lunedì 25 gennaio 2021
NE USCIREMO. SI, MA COME?
Ne usciremo. Certo che ne usciremo. Nessuna pandemia è per sempre. Invece una delle poche cose che sembrano per sempre è il cinico, insensibile, crudele modo con cui il potere, in particolare quello di ultima generazione vede il suo (e nostro) futuro. Sempre maggiore potere e centralità per il suo, sempre più precario e insicuro quello della stragrande maggioranza.
“E' finito il tempo in cui si andava a scuola, all'università e poi si lavorava. Adesso per tutta la vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. Il sistema deve aiutare tutto questo.”
Queste le parole di Enrico Letta. Non uno qualunque. Un ex presidente del consiglio. Un rappresentante di quel “progressismo” e di quell'europeismo tanto osannato e tanto supportato in nome della sempre meno valida e sufficiente motivazione di un frontismo antidestra e antisovranista..
Una dichiarazione non sorprendente, non casuale e neanche originale. Visto che fa seguito alle parole profetiche di D'Alema (si proprio lui) del lontano 1999, con cui annunciava la fine del posto fisso e apriva la strada alla tragica logica del precariato. Obiettivo da sempre caro alla destra, e applicato, però praticamente, soprattutto, dalla cosiddetta “sinistra” progressista. Nel mezzo decenni di continui attacchi al lavoro e ai lavoratori. Continue forme di precariato sempre più odioso e penalizzante. Fino ad arrivare alla riforma delle riforme in materia, del Job's act renziano che, di fatto seppellisce lo statuto dei lavoratori e i suoi diritti.
Quindi nessuna sorpresa se un rappresentante di quel mondo ribadisca addirittura pubblicamente, non so se con compiacimento, o più semplicemente con l'asettica analisi del docente universitario, ponendolo come dato di fatto obbligato e irreversibile.
A questo segue (temporalmente ma non casualmente) la nostra cara vecchia Unione Europea che, nella crisi pandemica sembrava aver recuperato una sua funzione e una dimensione più giusta e umana, che detta le condizioni per l'accesso ai fondi del Recovery fund.
Condizioni che, se è vero riguardino tutti i paesi europei, sembrano però scritte con un occhio alla situazione del paese con le maggiori criticità, l'Italia, appunto.
Condizioni che smentiscono clamorosamente il “senza condizioni” di cui ci si era beati incoscienti e convinti fino a ieri.
Riallacciandoci, però, all'incipit iniziale, rimane solo da stabilire se certe considerazioni di alcuni personaggi e di alcune forze politiche siano figlie di un realismo ormai rassegnato o di un disegno strategico sposato e portato avanti con convinzione.
In entrambi i casi sembra chiaro che ci sia l'abbandono, ormai irreversibile, di qualsiasi progetto alternativo di rapporti sociali.
Quando sentiamo un rappresentante della sinistra cosiddetta radicale, come Fratoianni, che di un'alleanza raccogliticcia, con forze estremamente diverse fra loro che si trovano a governare insieme, ne auspica addirittura una sua progettualità futura e stabile, il tutto diventa improvvisamente chiaro e, allo stesso tempo, incomprensibile. La logica del continuo scegliere il meno peggio, come già qualcuno dichiarava tempo fa, porta inevitabilmente a far trionfare il peggio e se ne diventa anche inconsapevolmente complici.
E, alla luce di questa situazione ancor più incomprensibile appare l'ostinata, penalizzante, stupida frammentazione delle residue forze ed energie di sinistra che, da troppo tempo, hanno rinunciato masochisticamente ad avere un ruolo e una funzione propositiva e significativa, se non in ottica promozionale e autogratificante limitata all'interno della propria ristretta cerchia.
Appare chiaro che con la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, l mondo sia diventato, agli occhi di molti, unipolare e immodificabile.
E lo è veramente se, chi ha coscienza, sensibilità e progettualità rinuncia, più o meno coscientemente, a mettersi al servizio per un nuovo progetto. Un nuovo manifesto, un nuovo patto sociale, politico, economico, generazionale che faccia trovare i nuovi punti di coagulo degli interessi collettivi. Che non sia fossilizzato sul classico e lineare schematismo tra padrone e lavoratore, forse non più attuale e con troppe variabili . Come possiamo intendere la figura del piccolo artigiano o commerciante con un paio di dipendenti? Padrone o lavoratore, “carnefice” o vittima?
Lo stesso “padroncino”, rispetto le aggressive politiche delle multinazionali, del e-commerce che rischiano di spazzarlo via insieme ai suoi lavoratori, come lo inquadriamo in un ipotetico nuovo e diverso assetto sociale? Non andrebbero recuperate le sue ragioni ad una funzione propositiva, creativa e solidale piuttosto che lasciare il suo risentimento, la sua rabbia alla mercè di un populismo d'accatto e pericoloso?
E il rapporto con la natura, l'ambiente e le sue risorse non andrebbero inquadrate in una nuova e più adeguata visone che punti al rispetto, salvaguardia e al riequilibrio sostanziale dello stesso, piuttosto che valutarlo in senso esclusivamente utilitaristico, tipico del capitalismo, di una certa visione cristiana, ma anche del socialismo storico?
Se poi introduciamo pure la questione della robotizzazione e digitalizzazione dell'industria 4.0, che spazzerà via milioni di posti di lavoro appare indispensabile che a fronteggiare e gestire tali innovazioni epocali non possa essere lasciato solo l pensiero debole del meno peggio e dell'asservimento passivo alle logiche del potere capital-liberista.
Al momento sembra che non ci siano le condizioni per poter immaginare un processo di tal genere, ma basterebbe, che ognuno intanto si ponesse in discussione, (so che è difficilissimo ma è il prerequisito necessario).
Dovrebbe anche essere sufficiente avere la coscienza (perchè sarà così) che seppur la pandemia passerà, prima o poi, non passeranno l'ingiustizia, il prepotere, gli squilibri complessivi e, anzi, li conosceremo probabilmente anche nelle forme più ciniche e peggiori.
MIZIO
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martedì 12 gennaio 2021
LA GROTTA DEI CENTO SCALINI
Le storie degli spazi bianchi.
Ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe che nelle parole scritte.
Già avevo raccontato, in altri momenti, degli immensi spazi verdi della campagna romana che, in quegli anni, resisteva all'avanzare tumultuoso, caotico, devastante della periferia cittadina. Spazi che, però, visti con gli occhi dei bambini che eravamo allora, si trasformavano più che facilmente nelle scenografie di favolose avventure. Avventure in cui innocenti ramarri diventavano spaventosi draghi, colorate farfalle messaggeri divine e le marrane spaventosi corsi d'acqua tropicali in cui le piccole rovelle assolvevano all'ingrato compito di temibili piranha. Tutto questo avendo sullo sfondo, privilegio assoluto di essere nati a Roma l'ombra dei colossali resti degli acquedotti romani, inseriti e protetti oggi nel parco denominato, appunto, degli acquedotti.
Credo sia all'interno di un naturale processo di crescita anche necessario, quello di trovare, sempre nuovi stimoli e nuove sfide. La caccia nei prati, i bagni nelle pozze, le scalate e le arrampicate sui pini e sulle maestose vetuste arcate in pietra, erano già state affrontati più volte, non senza rischi e/o rovinose cadute, ma avevano, ormai perso il fascino del proibito o del rischioso. Rimanevano solo alcuni limiti da superare, tra cui quello di attraversare la Tuscolana, che, allora per noi rappresentava il limite consentito dalle apprensive madri. Cosa che facemmo, comunque, senza grosse problematiche di coscienza, in occasione della venuta di un grosso circo, forse Orfei, negli spazi di fronte la chiesa di San Giovanni Bosco. Scoprimmo, nell'occasione, che l'oltre Tuscolana, era assolutamente simile a quello che già conoscevamo. Niente di più, niente di meno e, se non fosse stato per la curiosità suscitata dal circo, sarebbe potuto tranquillamente rimanere un tabù senza altro significato,oltre quello di sfida al divieto dei genitori.
Per il fumare, eravamo ancora troppo piccoli, anche se qualcuno, aveva già azzardato l'ebbrezza di qualche tiro rischiando di tossire fuori anche le tonsille. Il sesso era, altrettanto ovviamente, un curioso mistero ma assolutamente fuori portata e, anche tutto sommato, a quell'età poco avvertito come cosa importante o necessaria. Avremmo conosciuto in seguito, in modo assolutamente confuso, travolgente e impattante, cosa significasse con i tanti tormenti e le rare gioie.
Durante l'inverno spesso, ci si riuniva a casa di qualcuno e, agevolati dal buio e dalla noia, spesso partivano racconti rimasticati e rivisti dai narratori, per renderli ancor più spaventosi, di spiriti, fantasmi, avvenimenti inquietanti con lupi mannari e altri mostri. Fatti di cui si giurava e spergiurava la veridicità accertata personalmente o, più spesso, dai nostri genitori, cosa che spazzava via eventuali dubbi.
E fu in uno di quei momenti che qualcuno accennò alla presenza nei prati vicino la ferrovia, di una grotta misteriosa chiamata “dei cento scalini”. Presenza che tutti conoscevamo ma, che fino ad allora, nessuno aveva mai ipotizzato neanche lontanamrnte di andare a cercare. Figuriamoci, addirittura, pensare di entrarci dentro. Cosa non certo dovuta, come già dimostrato, al timore dei rimproveri genitoriali, quanto, piuttosto, alla sinistra fama che l'accompagnava e alle inquietanti voci che la riguardavano. Tutto sommato l'ignoto, il mistero per quanto affascinanti e attraenti rappresentano comunque e sempre, un limite difficilmente valicabile o sperimentabile a cuor leggero.Dubitare e ironizzare al sicuro in casa, è un conto. Affrontarne il potenziale, anche se improbabile rischio, proprio per la sua componente di imponderabilità è tutt'altro.
Ma, figuriamoci se,a quell'età, nel momento in cui qualcuno lanciò l'idea di andarla a visitare, qualcun altro abbia avuto la voglia di mostrarsi timoroso o, ancor peggio, vigliacco.
E, fu così che tra mille timori, mai ostentati chiaramente, cercando magari astutamente il cavillo o l'impedimento che potesse mettere in dubbio la cosa o almeno, ritardarla, si arrivò, comunque al giorno fatidico. “E' deciso, si va! E, se avete paura, statevene a casa da mammà!”
Ovviamente nessuno pensò di rischiare lo sbeffeggio e l'emarginazione perenne. Così, armati di candele (le torce allora erano merce rara e preziosa), fiammiferi, un po' di corda e qualche bastone (per la serie”non si sa mai”), l'improbabile manipolo di piccoli cacciatori del mistero si mise in cammino, seguendo le indicazioni di qualcuno che conosceva l'ubicazione approssimativa della famosa grotta. Era nel mezzo di un campo, normalmente seminato a grano. Si presentava non come una grotta, come l'avevamo immaginata, ma come un piccolo manufatto in cemento. Manufatto alla cui apertura ci avvicinammo con malcelato timore e altrettanta manifesta curiosità.
Accidenti se era buio là dentro. Abituando gli occhi all'oscurità si intravedeva, subito dopo l'ingresso, una scala con i famosi scalini che in realtà, pur essendo tanti, erano meno dei cento del nome.
Il buco nero e inquietante che si percepiva alla fine degli scalini a tutto induceva meno che alla tranquillità, Comunque, piano piano, cercando di non scivolare su quegli scalini umidi, tenendoci stretti l'uno all'altro, lentamente, al tenue chiarore della luce delle candele arrivammo nel fondo. No, decisamente non era una grotta naturale. C'erano sarcofaghi, piccole colonne, nicchie laterali, aperture basse laterali parzialmente piene di terra che sembravano portare ad altri locali.Su tutte spiccava, però, la galleria principale. Galleria che, si vociferava,portasse fin sotto San Giovanni in Laterano e che seguimmo finchè la piccola luce in alto dell'entrata rimase visibile e rassicurante. Nostra personale stella polare che ci indicava la via del ritorno. Quando non fu più in vista e il proseguire diventò ancor più difficoltoso per il tanto materiale franato e, anche per qualche osso inquietante trovato tra la terra e i sassi, decidemmo che la prova coraggio era stata superata da tutti a pieni voti. Si poteva,quindi, senza rischio alcuno di perdita di stima perenne, tornare fuori alla luce del sole. Luce che mai fu accolta con maggior piacere e sollievo.
Il tabù era stato, comunque infranto. Ci ritornammo, poi altre volte, sempre con un po' di timore, ma senza più la necessità di dover dimostrare qualcosa.
Ogni volta scoprimmo altre cose interessanti ma mai quello di cui si vociferava ed si temeva di più. Nè lamenti di anime in pena né apparizioni di spiriti inquieti. O, forse, nel caso ci fossero state veramente presenze strane, avranno sicuramente, provato tenerezza e manifestato il dovuto rispetto a bambini che, coraggiosi e incoscienti quanto si vuole, ma che mai avrebbero potuto sfidare forze dell'occulto.
Per quelle ci sarebbero state necessarie maggiori conoscenze, e,ancor più sicuramente, una maggiore maturità.
MIZIO
https://www.parcodegliacquedotti.it/il-nostro-esperto-tomba-dei-cento-scalini/
martedì 15 dicembre 2020
UN PARTITO, DATEMI UN PARTTO
C'è un disperato bisogno...anzi no. Forse sono io che ho un disperato bisogno di un partito, serio, organizzato, presente, ideologico, ma anche pragmatico se servisse per migliorare le condizioni degli ultimi. Novecentesco o millenians che sia, perché non è certo questo il punto. L'importante è che sappia stare laddove serve stare e non dove conviene. Che sappia scegliere sempre secondo coscienza e non secondo convenienza. Che sia affidabile, non interpretabile e non episodico. Che non segua la moda del momento ma rappresenti valori senza tempo. I cui dirigenti e componenti scelgano l'empatia, la giustizia, la pace e l'amore. Si l'amore, quello necessario, indispensabile, libero e equilibrato. L' odio lo si lasci a chi vive per vincere e impone la competizione tra gli esseri umani, come elemento naturale e ineluttabile. Nelle guerre e nella violenza si son sempre pasciuti lor signori e ad affondare sono sempre stati i poveracci. Nell'amore si deve e si può trovare spazio, ragione e realizzazione per la vera rivoluzione.
Si potrebbe dire che detta così, l'esigenza epidermica di un riferimento di tal fatta possa derivare da una carenza quasi affettiva. E, per certi versi, lo è sicuramente, anche se la linea immaginata non è certo quella del porgere l'altra guancia ma quella dell'utilizzare la parte migliore di ognuno.
Se la politica, l'appartenenza, la vita stessa non viene vissuta con la giusta dose di passionalità e dandole un senso che vada oltre il soddisfacimento della quotidianità, perde gran parte del suo valore.
Inoltre, credo si sia anche stanchi (parlo sempre per me stesso), di somigliare a quei topini da vlaboratorio messi in un labirinto. Labirinto cui cambiano continuamente i percorsi, per il solo gusto sadico di fare stupide prove utili, forse ad altri, ma non certo ai topini stessi.
Si avverte il bisogno di una meta (parlo sempre per me) di qualcuno che ne indichi la strada e di chi ci tenga compagnia nel percorso.
Troppi gli esperimenti da laboratorio politico, fatti sulla buona fede dei sempre più smarriti spettatori.
Troppe messe in scena con gli stessi poco credibili attori e con gli stessi ripetuti, retorici, improbabili canovacci, degni, al massimo, di una sceneggiatura da telenovela.
Non servono, perlomeno non per i tanti, e non si sente il bisogno di questo. Così come non si sente quello della difesa strenua della propria piccola, orgogliosa ma impalpabile identità.
Sono ormai (ahimè) abbastanza maturo e attento per capire le ragioni pavide degli uni e anche la rabbia feroce degli altri.
Ma, altrettanto sicuro che non servano né l'opportunismo spacciato per necessario realismo ma nemmeno l'intransigenza, sia pur coerente, ma sterile. Essendo presente, in entrambi gli aspetti, il serio rischio di rappresentarsi in senso limitato e retorico.
Il perché di questa riflessione mi pare chiaro che venga, sia da un percorso fatto di tappe, accidenti e fallimenti personali, che lasciano l'amaro in bocca ma, soprattutto, dal vedere reiterati errori, liturgie, passaggi che pensavamo veramente appartenenti a un passato non più proponibile.
Ma forse, non sono neanche errori, sono calcoli, speranze, investimenti per un prossimo futuro personale, altrimenti incerto.
Gente che ha limitato coscientemente la democrazia votando la diminuzione dei parlamentari. Gli stessi che non hanno la forza (o la volontà?) di cambiare in senso proporzionale una legge elettorale, si preparano una scialuppa di salvataggio, più o meno con le stesse parole d'ordine e modalità. Imbarcando un po' di tutto e sperando, insieme a quegli altri dell'altro cantiere della sinistra, di rimanere attaccati alla nave madre del PD e sperando di essere tratti a bordo nelle prossime elezioni.
Non mi scandalizzo e non condanno ma, evitiamo di prenderci in giro. È una questione di rispetto reciproco.
Si potrebbero riportare dichiarazioni e intenti di qualche anno fa che, cambiando solo la data, sembrano l' esatta fotocopia delle speranzose, entusiastiche, emozionate dichiarazioni attuali.
D'altra parte non posso neanche non sottolineare l'incapacità e l'orgogliosa supponenza di essere nel giusto, che impedisce ai tanti cespugli della sinistra radicale di trovare una base comune non per autopromozione, ma per diventare quello strumento critico, alternativo, significativo e credibile di cui vi sarebbe tanto bisogno per i lavoratori e per gli ultimi in generale.
Ma se non siamo in grado di cambiare neanche noi stessi, difficilmente si può pensare di cambiare il mondo.
Così noi continueremo ad avvertire coscientemente, ma con sempre meno speranze, la necessità di qualcosa in cui tornare ragionevolmente a credere.
MIZIO
lunedì 30 novembre 2020
DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?
Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura.
In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. In particolare la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti effettuati di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura di mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma in grado di fornire cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine.
Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi.
Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno.
Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile.
Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile.
E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO
domenica 29 novembre 2020
IN FILA PER IL PANE?
"Tutti in fila per l' IPhone e poi si piange miseria". Siamo sinceri, quanti di noi l'hanno detto o pensato. Magari di getto, istintivamente, in modo non ragionato, ma l'abbiamo fatto. Poi ti torna in mente il Berlusca di qualche anno fa e le sue esternazioni "Io vedo tutti i ristoranti pieni". Ed era vero, i ristoranti erano pieni nella stessa misura in cui sono vere le file per l'acquisto dell'ultimo giocattolo di tendenza. Questo dimostra quanto, anche non volendo, spesso si sia condizionati nel giudizio e quanto sia facile cadere preda di retorica o massificazione di pensiero. Eppure non sarebbe difficile separare il grano dal loglio. Basterebbe riflettere sul fatto che, se è incontestabile il condizionamento di migliaia di persone che si concretizza nella partecipazione compulsiva ai riti e ai feticci della moderna società consumista, meno visibile ma più corposa è la stragrande maggioranza che a quei riti si sottrae. Ci si sottrae per scelta, per tanti ma anche, se non soprattutto, per l'impossibilità materiale a parteciparvi della maggioranza
Perchè, anche se colpiscono, in negativo, quelle file non dobbiamo permettere alla nostra capacità analitica e critica di offuscare o sottovalutare l'enorme tasso di esclusione sociale e di povertà presente nella società. E, se la nostra attenzione non può che essere più orientata ai problemi e ai diritti dei lavoratori e degli esclusi, lo snobismo nei confronti di chicchessia non può portare ad una semplice condanna o derisione prevenuta e preventiva.
Molti, non la maggioranza ovviamente, di quelli in fila erano, e potrebbero essere ancora, parte dei nostri riferimenti sociali o politici. Potenzialità ed energie che non possiamo permettere che vengano abbandonate o considerate perse solo perchè, in assenza di modelli credibili e alternativi, si affidano alla corrente del pensiero collettivo apparentemente vincente e unico.
Credo, ormai, di essere pesantemente ripetitivo o inutilmente didattico ma, finchè questo modello manca e si presenta, nella progettualità, diviso, incoerente, litigioso, spocchioso, insomma sostanzialmente inutile, anche la capacità di essere credibili nella critica e nell'indignazione diventa solo uno sterile esercizio snobistico.
Sono finiti gli I'Phone? Dategli Huawey, no!
Ad maiora
MIZIO
giovedì 26 novembre 2020
MARADONA E' MORTO! VIVA MARADONA!
Una nazione (L'Argentina) e una città nell'altro emisfero (Napoli) piangono insieme la scomparsa di qualcuno che sarebbe, a questo punto, riduttivo considerare solo un campione del calcio. Intendiamoci, campione lo è stato veramente, un artista della pelota. Tanto virtuoso nel trattare il pallone quanto enigmatico, complesso e contraddittorio nel rapportarsi con la vita quotidiana. Portava nella sua valigia personale d'esperienza la sempre presente contraddizione d'esser partito dalla miseria assoluta per essere poi, lanciato verso le vette inesplorate e senza limiti di una ricchezza sfrenata. Omaggiato e riverito nella grandezza, quanto denigrato e condannato nelle sue rovinose cadute. Le stimmate della tipica ignoranza e arroganza del parvenue che trova la massima esaltazione nella rappresentazione geniale delle sue giocate sul campo, ma anche dalla sua condivisione delle sofferenze altrui e della lotta (a suo modo) contro le ingiustizie. Visione della vita e del mondo che lo ha sempre accompagnato come un ascensore tra l'inferno degli ultimi e le speranze di riscatto con l'ammirazione e l'amicizia (corrisposta) con personaggi come Fidel o Chavez.
Nato tra gli ultimi, cresciuto poco fisicamente in un mondo di giganti, era stato dotato però del talento e di un carisma naturale riservato non agli dei, ma agli aspiranti tali.
Il campione inimitabile ma anche l'uomo, a suo modo, talmente complesso e inesplicabile se non ricorrendo a paragoni scomodi o irriverenti.
Era uomo, nel senso più vero del termine, con le sue grandezze e le sue miserie. I suoi evidenti limiti, pur negli eccessi. La sua genialità dire disarmata, ruspante e per questo più vera e grande ne facevano, non un esempio, ma un riferimento, sicuramente si.
Il sogno del riscatto di milioni di diseredati delle immense favelas argentine e non solo. L'abbraccio di un'intera città di un Mezzogiorno sempre un passo indietro, che in un campione venuto dall'altra parte del mondo ha riconosciuto un proprio figlio che ne poteva rappresentare il riscatto. Riscatto che da sportivo diventava storico,sociale e politico.
Un personaggio di cui non si poteva, in coscienza, condividere tutto, ma che, proprio in quel tutto, trovava la sua grandezza.
Sul perchè siano i Maradona che, nella vita e nella storia, rimangano come scie luminose più a lungo e più brillanti di altre credo, attenga molto più a quel grande mistero che è la vita umana sulla Terra che a spiegazioni di carattere esclusivamente sociologico, antropologico o politico.
Che poi è quello che ci porta immancabilmente tutti allo stesso balcone affacciato sulla vita in cui , per fortuna, ogni tanto passano anche i Maradona.
MIZIO
mercoledì 11 novembre 2020
PER FARE UN UOMO..
Ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole scritte.
La regola del tre e la legge dell'equilibrio!
Ognuno di noi arriva, apre gli occhi al mondo e comincia a guardarlo dalla sua singola, unica e irripetibile visuale. Visuale che è tale, in quanto famiglia, habitat, condizione sociale sono unici e non sovrapponibili. Operazione impossibile anche tra fratelli, entrando in ballo, oltre le condizioni più o meno simili, anche la componente caratteriale. Insomma si viene al mondo come un vaso pieno solo in parte, ma quella parte è quella che condizionerà e la renderà unica, filtrando tutta l'esperienza, la conoscenza, le gioie e i dolori dell'intero arco vitale. Ovviamente tale consapevolezza non ha la pretesa di rappresentare una verità assoluta ma, proprio per quello enunciato prima, ne rappresenta esclusivamente una testimonianza parziale e, proprio per questo senza altro valore che quello di affiancarsi alle milioni di altre che, collettivamente rappresentano il tutto variegato, unico, affascinante che abbiamo davanti ogni giorno.
Prima discriminante è, ovviamente, il dove e come si nasce. Le differenze saranno tanto più ampie quanto più differenti sono le condizioni iniziali. Chi nasce nella polvere degli ultimi, ovviamente sarà, fin dall'inizio, sottoposto a esperienze e necessità diverse e opposte rispetto i figli del nobile o del ricco. Ma, nonostante le enormi differenze, si avrà in comune, l'appartenenza allo stesso genere homo (benchè qualcuno provi a smentire anche tale verità. Questa si assoluta). Si condivide lo stesso habitat, vivendo nello stesso spazio su un pianeta vagante nell'universo. Si è assoggettati alle stesse esigenze e limiti derivanti da quelle che sono le necessità e caratteristiche comuni ad ogni corpo. Prime fra tutte quelle del nutrimento e delle funzioni fisiologiche, oltre quella che nella grande giostra della vita di ognuno inevitabilmente, si sostanzia alla fine, nella morte. Il tratto comune per eccellenza, anche se non arriverei a considerarla una livella, come piace raccontarla a tanti perchè, se è vero che la fine è comune, il come si ci arriva, cambia e anche di molto.
C'è pure un altro tratto condiviso, anche se con gradazioni e caratteristiche diverse. Quello che rappresenta l'innata, congenita, e direi anche necessaria, curiosità verso le eterne domande.
Chi sono? Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo?
Domande, purtroppo destinate a rimanere senza risposta certa e cui, collettivamente o singolarmente, si prova da sempre comunque, a fornire visioni rassicuranti o, specularmente disperanti. Che hanno provato e provano ancora a farlo le religioni e il loro speculare ma opposto ateismo. La filosofia, oltre la politica o la scienza.
Ma non tutti si ritengono appagati o semplici sostenitori di questa o quella visione. Ci sono persone come il sottoscritto, in cui arde da sempre, il sacro fuoco della curiosità. Di quella conoscenza che non sia limitata o inscatolata in un'unica visuale e in un unico percorso cognitivo.
L' impegno politico contro le ingiustizie sociali, la sensibilità e attenzione all' ambiente, la ricerca spirituale. Sono i tre filoni principali attraverso i quali, anche il sottoscritto, ha cercato, magari maldestramente, in maniera disorganizzata ma, assolutamente priva di pregiudizi, di trovare un percorso per una comprensione che giustifichi e renda accettabile il proprio stare nel mondo.
La componente e la curiosità politica era cosa respirata fin da piccolo in famiglia che ha reso più semplice la comprensione degli avvenimenti e gli incontri succedutesi negli anni. Fin da quello, il più qualificante in assoluto, con Don Roberto Sardelli che ha allargato gli orizzonti e le sensibilità politiche e sociali, fino al punto di renderli parte integrante del proprio essere e del proprio sentire. Comprensione e coscienza che ha sempre reso difficoltoso e poco comprensibili alcuni atteggiamenti. Che sembravano sempre sfuggire a quella che era la logica di una militanza classica che depotenzia e declassa (anche giustamente) il sentire personale sacrificandolo a quello generale. Quello che porta all'assunto che:”il mio partito ha sempre ragione”. Da qui, sempre con il massimo rispetto verso compagni e partiti, il mio è stato un percorso che è stato contrassegnato più da dolorose dimissioni (da incarichi di partito e istituzionali), che da luminosi successi e carriera personale e politica. D'altra parte, citando al contrario un concetto riferito a Don Abbondio, “Se uno la coscienza ce l'ha, non può ignorarla o allontanarla da sè”.
Nessuna logica di partito mi ha mai convinto al punto tale di dover mettere in discussione alcuni personali valori ideali e principi morali. O giustificare eventuali ingiustizie Cosa che comunque, è stata espressa sempre in modo estremamente rispettoso anche degli interessi del partito. Cosciente che avrebbe avuto nel caso, un pessimo interprete della propria immagine. Meglio, molto meglio che a rappresentarla ci fosse qualcuno con un pochino di pelo in più sullo stomaco, meno scrupoli e maggiore capacità affabulatoria. La politica e i partiti in cui ho militato li ho sempre considerati non come un fine, ma come uno strumento per trasformare il naturale sentimento di giustizia in obbligato e utile spirito di servizio, soprattutto dei più derelitti. Se l'avessi intesa come possibilità di carriera o promozione individuale avrei fatto tutt'altre scelte. Sarebbe bastato tacitar la coscienza e la propria storia personale, accettando di condividere scelte, anche compromissorie. Per cui il filo rosso dell' impegno politico ha sempre segnato il mio percorso ma spesso, da semplice osservatore critico e piazzato di lato. Piuttosto che protagonista o comprimario interessato.
Anche l'altro aspetto, quello dell'attenzione all'ambiente e alla natura nasce nella primissima infanzia. Infanzia vissuta in un borghetto romano posto ai limiti della sua smisurata periferia. Ambiente dove, in quei tempi, il confine tra campagna e città era ancora molto labile e incerto. Per cui prati, fossi, marrane e relativi abitanti, erano i protagonisti delle scorribande del bambino che fui. Scorribande anche segnate da una certa crudeltà (di cui mi sono pentito successivamente) come la caccia a lucertole, ramarri, farfalle ecc. Ambiente simile a quello in cui passai la successiva adolescenza e la gioventù. Non più borgata, ma moderno quartiere periferico, sempre caratterizzato, però, da enormi spazi verdi. Spazi che appena a pochi passi nascondevano tesori naturalistici notevoli e quasi impensabili a un passo dai palazzoni della moderna piccola e media borghesia. Cinghiali, istrici, tassi, falchi e un milione di altre rarità e scoperte, quasi giornaliere botaniche e faunistiche facevano di quei posti la mia Amazzonia. I barbi che risalivano i fossi in primavera erano i miei salmoni. I biacchi, le natrici le mie anaconda, con qualche cobra rappresentato da timide vipere. Mentre i nibbi erano i miei avvoltoi le nutrie erano credibili castori. Cominciò allora, grazie a un paio di compagni, il lavoro a fianco di uno dei primi piccoli gruppi ecologici dell'epoca. Gruppo nato proprio per lo studio e la salvaguardia di quel paradiso naturale, cui pur senza esser organico, diedi il mio piccolo contributo. Sia per lo studio ma, soprattutto per aiutarli a veicolarne le prime battaglie e richieste protezionistiche. Cosa possibile anche grazie anche, al mio ruolo istituzionale dell'epoca. Dopo il trasferimento da Roma continuai lo studio, l'amore e le sensibilità più da lontano e fui felice quando seppi che, quel territorio entrò a far parte del circuito di Roma Natura e che, da allora è conosciuto come Riserva naturale di Decima Malafede.
Territorio purtroppo che, nonostante l'istituzione della riserva, ha continuato ad essere oggetto di appetiti speculatori da parte di privati e istituzioni (Si pensi solo alla devastazione provocata dalla prossima autostrada Roma Latina). Il mio rapporto di curioso osservatore della natura e le sue meraviglie non ha mai, però, assunto l'aspetto che avrebbe preso piede con successo, successivamente. Non facevo trekking, né bird watching, né esplorazioni, né percorsi con mete obbligate o prefissate da raggiungere, che non fossero la pace interiore. Il mio ideale rapporto con la natura l'ho sempre vissuto al meglio e al massimo in compagnia, di me stesso. E, a volte, eravamo pure in troppi. Per dare un'immagine di facile lettura, ho sempre ricercato l'amore quasi fisico e la fusione col tutto. Nel bosco, sulle rive di un torrente, su un altopiano o sulla cima di un monte. Esperienze intrise quasi di un misticismo laico!
E, il misticismo ci porta diritti a considerare l' ultimo aspetto, quello della ricerca spirituale, quello delle grandi verità ricercate dall'essere umano di ogni tempo.
Per questo devo far riferimento a tre fasi ben distinte del percorso. In parte consapevole e in altra assolutamente casuale e fortuito, ma non meno vero o impattante.
Il primo approccio, ovviamente, come quasi tutti avvenne nella parrocchia del quartiere con l'oratorio e col catechismo. Arrivando, addirittura con il far parte del coro dei “Pueri cantores” locali e, anche servendo messa come chierichetto.
Periodo propedeutico, a prendere confidenza col concetto di divino, con il mistero non spiegato e scavallabile solo con la fede. Periodo pure sereno, tutto sommato. A parte le paure determinate quando, e succedeva spesso, ci si abbandonava a quei piccoli “peccati” possibili da parte di bambini. Crescendo con l'adolescenza apparve chiaro che rifugiarsi nella sola fede non bastava a oscurare tutte le incongruenze e i limiti che la religione comportava. Quindi ci fu il necessario strappo dalla Chiesa, dai doveri che questa comportava. Dalle visioni ormai troppo strette per essere condivise da un adolescente pieno di dubbi e curiosità.
In questa fase ci fu l'incontro con Don Roberto, già ricordato prima, che diede della religione, della figura stessa del prete, un'immagine completamente diversa. Immagine che, pur non avvicinandomi di più alla chiesa, mi permise, però di mettere la questione del rapporto col mistero in stand by. Nè credente, né ateo, ripromettendomi di riaffrontare l'argomento quando e se, ne avessi sentito la necessità. Di una cosa ero però, già sicuro. Non avrei mai fatto parte di una organizzazione religiosa precostituita che, per una visione personale ancora confusa, ma non modificabile, ai miei occhi avrebbe rappresentato la negazione stessa del concetto di divino. Quindi si aprì la fase in cui cominciai a definirmi agnostico, essendo quella la parola che più avrebbe potuto rappresentare la mia posizione sull'argomento. Sentivo chiaramente di non poter chiudere definitivamente la questione, ma neanche, di sposarne una versione oggettivamente limitata e limitante.
Complice anche una certa naturale sopravvalutazione del proprio punto di vista tipico della gioventù, tutto sommato riuscii, per diversi anni a convivere senza problemi con la questione. Probabilmente proprio grazie, a quella porticina lasciata volutamente socchiusa. E dalla quella porticina, come sempre accade, con le questioni messe da parte e quasi dimenticate, entrò con la violenza di uno tsunami tutto un corollario di avvenimenti, apparentemente inspiegabili, che mi posero per forza, nella condizione di dover riaffrontare la questione 0 rifiutarla definitivamente. Questione che, a quel punto, non riguardava solo un aspetto filosofico esistenziale, ma riguardava il vissuto quotidiano.
Questi avvenimenti scatenarono la curiosità che, fino a quel momento, era stata disciplinatamente tranquilla nel suo angolino. Insieme a quelli, cominciarono a verificarsi tutta una serie di episodi che, in altri tempi, avrei potuto tranquillamente considerare casuali e spiegabili in mille altri modi logici. Ma che in quel momento e con le caratteristiche con cui si presentavano ai miei occhi assumevano l'aspetto di un sentiero di conoscenza e di apertura di sentire che sembrava, e forse lo era, lì solo per me. Incontri casuali, letture suggerite, altre assolutamente occasionali con libri addirittura trovati sui treni dove lavoravo. Percorsi rischiosi che ti portavano a conoscere, forzatamente, anche il lato oscuro e pericoloso del percorso, da cui allontanarsi rapidamente. Ma anche momenti di illuminazione improvvisa in cui alcune cose cominciavano ad apparire più chiare e ad avere una propria logica leggibile e comprensibile. E, soprattutto, la certezza che nessuna religione organizzata, con i suoi riti, i suoi precetti, i suoi limiti avrebbe potuto rappresentare la strada o la verità rispetto l'esistere. E di quanto il rapporto, con l'idea stessa del mistero e del divino, sia percorso intimo, solitario e non trasmettibile. Che lo stesso si presenta e si arricchisce solo se e quando, il singolo e il momento lo rendano utile o necessario alla personale evoluzione. Ovviamente, e proprio per i motivi sopra esposti, nessuno e, tantomeno il sottoscritto, può o deve sentirsi in diritto/dovere di trasmettere il proprio punto di vista come quello più giusto o idoneo per tutti. E, ancor meno potrebbe o dovrebbe, pensare minimamente a fare proseliti. Rappresenterebbe la fine stessa delle poche certezze personali raggiunte con fatica. La solidarietà, l'equilibrio, quello che molti chiamano amore, si deve provare ad applicarli, almeno come tendenza, nella vita di tutti i giorni. Nei rapporti personali, nella vita politica e sociale, nel rapporto col resto dell'esistente. Ed è questo e solo questo a stabilire il grado evolutivo, non il credere o meno. Si può essere santi o demoni, pure in modo inconsapevole e lontano anni luce dal misticismo e dal sentimento religioso.
Così come si può essere umani, nel senso più compiuto del termine, pur senza attraversare e comprendere i tre aspetti fondanti della mia personale e, come si diceva prima, non replicabile esperienza. Per ognuno c'è un sentiero evolutivo che aspetta e, tranquilli, che ognuno, prima o poi, lo incrocia e lo percorrerà, anche se inconsapevolmente.
MIZIO
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