non sono mai più riuscito a ripetere l'esperienza. Nè in quel posto né in altri luoghi. L'unica cosa vagamente assimilabile è aver sentito, un'unica volta, l'ululato di un lupo.
Inutile dirvi che l'ultimo tratto per tornare al paese e alla macchina fu percorso rapidamente perdendo qualsiasi altro interesse. Cosa di cui mi sarei dovuto anche scusare con Madre Natura. Ma talmente forti erano state le emozioni degli incontri di quel pomeriggio da non avere, forse, altro spazio negli occhi e nell'anima per ulteriori bellezze pur presenti in gran numero da quelle parti.
Perchè ho ritenuto di raccontare ciò? Intanto perchè, come detto sopra, è stata un'esperienza e una giornata talmente particolare, da sentire quasi il dovere di renderla fruibile, se non altro con la fantasia, anche da altri.
La seconda e forse più importante motivazione è quella di raccontare, in questo periodo in cui si parla di caccia agli orsi e ai lupi, quanto possa essere molto più appagante e soddisfacente l'incontro, anche casuale con questi animali. Incontri in cui dovrebbe prevalere il rispetto, la curiosità ma non la paura e, tantomeno, sentimenti di criminale vendetta. Come, invece purtroppo, avviene sempre più frequentemente nei loro riguardi. Io invece, non finirò mai di ringraziarli per l'onore, il piacere e il privilegio che mi hanno concesso. Sperando sempre che prima o poi si possa ripetere.

MIZIO

domenica 10 maggio 2020

UMANITA' 2.0




Tempo fa lessi una frase,  non ricordo neanche dove e come, di un dialogo tra un politico preoccupato per le sorti del suo paese e un investitore straniero interessato ad acquisire imprese e fare investimenti. (Non erano italiani). La frase era più o meno: "Ma volete comprarvi  l' intero paese? E perché?"
"Noi compriamo solo perché siete voi che vendete. Nessun piano, solo interessi."
Perché mi è ritornata in mente e mi ha portato a riflettere questa frase? Troppo facile e scontato pensare alla preoccupazioni e alle sorti di alcuni paesi tra cui il nostro, che ovviamente, non mancano. No, ancor più di questo, mi ha portato a pensare al singolo, all'essere umano, all'individuo di qualsiasi sesso, colore, razza, nazionalità. Il 90% di queste persone (vi siamo dentro anche noi) non ha altro possedimento che se stesso. Praticamente non ha nulla da vendere. Allora, in un sistema basato  sulla compravendita e la competizione, quale interesse potrebbe  suscitare chi non può esporre nulla sulle bancarelle di questo mercato? C'è una sola cosa che si possa vendere, sé stessi e la propria forza lavoro, o il proprio corpo. Solo in rarissimi casi, le proprie capacità e competenze. In un mondo che si avvia a superare la fase industriale classica del primo capitalismo e sta entrando nell'era della produzione 4.0 con la massiccia presenza della robotica e la contestuale espulsione di milioni di addetti dalla produzione, la questione diventa fondamentale. Nel momento in cui l'unico prodotto (sé stessi) potenzialmente vendibile non è più appetibile, perché non serve, cosa accadrà? In parte, anche se per motivi diversi, lo stiamo già vedendo. Masse sempre più consistenti si spostano da luoghi senza prospettive per trovare maggior fortuna altrove. In quell'altrove però, proprio per quello che si diceva prima, sempre più individui sono messi ai margini della società ed espulsi dal mondo del lavoro. Lavoro, tra l'altro, reso sempre più schiavizzato e legato alla ruota del profitto piuttosto che delle umane necessità.
Non stiamo parlando di situazioni ipotizzabili o futuribili, ma che si possono già toccare con mano adesso. Quindi è adesso che bisogna farne già una questione sovranazionale ed esistenziale cui puntare lo sguardo. Fra pochissimo, le moderne società saranno caratterizzate da un alto numero di individui utilizzabili solo, quando va bene, per lavori di fatica, non effettuabili, da macchine. O magari, nei servizi per i più preparati, ma sempre meno pagati, facilmente ricattabili e sostituibili, vista la platea dei  potenziali  pretendenti. Non stupisce che, in questo quadro, ci sia qualcuno che si porti avanti e progetti forme, anche estreme, di difesa degli interessi dei privilegiati. Non stupisce che la piccola media borghesia venga arruolata un po' dappertutto  soprattutto da forze nostalgiche, facendo leva sulla paura del diverso e anche, di scivolare socialmente più in basso, a difesa degli interessi dei potenti.
E non stupisce pure che, ci sia qualcuno che per depistare e distrarre, infila piani catastrofici e complottisti che puntano ad una rapida diminuzione della popolazione mondiale.
Abbiamo accennato prima, alla sovranazionalita' della questione ma, sembrerà assurdo, la ricerca della soluzione dovrà passare obbligatoriamente attraverso la distruzione degli attuali assetti e relazioni internazionali, a cominciare da quelle dell'Unione Europea. Alt, già sento le accuse di sovranismo, no assolutamente! L'obiettivo deve essere proprio l'opposto che il rinchiudersi all'interno dei propri confini. Deve essere la coscienza delle masse popolari dell'intero globo a prenderne consapevolezza ma partendo obbligatoriamente, dal proprio singolo territorio.
Chi dovrebbe o potrebbe cominciare a portare avanti questa visione e questa presa di coscienza, con la pazienza e la consapevolezza necessaria, se non una sinistra 2.0? Ovviamente cominciando dalle situazioni che si vivono e si conoscono meglio cui adattare e proporre, oltre gli ideali e i valori fondanti, anche la possibilità utopica ma possibile di contribuire a costruire una società più giusta e solidale, che si sviluppi in rapporti sempre più orizzontali che non verticali

lunedì 4 maggio 2020

NULLA SARA' COME PRIMA




Questa pandemia, oltre la paura, i lutti, i danni economici, la reclusione forzata ha posto, o permesso che emergessero e che si facessero strada interrogativi legati più intimamente ai destini singoli e collettivi. Sarà possibile dopo questa esperienza, che tutto possa tornare come prima?
Sarà possibile far finta che tutto lo tsunami emotivo, esistenziale vissuto in questi giorni, possa esaurirsi e considerarlo alla stregua di un brutto sogno?
Al momento possiamo tranquillamente affermare che per molti, già non sia e non potrà essere così. Intanto per chi ha sofferto lutti e sofferenze sarà impossibile dimenticare. Per intere classi professionali, dal personale sanitario e a tutti quelli che per scelta o obbligo hanno dovuto sfidare il contagio, oltre la soddisfazione per il servizio svolto e la felicità per esserne usciti indenni, risulterà difficile dimenticare. E, anche per chi più semplicemente ha dovuto cambiare radicalmente il proprio stile di vita chiudendosi in casa, non sarà semplice riprendere come niente fosse.
La scienza, la politica, la chiesa, il mondo del calcio, il mondo industriale, le varie associazioni rappresentative ecc. ecc. in questi giorni hanno offerto contemporaneamente il meglio e il peggio di sé dando l'impressione di non essere gli strumenti più adeguati e idonei per affrontare situazioni emergenziali come queste.
E anche i singoli che, a questi soggetti delegano, o comunque volenti o nolenti, demandano decisioni e responsabilità, non hanno dato grande prova di maturità e serenità di giudizio. Più che a un cosciente e responsabile atteggiamento improntato alla prudenza e alla consapevolezza della gravità, abbiamo assistito alla discesa in campo delle tifoserie più scalmanate e prive quasi di filtri. Quasi l'importante non fosse limitare i danni se ma esprimere la soddisfazione per gli errori e le pecche del “nemico”.
E non solo la politica ha dato pessima prova di sé, ma anche tutti quei soggetti elencati prima, compreso il mondo scientifico che dovrebbe essere quello più asettico e meno incline a condizionamenti o a speculazioni interessate.
Quasi tutti, comunque hanno convenuto su una cosa, nulla potrà essere come prima, nonostante i desideri e le nostalgie dei più.
La questione, adesso, è capire in che modo e in quale direzione dovranno essere indirizzati gli sforzi affinchè veramente, il prossimo futuro, oltre che diverso, possa essere anche migliore di prima.
Credo che, nonostante,alcune buone intenzioni, il rapace mondo degli affari, degli interessi, del profitto, della speculazione stia affilando le armi affinchè il tutto cambi certo, ma se possibile in peggio, e a proprio favore.
La politica non promette nulla di buono avendo scelto, da una parte, quella attualmente al governo, di continuare a legare i propri destini a quelli di un'Europa che, se possibile, anche in questa occasione ha dimostrato il peggio di sé. L' altra capace solo di contrapporsi polemicamente, strumentalmente e a prescindere, al governo, ma totalmente incapace di portare avanti un proposta credibile e percorribile.
Poi abbiamo alcuni tra coloro che potrebbero avere buone idee di organizzazione e giustizia sociale e con motivazioni ideali sufficienti per elevarne le azioni ma che comunque, continuano a preferire il piccolo cabotaggio della critica ideologica, quasi fine a sé stessa visto che viene espressa parcellizzata e ininfluente da ognuno dalla propria piccola torretta testimoniale. E, paradossalmente lo si fa quasi coscientemente, argomentando le situazioni con gli stessi obiettivi e addirittura gli stessi termini. Cosa, allora, impedisca il naturale, logico passaggio al riconoscimento e all'accettazione di ciò, sembra più argomento da psicanalisi che politico.
Se la sinistra vuole avere ancora una sua ragion d'essere che non può essere limitata al solo ruolo di grillo parlante o di denuncia critica. In questa prossima fase dovrà essere soprattutto propositiva. Non certo, per arrivare ad avere un'ammucchiata di sigle da spendere elettoralmente, ma per rappresentare visivamente e realisticamente una proposta politica comprensibile e accettabile dai più.
Per quale motivo, ad esempio, qualsiasi esperienza di sinistra finisce per raccogliere poche adesioni, e quelle poche quasi esclusivamente all'interno di un mondo piccolo borghese, di autoreferenzialità intellettuale o politica? Da decenni, ormai, non si riesce a passare più attraverso il setaccio a maglie strette del giudizio e del favore delle masse operaie o del sottoproletariato.
Eppure l'habitat naturale della sinistra di classe dovrebbe essere quello, non certo il salotto borghese dei talk show. Gli sforzi dei singoli, ammirevoli quanto si vuole, ma se protagonisti in un teatro dalla platea vuota, rappresentano un inspiegabile spreco di energie e competenze.
Dovremmo saperlo, dovremmo averlo già capito da tempo con chi dovremmo ritornare a parlare. Lo sport preferito, sembra essere ormai, anche dalle nostre parti lo sprezzante giudizio da maestra di scuola elementare, che si erge e si fa beffe dell'ignoranza diffusa criticando e sottolineando con la penna rossa l'errato uso del congiuntivo.
Cosa giusta e importante, ma non al punto di farne una discriminante e un fossato che divide le persone e gli ambienti sociali. Si è, al massimo, ritornati a parlare di loro, anche sinceramente, ma non con loro
Si dovrebbe riscoprire nel poco di DNA popolare residuo rimasto degli antichi legami, che in fondo è più necessario essere simili e vicini al pensiero dell'operaio che vota Lega piuttosto che al giovane, rampante, rappresentante della piccola media borghesia i cui spazi o ambizioni sociali personali, trovano il proprio posto nei salotti del politically correct.
Quindi , sembra chiaro, che, volenti o nolenti, da questa pandemia ne dovremmo uscire profondamente cambiati. Lo sforzo che ci aspetta non è quello di riannodare semplicemente il filo di un discorso interrotto, ma proprio di provare a cambiarlo radicalmente quel discorso.
Già oggi, la crisi economica conseguente, trascinerà nei gorghi della povertà milioni di persone. L'abbiamo già visto nell'enorme disparità di risorse cui è stato possibile far ricorso nei diversi paesi. E quanto appaia insufficiente e minimo, il pur grande sforzo, in proporzione, che il nostro paese ha potuto e potrà fare. Quante spade di Damocle, oltre quelle già presenti sono puntate sulle nostre teste, ultima quella del declassamento del rating, appena un centimetro sopra il baratro del paese spazzatura. Abbiamo visto quanto l'egoismo e le paure di questa Europa rappresenti più che un'opportunità, una trappola a tempo ben congegnata, cui bisogna opporsi con altri modi e tempistiche rispetto quelli usati finora. Ad esempio, appare illogico e poco democratico che, a fronte di una maggioranza di paesi che firmano un documento richiedendo alcune cose, una minoranza di paesi (4) rappresentanti una minoranza, anche di popolazione e di potenza economica, vi si opponga e abbia un potere di veto. In questi casi non deve prevalere la motivazione del “E ma se usciamo dall'Europa sarebbe peggio”, ma mettere quella minoranza con le spalle al muro ed, eventualmente, mettere loro in condizione di valutare se è il caso di rompere con la maggioranza dei paesi Euro con relativa exit.
Ribaltare, con la coltivazione di alleanze stabili e convergenti, il paradigma che vuole alcuni paesi nel ruolo d i censori ed esaminatori ed altri in quello di scolaretti da mettere in riga. Non deve, non può e non si può più permettere che funzioni così.
La pandemia, quasi come una nemesi, parte proprio da quella Cina, paese simbolo della nuova economia mondiale, che più e meglio di altri ha saputo sfruttare quella globalizzazione voluta e attuata dalle multinazionali per massimizzare i profitti, ma che si sta ritorcendo contro gli stessi che l' hanno promossa e sponsorizzata.
La politica, a partire da quella che viene vista come la nazione guida, gli USA e il loro presidente Trump, figlia anch'essa di una visione esclusivamente economicista di corto respiro e di ancor più limitata prospettiva, si è rivelata dove un po' di più dove un pò meno, totalmente incapace e inadeguata al ruolo. Mancano leader capaci di interpretare un ruolo che sia diverso da quello del ragioniere o dell' architetto di equibri politici che, tropppo spesso diventano equilibrismi inutili e incomprensibili. Recuperare una visione umanistica e complessiva intorno ai valori, ai bisogni vitali e primari della vita umana, sembra quanto mai indispensabile. Difficile farlo partendo dalle sole parole d'ordine che ci hanno accompagnato fino ad oggi poichè, almeno nella prima fase di proposizione, non ci sarebbe tempo e modo per riportarle ad antichi valori e splendori. Troppo il discredito e il disvalore che nel tempo si sono accostati, a torto o ragione, a quei termini. Soprattutto per la stragrande maggioranza dei giovani che, nel migliore dei casi, ne conoscono appena il significato storico, legato però, ad un passato decisamente non replicabile. Un'opera di ricostruzione senza mettersi in discussione complessivamente, appare oltre che difficilmente credibile, anche con una tempistica non adeguata alle esigenze del momento.
Il nemico era e rimane il capitalismo in ogni sua forma. La liberazione dell'uomo dalla schiavitù del lavoro, dal bisogno e dallo sfruttamento deve rimanere l'obiettivo, non solo sentimentalmente utopico, ma praticato coerentemente e ostinatamente in ogni momento. Esclusi e censurabili qualsiasi tipo di astuzie, tatticismi, speculazioni, operazioni spregiudicate e poco comprensibili. Linearità, chiarezza, coerenza, impegno, competenza dovranno essere obbligatoriamente le linee guida che qualsiasi movimento, partito, associazione voglia provare a proporsi per un cambiamento in senso progressista, dovrà seguire. Ne saranno capaci? Dubito ma essendo l'unica opzione valida, varrebbe la pena provarci. Prossimamente cercheremo, anche di affrontare non solo il cosa, ma anche il come sia possibile porci di fronte ai grandi temi che ci sono di fronte in un'ottica di avanzamento sociale e ambientale complessivo.
Ad maiora!

MIZIO

venerdì 24 aprile 2020

PANDEMIA - PANDETUA


CORONAVIRUS, PANDEMIA DI EGOISMO ED IGNORANZA. A chi la tocca, la ...


In questi giorni di lunga “prigionia” forzatamente ci si dedica di più ad aspetti e interessi, se vogliamo secondari, rispetto quelli che abitualmente si coltivano.
Si sperimentano anche forme di pensiero più spontanee e anarchiche del solito, lasciandole libere di avventurarsi anche su sentieri tanto tortuosi quanto però, affascinanti. Inoltre questa pandemia sembra aver esaltato alla massima potenza tutte le visioni, reali, verosimili, fantasiose, complottiste, esoteriche che hai frequentato più o meno direttamente e più o meno condividendone lo spirito.
Quindi ci si avventura in riflessioni che, normalmente, pur essendo già tue, non si dedica loro. alcuna attenzione.
Quindi ritorniamo al concetto di trinità e della sacralità derivante del numero tre, già analizzata in altre occasioni. Cosa che non è appannaggio della sola visione cristiana, anzi affonda le sue radici in  culture e visioni sia religiose che filosofiche diverse o, per guardare anche più vicino a noi, alla moderna psicanalisi. La suddivisione una e trina della visione spirituale, corpo, anima, spirito trova una naturale corrispondenza nella triplicità istinto, intelligenza, coscienza della moderna e più condivisibile scienza.
Come direbbe qualcuno verrebbe da pensare giustamente:”Ma che c'azzecca?”
C'azzecca, perchè questa pandemia, evento epocale e quasi unico nelle vita e nella recente storia dell'umanità, ha liberato e reso, se non accettabili e comprensibili, almeno degni di attenzione dubbi e interpretazioni più o meno fantasiosi. Tutti aspetti che trovano, poi, fertile terreno di diffusione e crescita nella debolezza figlia della paura. O quanto sia deresponsabilizzante l'ingenua, ma consolatoria sensazione, di essere nelle mani di oscuri manovratori del nostro destino sia personale che collettivo. D'altra parte, storicamente, pur di non ammettere la propria condizione di congenita debolezza e precarietà legata al nostro essere umani, in viaggio casuale su questa palletta spersa nello spazio, si preferisce indirizzare strali e responsabilità su altro, meglio se oscuro e mimetizzato abilmente.
Quindi possiamo già cominciare a vedere come, visioni e atteggiamenti, già presenti normalmente, vengano esaltati e coltivati in modo compulsivo privo anche dei normali filtri censori dai più, e in modo speculativo interessato da parte di altri.
Prego chi abbia voglia di continuare a leggere di non provare eccessivo stupore, né di coltivare dubbi sulla sanità mentale del sottoscritto pur avendo, legittimamente, tutta la libertà di pensare che siano solo fesserie. Cercheremo di camminare come novelli Dante e senza alcun Virgilio, in equilibrio sulla stretta cengia che ci divide dalle perigliose e dolorose esperienze delle anime del Purgatorio. Cercando di non inibirci la possibilità,anche di leggere, ascoltare e condividere riflessioni, punti di vista che, anche se frutto di fantasie esasperate,possano rappresentare comunque, un qualcosa degno d'attenzione se non altro perchè totalmente disconnessi da interessi di alcun tipo.
La nostra vita sociale da sempre è inquadrata e codificata in una visione condivisa dell'esistente. Dalle verità scientifiche, alle narrazioni storiche per finire alle regole morali e all'etica. Partendo da queste basi il singolo e le comunità si rapportano tra loro dando vita alle varie organizzazioni sociali, politiche, religiose ecc. che conosciamo. Sulla giustizia, libertà o composizioni di tali aspetti condivisi, si polarizzano, conseguentemente, le varie forme di pensiero tese ad aggiudicarsi la fetta più grande di potere, ricchezza e visibilità possibile.
Detta questa prima banalità aggiungiamone un'altra. L'avventura della vita, pur essendo costretta e forzatamente all'interno di regole collettive imposte, rimane sempre e comunque un' esperienza assolutamente personale, non condivisibile e non comprensibile se non sommariamente da nessun altro per quanto simile o anche empaticamente, legato.
Da questa banale considerazione nasce ad esempio il famoso: “Non giudicare”.
Nel caso, si cerchi di giudicare l'atto ma non chi lo compia. Non sapremo mai se nelle stesse identiche condizioni sociali, familiari, culturali noi avremmo agito diversamente. Ovviamente, questo, socialmente non deve e non può essere concepito come una deresponsabilizzazione assoluta, ma per immaginare l'eventuale sanzione o punizione all'interno di una visione che ne preveda il recupero e la relativa comprensione della negatività dell'atto commesso. 
Come si vede spesso, le grandi verità, possono essere di una semplicità disarmante potenzialmente condivise e comprensibili anche da soggettività diverse, ma prive di pregiudizi.
Perciò vediamo che abbiamo stabilito già una prima categoria di lettura. Quella visibile, comunemente accettata e condivisa. Cosa utile, se non necessaria, per la possibilità di concepire la vita sociale di soggetti altrimenti troppo diversi. Ovviamente in questa visione tralascio volutamente, perchè non funzionale a quello che vorrei dire, il giudizio sulla giustizia o meno di tale organizzazione, che attiene ad un altro livello di lettura e ragionamento.
Dobbiamo, quindi, considerare gli altri due livelli di lettura e percezione che sono molto più del primo, legati al vissuto, alle visioni e sensibilità personali.
Uno di questi è legato strettamente al proprio livello intellettivo che, come sappiamo non è uniformemente uguale ma, come le caratteristiche fisiche, diverso per ognuno, unico e indivisibile. Ma come il fisico può essere, però soggetto a cambiamenti evolutivi, compresi, però, in uno spazio più-meno, limitato e riferito sempre al potenziale del singolo e diverso per ognuno.
In genere è in questo spazio che, se solleticato e stimolato nel senso giusto, blandendo l'intelligenza o l'ego degli interessati, si inviano, attecchiscono e crescono i migliori o i peggiori messaggi. Messaggi più o meno interessati della politica, delle religioni, dei potentati o, anche del cosiddetto complottismo, tanto in voga recentemente. Cose che in assenza di un atteggiamento laicamente critico facilmente si possono trasformare in verità incontestabili, che necessitano e spingono ad atteggiamenti di fedeltà cieca e assoluta.
Da qui nascono le necessità, da parte di alcuni, di trasformarsi, e anche con orgogliosa ostentazione, in megafoni viventi e difensori ad oltranza di un'idea o visione. Ruolo che nobilita e gratifica facendo provare un appagante senso di superiorità ed esclusività.. La convinzione di servire una verità (sia pur quasi sempre soggettiva) ci dà un'appagante sensazione di aver trovato  quella posizione nel mondo, cui sentiamo di aver diritto-dovere.
Per ritornare a bomba sulla questione pandemia e fare un esempio leggibile. Avrete notato con quale facilità e con quale convinzione ognuno difenda la propria posizione e quante di queste siano frutto di assoluta fantasia e meno credibili anche delle più astruse convinzioni dei popoli più antichi. Abbiamo visto di tutto, da teorie con basi più o meno scientifiche, ad altre più interessate politicamente ed economicamente o addirittura al complottismo più o meno astruso,al servizio di chissà quale segretissimo piano di conquista del mondo e dell'universo intero.
Il terzo livello è quello che, più di tutti gli altri risulta mimetizzato e nascosto rispondendo, molto più dei precedenti ad una sensibilità assolutamente personale e unica. Talmente unica nella sua originalità da sembrare priva dei normali  filtri cognitivi, facendo appello ad altri intimi codici di giudizio.
Quelli che sono annidati nella parte più profonda e intima del nostro essere. Spirito, coscienza, Es, super io, subconscio, ognuno lo identifica con un nome diverso, ma, sostanzialmente ci si riferisce alla stessa zona del nostro sentire.
Ed è, fondamentalmente, quella con cui raramente, e quasi sempre con disagio,ci troviamo a confrontare il nostro agire pubblico rispetto quello che avremmo sentito più naturalmente nostro.
Ora, a fronte di questa situazione, sembra più che normale che, soprattutto in situazioni estreme come questa pandemia, sentimenti più epidermici come la paura prendano il sopravvento determinando giudizi e atteggiamenti comprensibili ma censurabili. Una minoranza sostanziosa fa dell'esercizio critico e si butta a capofitto nella necessaria opera di conoscenza. Territorio in cui le notizie e le informazioni passano senza un preliminare asettico e dovuto esame, ma rispondendo in via prioritaria, alla propria visione. Comprensibile, in quanto la cosa più complicata è ammettere che, forse, qualcosa del nostro percorso sia da mettere in discussione.
Quelli, purtroppo una minoranza, che riescono consapevolmente o meno, a utilizzare anche il terzo livello e a raggiungere un equilibrio stabile e duraturo dell'intero proprio essere, sono coloroi che sembrano i più (e forse lo sono) equilibrati, i meno coinvolti apparentemente, dagli eventi al punto di dare l'impressione di avere nel disinteresse l'aspetto prevalente del proprio carattere. Cosa, ovviamente, non veritiera ma frutto di una costante ricerca di un equilibrio interiore che, in mezzo a mille dubbi e difficoltà viene però vissuto dagli interessati come un atteggiamento indispensabile e non solo utile. Soprattutto a sé stessi prima che ad altri.
Sarebbero poi, quei soggetti che spesso e involontariamente, vengono presi ad esempio sia negli aspetti positivi, facendone un riferimento anche morale, quanto in negativo per quanto in grado di scuotere le cattive coscienze altrui.
Tutto questo ragionamento per provare a capire, da un punto di vista originale e decentrato, il perchè l'enorme massa di informazioni, soprattutto in questi periodi nodali storici, ci travolga e, favorita dai moderni mezzi informatici passi, quando va bene, al vaglio solo del primo livello e raramente del secondo. Quasi mai si utilizza anche il terzo. Sia per una congenita disabitudine e difficoltà a farne uso, sia per il timore di apparire troppo fuori dal coro con relativo rischio di isolamento sociale.
In ultimo, ma non per rilevanza vorrei ricordare, soprattutto a tutti quelli che ingenuamente e inconsapevolmente si trasformano in spacciatori di fake, di bufale vere e proprie se non addirittura di falsità costruite ad arte per delegittimare l'esistente e spianare la strada a personaggi equivoci, interessati e pericolosi, di provare a sfilarsi dal loro ruolo di Ascari di costoro.
Per questi va bene qualsiasi cosa, politica, religione, complottismo, medicina, economia, l'importante è instillare il virus del dubbio, proponendo visioni e chiavi di lettura che spostano il punto di vista da quello più ovvio, banale ed efficace. Non perchè non ci siano piani o intenzioni subdole e segrete, ma se non usiamo la lettura (che vale sempre) del cui protest, ci allontaniamo da quello che dovrebbe essere il principale impegno personale e collettivo di battersi sempre e comunque per la giustizia, per seguire fantasie o depistaggi inutili e dannosi.
Quindi quando si leggono o si viene a conoscenza di qualcosa, si tenga sempre presente, prima di farle proprie e divulgarle, che raramente, per non dire mai, le informazioni e le grandi verità possono essere divulgate a tutti. Laddove comunque, dovessero arrivare, si avrebbe bisogno dei filtri cognitivi giusti per decodificarli nel modo giusto e, soprattutto per non darli in pasto a chiunque. Il risultato, lo vediamo, è un imbarbarimento progressivo che continuamente contribuiamo ad alimentare più o meno consapevolmente.

MIZIO


domenica 12 aprile 2020

PASQUA DI QUARANTENA



Oltre i doverosi auguri a tutti per una serena Pasqua, per chi ha voglia, lascio alla corrente impetuosa di questo strumento di virtuale condivisione, qualche riflessione che mai, come in questo momento, mi sembrano attuali. La vita, diciamo una banalità, conosce le sue stagioni. Tutte ci appartengono, tutte competono a farne ciò che conosciamo. Di tutte ne conserviamo il ricordo, tranne dell'ultima. La vecchiaia lascia i propri ricordi ad altri, a chi rimane Per quello che sappiamo e per l'organizzazione sociale che ci circonda, ai singoli protagonisti non rimane nulla. Certo ci sono credenze, religioni, speranze che ci dicono altro, ma sono tutti convincimenti legati ad atti di fede o visioni personali non trasmettibili e non certificabili.
Rispetto questo argomento, vabbè chiamiamolo col suo nome, la morte, le generazioni che ci hanno preceduto avevano un rapporto diverso, diretto e quasi confidenziale, sia per il tipo di vita racchiuso quasi esclusivamente in un nucleo familiare allargato, in cui le generazioni convivendo si succedevano naturalmente sia, ovviamente, per la maggiore facilità con cui si moriva. Malattie, guerre, incidenti, fame, scarsa igiene o addirittura di parto erano solo alcune delle mille occasioni in cui si poteva morire molto più facilmente. Le nostre generazioni, parlo di quelle dei settantenni, più o meno e successive, sono le prime e uniche generazioni che, a memoria d'uomo, non hanno avuto bisogno finora, di confrontarsi collettivamente con questo aspetto della vita. La morte ha quasi sempre rappresentato un fatto privato e, comunque sempre riservato ad altri, da rinchiudere in una cornice d'ineluttabilità di cui meno se ne parla, meglio è. Ovviamente il tutto derivante da un aumentato benessere materiale, un progresso scientifico e tecnico che ha rafforzato in ognuno di noi il convincimento di invulnerabilità e di eternità.
L' attuale pandemia, perché è da questa che discende questa riflessione, ci rimette volenti o nolenti di fronte lo specchio delle nostre debolezze, paure e anche, responsabilità. Ci sta sbattendo brutalmente in faccia che basta una infinitesimale particella di materiale organico per far crollare tutte le certezze e mettere a nudo tutte le fragilità del nostro essere umani. Si è costretti forzatamente a confrontarci con tutto ciò che si è sempre cercato di allontanare con fastidio dal nostro orizzonte personale e collettivo. Tanto era malato, era vecchio, era destino. Tutte le banalità e frasi fatte usate fino ad oggi sull'argomento, dimostrano tutta la loro inadeguatezza, nel momento in cui si raggiunge la coscienza che la vita di ognuno è legata ad un imponderabile e sottile filo di casualità e non solo al potere, alle capacità o all'età. Da sempre si affronta la questione esorcizzandola con battute, scongiuri o ignorandola fino a quando, in maniera improvvisa non tocca, indirettamente, anche te come un'ondata di piena e ti mette in isolamento coatto. Ti costringe a confrontarti con quelli che non sono più solo numeri lontani o statistiche percentuali. Sono vite, persone, affetti, memorie spazzate via improvvisamente da un nuovo subdolo e apparentemente imbattibile nemico. Per sfuggirgli devi isolarti devi, forzatamente, rinchiuderti in te stesso.
E, se non sarai travolto dalla smania alimentare, tipica di questi giorni, ti ritroverai a riflettere più del normale, indirizzando i tuoi pensieri soprattutto verso qualcosa cui per scaramanzia, abitudine o semplice distrazione, difficilmente finora avevi fatto.
Questa pandemia ha riportato il fine vita, volenti o nolenti, al centro dell'attenzione, ricordandoci, anche brutalmente, quanto essa debba essere considerato con una valenza e un significato almeno pari a quello della nascita e del resto della vita.
Le innumerevoli morti di questi giorni lungi dal poter essere considerate una "livella", dimostrano quanto lontano e quanta indifferenza ci abbiano portato alcune visioni e molte delle droghe del cosiddetto benessere consumista.
Quale sarebbe allora l'eventuale morale della questione? Ritorno al passato? No, certo che no! Ma pensare ad una società solidale in cui il singolo non sia costretto a consumare una vita in competizione e magari morire, poi, da solo. Questo si può e si dovrebbe fare.

MIZIO