martedì 19 luglio 2011

CIBO E FINANZA




L’industria finanziaria è stata pronta nel negare il proprio ruolo nella spinta dei prezzi dei generi alimentari ma, con le prove che si accumulano giorno dopo giorno, l’Ecologist si libera del politichese per spiegare la realtà della speculazione sul ciboLa speculazione finanziaria nei paesi ricchi e industrializzati come il Regno Unito e gli Stati Uniti ha spinto in alto i prezzi delle fibre come il mais nelle nazioni a basso reddito.
Le banche come Goldman Sachs e Barclays hanno creato fondi che permettono agli investitori di speculare sul prezzo delle coltivazioni più importanti. Tutto ciò ha generato enormi profitti e si stima che Goldman Sachs ha ottenuto più di 1 miliardo di dollari nel solo 2009 e Barclays nello stesso anno circa 340 milioni di sterline grazie agli scambi delle commodity sul cibo.
Un report delle Nazioni Unite ha recentemente stimato che il totale investito negli strumenti relativi al settore alimentare è passato dai miliardi di dollari del 2003 a più di 55 miliardi nel 2008.
Comunque, scommettere sui prezzi degli alimenti ha un costo. Gli elevati volumi delle contrattazioni di questi fondi portano a una maggiore volatilità dei prezzi, come riferiscono gli attivisti, che va a colpire le famiglie povere dei paesi meno industrializzati, tanto da non potergli permettere il consumo di alimenti basilari e rendere così sempre più difficile la pianificazione e gli investimenti da parte degli agricoltori.
Le organizzazioni di beneficenza come Christian Aid e persino alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite stanno chiedendo regole più rigide per tenere a freno la volatilità dei prezzi, un qualcosa a cui l’industria bancaria si oppone con decisione.
Per aiutarvi a farvi un’idea degli argomenti proposti dalle due parti, l’ex broker Brett Scott ci fornisce questa guida per capire le speculazioni sugli alimenti

Cibo vero Vs. derivati

È importante capire la distinzione tra il mercato reale degli alimenti e il mercato dei derivati sull’agricoltura che si riferisce al vero mercato del settore agricolo. Un agricoltore ucraino che esporta la farina in Nord Africa si impegna a promettere a qualcuno che entra in un contratto di futures basati sul grano. Il primo è una transazione fisica spot e il secondo consiste in una transazione basata sui derivati.
I derivati sono contratti tra due contraenti. Ci sono opzioni e futures sul settore agricolo e ci sono swap e forward over-the-counter che vengono affidati dai venditori alle banche d’investimento. Questi contratti derivati sono, più o meno, analoghi alle scommesse sul mercato reale alimentare, così come le scommesse sportive si riferiscono a un evento sportivo. Prendere una “posizione” nei futures del grano, ad esempio, vuol dire mettersi nella posizione di vincere o di perdere a causa di un cambiamento del prezzo del grano. È concettualmente simile, anche se non è proprio la stessa cosa, al comprare fisicamente il grano fisico. È proprio come se uno lo stesse davvero comprando.
Lo scopo originario dei derivati sul settore agricolo era quello di permettere ai produttori di beni materiali di usare questa scommessa per proteggersi dai cali delle quotazioni (short hedging) e agli utilizzatori di questi beni di usare una scommessa per proteggersi da un incremento di prezzo (long hedging). Se non sei un produttore o un utilizzatore dicommodities reali e tutto quello che realizzi è una scommessa, in questo caso sei considerato uno speculatore. La controversia sulla “speculazione sul cibo” si riferisce alla speculazione del mercato dei derivati del settore agricolo, non tanto alle transazioni fisiche di questi beni.
La controversia può essere separata in due differenti istanze. Prima domanda: sono i players finanziari del mercato dei derivati sulle commodity che provocano la dissociazione da quello che “dovrebbe essere” il suo prezzo se esso riflettesse il bilanciamento tra la domanda e l’offerta del bene sottostante? Secondariamente, una tale dissociazione nei prezzi dei futures si può trasmettere al prezzo vero degli alimenti?
Sembrano domande semplici, ma non lo sono. Si può attribuire, ad esempio, una casualità tra un’attività speculativa sul cambio dei derivati americani e il vero cambio di valore del costo di una borsa di grano in Sud Africa? È quest’area grigia che fa sì che il dibattito si dirami in modo confusionario.

Cosa è che determina il prezzo?

La maggior parte delle teorie finanziarie ritiene che i prezzi dei futures siano determinati dalla cosa su cui scommette il future stesso, in modo molto simile al modo in cui una corsa di cavalli determina il valore delle scommesse sulla stessa corsa. In pratica, nella teoria finanziaria i prezzi dei derivati sono strutturalmente legati al valore del bene su cui sono basati e si suppone che seguano lo stesso andamento attraverso un processo chiamato arbitraggio per assicurarsi che, nel caso il prezzo del derivato si discosti troppo dal prezzospot dell’asset sottostante, venga così riportato verso questo stesso prezzo.
Ecco un esempio del mondo reale dai mercati del petrolio: all’inizio del 2009 i prezzi deifutures sul petrolio si sono alzati “troppo in alto” rispetto al prezzo spot del petrolio che poteva essere comprato in quel momento. I traders d’arbitraggio acquistano petrolio fisico, lo immagazzinano nelle petroliere e simultaneamente vendono i futures. Lo scopo della transazione è quello di comprare petrolio al prezzo odierno e poi trattenerlo per venderlo in futuro a un prezzo più alto. Questo tipo di scambio teoricamente consente ai traders di assicurarsi un profitto privo di rischio, a patto che il costo del “trasporto” del petrolio (ad es. l’immagazzinamento, l’assicurazione e i costi finanziari) non sia superiore alla differenza tra il prezzo spot e quello dei futures. Teoricamente, con questo processo, il prezzo spot e quello dei futures dovrebbero allinearsi per rimuovere l’opportunità di un profitto privo di rischio.
Sembra complicato? È abbastanza complicato. Ad esempio, chi ha in effetti la possibilità di noleggiare navi per immagazzinare petrolio? Ha importanza la qualità del petrolio stivato? Tutto ciò comporta un abbassamento dei prezzi dei future o fa innalzare il prezzo spot del petrolio? Ho l’impressione che nessuno lo sappia con certezza, perché la cosa importante, nel mercato delle commodities, è che i processi di arbitraggio sono complicati perché accedere alle commodities fisiche per mettere in pratica le relazioni di arbitraggio è difficoltoso.
La saggezza convenzionale delle relazioni matematiche tra prezzi spot e quelli dei derivati è stata comunque messa in discussione dal fatto che questa relazione può interrompersi, fino ad invertirsi, così che i prezzi spot sottostanti cominciano a muoversi verso i prezzi dissociati dei derivati, e non all’opposto. È analogo all’idea che scommettere sui cavalli possa determinare il risultato della corsa, un classico caso di “un cane che si morde la coda”.

Perché le banche hanno iniziato a scommettere sul cibo

Il fatto che le commodity fisiche siano sporche e ingombranti ha comportato che la speculazione su questi tipo di beni è generalmente dominata da agenzie specializzate negli acquisti fisici, come Glencore e Cargill. Ci sono delle indicazioni che suggeriscono come le banche siano sempre più coinvolte nel trading fisico così come, ma solo in uno stato iniziale, l’attività speculativa degli investitori si è sempre più sviluppata nel mercato deifuture sulle commodity. I classici della finanza, come “Market Wizards” pubblicato nel 1988, contengono interviste interessanti con speculatori che descrivono i loro successi negli anni ’70 nei mercati dei future della soia, del frumento e del grano, quando operavano a fianco di quelli che erano in questi mercati per scopi non speculativi. Molti di questi traders si troverebbero a loro agio nel mondo degli hedge funds o nei rami “proprietary trading” delle banche d’investimento.
Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. I futures, comunque, devono essere gestiti giorno per giorno. Questo va bene per unhedge fund specializzato, ma non per gli investitori istituzionali come i fondi pensione. Se glihedge funds sono dei predatori scaltri, i fondi pensione sono come degli immobili brontosauri, spesso all’oscuro degli andamenti al rialzo o al ribasso del day-to-day. La maggior parte dei fondi pensione che investono in azioni, obbligazioni e beni di proprietà non ha il tempo o la capacità di entrare e uscire dai futures. Vogliono comprare qualcosa che possa essere tenuto per anni, non contratti con una data di scadenza di sei mesi.
L’idea di “investire” in commodities si è potuta realizzare solo grazie all’avvento dei prodotti d’investimento collegati agli indici che sono stati progettati dalle banche d’investimento negli anni ’90. Tra questi ci sono gli exchange-traded fund (ETF) e gli equity-linked note basati sulle commodities. Questi strumenti sono molto interessanti per gli investitori: l’investitore mette semplicemente il proprio danaro nel prodotto e la banca d’investimenti che lo gestisce adotta una strategia commerciale per dare agli investitori un ritorno direttamente collegato all’indice di quella commodity, come se essi avessero davvero acquistato fisicamente il bene, ma senza la scocciatura di doverlo fare. Col tempo, questi prodotti hanno consentito un incremento sbalorditivo del numero delle persone che hanno investito in questo settore.
I prodotti basati sugli indici delle commodity, comunque, si basano essenzialmente suifutures. Qui c’è la parte tecnica: per creare prodotto finanziario basato su un indice, le persone che vendono alle banche entrano in transazioni swap con gli investitori, per mezzo delle quali passano i profitti dal mercato dei futures agli stessi investitori. Questi non ne sono necessariamente a conoscenza e la transazione swap potrebbe essere inserita tacitamente o all’interno di un prodotto d’investimento complesso, ma l’effetto pratico rimane lo stesso: il compratore sta tenendo posizioni futures per conto degli investitori e l’attività nel mercato degli swap crea così un’ombra nei mercati dei futures. Per coloro che sono interessati, questa ombra può essere osservata nei “Commitment of Traders Reports” del CFTC che illustra le posizioni del trading sui futures che sono state tenute dai partecipanti al mercato. La categoria chiamata degli swap dealers indica sempre posizioni “lunghe”, ossia significa che stanno comprando futures, probabilmente per conto degli investitori.http://www.stampalibera.com/

lunedì 18 luglio 2011

Stranieri licenziati per aver protestato

Dopo le tensioni della scorsa settimana davanti al centro smistamento della Tnt al polo logistico di Piacenza, l’area di Le Mose è ancora terreno di battaglia tra il colosso della logistica e i suoi lavoratori. Quelli che hanno scioperato e protestato rischiano di essere licenziati già nelle prossime ore. All’annuncio manca solo l’ufficialità. Sono 150 facchini, quasi tutti stranieri, che non solo potrebbero restare a casa, senza stipendio e con famiglia a carico, ma è in pericolo anche il permesso di soggiorno in Italia. E tutto solo per aver chiesto condizioni di lavoro dignitose. Non altro. Hanno chiesto che le coop che gestiscono il personale la smettessero di reclutare i lavoratori sera per sera, di pagare in parte al nero, di creare una sorta di caporalato mascherato da una lettera di assunzione senza valore contrattuaIeri sera, dopo una settimana di picchetti, i lavoratori che fanno capo alle cooperative Stella e Vega avevano raggiunto un accordo di massima con la Questura di Piacenza per bloccare temporaneamente le proteste e aspettare il tavolo di concertazione tra Provincia, Comune, Tnt, Prefettura e il sottosegretario ai Trasporti Bartolomeo Giachino, calendarizzato già per venerdì prossimo alle 9.30 a palazzo del Governo.“Tu entri, tu no perché protesti”. Ma ieri sera, all’inizio del turno, l’amara sorpresa: al gabbiotto di sicurezza all’entrata dell’enorme complesso della Tnt, gli uomini della sicurezza sono stati dotati di una lunga lista da spuntare con nomi e cognomi di chi poteva entrare e chi no, di chi era ammesso a lavorare e di chi – nonostante contratti a tempo indeterminato – sta a spasso. Sulla lista, tutti e cento i facchini del turno di notte che in questi giorni hanno denunciato le precarie condizioni di lavoro facendo luce su un fenomeno di capolarato mascherato inquietante.A fianco degli uomini della sicurezza interna della Tnt, anche due camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa che hanno formato un cordone di sicurezza all’entrata del centro di smistamento.
Lo sconforto dei facchini. Tensione, certo. Ma anche sconforto di chi, con cinque figli a carico e15 anni di lavoro alla Tnt alle spalle, questa sera torna a casa senza stipendio. Sì, perché la strategia delle cooperative che hanno a contratto questi lavoratori è semplice: contratto a tempo indeterminato ma, all’inizio del turno, viene ‘selezionato‘ chi entra e lavora e chi no. E se qualcuno protesta, viene minacciato di essere licenziato. E con un permesso di soggiorno temporaneo le opzioni non sono tante
Ad avvalorare questa situazione al limite del paradossale, anche le buste paga dei facchini che mostrano in modo inequivocabile un fenomeno che, apparentemente, non coinvolge solo i lavoratori della Tnt: per il mese di febbraio, lo stipendio di alcuni facchini assunti raggiunge i 67 euro e rotti, “perché il resto – puntualizzano i turnisti con cedolino alla mano – ce lo danno in nero”.
“Questo è atteggiamento antisindacale – grida l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Piacenza, Ignazio Brambati in quota Prc e da ieri pomeriggio a fare le barricate ai cancelli della Tnt, perche’ questa e’ una serrata”.
Lo stesso Brambati era infatti al tavolo interistituzionale in Provincia dove si discuteva, appunto, del ruolo delle cooperative all’interno del polo logistico: “Torno dal tavolo e scopro questo – denuncia l’esponente dell’esecutivo di palazzo Mercanti – ed è una vergogna perché si era raggiunto l’accordo con la Questura per smobilitare temporaneamente la protesta e invece questa è la risposta”.Tensione tra i sindacalisti. Dopo alcuni attimi di tensione – non solo tra lavoratori e forze dell’ordine, ma anche tra Cobas e Cisl con un duro scambio di accuse sulla mancata tutela dei lavoratori – sia Brambati che l’assessore provinciale al Lavoro, Andrea Paparo, sono stati fatti entrare all’interno del capannone della Tnt per un colloquio con la dirigenza.
“Spero che entrambe le parti usino buon senso – auspica Paparo prima di entrare al polo- perché non credo che sia nell’interesse di nessuno esasperare gli animi”.

I lavoratori della Tnt rimarrano seduti sotto i cancelli del polo fino al raggiungimento di un accordo di massima ma, assicurano, “ci faremo sentire”. E già i primi video e foto che testimoniano le assurde condizioni a cui sono sottoposti sul posto di lavoro sono ben visibili su Facebook al gruppo “Tnt di Piacenza“.

Quasi certo il licenziamento. Inginocchiati a pregare, piangere e gridare contro la Tnt, ormai si profila il licenziamento per 150 lavoratori. Sono le 22.30 quando, dal polo della Tnt di Piacenza, escono l’assessore comunale  Brambati e quello provinciale, Paparo, dopo un colloquio durato più di un’ora con la dirigenza delle cooperative Stella e Vega.

Gli assessori in lacrime. Ma all’uscita dell’incontro, e dalle lacrime che scendevano sul volto degli assessori, il responso era chiaro anche se è stato indorato: “Loro dicono che per voi, qui, il lavoro non c’è – parla Brambati tradotto in egiziano davanti ai 150 facchini che da questo pomeriggio protestano di fronte ai cancelli della Tnt – perché dicono che hanno ridotto il numero dei camion per via delle proteste di questi giorni che hanno messo in difficoltà l’azienda”.

La versione delle cooperative e’ pero’ presto smentita dagli stessi manifestanti che oggi, presentatisi per il turno notturno, sono stati respinti a favore di nuove leve non ancora assunte ma da qualche giorno “in prova”.

I turnisti, alla notizia, sono quindi corsi ai cancelli principali della TnT davanti al cordone di Polizia in antisommossa, inginocchiandosi a pregare e con i cedolini dei pagamenti (pochi euro, “il resto in nero”) a pregare.

Ma i sindacalisti? “Saranno in centro a fare shopping” fa ironico Fabio Zerbini, del sindacato interconfederale Cobas, l’unica presenza sindacale della protesta. Si perché né Cgil, Cisl o Uil hanno mai partecipato agli scioperi dei facchini. Addirittura chi è andato alla Cgil, come Mohammed regolarmente iscritto alla Camera del lavoro, è stato respinto: “Mi hanno detto che non si poteva fare niente – dice sconsolato mostrando la tessera Cgil di Sorosina, in provincia di Cremona – anche se sono assunto regolarmente ma percepisco lo stipendio in nero”.

“I sindacati dicono che va tutto bene, come il segretario della Uil di Piacenza, Massimiliano Borotti - sostiene Zerbini dei Cobas - ma qui i soldi li fanno sulla pelle della gente e l’illegalità si scarica sugli immigrati”.

La protesta, quindi, continuerà  e i facchini sembrano determinati nel picchettare i cancelli del polo anche per tutta la notte perché, è evidente, anche il tavolo della prossima settimana convocato in Prefettura con il sottosegretario ai Trasporti Giachino, non servirà a nulla. Tanto che anche l’assessore Brambati si è seduto tra i lavoratori per contestare la Tnt.



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Corno d’Africa, siccità record: undici milioni di persone rischiano la vita


di Massimo Maravalli
In Etiopia, Eritrea, Somalia, Uganda, Gibuti e parte del Kenia è emergenza siccità. Oltre undici milioni di persone sono in pericolo di vita a causa della più grande secca degli ultimi sessant’anni. A causa della scarsità di piogge, infatti, i raccolti sono inadeguati al fabbisogno delle popolazioni sopracitate e i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle.
Situazione disastrosa. Il caldo, nel Corno d’Africa, non è un avvenimento di per se eccezionale ma, la mancanza di piogge nelle ultime stagioni, ha provocato una delle più grandi aridità dell’ultimo secolo minacciando la vita di milioni di persone che già vivono in condizioni di estrema povertà. Mancano cibo ed acqua, i raccolti sono sempre più insufficienti e molti capi di bestiame già denutriti sono morti. Le popolazioni si trovano in condizioni precarie, le risorse bastano per un solo pasto giornaliero e i bambini, sono costretti ad abbandonare le scuole per sostenere le loro famiglie nella ricerca di viveri. Molte persone, per aver abbandonato le proprie terre per trovare condizioni migliori, non sono sopravvissute al viaggio.
Necessità impellenti. Tutto il Corno d’Africa, ha bisogno di ulteriori fondi per far fronte alla situazione di emergenza che si è creata, solo in questo modo, le zone colpite possono rimettersi in piedi. Ciò consentirebbe loro, di continuare le attività di formazione dei contadini su come incrementare la produzione in condizioni di siccità e far sì che in futuro siano pronti autonomamente ad affrontare simili calamità. Inoltre, potrebbero approvvigionarsi di tutto il necessario per ripristinare la situazione come il bestiame, i foraggi, l’acqua e sementi specifici per le zone di secca e dare più assistenza e sorveglianza nelle attività agricole e nella gestione della flora e della fauna.
I numeri. Secondo le stime dell’Unicef sono oltre due milioni i bambini malnutriti nel Corno d’Africa, di cui circa mezzo milione rischia seriamente la vita. I tassi di malnutrizione acuta nel nord del Kenya sono ora superiori al 25%, con punte di quasi il 40% nel distretto di Turkana. Nonostante questo, il numero dei profughi è in crescita, con circa 10.000 persone in arrivo ogni settimana a Dadaab, al confine tra Somalia e Kenya. L’Unicef ha lanciato l’appello alla comunità internazionale: servono 31,9 milioni di dollari, per i prossimi tre mesi, per tamponare la situazione fornendo aiuti salva-vita ai bambini e donne colpiti dalla crisi.
L’analisi della Fao. La Fao ha lanciato più volte lo stato d’allerta ed ha sostenuto i programmi di preparazione e risposta all’emergenza, come ha spiegato il coordinatore per le emergenze in Africa orientale e centrale Rod Charter: “La crisi attuale non è un’improvvisa emergenza naturale ma piuttosto una caratteristica cronica della regione. La sfida che ci troviamo di fronte è quella di mettere i piccoli contadini ed i pastori nelle condizioni di adattarsi a condizioni meteorologiche variabili ed ai sempre più frequenti eventi climatici estremi”. Conclude dicendo: “Insieme ai nostri partner del ‘Gruppo di lavoro per la sicurezza alimentare e la nutrizione, ci siamo preparati ad affrontare questa siccità sin dallo scorso anno quando si è registrata una estrema scarsità di precipitazioni’.
La stagione delle piogge. La siccità potrebbe protrarsi fino a novembre prossimo, e in attesa della prossima stagione delle piogge la situazione rischia di aggravarsi in modo esponenziale. Fino ad allora occorrerà aiutare le popolazioni colpite con aiuti di prima necessità limitando la loro vulnerabilità in tutti i modi possibili

domenica 17 luglio 2011

Utopia ed Economia



Associare la parola utopia alla parola economia non è facile. L'utopia infatti è un oggetto di analisi ambiguo e sfuggente, difficilmente definibile. Esistono problemi di diversa natura. Uno è di natura descrittivo, infatti l'utopia è la convergenza di diverse discipline (filosofia, politica, economia, antropologia, psicologia, storia, letteratura, etc.) con diverse prospettive; il concetto si è evoluto nel tempo portando a identità spesso completamente differenti; infine riguardo all'utopia ci sono state diverse posizioni ideologiche e interpretative motivate dal giustificare una certa tesi, di natura politica, filosofica, etica e così via. In questo modo l'utopia è diventato tutto e il contrario di tutto: gioco intellettuale astratto, di nessuna incisività reale oppure motore della storia, forma di pensiero dogmatico oppure strumento di liberazione dalle verità rivelate, trionfo dell'immaginazione oppure la fine della fantasia. Quel che pare accertato è che l'utopia è una forma mentis propria dell'età moderna. E' il prodotto di una rivoluzione del pensiero con cui si inquadra la modernità. in cui: l'uomo è posto al centro dell'universo; l'uomo è capace di determinare da se stesso la propria vita e le sue condizioni politiche e sociali; si scopre il mondo con i viaggi esplorativi e con l'osservazione di altri popoli e altri costumi, altre forme di vita e diverse istituzioni politiche, economiche e sociali; la razionalità porta alla rivoluzione scientifica e al mondo delle scoperte e delle sperimentazioni oltre gli articoli di fede fino ad allora seguiti.

Nella tradizione occidentale si cercano da sempre altri modelli e piccole utopie. Da Platone, a Giocchino da Fiore, a Thomas More, a Tommaso Campanella, fino ai falansteri di Fourier, le cooperative di produzione di Robert Owen e tutto il pensiero socialista utopico. L’altra società sognata da quei pensatori si limita essenzialmente a un anticapitalismo. Oggi immaginare e cercare utopie in economia significa inseguire l'utopia di un mondo giusto, ciò significa non credere ai sogni, ma sognare ad occhi aperti il punto d'arrivo mentre, tenendo lo sguardo fisso all'orizzonte, si costruisce il sentiero che ad esso ci avvicina, passo dopo passo. Su questo sentiero non si è soli ed esistono sempre più persone che portano avanti i loro sogni. Esistono gruppi e individui che tentano di mettere in opera qualcos’altro, di vivere altrimenti riappropriandosi della moneta per farla servire ad un uso diverso, secondo una logica altra rispetto all’accumulazione illimitata e della esclusione massiccia dei perdenti. Sono gli utopisti moderni che propongono per esempio gli scambi non monetari e un’economia senza denaro.

sabato 16 luglio 2011

SIAMO TUTTI SUL TITANIC...MA NOI ABBIAMO LE SCIALUPPE!



In seduta notturna e lontano dalle telecamere la commissione bilancio boccia i tagli ai costi della politica. Con motivazioni diverse. Per Pastore del Pdl: "La dignità dei parlamentari è lesa da campagne diffamatorie che non rappresentano la realtà"



Come i ladri nella notte. A telecamere spente e in seduta notturna, scrive Libero venerdì mattina, i senatori hanno bocciato i tagli ai privilegi della Casta. Il giorno prima che la manovra finanziaria arrivasse a Palazzo Madama, la commissione Bilancio ha votato i provvedimenti da adottare per ridurre i costi della politica annunciati dal ministro Giulio Tremonti. E non li ha fatti passare. Davanti alla Commissione Affari Costituzionali,  in precedenza, era pure  avvenuta una lunga discussione sugli stipendi degli eletti. Ricca di accenti quasi surreali. Come quello di Andrea Pastore (Pdl) arrivato ad invocare “che si levino voci in difesa del prestigio del parlamento e della dignità della funzione parlamentare, gravemente lesa da campagne diffamatorie che non rappresentano la realtà e alimentano sfiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta” .  O quello del senatore Giuseppe Saro (stesso partito) il quale “ritiene che le misure di contenimento dei costi della politica e degli apparati pubblici siano frutto di una deriva populista”. Ma esclusoFrancesco Pancho Pardi dell’Idv che, racconta il verbale di una delle sedute (mattina del 13 luglio), propone dei tagli a benefit e vitalizi, tutti gli altri componenti della commissione fanno, chi più chi meno, i pesci in barile.  L’idea di percepire semplicemente quello che prendono in media i parlamentari delle altre nazioni europee, come proposto dal ministro dell’Economia non piace.


Lo si capisce quando Francesco Sanna, (PD) illustra il suo punto di vista “circa la quantificazione del trattamento economico omni-comprensivo dei parlamentari, in riferimento alla media europea”. Nel resoconto si legge che Sanna  propone  di “tenere conto dei necessari fattori di ponderazione, con particolare riguardo alla consistenza demografica dei diversi Paesi”. La sua collega di partito Marilena Adamo è d’accordo. Lei infatti “ritiene che la definizione del trattamento economico debba tenere conto del costo della vita che è diverso da un Paese all’altro dell’area euro”. Tradotto: non si può portare  la nostra busta paga (la più alta nella Ue) ai livelli medi degli altri Paesi membri. Una considerazione che riempie di gioia Lucio Malan. Il senatore  Pdl si “associa” a quanto detto dalla senatrice e “osserva che , in alcuni paesi europei, l’indennità è al netto di altri benefit tra cui, per esempio, l’alloggio gratuito nella Capitale”. Così, poco dopo, il relatore Gabriele Boschetto (Pdl), “manifesta la sua disponibilità ad accogliere gli ulteriori rilievi del senatore Sanna”. Il blitz avviene poi in commissione Bilancio dove il relatore Gilberto Pichetto (Pdl) prevede un adeguamento alla paga non dei 17 paesi euro, ma dei sei “principali”, e i senatori siciliani Fleres e Ferrara inseriscono un altro emendamento che lega gli emolumenti al Pil. Alla fine, come ilfattoquotidiano.it ha avuto modo di accorgersi nel pomeriggio di venerdì, verrà approvato dalla maggioranza un testo che reciterà esattamente queste parole:


“Il trattamento economico di titolari di cariche elettive e i vertici di enti e istituzioni non può superare la media, ponderata rispetto al PIL, degli analoghi trattamenti economici percepiti dai titolari di omologhe cariche negli altri sei principali Stati dell’area euro”.


E qui sorgono i dubbi: cosa deve essere ponderato? La retribuzione del parlamentare rispetto al Pil del singolo stato? O il peso del singolo paese nel concorrere a creare la media delle retribuzioni? E il Pil di riferimento è quello nazionale o quello pro-capite? E poi ancora: quali sono i sei principali stati europei? Quelli con più abitanti o quelli con il Pil (Pil pro-capite??) maggiore? Insomma, un guazzabuglio talmente interpretabile da risultare aperto a qualsiasi futura determinazione.


Al di là degli interrogativi (con una lettera inviata in serata  a ilfattoquotidiano.it Sanna e Adamososteranno di non avere nulla a che fare con la norma) il resoconto del Senato, in cui si trovano gli interventi integrali, dei membri della commissione Affari Costituzionali è istruttivo sul clima che si respira in parlamento. Leggendolo si scopre, tra l’altro, che Raffaele Lauro del Pdl “per quanto riguarda la questione dei costi della politica, lamenta come tale questione sia affrontata con modalità improprie, così alimentando la pubblicistica antiparlamentarista che produce una pericolosa disaffezione dei cittadini nei confronti delle pubbliche istituzioni e dei suoi rappresentanti”. In linea con Pastore, che dopo aver invocato“che si levino voci in difesa del prestigio del parlamento e della dignità della funzione parlamentare”, spiega: “L’indennità parlamentare è infatti un istituto necessario per assicurare a deputati e senatori autonomia e indipendenza, e per scongiurare il rischio che alla vita politica accedano soltanto i titolari di redditi particolarmente elevati”.


Merita poi essere letto l’intervento di Barbara Saltamartini del Pdl. La senatrice “ritiene che ciascuno debba assumere con senso di responsabilità i compiti ai quali è chiamato, nell’interesse esclusivo della Nazione. In primo luogo occorre ribadire, di fronte all’opinione pubblica, la legittimazione storica e giuridica dell’istituto dell’indennità parlamentare, nato per assicurare ai rappresentanti del popolo l’autonomia e l’indipendenza necessarie per svolgere con equilibrio – e senza condizionamenti – il mandato politico. Inoltre, l’indennità parlamentare serve al deputato e al senatore per poter svolgere con la massima efficacia la propria attività politica. Ciò che, a suo avviso, rappresenta un intollerabile onere a carico della finanza pubblica, difficilmente giustificabile davanti ai cittadini, è da una parte l’attribuzione di ulteriori indennità ad alcuni parlamentari in ragione di particolari cariche ricoperte all’interno della Camera di appartenenza e, dall’altra, l’insieme delle spese e dei costi per gli apparati burocratici, i quali spesso godono di trattamenti privilegiati. Di fronte all’esigenza di ridurre il debito pubblico, che grava ormai da diversi decenni sull’Italia, occorre a suo avviso dare piena attuazione al combinato disposto degli articoli 53 e 81 della Costituzione, responsabilizzando coloro che amministrano la cosa pubblica, a tutti i livelli di governo, ad un uso virtuoso delle risorse. Ciò anche al fine di rendere quanto più credibili gli interventi di contenimento della spesa, con gli inevitabili effetti a carico dei cittadini e delle famiglie”.http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/i-senatori-nella-notte-si-salvano-i-privilegi-si-produce-disaffezione-non-parliamone/