Si vive sospesi tra nostalgie e timori. Non si spera più, non si aspetta nulla, perchè si ha la percezione che, qualunque siano le scelte, saranno quasi sicuramente, peggiorative e penalizzanti. Lottare, schierarsi sembra sempre più un esercizio di pura rappresentanza se non, addirittura, un'illusione che la nostra psiche crea a proprio uso e consumo come forma necessaria ma consolatoria. E che questo sia veritiero lo dimostra il fatto che la militanza politica, ma non solo, è esercizio, ormai, frequentata in gran maggioranza da over. Appare persino ovvio, in questo quadro, che le potenzialità di cambiamento, le innovazioni, gli scatti qualitativamente innovativi siano limitati e destinati quasi fatalmente a ripercorrere le stesse linee e gli stessi errori, reiterandoli nel tempo. Ovviamente è un discorso di carattere generale perchè, per fortuna, si conoscono esempi di anziani con una capacità e una lucidità d'analisi e proposta indiscutibili come, d'altra parte, si vedono frequentemente giovani che rinunciano al naturale compito generazionale di contestazione e innovazione. E che, per piccoli interessi di bottega sono speculativamente accondiscendenti verso i potenti o le logiche dominanti. Non è semplice individuare le responsabilità e, soprattutto, la loro distribuzione percentuale. Appare chiaro che tutti, più o meno, siamo responsabili di ciò che accade al di fuori del nostro recinto. Sia con scelte sbagliate, sia decidendo di rimanere alla finestra preferendo estraneità e presunzione. Questa premessa per arrivare a dire che, se si vuole avere come obiettivo il recupero e il coinvolgimento in un progetto di speranza collettiva, che ridia entusiasmo e motivazioni. Le strade che si stanno percorrendo a sinistra non appaiono certo quelle più indicate e idonee. Il tutto continua a svolgersi, in gran parte, all'interno di un ristretto circuito. Circuito da cui sembrano rimanere fuori le sensibilità e le istanze reali più sentite tra i cittadini. I cui echi rimbalzano in quei circuiti al massimo come auspici, buoni per stilare programmi condivisibili mediaticamente. In genere e spesso, solo a scopo autopromozionale. Nessuno vuole negare l'importanza di accordi, confronti e proposte che possano avere anche una valenza elettorale, ma andrebbero modulate, interpretate in maniera decisamente più coinvolgente e meno autoreferenziale. Non si risveglia lo spirito d'appartenenza e l'entusiasmo, se le scelte non sono precedute e accompagnate da intenti e azioni con forti caratterizzazioni ideali e di rottura con l'esistente. A cominciare dalle forme di partecipazione. Non si tratta di dover rispolverare bandiere e simboli che pur fanno parte della nostra storia. Ma della capacità di reinterpretarli alla luce delle moderne dinamiche e implicazioni sociali. Si dice che di buone intenzioni sia lastricata la strada dell'inferno. Ecco, le buone intenzioni non bastano più se non si ha la capacità di renderli comprensibili e fatte proprie dai più. Un buon dirigente non è solo quello capace di stringere accordi, ripeto pur necessari. Ma quello capace di avere quel fiuto, quella sensibilità politica e quella capacità d'ascolto, capace di farlo percepire come tale dai molti e non solo dal proprio ristretto circolo, spesso interessato. Questa non è una critica rivolta a Tizio o Caio, ma una riflessione più generale su un modo d'approcciarsi di quella politica. Che si vorrebbe della speranza e del riscatto, ma che ha contribuito, irresponsabilmente, a tagliare i rami della speranza, dell'entusiasmo, della progettualità per rinchiudersi anch'essa, nel moderno cinismo utilitaristico.
Ed è da questa desolante e desolata consapevolezza che si ritrovano e si veicolano i messaggi tipo: "Con Renzi si vince" "I voti vanno conquistati al centro", "Insieme per battere la destra" e via così. E si continua, nonostante il solco scavato con le sensibilità e la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini più esposti, si allarghi sempre più. Rischiando sempre più, di diventare irreversibile.
MIZIO

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