giovedì 10 novembre 2011

COSÌ MUORE IL PARCO DELLA SILA



Grido d’allarme delle Associazioni Ambientaliste per la vergognosa esiguità dei fondi destinati alla sorveglianza da parte del Corpo Forestale dello Stato. Per una regione  come la Calabria che, nonostante gli scempi perpetrati con criminale determinazione,  vanta ancora un patrimonio invidiabile di biodiversità,  la tutela delle aree naturali protette dovrebbe  rappresentare una priorità assoluta, sia per il valore intrinseco dei beni naturali da conservare per le generazioni future, che per gli innegabili benefici economici che solo una saggia  ed oculata gestione dell’ambiente può garantire. Tale imperativo civile e morale rischia però di naufragare miseramente se alle dichiarazioni di principio e alla retorica delle bellezze paesaggistiche da valorizzare non si sostituiscono impegni e azioni precise che abbiano come fine la concreta conservazione dei nostri boschi, delle nostre montagne e della fauna che in essi ancora sopravvive.
La vergognosa riduzione dei finanziamenti assegnati alle strutture territoriali del Corpo Forestale dello Stato (CTA) che operano nel territorio del Parco della Sila (appena 40.000 euro !) non lascia presagire niente di buono per il futuro dell’area protetta che si estende per oltre 70.000 ettari tra le province di Cosenza , di Catanzaro e di Crotone.
La denuncia del sindacato delle Guardie Forestali non può lasciare indifferente chi ha a cuore le sorti di uno dei parchi più grandi d’Italia e che custodisce aspetti naturalistici di valore assoluto come le famose pinete di Pino laricio o la stessa popolazione di lupi; un territorio che, proprio nel momento in cui necessiterebbe di un potenziamento delle attività di sorveglianza e di controllo, viene di fatto indebolito di fronte alle gravi minacce che incombono sulla sua stessa integrità.
Assegnare  la misera somma di 40.000 euro per la gestione di tutte le  strutture del CFS sparse su un territorio così vasto (ben 11 Comandi Stazione e due Coordinamenti)  comprese le spese per telefono, luce , riscaldamento, rifiuti, ecc.,per l’acquisto di carburante o per la manutenzione di decine di automezzi, così come per pagare le missioni o gli straordinari per interventi sul territorio, significa di fatto decretare la fine del Parco della Sila in quanto area naturale protetta , condannandolo all’aggressione sempre più spavalda di chi non vede l’ora di depredare le sue risorse.
La legge quadro 394/91  affida (art.21) al Corpo Forestale dello Stato la sorveglianza sui territori delle aree naturali protette, ma la Determina dell’Ente Parco  n. 91 dello scorso 6 Aprile mortifica ogni serio proposito di attuare quella efficace opera di controllo, prevenzione e repressione di cui un Parco Nazionale ha bisogno per essere definito tale, piuttosto che un’area in cui chi commette un illecito ambientale (dal bracconaggio agli incendi e ai tagli abusivi) vede ridursi praticamente a zero la probabilità di essere individuato e punito.
Pur comprendendo la delicata situazione economica che vivono le aree protette: aumentano le spese e diminuiscono i trasferimenti dello Stato,  chiediamo all’Ente Parco di  impegnarsi a coprire  le spese necessarie a garantire i servizi di controllo e di tutela  del  Corpo Forestale,  che, a nostro avviso, devono essere considerati prioritari rispetto all’attività di promozione culturale che l’Ente Parco sta portando avanti.
Infine, è proprio il caso di ricordare quanto sostengono gli Inglesi a proposito della protezione della Natura: “Conservation without money is conversation”. E le sole parole o le belle intenzioni non hanno mai salvato né i boschi, né i loro antichi abitanti.

DI MARI E MONTI, DI TREMONTI E' RIMASTO SOLO MONTI

«Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato  Senatore a vita, ai sensi dell'articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il professor Mario Monti, che ha illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale. Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole dottor Silvio Berlusconi. Il Presidente Napolitano ha informato della nomina il Presidente del Senato della Repubblica, senatore avvocato Renato Schifani. Il Capo dello Stato ha dato personalmente notizia della nomina al neo Senatore Mario Monti, porgendogli i più vivi auguri. Mario Monti, professore di economia politica e Presidente della Università Bocconi di Milano è stato membro della Commissione europea dal 1994 al 2004 ed è autorevolmente partecipe di numerose istituzioni europee e internazionali».
Comunicato ufficiale del Quirinale, 9.11.2011 




L’articolo 59 della Costituzione della nostra povera Repubblica stabilisce che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque Senatori a vita che abbiano “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. 

I primi due, nominati da Luigi Einaudi nel 1949, furono il matematico Guido Castelnuovo e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (che rifiutò). Einaudi continuò poi nel modo in cui era partito, scegliendo negli anni uno scultore (Pietro Canonica), uno storico (Gaetano De Sanctis), un economista (Pasquale Jannaccone), un poeta (Trilussa), un archeologo (Umberto Zanotti Bianco) e un politico (don Luigi Sturzo). 

Quest’ultima nomina fu l’inizio dello snaturamento dell’istituzione. Nei decenni successivi, dei 25 senatori nominati dai vari presidenti della Repubblica, 15 sono stati politici: da Leone a Nenni, da Fanfani a Spadolini, da Andreotti a Taviani, da Colombo a Napolitano. Tutti accomunati soltanto dall’altissimo merito di avere maturato il diritto all’usucapione perpetua di un seggio parlamentare, per averne occupato uno già sufficientemente a lungo. 

Fra i rimanenti dieci, ben tre sono state le nomine per altissimi meriti automobilistici (Vittorio Valletta, Gianni Agnelli e Sergio Pininfarina). E solo quattro quelle che in qualche modo si possono ricondurre alla lettera della Costituzione: due premi Nobel (Eugenio Montale per la letteratura e Rita Levi Montalcini per la medicina), un attore-commediante (Eduardo De Filippo) e un poeta (Mario Luzi). 

Oggi Napolitano ha effettuato la sua prima nomina, continuando nell’andazzo dei suoi predecessori. Dimenticando che in Italia abbiamo almeno un premio Nobel della letteratura (Dario Fo) e due di fisica (Carlo Rubbia e Riccardo Giacconi), oltre a una medaglia Fields di matematica (Enrico Bombieri) , un intellettuale come Umberto Eco, un architetto come Renzo Piano, un direttore d’orchestra come Riccardo Muti o un attore come Roberto Benigni, il presidente della Repubblica ha nominato l’economista Mario Monti. 

L’altissimo merito di quest’ultimo è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger. 

Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse. 

E’ probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come “istituzionale”. Quando invece si tratterà di un esautoramento della volontà popolare, visto che Monti avrà anche ricevuto nomine governative e presidenziali, ma certo non è mai stato eletto dagli elettori. 

Quegli stessi elettori che tutti dicono di ritenere sovrani, ma che nessuno si degna di interpellare per domandar loro come intendano superare la crisi. Se svuotando le proprie tasche, come ha già mal iniziato a fare il governo Berlusconi, e come peggio continuerà a fare il governo Monti. O se invece attingendo ai portafogli delle banche e degli industriali, alla faccia dei Monti, dei Draghi e dei Berlusconi. 

Piergiorgio Odifreddi




http://odifreddi.blogautore.repubblica.it

mercoledì 9 novembre 2011

IL PAESE AFFOGA NEL RIDICOLO E NEL FANGO




Accanto a un paese che sta lentamente scivolando nel ridicolo e nel grottesco, grazie ai propri rappresentanti, c’è n’è un altro che invece, sta, meno metaforicamente, affondando e  sgretolando portando con sé lutti e distruzioni.
Dopo il voto di ieri alla camera c’è il fondato motivo di ritenere esaurita questa stagione politica, caratterizzata da nani, escort, mafiosi e inquisiti, prospettando la possibilità di arrestare,almeno (forse), la caduta di autorevolezza e capacità politica del nostro paese. Quello che è più difficile fare è fermare lo scioglimento vero e proprio del paese reale ad ogni pioggia. Solo questi ultimi giorni: Liguria (5 Terre), Toscana (Lunigiana), Genova e Ponente ligure, Piemonte, Campania, di nuovo Toscana (Elba), Basilicata, Treviso e Provincia, oggi Messina e provincia;  mezza Italia sott’acqua...o meglio sotto il fango.



Appaiono puerili e sterili le campagne di stampa e d’opportunismo politico, che in queste occasioni vanno ricercando responsabilità che ad ogni costo abbiano un nome o un cognome. Sia esso quello del sindaco, del preside o di qualsiasi altro possa essere additato all’opinione pubblica come colpevole. Il che non vuol dire singoli innocenti e responsabilità di nessuno. Assolutamente no, le responsabilità ci sono, e sono facilmente individuabili e assolutamente trasversali
Però, non sarà certo un allerta meteo di grado 2 o 3 a cambiare la situazione di un territorio, quello italiano, violentato, asfaltato e cementificato come nessun altro nel mondo. Il consumo e la produzione di cemento in Italia negli ultimi 20 anni non ha paragoni in Europa.
Estese periferie diffuse, grappoli disordinati di sobborghi residenziali, blocchi commerciali connessi da arterie stradali: negli ultimi 15 anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto in modo incontrollato e abnorme, sebbene quantificare il fenomeno non sia facile perché le banche dati sono eterogenee e poco aggiornate e anche a causa di quelle carenze di pianificazione e dell'abusivismo edilizio caratteristici del nostro Paese.
Secondo il dossier:“Ambiente Italia 2011” presentato venerdì scorso a Roma da Legambiente, a guidare la folle corsa all'urbanizzazione è la Lombardia con il 14% di superfici artificiali. Segue il Veneto (con l'11%), la Campania (con il 10,7%), il Lazio e l'Emilia Romagna (con il 9%). Anche Molise, Puglia e Basilicata stanno conoscendo una crescita accelerata delle superfici urbanizzate, a scapito dei suoli agricoli.
Particolarmente allarmante è il caso di Roma dove, in 15 anni le superfici urbanizzate sono aumentate del 12% con 4.800 ettari trasformati. Nonostante ciò Roma è anche in testa alla classifica delle città con il maggior numero di case vuote. 
Nelle coste e nelle aree di maggior pregio, invece,una spropositata costruzione di seconde case ha portato alla cementificazione degli ultimi lembi ancora liberi di territorio e di zone a rischio idrogeologico, sulle quali si interviene abusivamente o con il benestare di piani regolatori o, dei cosiddetti "Piani casa" che, come succede nel Lazio, prevedono costruzioni e aumenti di cubature anche e in zone finora protette di parchi e riserve. Di fronte a questa situazione e dati incontrovertibili, alcuni "servi sciocchi" del pensiero unico, hanno individuato nella tutela  del territorio la responsabilità prima di tali catastrofi, adducendo come motivazione la mancata sistemazione e manutenzione dei boschi e dei letti dei fiumi e facendone carico ai verdi, così genericamente definiti.Queste affermazioni non meriterebbero risposta alcuna se non fosse che, tali idiozie, prendono piede pure tra l'opinione pubblica che, come si accennava prima è alla costante ricerca di un responsabile chiunque esso sia, in modo che sulla scia della sindrome di "Piazzale Loreto"* assolve tutti dalle proprie di responsabilità che, pur inferiori non sono da meno di quelle di chi gestisce la cosa pubblica. In tali affermazioni si ravvede una ignoranza in materia di conoscenza ambientale e una supponenza  tipica dei lobotomizzati della pochezza culturale e politica attuale. Basta interpellare non un ecologista o rappresentante dei cosiddetti Verdi, ma un geologo  per sapere che la maniera migliore per evitare tali tragedie è rispettare il naturale equilibrio ambientale, sopratutto nelle zone storicamente a rischio frane. Mantenere la catena: sub-strato- tappeto erboso-strato arbustivo e strato arboreo sulle spallette collinari o montane e sui greti dei torrenti e fiumi è la migliore assicurazione per un evolversi naturale e meno invasivo delle , anche quelle naturali, piene dei corsi d'acqua. Ovviamente questo presuppone che, a valle, l'alveo dei fiumi venga mantenuto nella sua naturale libertà di scorrimento e sfogo e non intrappolato e chiuso tra muri di cemento e costruzioni più o meno abusive.
In conclusione la ricerca di responsabilità individuali quando si verificano tali disastri, pur essendo necessaria, non basta e non è sufficiente a evitare il ripetersi degli stessi se, contemporaneamente, non ci si assuma anche collettivamente la responsabilità di uno sviluppo distorto e distruttivo del territorio a cui tutti, o quasi, abbiamo assistito impassibili e attenti esclusivamente al nostro momentaneo interesse.
Oggi si parla molto e a sproposito del debito pubblico che lasceremo in eredità alle generazioni future, ma nessuno parla del debito di territorio che, quello si, sicuramente lasceremo ai nostri nipoti.
E intanto si favoleggia ancora di "Grandi Opere".





*Intendesi per sindrome da Piazzale Loreto l'accanimento inutile e vigliacco contro i responsabili di atrocità anche dopo che siano stati messi in condizioni di non nuocere più o, addirittura dopo morti,, soprattutto da parte di quelli che fino al giorno prima per vigliaccheria, convinzione o opportunismo non avevano mai contestato e combattuto il tiranno anzi, ne erano stati, spesso, complici.


MIZIO

VENEZUELA: LEZIONE PER L'OCCIDENTE IN CRISI


Il Venezuela, un paese ricco di risorse

Di Attilio Folliero

Per decenni le grandi multinazionali del petrolio, dell’oro e degli altri settori hanno operato in Venezuela come se le risorse fossero di loro proprietà, pagando allo stato cifre irrisorie. Tutto ciò è stato possibile perchè i governi di turno che si sono succeduti in Venezuela fin dall’inizio del XX secolo, con poche eccezioni, erano dei burattini nelle mani delle stesse multinazionali, ovvero governi imposti dalle stesse multinazionali; questi governi in cambio del potere, che esercitavano spesso in maniera dittatoriale riservavano alle multinazionali il diritto di sfruttamento delle risorse del paese. 

Questi governi, quando non erano delle dittature, ma assumevano la parvenza di una democracia, come nel caso del quarantennio della IV Republica (1961-1998)erano nei fatti delle dittature ed agivano indisturbati come spietate dittature, in cui era presente ogni sorta di violazione umana (stragi, persecuzioni, sparizioni, torture, arresti indiscriminati ed assassinato degli avversari politci erano all’ordine del giorno) grazie all’appoggio che ricevevano dagli Stati Uniti e dalle altre potenze interessate alle risorse del Venezuela.




I pochi governi, le eccezioni di cui sopra, che hanno cercato di ribellarsi a questo stato di fatto sono stati immediatamente fatti fuori; è il caso di Cipriano Castro vittima di un colpo di stato da parte di Juan Vicente Gomez o Carlos Delgado Chalbaud, ucciso dopo aver preso il potere mediante un colpo di stato.


Ovviamente, mentre le grandi multinazionali e le oligarchie che dirigevano il paese si arricchivano, la maggioranza del popolo si impoveriva.

Negli ultimi decenni del XX secolo le grandi multinazionali non contente di poter sfruttare le risorse del Venezuela, pagando percentuali irrisorie (dell’ordine dell’1%) aspirano al pieno possesso.

La storia del Venezuela ed in generale dell’America Latina, può essere vista come uno specchio di quello che sta per accadere in Grecia, in Italia, in Europa. Tutto quello che è successo in Venezuela si sta replicando in Europa; l’unica cosa che potrà cambiare sarà l’intensità con cui si daranno gli avvenimenti. Di qui l’enorme importanza di conoscere la storia e gli avvenimenti del Venezuela, tra i quali spicca la questione dell’oro venezuelano. 

Comprendere Il debito pubblico

Le grandi multinazionali come avrebbero mai potuto impossessarsi non solo di fatto, ma anche legalmente delle grandi risorse del Venezuela? Semplice: attraverso il processo di privatizzazione. Pe poter procedere alla privatizazione delle risorse del paese e delle grandi imprese statali era però necesario trovare una scusa. E la scusa arriva dalla presenza di un enorme debito pubblico.

Il debito pubblico non è qualcosa che nasce spontaneo, ma si crea a proposito. Invitiamo a tal fine a leggere il capitolo XXIV de “Il capitale” di Carlo Marx.

Una volta creato il debito pubblico e diventato talmente alto, praticamente impagabile, il governo del paese altamente indebitato deve procedere alla vendita delle risorse del paese o meglio svenderle obbligatoriamente a prezzi stracciati (de galina flaca, per dirla alla venezuelana).

Il debito pubblico ha una duplice funzione al servizio del capitale. In Italia, ad esempio, nessun privato, neppure il più ricco e potente, avrebbe mai potuto creare la capillare infrastruttura ferroviaria di migliaia di chilometri che caratterizza le Ferrovie dello Stato, o l’infrastruttura telefonica della Telecom, due grandi imprese che in mano privata possono assicurare profitti enormi. Ci riesce lo stato, proprio grazie alla possibilità di creare debito pubblico, quindi costruendo queste grandi imprese attraendo i capitali necessari.

Una volta costruite queste grandi imprese, il privato riesce ad impossessarsene attraverso due stratagemmi: da un lato si affida la gestione di queste grandi imprese a “manager di fiducia del grande capitale” che portano queste imprese al bordo del fallimento, facendole apparire come imprese che non danno alcun utile allo stato e che sarebbe meglio liberarsene; insomma si creano “carrozzoni” come l’IRI, in Italia o la PDVSA e la CANTV durante la IV Repubblica in Venezuela.

Per creare carrozzoni, imprese che danno solo perdite non è difficile, essendo sufficiente, ad esempio, aumentare spropositatamente il numero degli addetti; in questo modo i gestori, nominati dai politici di turno, con l’assunzione indiscriminata, oltre a creare clienterismo político che pemette di conservarli nel potere (dato che gli assunti li appoggeranno nelle future elezioni), contribuiscono a creare imprese perennemente in perdita, i cui bilanci annualmente vengono ripianati dallo stato, contribuendo anche ad aumentare il debito pubblico; dall’altro lato la classe politica al potere fa di tutto per far crescere il debito pubblico.

Una volta che il debito pubblico ha raggiunto livelli tali, in cui i soli interessi sul debito assorbono gran parte del bilancio, lo stato è costretto a vendere i propri beni, o meglio a svendere i propri “carrozzoni”, che apparendo appunto come imprese che non danno utili debbono necessariamente essere vendute a prezzi decisamente inferiori.

Questa storia, che si è compiuta pienamente in America Latina e in Venezuela si sta ripetendo in Europa.

La stagione delle privatizzazioni in Venezuela, in Italia e in Europa

Il Venezuela paese ricco di risorse – come abbiamo visto – grazie all’azione dei politici di turno, è costretto ad indebitarsi con il Fondo Monetario Internazionale ed è spinto a farlo precisamente per poter avere la scusa per procedere alle privatizzazioni, ovvero procedere alla svendita delle grandi imprese dello stato, tra le quali la più importante è PDVSA, la statale petrolífera.


Da un lato, dunque, i politici al governo in Venezuela indebitano il paese, dall’altro lato i gestori delle imprese pubbliche, nominati dalla stessa oligarchia che gestisce il paese, si incaricano di farle apparire come dei “carrozzoni” di cui è meglio liberrasi. Una volta che il debito ha raggiunto livelli impagabili, i governi di turno procedono alla privatizzazione delle grandi imprese come la CANTV, SIDOR, VIASA ed altre importanti imprese pubbliche venezuelane; ovviamente si avvia anche il processo di privatizzazione di PDVSA, la più importante di tutte.

Fin qua, la storia italiana procede sostanzialmente come quella che ha vissuto il Venezuela. In Italia si è già superata la fase della creazione artificiale del debito pubblico, quindi si sta procedendo alla svendita degli attivi. Lo stato italiano possiede grandi imprese o quote sostanziali di imprese già privatizzate: ENI, ENEL, Finmeccanica, Ferrovie, Poste, imprese municipalizzate dell’acqua, dell’energia, dei rifuti, dei trasporti; tutte imprese molto appettibili dal grande capitale internazionale. A queste ricchezze si aggiunge un’altra, che noi abbiamo indicato come il vero obiettivo primario dell’attacco all’Italia (1), ovvero il suo oro. L’Italia ha riserve auree per 2.451,80 tonnellate ed è il paese con la terza maggior reserva riserva di oro al mondo, dopo USA e Germania.

I governi che si alterneranno adesso in Italia, con la scusa della necessità di far fronte all’ingente debito pubblico, procederanno alla svendita di tutti gli attivi del paese. Lo stesso sta succedendo in molti paesi dell’Unione Europea, dalla Grecia, alla Spagna, al Portogallo, a Cipro, all’Irlanda.

Bisogna aggiungere che la crescita del debito pubblico è stata voluta anche dalla Unione Europea e dal Banco Centrale Europeo (BCE); a capo delle istituzioni europee si sono alternati i rappresentanti del grande capitale internazionale; ad esempio, alla testa del BCE è stato recentemente nominato proprio l’italiano Mario Draghi, uomo Goldman Sachs, già a capo della Banca d’Italia e principale artefice, assieme a Romano Prodi, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi della prima ondata di privatizzazioni in Italia.

L’Unione Europea avendo imposto non la regola del pareggio del bilancio, ma la possibilità di sforare del 3% all’anno, ha creato i presupposti per l’aumento del debito pubblico; infatti in dieci anni, gli Stati nella più ottimistica delle ipotesi hanno accumulato debiti equivalenti al 30%. Inoltre, molti stati non avendo ritenuto tale regola come tassativa sono andati anche oltre: l’Italia, in alcuni anni, ha sforato il 5%, la Grecia il 10% ed oltre. Ovviamente le istituzioni europee non potevano non sapere, ma questo importava poco, perchè in fin dei conti lo scopo era l’indebitamento dei paesi. 

Quali saranno le conseguenze?

Le conseguenze le possiamo vedere studiando la storia dell’America Latina ed in particolare del Venezuela.

Una volta ottenuti i prestiti, il Venezuela è stato costretto ad applicare una rigida ricetta imposta dai creditori, ovvero dal FMI. La ricetta oltre alla privatizzazione delle imprese statali, prevedeva forti tagli alla spesa pubblica, incremento delle tasse e di tutte le imposte, liberalizzazione ed incremento delle tariffe dei servizi pubblici, anche di quelli esssenziali, incremento dell’età pensionabile, licenziamento e riduzione del pubblico impiego, riduzione di salari e pensioni. La riduzione dei salari e delle pensioni arrivò ad essere dell’80%/90%. In realtà l’operazione fu molto più subdola che il semplice taglio netto, dato che si decise per il blocco degli stipendi e delle pensioni; quando una società è altamente inflazionata, come quella venezuelana, con tassi annui fra l’80% ed il 100%, bloccare i salari per vari anni di seguito ha determinato di fatto una svalutazione dei salari e delle pensioni fino al 90%.

Le conseguenze sul piano sociale della ricetta del Fondo Monetario Internazionale sono sotto gli occhi di tutti e basta appunto analizzare la storia dell’America Latina, dall’Argentina, alla Bolivia, all’Ecuador, al Venezuela, senza dimenticare il Brasile e tutti gli altri paesi del continente americano. In ognuno, le conseguenze sono state le stesse, anche se l’intensità è stata differente: la maggioranza della popolazione cade nella miseria ed inevitabilemente esplode; le esplosioni sociali portano alla repressione, ovviamente.

In Venezuela l’esplosione sociale arriva il 27 febbraio del 1989, quando la miseria e la fame in cui era precipitata la maggioranza della popolazione costringono, tra l’altro, all’assalto dei negozi per poter mangiare. La reazione del potere fu brutale, disumana: la repressione condotta dalla polizia e dall’esercito, il cui Ministro della Difesa, di origine italiana, Italo del Valle Alliegri, solo in questi ultimi mesi è stato inciminato per violazione dei diritti umani, in due giorni provoca migliaia di morti; il numero non è
stato mai accertato. 

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In questi mesi di crisi, stiamo assistendo all’applicazione della stessa ricetta in Grecia e negli altri stati europei, Italia compresa. Queste misure condurranno inevitabilmente all’impoverimento di grosse fasce della popolazione e conseguentemente alle esplosioni sociali ed alla inevitabile repressione.

Trattandosi di popoli, gli europei, che hanno conosciuto un altro livello di vita, è pensabile che difficilmente accetteranno di tornare alla miseria di un tempo e quindi esploderanno in una maniera ancora più virulenta e pensiamo che la situazione possa sfociare in dittatura; dato che la repressione non si addice alla democrazia, la necessità di apllicare una forte repressione potrebbe costringere i detentori del potere ad imboccare la strade della dittatura. 

La cessione dell’oro ed il fallimento del settore finanziario in Venezuela

A questo punto è necessario parlare di una vicenda molto particolare che ha riguardato il Venezuela e che accomuna ancora di più la attuale situazione italiana al paese caraibico. Abbiamo visto che l’Italia possiede una enorme quantità di oro, sotto forma di riserva internazionale, ben 2.451,80 tonnellate. Tra i grandi furti subiti dal Venezuela, ai tempi della IV Repubblica, vi fu proprio quello dell’oro.

L’azione di indebitamento del paese, in Venezuela fu portata avanti dai governi di Jaime Lusichi (1984-1989) e di Carlos Andres Perez (1989-1993), i quali non solo indebitarono il paese con il Fondo Monetario Internazionale, ma impegnarono anche tutto l’oro dello stato; infatti, per poter ottenere i prestiti, non solod ebbono applicare una rigida ricetta, ma sono anche costretti a dare in garanzia 211 tonnellate di oro. Questa enorme quantità di oro, consegnata a garanzia dei prestiti, viene inviata e conservata in banche di differenti paesi del mondo: il 59,9% in Svizzera, il 17,9% in Inghilterra, l’11,3% negli Stati Uniti, il 6,4% in Francia; il resto in altri paesi.

Anche in Italia, esattamente come nella Venezuela degli anni ottanta e novanta, c’è chi parla della necessità di impegnare l’oro (nota 1).

Come abbiamo visto la politica neoliberale dei governi venezuelani conduce all’indebitamento, quindi alle privatizzazioni, alla diffusione della miseria, alle esplosioni sociali ed alla conseguente repressione. La situazione economica del Venezuela, dopo la brutale repressione del 27 febbraio 1989, continua a peggiorare, fino alla crisi del settore finanziario. Il fallimento di oltre la metà delle istituzioni finanziarie del paese (banche, assicurazioni e finanziarie in genere) ariva nel 1994. E’ questo un altro elemento di profonda similitudine con la attuale crisi europea ed italiana.

Oggi, la maggior parte delle imprese del settore finanziario italiano (banche e assicurazioni) è in profonda crisi ed al bordo del fallimento, con un svalutazione enorme rispetto al 09/10/2007 e con un forte indebitamento.

Nella tabella riportiamo i dati delle principali istituzioni finanziarie italiane e di alcune europee e statunitensi. Si nota la forte svalutazione di molte imprese (per alcune superiore al 90%) ed il forte indebitamento. La situazione non è molto differente per le multinazionali europee e statunitensi prese in considerazione.


(Cliccare sull’immagine per ingrandire) 


La crisi del Venezuela e la rivoluzione pacifica di Hugo Chávez

La forte crisi del Venezuela, con il pacchettazzo neoliberale, le principali imprese privatizzate e l’impresa petrolífera al bordo del fallimento ed in via di privatizazione, sfocia dunque nella rivolta popolare del 27 febbraio 1989 che prende il nome di Caracazo, repressa dai militari. Il malcontento, però serpeggia anche tra le forze militari, che finisce per trasformarsi in aperta ribellione contro il governo dalla facciata democratica, ma profundamente dittatoriale nei fatti.

Il 4 di febbraio del 1992 gruppi di militari al comando di Hugo Chávez si ribellano, tentando di spodestare il “tiranno” Carlos Andres Perez. La ribellione fallisce ed i militari ribelli finiscono in carcere.

Hugo Chávez, però, entra a pieno titolo nelle simpatie del popolo, essendo la prima volta che un militare agisce in favore dei poveri e cerca di rovesciare il governo per vendicare la repressione del 27 febbraio (Caracazo). Una frase in particolare, pronunciata da Chávez mentre è portato in carcere e trasmessa da tutte le televisioni venezuelane, lo rende famoso e popolare: “Il nostro tentativo non è riuscito, per adesso … “; una frase che arriva al popolo come segnale di speranza per il futuro. Por ahora, per adesso è andata cosi, per adesso abbiamo fallito, ma ci saranno altre opportunità. Automaticamente nell’immaginario collettivo, Hugo Chávez diventa il punto di riferimento per futuri cambiamenti e la speranza di un intero popolo.

Il 27 di novembre dello stesso anno si ha una nuova ribellione militare; anche questa non ottiene il successo ed i militari finiscono in carcere.

Le ribellioni del popolo e dei militari, anche se falliscono, stanno a indicare che la crisi del Venezuela è destinata a sfociare in una rivoluzione.

La crisi economica dopo aver travolto anche il sistema bancario, che – come abbiamo visto – porta al fallimento di oltre la metà delle imrpese del settore, finisce per travolgere l’intero sistema político.

Hugo Chávez, dopo aver passato due anni di carcere viene indultato dal neo presidente, Rafael Caldera, che in pratica è stato eletto in virtù della sua promessa elettorale di liberare i militari ribelli. Mantiene la promessa, Chavez esce dal carcere fonda un movimento político ed alla successiva elezione, nel 1998, si presenta come candidato con un programa totalmente rivoluzionario. Viene eletto ed inizia quel proceso di trasformazione della società che porterà il Venezuela lontano dal neoliberismo ed alla rinazionalizzazione di tutte le imprese strategiche precedentemente privatizzate (banche, telefonía, imprese minerarie); ovviamente la principale impresa del paese, la statale PDVSA, che durante la IV Repubblica non dava utili e stava per essere privatizzata si riprende e comincia a fornire grandi utili al paese.

Tra le varie azioni portate in porto dal governo di Hugo Chávez è quella di aver pagato tutti i debiti del paese, chiudendo definitivamente con il Fondo Monetario Internazionale. Rimane aperto ancora un contenzioso con le grandi banche internazionali. Il governo ha ormai pagato tutti i debiti, ma le 211 tonnellate di oro date in garanzia al FMI, sono ancora in mano ai banchieri internazionali. Pertanto, recentemente il governo ha chiesto alle banche presso cui è custodito l’oro venezuelano di restituirlo.

L’oro è un prodotto altamente strategico e con il possibile fallimento dell’Euro ed il possibile tracollo del dollaro, l’oro avrà un ruolo sempre più importante. In virtù della crescente importanza che assumerà l’oro, il governo venezuela ad agosto ha annunciato anche la nazionalizzazione di tutte le attività connesse all’estrazione dell’oro. Dicevamo all’inizio di questo nostro lavoro, che il Venezuela è un paese ricco di risorse, tra le quali appunto, abbonda l’oro.

Il Venezuela, oggi non è tra i grandi produttori di oro, ruolo che vede al primo posto la Cina seguita dal Sudafrica, eppure è uno dei paesi con la maggiore presenza di questo minerale; è sufficiente considerare che in Venezuela si trova una delle miniere d’oro più grandi del mondo: “Las Cristinas” con riserve d’oro stimate per oltre 500 tonnellate.

Fino ad ora, le attività connesse all’estrazione dell’oro erano affidate in concessione ai privati, in particolare alle grandi multinazionali del settore. In base alle attuali leggi, le multinazionali erano obbligate a vendere al Banco Centrale del Venezuela la metà dell’oro estratto, mentre l’altra metà rimaneva proprietà dell’impresa esrattrice.

Il Governo, ritenendo che l’oro assumerà un ruolo strategico crescente ha deciso di nazionalizzare anche le attività di estrazione e gestirle direttamente al fine di poter conservare tutto l’oro estratto.

In Italia, invece i rappresentati del partito che molto presto subentrerà all’attuale moribondo governo di Silvio Berlusconi, pensano – come annunciano pubblicamente in una lettera al Sole24Ore – di utilizzare le ingenti riserve aurifere italiane come garanzia per ottenere europrestiti, ossia pensano di continuare ad attuare fedelmente il programma intrapreso dai governi della IV repubblica in Venezuela.



E’ evidente che la storica lezione dell’America Latina ed in particolare del Venezuela, non ha insegnato assolutamente niente ai politici italiani ed europei. Inevitabilmente, la strada intrapresa dall’Europa e dai suoi politici, tutti burattini al servicio del grande capitale, esattamente come era in Venezuela, condurrà alla miseria degli europei ed alla inevitabile esplosione sociale, con la inevitabile repressione; le esplosioni sociali potrebbero convincere – e lo ripetiamo – i detentori del potere ad intraprendere la strada della dittatura.

In conclusione, la lezione del Venezuela ci insegna che le attuali politiche neoliberali condurranno alla miseria ed alle esplosioni sociali; quello che non possiamo prevedere è se la reazione del popolo sfocerà in una rivoluzione, in un grande cambiamento, o porterà ad una feroce dittatura.

IN GRECIA AUMENTANO I POVERI E I SENZATETTO




La crisi in Grecia ha colpito per prima la vasta e prospera classe media; sono colpiti numerosi quartieri, sorgono zone fantasma e migliaia di greci passano, di punto in bianco, alla categoria dei senza casa, che la crisi del capitalismo ha cacciato nelle strade, nella disperazione, mentre i governi europei preferiscono salvare le banche.
In una strada polverosa di una ex zona industriale nel centro di Atene, convertita negli anni recenti in un quartiere alla moda per la classe media, Lambros ci indica con vergogna la vecchia automobile che è la sua casa da vari mesi.

Lambros chi non vuole vedere edito il suo nome completo, credeva che la cosa peggiore gli era successa già con la morte di sua moglie per cancro. Ma dopo arrivò la crisi economica ed il designer di interni perse in 2010 il suo lavoro col crollo del settore della costruzione.
Lambros señala avergonzado el viejo coche que llama su hogar desde hace varios meses.
Lambros, che non vuole apparire col suo nome completo, credeva che il peggio lo avesse vissuto con la morte di sua moglie per il cancro. Ma poi è arrivato la crisi economica e il progettista di interni perse nel 2010 il suo lavoro con il collasso del settore edilizio.
Quindi dovette lasciare il suo dipartimento, perché non riusciva a pagarlo, e si vide costretto a deambulare per un periodo nelle strade prima di trovare posto in un rifugio per i senza tetto della capitale greca.
"È difficile immaginarsi che una vita facevo una vita completamente differente da questa", dice il greco cinquantacinquenne. "Prima avevo un lavoro, potevo pagare il mio affitto, e da un giorno all’altro ho iniziato a vivere mia automobile." La sua storia è simile a quella del numero sempre maggiore dei senza tetto in tutta la Grecia.
L'aumento della disoccupazione causato dalla recessione negli ultimi tre anni e la pressione delle riforme fiscali per il riscatto greco fanno strage nella vita di molti, specialmente nella dapprima ampia e prospera classe media.
Numerosi quartieri sembrano oggi paesi fantasma. Un negozio su quattro ha chiuso ed è una cosa usuale il vedere i pensionati senza risorse che raccolgono i resti dei mercati ambulanti dove si vende frutta e verdura. Ci sono famiglie intere che frugano anche nei cumuli di spazzatura durante la notte.
Il problema dell'abitazione non è nuovo. Anche venti anni fa, quando la Grecia viveva un'epoca di relativa prosperità, era abituale vedere gente senza tetto nelle principali città e porti. Ma oggi il numero non solo è esploso, ma il profilo di questa popolazione è cambiato in modo sostanziale.
Mentre prima il problema della casa colpiva ceti sociali bassi, spesso con problemi di alcool e droga, oggi i senza tetto provengono spesso dalla classe media e dalla popolazione più giovane.
I rappresentanti di Klimaka, un’organizzazione non governativa che offre sostegno a questo settore, dicono che in Grecia il numero dei senza lavoro è cresciuto del 25 per cento negli ultimi due anni, un dato dal forte impatto su un paese con una marcata tradizione familiare.
Antae Alamanou, coordinatore del programma di Klimaka, riporta che ogni settimana circa duecento persone arrivano da loro per lavarsi e ricevere cibo, un primo aiuto aiuti e vestiti puliti. In una vicina sala da pranzo, circa trecento persone fanno la fila tutti i giorni per ricevere un piatto di cibo caldo. All’inaugurazione, circa dieci anni fa, aveva circa 75 visitatori giornalieri.
"Il numero di gente senza casa è cresciuto a causa della crisi economica dell'anno scorso, ma anche il profilo è cambiato. Si tratta di persone che avevano una vita normale ma, siccome la crisi che ha colpito tutti i professionisti, ora si trovano in questa situazione", spiega Alamanou.
Con un tasso di disoccupazione pari a quasi il 17 per cento, i nuovi senza tetto arrivano da tutti gli strati sociali, anche da quelli che lavorano in occupazioni stagionali vincolate al turismo.
"Di solito sono uomini di mezza età ancora efficienti, ma anche di quelli che stanno per andare in pensione tra i 60 e i 70 anni", dettaglia Alamanou.
Le persone in difficoltà di solito ricevevano appoggio dalle proprie famiglie, ma la situazione economica è diventata talmente dura che genitori, figli, fratelli o cugini hanno sempre di più difficoltà per aiutare i parenti disoccupati. E in paragone ad altri paesi europei, la Grecia non ha alloggi per persone senza tetto e non ha sostegno dallo Stato, né una politica ufficiale per contribuire al reinserimento sociale dei disoccupati.
Gli effetti della crisi si vedono oggi soprattutto per strada.
Leónidas, poco più di 50 anni, due anni fa si è trovato per strada, senza denaro, famiglia né un soffitto per ripararsi dopo aver perso il suo lavoro di imbianchino. Ha dormito per un periodo sui cartoni assieme ad altri senza tetto e mangiava nelle mense, prima di aver trovato un alloggio.
"Ogni politico in questo paese si è preoccupato solo di riempire le sue tasche", dice, “e lasciano soli i disoccupati che vivono nelle strade."
Fonte: Crece el número de los sin techo en Grecia

sabato 5 novembre 2011

GOVERNO TECNICO? GRAZIE NO!

«



Presto, un governo tecnico!» Il grido che sale da Confindustria, Abi, opposizione parlamentare e malpancisti del Pdl è ormai un coro assordante. Ma cosa dovrebbe fare un governo del genere? E chi sarebbe quella «figura al di sopra delle parti» che potrebbe riscuotere contemporaneamente i voti bipartisan nel parlamento italiano nonché la fiducia delle istituzioni europee (senza dimenticare quella ben più volatile dei mercati)?
Il nome più cliccato è Mario Monti, ex rettore e presidente dell'università Bocconi. Poi indicato dal primo governo di centrodestra come commissario europeo, presidente continentale della Commissione Trilaterale (fondata nel 1973 da David Rockefeller) e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg. Dal 2005 è International Advisor per Goldman Sachs. Sopra le parti, insomma...
Il programma, invece, scivola via dall'attenzione, ben rimpannucciato sotto la parola-coperta-di-linus degli ultimi 20 anni: «riforme». Eppure il programma c'è: chiaro, strutturato, scolpito come le tavole della legge.
In un lungo editoriale sul Corsera, la scorsa settimana, Monti ha squadernato le ragioni della non credibilità di Berlusconi evidenziando la distanza delle «convinzioni profonde» del Cavaliere da quelle condivise dagli altri leader europei. Sull'euro come sulle «riforme», sulla durezza delle misure da prendere e sulla necessità di «presentarle in modo convincente ai cittadini».
Ma soprattutto sul tema centrale di questa fase storica: «il governo economico» continentale che «si sta creando». Un compito cui l'Italia non sta contribuendo da protagonista, ma da soggetto passivo, che «improvvisa» nel tentativo di recepire forme di governo in grado di «disciplinare» il paese. Il rischio, palese nelle sparate berlusconiane e ancor più in quelle leghiste, è vedere il paese governato ancora da una classe dirigente «populista» e «distaccata dall'Europa».
Questa è la pars destruens che motiva la necessità di una «svolta radicale» nella gestione - liberale e liberista, sia chiaro - nel governo della cosa pubblica. Quella "costruens", non è un segreto, è tratteggiata nella «lettera della Bce» - inviata in luglio da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi - rimasta a lungo «segreta» e articolata in tre semplici punti.
Le «misure per la crescita» devono comprendere la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali»; un'«ulteriore riforma del sistema di contrattazione salariale» che renda gli accordi aziendali «più rilevanti rispetto agli altri livelli di contrattazione». Senza dimenticare l'«accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti» (e, in fondo, anche un «sistema di assicurazione dalla disoccupazione»).
La «sostenibilità delle finanze pubbliche» fa sempre la parte del leone, con l'«anticipo del pacchetto del luglio 2011» e l'obiettivo del «bilancio in pareggio nel 2013»; da realizzare - manco a dirlo - «principalmente attraverso i tagli di spesa». E quindi: «ulteriore intervento nel sistema pensionistico» («anzianità»), blocco del turnover nel pubblico impego e, «se necessario, riduzione degli stipendi». Persino il «pareggio di bilancio» nella Cosituzione e tante altre cosette che - onestamente - Berlusconi ha messo nei suoi disordinati elenchi di provvedimenti fatti, non fatti o malfatti.
Al terzo punto, infine, gli «indicatori di performance» per migliorare «l'efficienza amministrativa», l'abolizione delle province, l'accorpamento dei Comuni e tutte le frasi che sentite ripetere anche dal primo rottamatore che passa. Quando si parla di «governo tecnico», si parla di questo. E basta. 
di Francesco Piccioni