lunedì 19 ottobre 2015

IL LEADER CHE NON C’E’


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Da sempre l’idea o il progetto di qualcosa di fortemente innovativo sono indissolubilmente legate a nomi e cognomi destinati a restare nella storia. Questo avviene in tutti campi del sapere e del pensiero umano, ma quando questo, accade in politica colui che l’incarna, in genere, anche non volendo, diventa un leader. Perché in politica, oltre l’idea innovativa , è necessaria la prassi, l’organizzazione, la motivazione emotiva e ideale, altrimenti si rischia i cadere nel tran tran burocratico, notarile, ininfluente e legato solo a logiche amministrative e/o di spartizione del potere. Mi si dirà che non sempre l’dea corrisponde ad un’azione vera e propria e, conseguentemente, non dà vita, oltre alla progettualità, a nessuna forma di leaderismo, ed è certamente vero ma entreremmo in un campo più complesso che tira in ballo l’intellighenzia e il ruolo degli intellettuali organici, che ci porterebbe ad altro rispetto quello che vorrei evidenziare. Perché questa riflessione sui leader o sul leaderismo? Sicuramente perché, specialmente a sinistra, ne sentiamo visceralmente il bisogno avendo in questi anni traversato tutte le possibile interpretazioni ideali o di realismo politico, ma, escludendo alcuni trascurabili momenti, senza poterli legare a una o più figure carismatiche capaci di scuotere emotivamente la passione e la ragione. Certamente l’ideale, la passione, il trasporto possono e devono essere indipendenti da una figura che ne esalta ma potrebbe anche limitarne l’impatto. Pensiamo all’attualità e al M5S. Senza il traino mediatico e carismatico di un personaggio come Grillo, il movimento avrebbe avuto quel successo e quello sviluppo rapido cui abbiamo assistito? O, sarebbe, molto più realisticamente rimasto confinato nel ristretto ambito della velleitaria protesta qualunquista al pari, ad esempio, del movimento dei forconi?
Dicevamo, la sinistra ha presentato negli ultimi venti anni, sull’onda della necessità di adeguarsi al nuovo, diverse sfaccettature e variabili, ognuna legata a personaggi che l’hanno, più o meno coerentemente, rappresentata. Ma pensando a Occhetto, Prodi, Veltroni, Bertinotti, Bersani fino ad arrivare agli attuali Renzi, Vendola, Civati e Ferrero possiamo in loro scorgere e riconoscere quel quid che fa di un buon politico (con idee più o meno criticabili) un leader carismatico e trascinatore di folle? Ognuno di loro ha trovato o troverà una ristretta cerchia di adoratori e ammiratori a prescindere che, ne hanno fatto o ne potrebbero fare, un piccolo rais, ma non certo un leader. In alcuni momenti alcuni di questi hanno avuto l’intuizione giusta al momento giusto per fare il salto di qualità ma, l’hanno poi cristallizzata in una visione ferma all’attimo  e incapace di tradursi ed evolvere in capacità di analisi e di empatia con il proprio popolo.
Queste riflessioni mi sono state indotte dalla lettura dell’intervista del presidente del mio partito, Vendola, pubblicata sul Manifesto. Ecco, quella mi è sembrata la classica situazione in cui il potenziale leader ha perso drammaticamente e, forse, irrimediabilmente la lucidità necessaria per incarnare un' idea che sia trainante e passionalmente coinvolgente. Se Vendola, in questo caso, ma riguarda un po’ tutti, avesse ancora la capacità di leggere le dinamiche sociali e politiche scrollandosi di dosso l’amore per proprie visioni che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato aver esaurito la carica innovativa, avrebbe capito che certe dichiarazioni sono fuori tempo massimo, non solo per i lavoratori e i cittadini, ma anche per gran parte del proprio piccolo ma appassionato popolo. Si dimostra che, chi non riesce più ad essere empaticamente connesso con la ragione e il sentimento dei propri rappresentati è destinato ad essere sempre più marginalizzato e ad esercitare la propria funzione di leader ai minimi livelli e solo nei confronti del cerchio magico di interessati adoratori che, personaggi di tale livello, si trovano intorno pronti ad offrire elogi e applausi a prescindere.
Idee innovative ci sono, perché ce le porge la società stessa, le drammatiche situazioni sociali, ambientali, storiche e, forse, ancora non è nato il o la leader capace di interpretare in maniera sinteticamente significativa la complessità dell’attuale situazione.
La soluzione? Forse è quella di lavorare sul campo, impegnarsi, proporre, lottare, seminare fame di giustizia e sete d’uguaglianza, sporcarsi le mani, e non solo,  sperando che da quest’humus possano nascere, crescere e formarsi i nuovi leaders.  
E poi, se son rose fioriranno!
Ad maiora


MIZIO

mercoledì 7 ottobre 2015

'A LA BASTILLE


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Nella civilissima Francia, la compagnia di bandiera nazionale Air France preannuncia un corposo piano industriale che prevede migliaia di licenziamenti nel glorioso solco dell’iperliberismo che, laddove ci sono errori e pecche di gestione e valutazioni chiede di pagarne il prezzo sempre e comunque ai più deboli, ai lavoratori.
Pur non essendo i sindacati francesi omologabili per accondiscendenza a quelli italiani (con alcune gloriose eccezioni come la Fiom e alcune sigle autonome) la reazione dei dipendenti non ha seguito i normali canali previsti in casi come questi, quelli di una lunga e difficile trattativa sindacale, ma hanno percorso la via più breve e diretta. I responsabili della gestione del personale (autori pratici del piano di riorganizzazione) sono stati molto semplicemente e brutalmente messi a conoscenza del non gradimento dell’operazione e lasciati letteralmente senza camicia e costretti ad un’ ingloriosa fuga in mutande che molto poco si addice alla dignità e al rigore dell’incarico ricoperto.
Ovviamente da noi che siamo quasi sempre spettatori e quasi mai protagonisti si è levato il solito classico lamento italico :”Hanno fatto bene!”, “Loro si che si fanno rispettare.” “Dovremmo farlo anche noi” (che in genere significa lo faccia qualcun altro che io tengo famiglia). Ma al di là di questo, cosa significa ciò? Intanto che non è un caso che in Francia ci siano state rivoluzioni di cui noi abbiamo solo avuto percezioni di rimbalzo e che, comunque, hanno interessato solo una fascia limitata della popolazione. Che in Francia non è un caso che gli scioperi , molto più duri e massicci, di quelli nostrani non suscitino reazioni scomposte ma, anzi, molto spesso ricevono attestati di solidarietà da altre categorie sindacali e sociali. Non è un caso che il senso di appartenenza e l’orgoglio del francese tipo siano dovuti all’attenzione che lo stato gli ha sempre rivolto in termini di servizi e welfare (non messi in discussione sostanziale storicamente neanche dalla destra) creando un clima di solidarietà e comunanza di cui da noi non troviamo traccia.
In questo quadro che le politiche neoliberiste imposte dal potere finanziario globale, dall’Europa a trazione tedesca,che l’imposizione delle privatizzazioni e della riduzione generalizzata del costo del lavoro attraverso licenziamenti di massa possano provocare reazioni di tipo diverso dalle nostre appare, oltre che probabile, quasi certo. D’altra parte ricordiamo il precedente del sequestro, qualche anno fa, dei dirigenti della locale Telecom le cui scelte di drastico ridimensionamento provocarono numerosi suicidi e disperazione tra migliaia di lavoratori.
Giglioli sull’Espresso parla della crisi dei corpi intermedi, ed è sicuramente una giusta e condivisibile chiave di lettura. Ma se fosse solo questo non si spiegherebbe come mai analoghe e peggiori reazioni simili non avvengano anche da noi dove il ruolo dei sindacati e dei partiti di sinistra negli ultimi decenni ha progressivamente e passivamente assistito o, addirittura, gestito l’impoverimento generalizzato dei lavoratori.
E cerco di essere più chiaro arrivando brevemente al punto. Appare chiaro che la banalizzazione e l’appiattimento dovuto alla massificazione attraverso l’imposizione di modelli standard comportamentali e sociali sembra cominciare a scricchiolare paurosamente.
Questo porta ad una serie di riflessioni: la globalizzazione intesa come possibilità per il modello iperliberista di fare e sfruttare a piacimento, non può e non deve essere vista come un’ineluttabilità scritta nel destino dell’umanità. L’evoluzione delle varie società, gruppi o etnie ha seguito percorsi diversi di cui si può e si deve tenere conto. La globalizzazione deve viaggiare acquisendo inestimabile valore, sulla  possibilità di contaminazione culturale per l’arricchimento singolo e collettivo, per le stupende possibilità di migliorare il proprio status sociale e morale, ma non può e non deve costituire il volano per ampliare l’area di sfruttamento e di limitazione dei diritti umani  prima che democratici, come invece è avvenuto e sta avvenendo.
Qui entra in ballo la politica e le sue scelte. Non voglio ripetere fino alla noia i danni mostruosi che  questo tipo di sviluppo ha provocato e le responsabilità, in questo, del potere politico. Le conosciamo tutti benissimo. Le masse che migrano e si spostano per guerra, per fame, per bisogno, per paura sono filiazione diretta di logiche finalizzate al massimo profitto sotto qualsiasi forma. Come si dice “pecunia non olet” si può guadagnare potere e ricchezza, con le armi, con il petrolio, con il traffico di esseri umani o con qualsiasi tipo di sfruttamento, basta essere privi di scrupoli e legalizzati dalla debolezza e dalla collusione del potere politico.
La sinistra, anch’essa, nel corso degli ultimi anni, avendo perso di vista il punto di partenza e, soprattutto, non vedendo ancora quello d’arrivo, s’è accomodata in una lettura analoga  a quella del potere non sforzandosi di adottare parametri alternativi di giudizio e conseguenti valutazioni.
Alt! Fermiamoci un attimo. Rimettiamo tutto in discussione, rivediamo le nostre priorità. Non si può, nelle analisi e nelle scelte tenere fuori l’elemento principale: l’essere umano. La politica deve ricominciare,(o cominciare) a riparametrare le scelte e le visioni non in base a sole valutazioni economiche, sociali, culturali e morali che, però, non tengano conto della meravigliosa possibilità di scoprirsi simili e più ricchi nel riconoscimento della diversità. Applicare le regole del neoliberismo in maniera acritica imponendola a tutti espone a comportamenti e reazioni diverse a seconda dell’ambiente in cui vengono calate. Ecco quindi che, anche nella Francia moderna, inserita a pieno titolo nel contesto finanziario mondiale, scelte che sono state già applicate in altri stati e assorbite passivamente, danno luogo a reazioni che, evidentemente, si rifanno a archetipi tramandati attraverso le generazioni.
Quindi ad azioni simili in Francia si griderà. ‘A la Bastille”, in Grecia magari ”Oxi” e in Italia “...tacciloro!”. Tutto questo alla fin fine per dire cosa? Una cosetta semplice semplice. Non esiste sistema o ideologia che possa ritenersi ideale se non tiene conto dell’elemento umano. Prima le persone, poi tutto il resto.

Ad maiora

MIZIO

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lunedì 28 settembre 2015

IL NULLA




Solitudini che riempiono spazi
tra parole che viaggiano sole
Anime che scappano via
per raccontar le stesse storie,
di com’era bello un altro cielo
come fosse altro da sé.
Per riempire il nulla,
quando il nulla non c’è.
MIZIO

mercoledì 23 settembre 2015

LA POLITICA? FA SCHIFO!



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La politica, i politici, i partiti fanno schifo, pensano solo a loro, non rappresentano più nessuno se non se stessi. Tutti a casa, tutti a lavorare seriamente, un calcio in c..o e ridateci i soldi brutti figli di una madre ignota!
Alzi la mano chi di noi non ha mai  pensato, detto, auspicato, invocato uno dei suddetti pensieri nel corso della propria vita. Onestamente, anche il più incallito e fedele dei militanti si è trovato più volte nella situazione di non capire, di dover giustificare scelte non comprensibili e non condivisibili, e di dover ammettere con sé stesso che forse a pensar male, a volte, non si faccia poi troppo peccato. Nel passato era la ricca borghesia che deteneva il potere a fare della politica un uso elitario indirizzando interessi e scelte nel mantenimento di tale privilegio approfittando e incentivando il diffuso analfabetismo di massa e la conseguente difficoltà di poter veicolare visioni sociali diverse.
Con il propagarsi della capacità di accedere a fonti informative alternative, grazie alla scolarizzazione che diventava di massa, e alla presa di coscienza di avanguardie intellettuali, comincia, da parte di quegli stessi poteri che ne facevano , e ne fanno, un uso discriminatorio, la demonizzazione della politica stessa.
“La politica fa schifo! Lasciala fare a noi che sappiamo come fare” Tu non occupartene, vai allo stadio, a messa, in discoteca, al mare, che ci pensiamo noi, non preoccuparti, non sporcarti e non perdere tempo con questo schifo”.
Questo messaggio era efficacemente contrastato dall’adesione fideistica, quasi fosse una chiesa , a ideologie, partiti e movimenti che richiedevano fedeltà e dedizione quasi assoluta. La politica diventava così, pratica di massa. Le scelte venivano discusse, criticate, richieste con manifestazioni, lotte e impegno  collettivi, l’elite è costretta a cedere porzioni di potere e privilegi.
Il militante politico di queste forze innovatrici, socialiste o comuniste, poteva essere avversato per le proprie idee, demonizzato ma difficilmente poteva essere accusato di disonestà o di perseguire interessi personali. La politica stava riconquistando il posto che le sue nobili origini le avevano da sempre riservato. Quello di rappresentare interessi collettivi e non elitari
Nel moderno mondo delle democrazie occidentali il modo per tenere lontane le masse dalla politica è di presentarla nel suo aspetto peggiore quello dell’interesse privato, della difesa dei privilegi, agendo sull’ idea (purtroppo anche verosimile) che siano tutti uguali.  Aspetto favorito dalla seconda grande rivoluzione mediatica dopo quella della scolarizzazione, la diffusione di massa dei moderni mezzi di comunicazione: televisione prima, internet e la rete oggi. La tv rappresentava il nuovo vangelo della verità dichiarata: “L’ha detto pure la televisione” era ed è, ancora in parte, un modo per avvalorare la veridicità di una notizia. Il potere ne ha fatto un uso “pro domo sua”, arrivando a gestire contemporaneamente con Berlusconi, sia l’informazione che il potere stesso.
Il vecchio militante , le vecchie ideologie sono rimaste spiazzate ed emarginate da questa accelerazione e hanno tentato di rimanere in gioco con aggiustamenti e processi di modernizzazione che, oltre a procurare dolorose scissioni e disillusioni, non sono state in grado di reggere il confronto con il nuovo potere mediatico reso ancora più efficace, ma complicato, dall’ irrompere della diffusione della rete. Cosa invece riuscita benissimo ai nuovi soggetti politici come la Lega e il M5S che hanno semplificato e reso “mordi e fuggi” il consenso basandosi su parole d’ordine di facile lettura e immediata condivisione (ovviamente non entro nel merito delle stesse). La politica, quella nobile, vissuta con enfasi e passione rimane sempre più emarginata e ininfluente nei processi e muta testimone di glorie passate.
La politica cambia qindi pelle, diventa non più e non solo passione e dedizione ma un modo di autopromozione personale, (come diceva il grande Sordi: ”Sempre meglio che lavorare”) il risultato diventa più importante del contenuto e del contenente. L’iperbole non riguarda più grandi orizzonti collettivi ma piccoli risultati circoscritti. In questo quadro le potenzialità positive e di qualità, che pure ci sono, sono offuscate o coinvolte in un  consolatorio e superficiale “Così fan tutti”.
Quindi la politica fa schifo? Certo , quella degli interessi personali e di lobby, quella del mantenimento del potere a tutti i costi, quella senza passione e senza ideali, quella che distrugge il territorio e la ricchezza comune, quella che fa accordi con la criminalità organizzata, quella che umilia, sfrutta il bisogno, quella appecoronata ai poteri forti, quella che non sa più far sognare e popola la vita di incubi.
Ma c’è e ci può essere un’altra politica?

Certo che si! Quella che non si riempie la bocca di promesse e paroloni, quella che sta in mezzo ai bisogni, quella che indica una strada e una via d’uscita, quella che non guarda solo ad un futuro utopico ma che vuole cambiare l’oggi e il domani. Quella che è fatta di sacrifici molti e soddisfazioni poche, quella di uomini e donne che sono in cammino da tanto tempo che si sono divisi, e quella  dei molti che si sono fermati. 
Si deve riprendere il cammino con chi c’è, senza ansie da prestazione, ma anche senza infatuazioni sterili. La base ideale non manca, l’avversario pure, le cose da fare infinite, dimostriamo che la politica può e deve ritornare ad essere pulita, nobile e di tutti
Ad maiora

MIZIO

lunedì 7 settembre 2015

NON AVEVO SCELTA


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Non posso essere orgoglioso di essere figlio di millenni di guerre e di violenze. Il prodotto di una progenie capace di violentare, distruggere, umiliare i deboli, i diversi, gli esseri viventi, la madre Terra.
Posso mai essere orgoglioso di essere simile a chi ha inventato armi capaci di distruggere forse anche l’ intero universo?
Di chi sapendo d’essere, più o meno casualmente, ospite nell’ infinito si rinchiude e difende rabbiosamente  confini sempre più stretti intorno a sé?
Di chi ha inventato mille lingue per giudicare l’altro straniero e non parla e non capisce l’unica lingua comprensibile a tutti, quella dell’anima?
E come potrei essere orgoglioso, così simile come sono, a chi abbatte foreste, devia fiumi, avvelena mari, intossica l’aria, scioglie i ghiacciai,  umilia la vita in ogni sua forma.
Sentirsi straniero nella propria pelle, quella è la drammatica sensazione con cui si è costretti a convivere quando si è coscienti.
E da straniero si cerca l’accettazione, si partecipa, si lotta, si sorride, ci si abbraccia, ci si riconosce, ci si inca++za, si sceglie e si sbaglia.
Stay human , ma a volte non basta

Sono un uomo, non ne sono orgoglioso, ma non avevo scelta. 

MIZIO 

venerdì 14 agosto 2015

FASCISMO? NO GRAZIE!



Negli ultimi tempi grazie alla crisi economica, alla tolleranza dimostrata da istituzioni e forze politiche, ad un qualunquismo e ad un’ignoranza storica alimentata ad arte ci sono forze, associazioni e soprattutto molte persone che si rifanno platealmente e senza infingimenti all’ideologia fascista. Si rimpiange l’ordine dell’epoca contrapposto al caos attuale, si rimpiange l’autarchia materiale e di pensiero si rimpiange l’idea di un uomo solo al comando. Si favoleggia di una grandezza materiale e ideologica persa dall’Italia. Dio patria e famiglia tornano ad essere i valori cardine su cui fondare una nuova società. Quindi fuori tutti e  tutto ciò che in qualche misura rende complessa la convivenza. D’altra parte molti dicono e ripetono che il fascismo tutto sommato è una visione della società come qualsiasi altra e in democrazia tutte le idee devono e possono essere rappresentate. A me questi concetti, espressi spesso anche in buona fede e senza dover ricorre ai principi della nostra Costituzione e all’apologia che è un reato, fanno venire semplicemente l’orticaria. Senza andare troppo nell’analisi del rapporto, ad esempio, tra fascismo e capitale, tra interessi speculativi della grande imprenditoria e dei latifondisti dell’epoca a danno e scapito dei lavoratori e della piccola mezzadria agricola, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti di vita vissuta.
Ovviamente non sono episodi riportati nei libri di storia, fanno parte di quelle narrazioni minori che rimangono nell’ambito delle mura domestiche e che segnano la vita dei singoli e al pari degli episodi di maggiore valenza e impatto mediatico.
Mio nonno Carmine, dopo aver servito la patria nella grande guerra si trasferisce dal piccolo paese alle pendici dell’Aspromonte, nella grande città alla ricerca di fortuna per sé e per i figli che sarebbero venuti. Grazie ai servigi prestati alla patria trova lavoro come impiegato nelle poste dell’epoca. Al tempo non erano moltissimi coloro in grado di saper leggere e scrivere correttamente. Una speranza e  un riconoscimento che lo rendevano orgoglioso e soddisfatto della scelta fatta. Lui socialista combattuto tra interventismo e pacifismo si avvicina al neonato partito Comunista affascinato dalle meravigliose notizie che arrivavano dall’unione Sovietica che, sembravano dimostrare, che il paradiso in terra era possibile anche per i poveri diavoli sfruttati.
In Italia, invece, un altro ex socialista arringava le folle approfittando dell’incapacità delle forze politiche dell’epoca. Il 31 ottobre 1922 Mussolini veniva nominato Capo del Governo.
Da quel momento tutto cambiò. Per i dipendenti pubblici venne resa obbligatoria l’iscrizione al partito fascista.
Ovviamente il buon Carmine non capiva e non volle prenderla ignorando che quella scelta avrebbe segnato la sua vita e quella della sua famiglia. Fu, ovviamente, licenziato e dovette vivere di espedienti e piccoli lavoretti. Lui e sua moglie si dovettero abituare alle irruzioni notturne della milizia alla ricerca di armi e prove inesistenti di attività antifasciste. Cominciò a fare avanti e indietro con il carcere di via Tasso dove veniva tenuto alcuni giorni e sottoposto più volte alla cura dell’olio di ricino e di qualche patriottica manganellata. Si salvò per fortuna e casualmente, per pochi giorni, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel frattempo nascevano e crescevano i figli tra cui la seconda, Gioconda, che divenne in seguito  mia madre. Lei e il fratello maggiore Angelo non furono accettati nella scuola pubblica in quanto figli di antifascisti. Dovettero imparare a leggere e scrivere in casa, grazie alla pazienza e alle limitate possibilità dei genitori. Vent’anni di stenti, di ingiustizie, di persecuzioni riscattate dalla partecipazione alla liberazione di Roma e, dopo la fine della guerra, dal poter riprendere il suo lavoro alle Poste. Ma i danni e le cicatrici rimasero a lungo, soprattutto per quei due figli maggiori, rimasti segnati tutta la vita da quegli accadimenti.
Quindi ecco, sinteticamente spiegato, al di là, delle motivazioni etiche, morali o politiche la mia totale e viscerale avversione a qualsiasi riferimento a ideologie fasciste o nostalgiche. Il presunto ordine di quei tempi (in gran parte dovuto alle caratteristiche dell’ epoca) era pagato con la privazione della libertà e il non accesso ai bisogni primari di migliaia di persone. L’emarginazione sociale fin da piccoli, la discriminazione razziale fino ad arrivare ai crimini di guerra sono state le bollette da pagare in nome della retorica dei treni che arrivavano in orario. Tutto questo pone il fascismo al di fuori delle logiche e delle regole della democrazia, quindi, usare la stessa per giustificarne la presenza è perlomeno offensivo e pretestuoso.
Concludo con un invito, rivolto soprattutto ai più giovani, a non giocare e non mitizzare figure e ideologie che rappresentano uno dei punti più bassi della storia dell’umanità e del nostro paese. La rabbia, il risentimento, la ricerca della giustizia non sono mai passate e mai lo potranno, attraverso l’esaltazione di idee fasciste, razziste che trasformano una comprensibile e magari giusta  rivendicazione, in un’istigazione all’odio e alla violenza.
Ad maiora


MIZIO

mercoledì 12 agosto 2015

IL PUNTO A SINISTRA


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Non è certo tempo di consuntivi, ovviamente, ma pare che la necessità impellente manifestata da molti, della costituzione di un soggetto unico a sinistra, si presenti con maggiore difficoltà rispetto il previsto. Si pensava che l’esperienza greca, quella spagnola, la deriva liberista del centrosinistra e del Pd favorissero la riappropriazione di spazi più consoni da parte di forze con un substrato ideale e sociale simile, che potessero essere superate quelle posizioni verticistiche utili più a magnificare le proprie qualità e velleità che ad aggregare e promuovere soluzioni. Si parla di disagio sociale (chiamarla povertà da quasi fastidio anche a noi) ma non essere tra i poveri nè fisicamente né propositivamente non ha facilitato certo il  rapporto, la funzione di rappresentanza e difesa che dovrebbe essere scontato e naturale.
Non si è più presenti fisicamente nelle periferie urbane, si è lasciato il posto a forze come la Lega e Casa Pound. Nei posti di lavoro si è delegata la rappresentanza esclusivamente ai sindacati più o meno collusi o depotenziati. Si demonizzano giustamente, ma senza proporre alternative credibili, le posizioni di un Salvini, di Grillo di neofascisti più o meno mascherati rimanendo sterilmente con il cerino in mano acceso dei buoni propositi e dei buoni sentimenti.
Abbiamo visto che la demonizzazione dell’avversario da sola non basta e non serve.  Serve, invece, esserci nei problemi, serve proporre alternative percorribili che diano un senso credibile alla critica a quella demagogia che specula su bisogni e rabbia.
Chi oggi vive il disagio del non lavoro, della precarietà esistenziale o, addirittura, quando sconfina nella disperazione assoluta, non può capire le logiche, argomentate, raffinate motivazioni che rendono necessarie, giuste e umane le azioni, ad esempio, nei riguardi dei migranti. A parte i soliti mestatori e speculatori di professione il grosso è rappresentato da un razzismo che possiamo definire di “necessità” e che ha fin troppo facile presa se accanto alle doverose misure d’accoglienza non si portano avanti contestualmente proposte, iniziative e, soprattutto convivenza e presenza tangibile nei luoghi e nelle problematiche del disagio capace di abbattere le barriere tra esseri umani. Le lotte per il soddisfacimento dei bisogni primari possono e devono  accomunare disperati nostrani e stranieri senza competizioni e classifiche, tutte figlie dello stesso cinico sistema.
Per troppi anni la politica e i politici di sinistra si sono rinchiusi nei salotti, nel talkshow, nei convegni e dibattiti ad uso e consumo proprio autoreferenziandosi a vicenda lasciando sfilacciare lentamente e progressivamente il rapporto con il proprio habitat naturale. Alcuni convinti che bastasse una diversa composizione elettorale e la presenza negli organi di governo per cambiare dall’interno, altri convinti che non si dovesse  e non si potesse accettare compromessi convinti che valga più la propria purezza e identità che la possibilità di modificare, anche se di poco, in meglio la condizione dei più disagiati.
Per questo oggi assistiamo ancora a difficoltà di comunicazione tra le varie anime. Non si è capito che non bisogna e non serve continuare a dialogare tra noi, ne verrebbe fuori al massimo un riposizionamento in un nuovo soggetto delle stesse identiche incomprensioni, degli stessi limiti e delle stesse motivazioni che ci hanno accompagnato sin qui.
Vendola, Civati, Ferrero, Fassina sono personalità apprezzabili e stimabili per storia e formazione, ma siamo sicuri che il nuovo possa e debba ripartire dai nomi?
Uno qualsiasi di questi personaggi che oggi si presenti nelle borgate romane o nell’hinterland milanese o in qualsiasi altro posto di disagio e precarietà come pensate che possa venire accolto? Con ovazioni o con il sentirsi rinfacciare scelte, fallimenti ed errori commessi?
Non possiamo permettercelo! All’interno di qualunque soggetto vada a formarsi devono irrompere nuove energie, idee coltivate perché vissute sulla pelle, personalità che sappiano interpretare i bisogni non perché letti sulle statistiche Istat ma perché empaticamente fatti propri per storia personale o scelta.
Qualcuno in questo ci vedrà del populismo, e in parte forse è vero, ma questi sono tempi in cui tirare di fioretto non serve a nessuno. Al padre di famiglia licenziato, al giovane senza futuro, alla donna sfruttata per pochi euro a fare pulizie o nei campi, agli insegnanti precari servono azioni, identità, obiettivi per cui lottare e riconoscersi. Riscoprire il valore della lotta per il raggiungimento di un obiettivo condiviso e non in funzione solo elettorale (anche se necessario), per ricreare un tessuto connettivo affinchè il disagio e il problema di uno sia percepito come il disagio e il problema di tutti.
Se la sinistra sarà in grado, e convintamente, perseguirà questo obiettivo senza ansie da risultato immediato, credo non sia difficile pronosticare un nuovo e crescente entusiasmo che ne supporterebbe l’azione.
Se, al contrario, si risolverà il tutto in una ricerca alchemica in cui fondere proporzionalmente forze e personalità, pronte magari, al primo stormir di foglie, a rinfacciarsi reciprocamente errori e scelte, allora saremo costretti a continuare a ricordare e rimpiangere Berlinguer e Pertini.


Ad maiora

MIZIO