sabato 13 ottobre 2012

CARTA D' INTENTI PD-SEL-PSI, MI PARE CHE NON CI SIAMO




Ecco  punti salienti dell'accordo elettorale firmato dal PD da SEL e dal nuovo PSI (ebbene si, ci sono ancora). Il solito contenitore di buone intenzioni, di parecchie lacune e di alcuni veri e propri obbrobri.

"Noi democratici e progressisti ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana, in un progetto di societa' di pace, di liberta', di eguaglianza, di laicita', di giustizia, di progresso e di solidarieta'. Vogliamo contribuire al cambiamento dell'Italia, alla ricostruzione delle sue istituzioni, alla pienezza sua della vita democratica. Per questo promuoviamo le elezioni primarie. Per scegliere il candidato comune dei democratici e dei progressisti alla guida del governo del nostro Paese".

 Inizia cosi' la Carta d'intenti siglata da Pd, Sel e Psi con cui i tre partiti si candidano a guidare l'Italia. Dall'Europa ai diritti civili, dalla cultura al lavoro, ecco in sintesi i contenuti del documento. 

- EUROPA: "Dall'Europa viene la sola possibilita' di salvare l'Italia - si legge nella Carta - non c'e' futuro per l'Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo". Ma proprio la necessita' di "salvare l'Europa" e "condividere il governo dell'emergenza finanziaria", "spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s'impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilita' comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l'Italia e l'Europa dovranno affrontare nei prossimi anni" (1)

 - DEMOCRAZIA: "Sconfiggere l'ideologia della fine della politica e delle virtu' prodigiose di un uomo solo al comando", "difesa intransigente del principio di legalita', lotta decisa all'evasione fiscale" e riforma dell'assetto istituzionale, attraverso "un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, un ruolo incisivo del governo e la tutela della funzione di equilibrio assegnata al Presidente della Repubblica".

  - LAVORO: Si tratta di un punto molto controverso, considerato che uno dei contraenti del patto, ovvero Sel, ha gia' lanciato un referendum per abolire parti della riforma Fornero mentre il Pd ha votato in Parlamento la riforma. Nella Carta d'intenti la questione specifica non viene affrontata. Si sottolinea invece che "il primo passo da compiere e' un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull'impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari". Contrastare la precarieta' e favorire l'occupazione giovanile e femminile sono altri obiettivi del programma. (2)

- UGUAGLIANZA: La Carta si propone di superare le disuguaglianze sia socio-economiche, sia territoriali che di genere. "Al capitolo dell'uguaglianza e' legata a filo doppio la questione di una giustizia civile e penale al servizio del cittadino", si legge nel documento.

  - LIBERTA': "Negli anni del berlusconismo l'appello alla liberta' e' stato utilizzato a difesa di privilegi e vantaggi privati. Noi vogliamo liberare le energie della creativita' e del merito individuale contro le chiusure corporative e familistiche della societa' italiana". Il documento accenna anche alla legge 40, di cui "occorre superare gli aspetti giuridicamente insostenibili" e chiede di garantire la "piena applicazione alla legge 194".

  - SAPERE: "La scuola e l'universita' italiane, gia' fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell'ultima stagione un colpo quasi letale. Ora si tratta di avviare un'opera di ricostruzione vera e propria.
Nella prossima legislatura partiremo da un piano straordinario contro la dispersione scolastica, soprattutto nelle zone a piu' forte infiltrazione criminale, dal varo di misure operative per il diritto allo studio, da un investimento sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a piu' alto contenuto d'innovazione".(3) 

  - SVILUPPO: La Carta propone "un progetto-Paese che individui grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese, nell'industria, nell'agricoltura e nei servizi. La qualita' e le tipicita', mobilita' sostenibile, risparmio ed efficienza energetica, le tecnologie legate alla salute, alla cultura, all'arte, ai beni di valore storico e alla nostra tradizione, l'agenda digitale". (4)

- BENI COMUNI: "Salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero ne' il ricco", si legge nel documento. La difesa dei beni comuni e' la risposta che la politica deve a un bisogno di comunita' che e' tornato a manifestarsi anche tra noi e i referendum della primavera del 2011 ne sono stati un'espressione fondamentale".(5)

  - DIRITTI: Una legge sulla cittadinanza che "sara' simbolicamente il primo atto che ci proponiamo di compiere nella prossima legislatura", il riconoscimento per le coppie omosessuali a ottenere il riconoscimento giuridico per la loro unione e una legge contro l'omofobia, sono i punti sottolineati dalla Carta. "Siamo per il rispetto della vita umana - si legge - e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione". (AGI) .

(1) Comincia con un appello all' unità europea come unica possibilità di salvare l'Italia, riconoscendo con ciò la lettura che finora la politica europea e la grande finanza hanno dato di questa crisi senza nessun accenno alle responsabilità di questa Europa e della sua mano armata la BCE nella gestione e risoluzione della stessa. Si riconferma  il rispetto degli impegni presi dall'Italia finora e addirittura si auspica l'ennesimo governo di grandi intese con le forze liberali ( approvando implicitamente il M.ES.tombale strumento di ricatto finanziario per i paesi, la costituzione di un corpo di polizia europeo l'Eurogendfor che avrà potere d'intervento nei singoli stati anche senza richiesta e che non è sottoposto ad alcuna forma di controllo pubblico.

(2) intenti genericamente espressi per non turbare delicati equilibri,nodi che prima o poi, però, verranno al pettine. Che si farà dell'art.18, della riforma delle pensioni, e delle leggi sul precariato? E per le mille situazioni di crisi occupazionali come si vorrà intervenire? Nelle questioni Fiat, Ilva, Alcoa ecc. quali sono le posizioni al di là dei buoni sentimenti? Per gli esodati che si dice? Queste sono le domande cui si dovrebbe dare risposta in un documento programmatico, il libro dei buoni propositi non serve in questo momento.

(3) (4) Se non si mettono in discussione i cardini delle scelte fatte negli ultimi anni in tema di finanza dove si pensa di trovare i fondi per attuare riforme e investimenti nella scuola e nell'università, dalla lotta all'evasione fiscale? Magari! Ma è troppo rischioso legare le sorti della scola pubblica, come di altri settori ad un eventuale miglioramento sul piano dell'evasione fiscale. Ci vorrebbe una lettura  Keynesiana della crisi rimettendo in circolo risorse pubbliche per investimenti e che oggi vanno, invece, con la scusa del debito, a rimpinguare le casse delle banche.

Apprezzabili, infine, per non buttare proprio tutto a mare, i riferimenti ai diritti dell'individuo nelle scelte che riguardano l'etica (legge 40,194 e il riconoscimento dei diritti civili per tutti), anche, se poi  mi piacerebbe vedere come accoglierebbe  la parte cattolica del PD eventuali cambiamenti in materia.

Comunque mi pare proprio che anche stavolta non ci siamo proprio. Non ci sono novità, solo equilibrismi per non rompere subito. Scelte che pregiudicano allargamenti a sinistra mentre ne auspicano al centro, continuità nel rigore e grigiore del governo Monti ( a proposito, nel documento non si nomina mai, casuale?). Adesione acritica e aprioristica a questa Europa delle banche e dei finanzieri.
Che vi devo dire ragazzi, auguri e che vinca il meno peggio! 

MIZIO




venerdì 12 ottobre 2012

SVIZZERA, SPAGNA E CARABINIERI. CHE SUCCEDE IN EUROPA?


La Svizzera mobilita l'Esercito e la Polizia ai suoi confini.




Sembra che la neutrale Svizzera sappia di già cosa succederà nei prossimi mesi in Europa. In un articolo comparso domenica scorsa sul "Schweizer Zeitung", il governo Svizzero ha mobilitato l'esercito e i Reservisti che dovranno prendere parte al delle manovre militari nella quale prenderanno parte anche i diversi corpi di Polizia disclocati nei diversi Cantoni della Confederazione.
In una intervista con il Capo della Stato Maggiore Svizzero Andrè Blattman e il Ministro della Difesa Ueli Maurer, il giornale lascia capire che a causa della problematica situazione che si è creata in tutta l'Europa e specialmente in Italia-Spagna-Portogallo e Grecia nella quale le popolazioni vengono a più non posso depredati dei loro diritti, del loro posto di lavoro e dei loro beni accumulati con il passare degli anni, molti cittadini di questi stati cercheranno di passare il confine clandestinamente per cercare aiuto nel governo Svizzero e magari qualche posto di lavoro per assicurare qualcosa da mettere sotto i denti ai loro figli, lo stesso giornale si basa pure sulle parole dette dal Premier Greco Antonis Samaras che non smentisce la sua preoccupazione di una escalation della violenza in Grecia a causa delle austerità e la costituzione di una organizzazione paramilitare stile Nazista che approfitterà della situazione per prendere il comando del Paese come lo fu in Germania con la caduta della repubblica di Weimar, in tutto sono stati mobilitati 100.000 soldati, 2000 Ufficiali e 1600 uomini della Polizia Militare per prendere parte alle manovre denominate "Stabilo Due" che avranno il compito di assicurare i confini dei quattro Cantoni da un eventuale immigrazione di massa o attacchi da parte qualche stato confinante in cui il governo non sarà capace di ripristinare l'ordine.
Allude il giornale forse all'Italia? Cosa si cela veramente dietro questa manovra del Governo Svizzero, prende le sue precauzioni per assicurare ai capi di Governo Europei che cercheranno rifugio in Svizzera dopo che aver provocato le sommosse per aver tolto ai loro cittadini tutto quello che avevano?
Una cosa è certa, la Svizzera non è neutrale come si vuol far credere, da un paio di anni obbedisce al Dictat di Brussel e applica dentro i suoi confini le stesse leggi che sono state applicate nel resto dell'Europa, le Grandi Banche hanno in Svizzera accumulati i loro capitali e molte Organizzazioni che fanno parte dell'ONU si trovano nella "Neutrale Svizzera" che neutrale non è.
di Corrado Belli





Scioglimento dell'Arma dei Carabinieri e insediamento di un corpo militare sovranazionale immune a qualsiasi legge


Sul sito dell'U.N.A.C. (Unione Nazionale Arma Carabinieri) leggiamo una breaking news inquietante: "L’Arma verso lo scioglimento. L’Unione Europea impone la smilitarizzazione della quarta Forza Armata e l’accorpamento dei carabinieri alla Polizia di Stato ... L’Arma dei carabinieri in un futuro più o meno prossimo, ma certamente non remoto, è destinata ad un inevitabile scioglimento". Poco meno di due anni fa la Camera dei Deputati ratificava ad unanumità l'accordo europeo per la costituzione di una forza armata speciale, chiamata La Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor o EGF) è il primo Corpo militare dell'Unione Europea a carattere sovranazionale. La EGF è composta da forze di polizia adordinamento militare dell'UE in grado di intervenire in aree di crisi, sotto egida NATO, ONU, UE o di coalizioni costituite "ad hoc" fra diversi Paesi.EGF.
Eurogendfor può contare su una forza di 800 "gendarmi"mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.
Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionaleche, in quanto tale, gode di piena autonomia. Infatti, la EGF non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo, ma risponde direttamente ai Governi, attraverso il citato interministeriale (CIMIN)
L'articolo 21 del trattato di Velsen, con cui viene istituito questo corpo d'armata sovranazionale, prevede l'inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor.
L'articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali.
L'articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate.
L'articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni.
L'articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.
Nel trattato di Velsen c'è un'intera sezione intitolata "Missions and tasks", in cui si apprende cheEurogendfor potrà operare "anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile", in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all'autorità civile o sotto comando militare.

Tra le altre cose, rientra nei compiti dell'Eurogendfor:
garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico
eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria)
controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale
dirigere la pubblica sorveglianza
operare come polizia di frontiera
acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno 2010 il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l'art.4 della medesima legge introduce i compiti dell'Eurogendfor, tra cui:
a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;
c)  assolvere  a  compiti  di  sorveglianza  pubblica,  gestione  del traffico,   controllo   delle   frontiere   e   attivita' generale d'intelligence;
e) proteggere le persone e i beni e mantenere  l'ordine  in  caso  di disordini pubblici.
In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non rispondono direttamente delle loro azioni nè allo Stato italiano, nè all'Unione Europea.
Forse non è a rischio solo lo scioglimento della Beneamata Arma ,potrebbe essere a rischio la sovranità nazionale.

IN SPAGNA, FORSE GIA' LE PRIME PROVE

Filmato pervenuto dalla Spagna dove è chiaro vedere Poliziotti che vanno a picchiare persone per strada pur non avendo preso parte alle dimostrazioni, anziani, donne e giovani vengono aggrediti da Poliziotti in divisa totalmente nera con lo stemma della Polizia Spagnola, ma molti dimostranti dicono che parecchi di questi Poliziotti non erano spagnoli, quindi si può dedurre che il governo spagnolo ha adottato la Eurogendfor per massacrare i cittadini dopo aver provocato le masse con attacchi inutili e controproducenti facendo in modo che nei prossimi giorni scenderanno nelle piazze persone decise a tutto pur di salvaguardare i loro diritti e la loro Libertà. 













mercoledì 10 ottobre 2012

IL CATTIVO ESEMPIO DI UGO CHAVEZ



L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.
Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.
Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.
In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.
Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.
Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.
Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette. di Gennaro Carotenuto

MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA (MES) fine del potere del parlamento europeo


LA ROBA DI VERGA E LA NOSTRA


…Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: “Roba mia, vientene con me!”… (da “La roba” d G. Verga).



In questo brano finale  della novella del Verga c’è tutto il dramma esistenziale di Mazzarò, il protagonista, che, dopo una vita passata ad accumulare beni materiali (animali, terreni e qualsiasi altra cosa potesse avere un valore ai suoi occhi di contadino), si trova, nell’imminenza della fine, a dover rinunciare a tutto quello per cui aveva sacrificato una vita intera e, in un ultimo disperato tentativo di tenerla legata a sé, pensa di portarsela nell’aldilà. In nome del possesso e della roba aveva rinunciato ai più semplici piaceri che la vita avrebbe potuto regalargli, affetti, amori, famiglia!  Povero Mazzarò, vittima disperata delle sue stesse scelte e del suo mondo, o profetico eroe precursore del futuro?

Quanti di noi, uomini moderni, in nome del possesso della roba (Case, auto, vestiti alla moda, immagine) passiamo buona parte della nostra vita rinunciando a quelle poche cose per cui valga veramente la pena di vivere: affetti, conoscenza, solidarietà in nome di una “realizzazione” che passa esclusivamente , o quasi, attraverso l’ostentazione e il possesso. E’ ammirata e invidiata l’auto nuova, il nuovissimo gadget elettronico, il seguire le nuove tendenze modaiole, addirittura la cosa più sacra e preziosa, come può essere un figlio, viene vissuta e ostentata con la stessa logica della roba: “Adesso ce l’ho anch’io, ed è il più bello, il più intelligente e il più….di tutti”.
Mazzarò nel suo mondo era solo e le sue scelte estremizzate, rappresentavano solo in parte il pensiero dell’epoca e, in maniera parossistica, un aspetto dell’animo umano: quello che ricerca la sicurezza e il benessere essenzialmente materiale per sfuggire alle fragilità e alle naturali paure. In questo assecondato da una ignoranza derivante da una limitata possibilità di accedere alla conoscenza  di altri modelli d’esistenza.
Nell’evoluzione del pensiero e del mondo, tale visione, da scelta personale è andata diffondendosi a macchia d’olio, fino a diventare il modello di riferimento dell’intera  umanità.
Con una differenza di fondo, però: nella moderna società dei consumi, la roba devi possederla e ostentarla, ma devi, altrettanto decisamente, essere pronto ad abbandonarla, per sostituirla con altre cose più scintillanti e nuove per ripetere all’infinito il  rito e la gioia del possesso.


Altra differenza, la roba di Mazzarò era costituita essenzialmente da animali, terreni, piante, tutte cose che garantivano, comunque, un ritorno utilitaristico tipico delle società rurali, i moderni possessi, al contrario , non garantiscono alcun ritorno, non sono investimenti.
Mazzarò uccide i suoi animali per tenerli legati a sé anche nell’estremo viaggio, le nostre “galline” vengono, invece, uccise da noi per essere sostituite da altre “galline” che, a loro volta, moriranno quando altri decideranno che è il momento di ucciderle.
Ovviamente con questo non voglio certo affermare che non si debba ricercare dal punto di vista materiale un benessere e una serenità rispetto alle esigenze primarie, che dovrebbero, anzi essere diritto inalienabile di qualsiasi essere umano, ma esattamente il contrario. Proprio per garantire a tutti il necessario: lavoro, casa, istruzione, relazioni umane e sociali c’è bisogno di modelli culturali e sociali alternativi a quello dominante che, identifica nel possesso il valore delle persone. 
Uso e non consumo, condivisione d’esperienze e conoscenze, solidarietà e non competizione. Le cose e le risorse vengano utilizzate con equilibrio e misura per il benessere collettivo e non per l’arricchimento individuale. Si affermi una visione della vita più spirituale, nell’accezione più ampia del termine, non si aspetti la campana che suona all’ultimo giro per capire che le uniche cose valide  nell’estremo  viaggio (l’unico che faremo tutti) saranno gli affetti, i sentimenti, e i ricordi che lasceremo alle persone conosciute e che le uniche che porteremo con noi saranno l’ esperienze e le conoscenze fatte ,non certo  le proprietà e i beni materiali accumulati.

MIZIO

lunedì 8 ottobre 2012

LA VITA E' SACRA


D’estate, mi ritiro sulle montagne e sulle coste del Maine e del New Hampshire per liberarmi dall’ingerenza del mondo industrializzato. In queste foreste e lungo la costa frastagliata dell’Atlantico, col fragore assordante delle onde che s’infrangono sugli scogli, mi rendo conto della caducità della vita umana, semplicemente insignificante dinanzi all’universo. Sopra di me, le stelle si stagliano a migliaia sulla volta celeste, schernendo la mania di grandezza dell’uomo.

Ci sussurrano il monito biblico, ricordandoci che polvere noi siamo e polvere torneremo. Amate adesso, ci dicono con insistenza, proteggete ciò che è sacro finché ne avete il tempo. Tuttavia, mi reco in questi luoghi anche per piangere. Piango per il nostro futuro, per l’agonizzante maestosità della natura, per la follia della specie umana. Il pianeta sta morendo. E noi moriremo con lui. Un giovane pastore conduce la propria capra oltre uno stagno riarso nella periferia di Bhubaneswar, una città situata nell’India orientale. (AP/Biswaranjan Rout)



Il coreografico carnevale di Tampa, immerso in uno sfarzo da capogiro, e l’imminente carnevale di Charlotte distolgono la nostra attenzione dal mondo reale, quello che sta progressivamente collassando sotto i nostri piedi. Il mortale assalto ecologico da parte dello stato impresa è mascherato dall’ostentazione e dalla propaganda, dalle ossessioni ridicole impartiteci dalle nostre allucinazioni elettroniche, nonché dallo spettacolo inscenato per ostentare una falsa partecipazione politica. Più la situazione peggiora, più ci rifugiamo nell’auto illusione. Convinciamo noi stessi che il riscaldamento globale non esiste. O ne avalliamo l’esistenza, insistendo però sulla nostra capacità di adattamento. Entrambe le risposte confermano la nostra mania di eterno ottimismo e la nostra ricerca sconsiderata di benessere. Qui in America evitiamo la realtà, quando questa è sgradevole. Ma la realtà si abbatterà su di noi come le Erinni, mandando in frantumi la nostra noncuranza prima e le nostre vite poi. Noi uomini, in quanto specie, siamo condannati. E, per un padre di famiglia, questa è una realtà amara, amarissima da buttar giù.

Io e la mia famiglia facciamo una camminata su una costa desolata, in un’isola del Maine, accessibile soltanto via mare. Nei pomeriggi sostiamo in isolate insenature, osservando l’oceano Atlantico o la costa e il profilo appena visibile delle colline di Camden. Mio figlio ultimogenito getta dei sassolini nella schiuma delle onde. Mia figlia, con passo incerto, si avventura sulle pietre levigate della spiaggia, tenendosi alla mano della madre. Strillano forte i gabbiani grigi e bianchi sopra le nostre teste. Il vento trasporta l’odore del sale. La vita, la vita della mia famiglia, la vita attorno a me, è inerme e allo stesso tempo fragile e sacra. E vale la pena di lottare per salvarla. Ai tempi in cui ero ragazzo e mi recavo sulla costa con mio zio in occasione di spedizioni di caccia all’anatra, vi era un’attività ittica vivace. Il pescato delle flotte era variegato: eglefini, merluzzi, aringhe, naselli, halibut, pesci spada, merluzzi neri e platesse. La zona non offre più un tale assortimento alieutico, vittima della pesca commerciale in cui enormi pescherecci spazzano via il fondale marino uccidendo coralli, briozoi, siboglinidae e altre specie che fornivano nutrimento a nuovi banchi di pesci. I pescherecci si lasciano alle spalle melma e detriti: un fondale sterile e desolato. La situazione è la stessa in tutto il pianeta. Foreste rase al suolo. Acqua contaminata. Aria satura di emissioni di carbonio. Suolo esaurito. Oceani con livelli di acidità alle stelle. Aumento delle temperature atmosferiche. E qualcuno, da qualche parte, guadagna delle scandalose somme di denaro da tutto ciò. Le corporation, indifferenti a ciò che è sacro, considerano la morte del pianeta come un’altra occasione d’investimento. Si precipitano per sfruttare i territori incustoditi sottostanti le acque polari per accaparrarsi le ultime tracce di petrolio, gas metano, minerali e pesce. E dato che le corporation determinano il nostro rapporto nei confronti dell’ecosistema dal quale dipendiamo per vivere, le probabilità che sopravviviamo sono sempre più pessimistiche. L’ultima fase di cinquemila anni di attività umana stabile termina con un’assurdità collettiva.

“Tutti i miei mezzi sono sani,” dice il capitano Achab riferendosi alla caccia suicida di Moby Dick, “il mio movente e il mio fine sono pazzi.” Il fondale oceanico al largo della costa del Maine, nelle cui acque quest’estate si è registrato un incredibile aumento delle temperature di cinque gradi, è adesso ricoperto di crostacei, come granchi e astici, che non hanno più predatori. Per ragioni di profitto, le riserve di pesce sono state esaurite. La monocoltura di crostacei è fragile, come tutte le monocolture. Una fragilità sperimentata anche dai coltivatori di mais del Midwest. Gli astici rappresentano l’ottanta per cento del fatturato del mercato ittico del Maine. Ma per quanto tempo ancora dureranno? Quando un ecosistema vario e bilanciato in maniera altamente complessa viene spazzato via, che futuro ci si può aspettare? Dopo che si demolisce la natura e se ne gettano i pezzi, cosa accade quando è disperatamente necessario ricomporla? E anche se è possibile ricostituire le riserve di pesce decimate dalle flotte commerciali, come stanno tentando di fare delle coraggiose associazioni come il Penobscot East Resource Center, cosa succede se le temperature delle acque e i livelli di acidità continuano ad aumentare a causa del riscaldamento globale, condannando la maggior parte della flora e della fauna sottomarine?


Quest’anno, gli astici hanno fatto la muta sei settimane prima del solito a causa dell’aumento della temperatura delle acque. Ciò che è accaduto nelle acque più a sud sta accadendo adesso al largo delle coste del New England. Vent’anni fa, le acque di Long Island Sound garantivano astici in abbondanza. Questi sono poi scomparsi in seguito ad un aumento delle temperature, diventando preda di infestazioni parassitarie e malattie della corazza. Gli astici sopravvissuti sono migrati verso acque più fredde.

Tutte le risorse naturali sono state sfruttate fino all’esaurimento: queste diminuiranno per poi scomparire molto presto. La siccità sta colpendo le foreste sia nel nord est che nel nord ovest. La moria invernale dello scarabeo del pino di montagna e di altri parassiti, vitale per la salute delle foreste, non si sta più verificando dato il costante riscaldamento globale. I tradizionali alberi di legno duro delle foreste del nord e le conifere stanno morendo. Li stanno rimpiazzando con foreste di querce e noci, condannando la biodiversità e radendo al suolo l’habitat di una gran varietà di uccelli canterini e di altra fauna selvatica, nonché decretando la chiusura dei battenti dell’industria dello sciroppo d’acero. Una decina d’anni fa, lo sciroppo d’acero veniva prodotto negli stati del Connecticut e del Massachusetts. Da bambino mi addentravo nelle foreste con le racchette da neve ai piedi per arrivare ai capanni degli agricoltori, dove vi erano tinozze di sciroppo bollente. Versavamo lo sciroppo sul manto di neve proprio fuori dai capanni per fare dei dolciumi invernali friabili. Tuttavia, la produzione negli stati del New England meridionale è cessata, spostandosi verso il Maine settentrionale e il Canada. Questi sono piccoli indicatori naturali che segnalano che c’è qualcosa che sta andando storto.

Su base giornaliera, i dati dello scioglimento del ghiaccio marino artico monitorato nel corso di questa estate sono stati i più gravi mai registrati. Dalla fine degli anni Settanta, quando cominciarono ad essere effettuati i rilevamenti satellitari, la quantità di ghiaccio marino è diminuita del 40%. Tra una decina o una ventina d’anni, i ghiacci marini estivi del mare Artico potrebbero sparire del tutto. Con la scomparsa dei ghiacci estivi, il quadro meteorologico del nostro pianeta sarà dominato da tempeste inspiegabilmente violente e improvvise e da altre violente anomalie naturali. La siccità devasterà alcune zone della Terra mentre altre saranno colpite da precipitazioni incessanti. Sarà un mondo fatto di estremi. Uragani. Trombe d’aria. Alluvioni. Regioni desertiche. Incendi e inondazioni.

I nostri leader politici, sia democratici che repubblicani, sono corresponsabili della fine dell’umanità. Il nostro sistema politico, simile a quello esistente durante il declino dell’antica Roma, è un regime di corruzione legalizzata. Gli uomini politici, Mitt Romney e Barack Obama compresi, servono agli scopi dementi delle corporation che tenteranno di approfittare della spirale mortale che ci inghiottisce fino all’ultimo barlume di vita. L’unica e sensata forma di resistenza è la disobbedienza civile, compresa la recente decisione presa da parte di alcuni attivisti di Greenpeace di incatenarsi ad un’imbarcazione d’appoggio della Gazprom per impedire l’inizio delle operazioni di trivellazione. Votare è inutile. Tuttavia, anche se sostengo tali eroici atti di resistenza, temo sempre più che questi abbiano un minimo effetto. Questo non significa che non dovremmo opporci. Resistere è un imperativo morale. Non possiamo utilizzare la parola “speranza” senza reagire. Tuttavia, le corporation faranno di tutto finché non avranno tratto profitto persino dall’ultima goccia di vita. Non possiamo far altro che aspettarci un’ostilità crescente da parte dello stato impresa. I suoi sistemi di sicurezza nazionali e internazionali, dato che le conseguenze fatali dello sfruttamento frenetico diventano più evidenti, cercheranno di tacere e stroncare qualsiasi forma di dissidenza. Le corporation si disinteressano della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani o dell’inviolabilità della vita. Sono determinate ad essere gli ultimi predatori sulla faccia della terra. E poi anche questi verranno fatti fuori. L’arroganza smisurata non porta ad altro che all’auto immolazione.

Chris Hedges

giovedì 4 ottobre 2012

INFINITE REALTA’. UNA SCOPERTA CONFERMA I PARADOSSI DELLA FISICA QUANTISTICA!


Immaginate di stare seduti al tavolo da gioco per una partita di poker. Vi vengono date le carte. Per quanto forte sia il vostro desiderio di trovarvi una buona mano, non saprete che carte sono finché non le girate. Immaginate ora che, con quel semplice gesto, la realtà cambi, prendendo diverse direzioni: in una vi troverete in mano delle carte buone per una scala, in un’altra potrete fare una doppia coppia o un tris, in un’altra ancora – molto fortunata – un bel poker. In molte altre, vi troverete solo delle carte inutili. Nulla di tutto questo accade davvero, secondo la nostra esperienza. Eppure questa “scissione” della realtà sembra avvenire a una scala infinitamente piccola, quella regolata dalle leggi della fisica quantistica, ed è un fenomeno con i quali gli scienziati fanno i conti da oltre sessant’anni.

Infinite realtà? Una scoperta conferma i paradossi della fisica quantistica.



Quanto è reale una funzione d’onda
Tutti coloro che hanno studiato un po’ di chimica ricorderanno, ad esempio, il modello dell’atomo con il suo nucleo e i suoi elettroni che gli girano intorno, simili a pianeti intorno al Sole. La fisica quantistica ha rivoluzionato, a suo tempo, questo modello (che pure continuiamo a studiare a scuola): gli elettroni non sono qui o lì, ma un po’ dappertutto, sparsi intorno al nucleo. Eppure, dirà qualcuno, se io voglio trovare un elettrone, dovrò pur sapere dove si trova. Quello che sappiamo è solo la probabilità di trovare un elettrone in un punto specifico, esattamente come la probabilità di avere in mano certe carte al tavolo da gioco. Solo che, secondo la fisica quantistica, possiamo scegliere noi le carte da avere in mano: quando lo scienziato effettua l’osservazione per scoprire dove si trova esattamente l’elettrone, l’elettrone “magicamente” compare in quel punto esatto. Gli scienziati dicono che la sua funzione d’onda è collassata, ossia che la sua localizzazione nello spazio, invece di essere “spalmata” per tutta l’orbita intorno al nucleo, si è stabilizzata in un punto specifico.
Fino a oggi, la funzione d’onda era considerata una mera funzione matematica, capace di dirci la probabilità di trovare un elettrone in quel punto specifico. Un escamotage statistico e niente di più. Ora, una ricerca che sta scuotendo il mondo della fisica ha dimostrato che la funzione d’onda è qualcosa di reale e tangibile: l’elettrone esiste davvero in un’infinita di punti lungo la sua orbita, come tante infinite realtà diverse, che vengono ridotte a un’unica realtà solo quando l’osservatore porta l’elettrone a collassare in quel punto esatto.

Paradossi incredibili
La fisica quantistica ha abituato gli scienziati a questi paradossi. Ad alcuni non è mai piaciuta: sì sa per esempio che non piaceva ad Albert Einstein, che amava immaginare una realtà determinata, definita, certa. Ma anch’egli dovette tardivamente arrendersi all’evidenza: se il mondo macroscopico che viviamo e sperimentiamo sembra in effetti dominato da leggi inderogabili che lo rendono solidamente reale, il mondo microscopico sembra avvolto nella nebbia fitta dell’indeterminazione. Non a caso, uno dei padri della fisica quantistica, Werner Heisenberg, aveva definito “principio di indeterminazione” uno degli assunti di base di questa teoria. Nella sua versione stringente, tale principio sostiene che non è possibile determinare con esattezza il moto e insieme la posizione di una particella. Ciò in quanto il semplice atto di osservare una particella quantistica la modifica e ne cambia le proprietà.


Perché ciò non avviene nel mondo che conosciamo? Perché, se osserviamo un vaso di fiori, non riusciamo a modificarlo, o se speriamo di trovare un portafogli per strada non lo troviamo, per quanto ardentemente possiamo sperare di imbatterci in una tale singolare fortuna? Perché le leggi della fisica quantistica perdono di valore superata una certa dimensione: i teorici lo chiamano “problema della decoerenza”, e in sostanza altro non è che la constatazione che i sistemi macroscopici che sperimentiamo quotidianamente non seguono le stesse regole dei sistemi microscopici, quelli cioè alla scala atomica o meglio ancora sub-atomica.
Nonostante le sue tante bizzarrie, la fisica quantistica è una teoria accettata e comprovata dalle sperimentazioni tanto quanto quella della relatività. Non solo: è applicata quotidianamente in tanti ambiti scientifici e tecnologici e ha prodotto un gran numero di ritrovati importanti per l’industria. Eppure, le sue fondamenta filosofiche restano fonte di profonda perplessità. La scoperta annunciata un paio di giorni fa da un gruppo di fisici teorici dell’Imperial College di Londra promette di riaprire un dibattito iniziato negli anni ’20 e non ancora concluso. Il gruppo, guidato da Matthew Pusey, invita alla cautela, ricordando che la ricerca è attualmente al vaglio dei referee di una prestigiosa rivista, che debbono ancora decidere se accettarlo o meno. Ma tutti coloro che hanno potuto leggere la relazione on-line ne sono rimasti affascinati. Si tratta infatti di un teorema, che attraverso una matematica stringente e – sostengono gli esperti – apparentemente perfetta, spiega che la funzione d’onda non può essere considerata un mero strumento statistico, un escamotage matematico che usiamo per spiegare la probabilità che una particella possieda determinate proprietà. No, la funzione d’onda è una realtà tangibile.



 Paradosso di Schrodinger
Per capire quali sono le implicazioni di quella che sembrerebbe una scoperta a uso e consumo dei ristretti circoli matematici, basta ricordare il paradosso di Schrödinger. Per chi non lo conoscesse, la storiella è semplice: un gatto è chiuso dentro una scatola, in compagnia di una fiala di veleno collegata a un martelletto, il quale a sua volta è collegato a un contatore geiger che misura il decadimento di un atomo radioattivo. Se l’atomo radioattivo decade, il contatore geiger lo scopre e invia un segnale al martelletto il quale rompe la fiala di veleno che ucciderà il gatto. Se l’atomo non decade, il gatto sarà vivo e vegeto. Se applichiamo le leggi della fisica quantistica a questo scenario, in teoria finché un osservatore esterno non apre la scatola, il gatto sarà contemporaneamente vivo e morto. Questo perché l’atomo radioattivo resterà in uno stato indeterminato, descritto appunto dalla funzione d’onda, che collassa solo allorquando l’osservatore effettua l’osservazione. Possibile che, all’interno di quella scatola, il gatto sia contemporaneamente vivo e morto? No, per questo lo chiamiamo “paradosso”. E per questo la fisica quantistica non si applica al mondo macroscopico. Ma se prendete questo esempio e lo applicate a una scala sub-atomica, potete stare certi che le cose andranno proprio come le aveva descritte Schrödinger, un altro dei maestri della fisica quantistica.


I molti mondi di Everett
Il paradosso veniva risolto, fino a ieri, sostenendo che la funzione d’onda è una questione di sola matematica: non è vero, non può essere, che allo stesso tempo un atomo sia decaduto e sia rimasto integro. Il gruppo di Pusey non la pensa alla stessa maniera: secondo loro, l’atomo è davvero, al tempo stesso, vivo e morto. E la sua esistenza dipende dall’osservatore. La grande rivoluzione della fisica quantistica sta tutta in quest’ultima frase: se il mondo sub-atomico vive in una realtà indeterminata finché non c’è un osservatore esterno che la fa collassare in uno stato determinato, allora – volando (ma nemmeno tanto) con la fantasia – potremmo sostenere che l’intero universo vivrebbe in uno stato di indeterminazione quantistica se non ci fossero osservatori intelligenti che lo osservano. Il che, detto in maniera più rude, vuol dire che, se non ci fossimo, l’universo non sarebbe quello che è. I filosofi si divertono molto con queste domande che imbarazzano tremendamente i fisici, e rappresentano questi paradossi con un esempio: “Che rumore fa un albero che cade nella foresta, se non c’è nessuno in ascolto?”.
Nel 1957 i fisici Hugh Everett e Bryce DeWitt proposero un’interpretazione della fisica quantistica nota come “interpretazione a molti mondi” e, in seguito, come “interpretazione di Everett-DeWitt”. In pratica, la realtà non è indeterminata: coesistono su uno stesso piano infinite realtà. Quando pescate le carte, la realtà si divide: in uno di questi mondi, voi vincete un bel po’ di soldi (se state giocando al casinò!) perché avete preso una mano fortunata, in tanti altri mondi ve ne tornate a casa a mani vuote. Il film Sliding Doors applicava, senza volerlo, questa teoria: ogni scelta che compiamo creerebbe dei bivi, altre linee della realtà che non vediamo, ma nelle quali altri noi stessi hanno compiuto scelte diverse. Infiniti mondi in infinite realtà diverse. Non c’è da stupirsi se l’interpretazione di Everett-DeWitt abbia fatto sognare tanta gente ma sia stata anche accolta con scetticismo dai teorici, per quanto non contrasti con le leggi fisiche attualmente note. Ora, la scoperta del gruppo di Pusey potrebbe essere una conferma dell’interpretazione di Everett-DeWitt. Se i bookmakers inglesi accettassero scommesse sulla giusta interpretazione da dare alla fisica quantistica (una disputa che divide i fisici dagli anni ’20), potete stare certi che in molti in questo momento starebbero puntando proprio sui “molti mondi”.
Le prime reazioni sono già state raccolte dalla rivista Nature. Antony Valentini, fisico teorico specializzato proprio nella meccanica dei quanti alla Clemson University della South Carolina, ha parlato di un possibile “terremoto” per l’intero mondo della fisica. David Wallace, filosofo della scienza a Oxford, sostiene che la scoperta sia il più importante risultato teorico dalla nascita della stessa fisica quantistica. Robert Spekkens del Perimeter Insitute for Theoretical Physics del Canada, sostenitore della tesi opposta, secondo cui la funzione d’onda sarebbe solo uno strumento matematico, ha definito il teorema di Pusey “corretto” e il risultato “fantastico”. Una parola davvero appropriata per descrivere lo scenario che potrebbe schiudersi. Ma a questo punto la palla torna ai fisici, che continuano a regalarci immagini di una realtà molto più strana di quanto riusciamo a immaginare.