sabato 19 maggio 2012

UNA REPUBBLICA AFFONDATA SUL LAVORO



Cos’è l’economia politica? A. Smith duecentotrentasei anni fa pensava fosse un ramo della scienza politica che si occupava di due cose: come mettere la popolazione in grado di procurarsi reddito per la sussistenza (lavoro), come mettere in grado lo stato di procurarsi un reddito per finanziare il servizio pubblico (tasse).
Conclude l’acuto scozzese: “Essa si propone di arricchire sia il popolo che lo stato”. Ai tempi, Smith stava teorizzando, oggi dopo più di due secoli questa è la regola che fa da perno alla nostra convenzione sociale com’è dichiarato ad incipit della nostra scrittura costituzionale, nel fatidico Art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Visto che sul lavoro fondiamo la nostra res publica, ci domandiamo: come sta il lavoro? La domanda impone una risposta articolata. Il lavoro, in Occidente, è oggetto di una serie di lente ma costanti trasformazioni le cui linee principali sono:
  1. A partire dagli anni ’70, si è vieppiù convertito lavoro industriale in lavoro nei servizi. Oggi le principali economie occidentali hanno un ripartizione media di un 2% di Pil in attività agricole, il 28% circa in attività industriali e il 70% circa in attività di servizi.
  2. Sempre a partire da dopo i fatidici ’70, la ricchezza delle nazioni (delle nazioni occidentali) è stata implementata più da attività finanziarie che non da economia tradizionale.
  3. A partire dallo stesso periodo, inizia quel processo di inclusione planetaria in una rete di libero scambio tra mercati – nazioni che chiamiamo globalizzazione. Solo negli ultimi 20 anni, affluisce la Cina con il suo miliardo e quattrocento milioni di individui, l’intero ex blocco dell’Est europeo, ed in ordine sparso, l’intero Sud America sempre più scevro del controllo coatto che esercitavano le potenze europee e nord americane e il sud est asiatico, enorme miniera di produzione a basso costo con regolamenti assenti o leggeri. Qui, come in Cina, India e Sud Corea, l’iniziale posizionamento sul solo costo del lavoro ha lasciato il campo ad un perdurante vantaggio costo ma con apporti tecnologici sempre più competitivi.
  4. Uno degli aspetti della formazione del grande mercato unico senza limiti è la nota propensione a dislocare le produzioni laddove il costo del lavoro è più conveniente o anche solo dove il costo di produzione (fornitura di materie prime, energia, legislazione compiacente, bassa o nulla tassazione, logistica) è foriero di profitto congruo e stabile.
  5. Da dopo la fine della Seconda guerra mondiale, lo sviluppo e commercializzazione delle nuove tecnologie dell’informazione e controllo e dei correlati saperi (informatica, cibernetica, logistica e statistica) hanno sostenuto un costante aumento della produttività, tanto maggiore quanto più si trasferiva lavoro e produzione dalla manifattura ai servizi. Tale corso è ancora in impetuosa crescita e si annunciano ulteriori prossime novità anche dall’Artificial Intelligence, la robotica, le biotecnologie. Transazioni e processi prima uomo – uomo, poi uomo – macchina stanno vieppiù diventando macchina – macchina.
  6. Il punto 3) (globalizzazione) ha prodotto una forte pressione sulle risorse naturali, dal momento che il sistema produzione – consumo prima condensato nel primo mondo, si è esteso a tutti gli altri, per altro in meno di cinquanta anni. Tali pressioni provocano: a) innalzamento del costo delle materie e delle energie per lo sbilancio tra domanda – offerta; b) rarefazione delle scorte sino a scorgerne i limiti per l’imponente lievitazione della domanda; c) tensioni geo-politiche alimentate dai divergenti interessi dei fornitori, dei produttori, dei sistemi nazionali basati sul consumo.
  7. In Occidente, da tempo ormai l’equilibrio reddito da lavoro – consumo adeguato al ritmo di una produzione sempre più produttiva, è passato dal limite e ben oltre il limite. Sintomi ne sono: a) l’effetto “ruota del criceto” per la quale si consuma ben più che nel recente passato, cose sostanzialmente inutili, impermanenti, insoddisfacenti; b) mancanza di un vero reddito adeguato alla pur dissennata spinta consumistica. Questa mancanza strutturale è stata compensata dalla generosa distribuzione di credito al consumo anticipando ormai di un decennio ipotetici futuri valori che sono tutti da confermare, generosa distribuzione di mutui, apertura del circo finanziario ai piccoli e medi risparmi che hanno vissuto una breve stagione di euforia, salvo poi subire ripetuti saccheggi da parte di quella accumulazione per espropriazione che D. Harvey ha ben descritto nei suoi recenti lavori .
  8. Una non registrata dinamica delle aspettative in rapporto alle concrete possibilità sta portando all’occupazione in lavori di bassa qualificazione per gli immigrati, mentre l’aristocrazia etnica dei paesi occidentali rimane in attesa della propria occasione, occasione conforme alla loro inutile preparazione di studio o anche solo tarata su aspettative da società del primo mondo. La pubblicizzazione della nuova frontiera della “economia della conoscenza” scambia opportunità qualitative con problemi quantitativi, creando la più falsa delle aspettative.
  9. Inoltre, l’allungamento della vita media delle popolazioni occidentali, nella sola Europa è balzato dai 68 anni del 1950, a gli 80 attuali (82 in Italia). Questo comporta la supposta necessità di allungare l’età da lavoro per non far saltare in aria i già molto precari conti delle varie previdenze pubbliche. Questo allungamento dell’età di lavoro, ostruisce l’entrata nel mercato da parte delle giovani generazioni.
  10. Infine, il secolo scorso, ogni fase di espansione è stata visibilmente anticipata e sostenuta daspesa pubblica in deficit. Lo stato dei rapporti tra debito pubblico e disponibilità al finanziamento da parte dei mercati oggi ci priva del tutto di questa componente essenziale. La crisi generalizzata preme sulle aziende quotate a mantenere promesse di profitto che nel breve possono esser sostenute solo con tagli costanti al costo del lavoro.
Ciò che discende da queste schematiche considerazioni di scenario è la progressiva contrazione e trasformazione delle economie occidentali che porta con sé non tanto una trasformazione del lavoro, bensì la sua contrazione netta. Oggi dobbiamo nutrire i più profondi dubbi sull’ipotesi che sia possibile una “nuova crescita”, ma quando nel recente passato essa pur si manifestò (circa un decennio fa), lo fece con le inedite sembianze di “crescita senza occupazione”. Infatti, il vantaggio ricardiano della diade USA-Gb a capo del sistema occidentale, essendo posizionato sulla banco – finanza da una parte e le performance della high information and communication technology dall’altra, produce volume di Pil senza alcun vero progresso occupazionale.
Tali fatti sono ben noti a tutti, non da oggi e nel generico outline di una analisi che prendeva in esame solo i rendimenti crescenti da una parte e l’inesorabile aumento della produttività dall’altro, portarono già ottanta anni fa J.M.Keynes , a profetare per più o meno i “nostri tempi”, una giornata di lavoronon superiore alle 3 ore. I punti riportati nella nostra breve disamina di cui ovviamente Keynes era ignaro, lo avrebbero forse mosso ad una profezia ancora più ristretta. In reazione al collasso del ’29, gli americani giunsero nel ’33 ad un passo dall’approvazione della Legge Black per una settimana lavorativa a 30 ore. Poi ripiegarono sul deficit spending del New Deal che però non risolse il problema, che infine risolse la guerra.
= 0 =
Tra questa curva della vaporizzazione del lavoro e lo stabile immobilismo delle nostre consuetudini di organizzazione dello stesso, consuetudini che si riferiscono ancora agli accordi delle 8 ore quotidiane sancito nel 1919 e solo parzialmente alleggerito del sabato a partire dagli anni ’70, c’è la condizione attuale. Questa condizione prevede: a) una base occupata sulla quale l’offensiva ideologica del neo liberismo sta operando in senso de-regolatorio; b) una prima corona di mezzi occupati, sotto occupati, occupati saltuari, a chiamata, a fattura, in nero, per tappare i buchi che si formano tra nelle oscillazioni di produzione di un mercato sempre meno prevedibile e la cui condizione di incertezza è ormai ontologica ; c) una seconda corona di disoccupati speranzosi che ancora lasciano il segno nelle statistiche; d) una terza corona di disoccupati stabili che non coltivano più alcuna speranza, invisibili alle statistiche.
Dal momento che a) non si può credibilmente nutrire alcuna speranza di nuova crescita; b) qualora emergesse qualche curva ascensionale, la struttura delle nostre economie “avanzate” ci dice che tale curva apparterrebbe al genere “crescita senza occupazione”; c) tutti i 10 punti citati premessi sono in trend costante, cioè continueranno ad esprimersi come fenomeni duraturi e non reversibili (allo stato attuale delle nostre conoscenze) se ne deduce che l’evaporazione del lavoro non è un fenomeno contingente ma una condizione progressivamente continua, se non incrementale.
La miope pretesa neo liberale per la quale, i disoccupati sarebbero un fenomeno transitorio poiché la loro fame di lavoro permetterebbe un loro reimpiego a minor costo, è del tutto infondata. Primo perché molti di loro vengono espulsi da settori in progressiva smobilitazione o perché l’automazione è generalizzata ed irreversibile, secondo perché la concorrenza internazionale crea disoccupati qui e nuovi occupati a qualche decina di migliaia di chilometri (dove è già pronta una affamata domanda locale), terzo perché i profitti dei produttori vengono ormai reinvestiti nel circo finanziario che remunera di più, prima e se si è abili, anche a minor rischio e comunque con minore tassazione (quando non del tutto esenti poiché in circuiti off shore), quarto perché la contrazione netta del lavoro in Occidente è ormai in un trend più che venti-trentennale e l’attuale situazione economica e finanziaria a tutti ben nota, non lascia speranze per una improbabile ripresa che non si vede su cosa dovrebbe esser basata.
= 0 =
Che fare? Le linee di un possibile intervento sono solo tre.
  1. La prima è la linea che inventa un nuovo sbocco evolutivo. Secondo la Teoria standard della crescita (ad esempio in Solow) il motore primo dello sviluppo economico è l’innovazione. Oggi questa innovazione è a portata di mano per necessità e possibilità. Si tratta dell’urgente riconversione dell’intero apparato produttivo al rispetto di standard dettati da considerazioni eco – logiche e della finitezza dei limiti planetari in termini di fornitura di materie prime ed energie. Internalizzazione di tutti i costi reali e tasse ambientali mirate, traslazione d’imposta tra settori secondo strategie pubbliche e concordate, possono ben finanziare questariconversione.
  2. La seconda è la rimodulazione delle produzioni. Qui si va dalle proposte Gallino con lo Stato fornitore di ultima istanza di lavoro per lo sviluppo di nuove politiche del territorio, alle nuove economie di decrescita o post-crescita. In mezzo, un affollato menù di interventi da calibrare in concerto, frazionando il lavoro, il reddito o l’ottenimento diretto di nuovi servizi o beni non monetari in nuove molteplici attività: reddito di cittadinanza, time banking, lavoro socialmente utile, assistenza alla popolazione, terzo settore, valute locali o virtuali, microcredito, formazione all’individuo, mercati di baratto. Qui possono fare molto nuove leggi e l’organizzazione, entrambe derivate da una nuova, lucida, volontà politica. Quanto ai soldi, la rimodulazioni delle produzioni si dovrà accompagnare ad una rimodulazione fiscale che abbia in target privilegiato le rendite e la compravendita finanziaria.
  3. I punti A + B dovranno recuperare parte del tempo perduto a far finta che il mondo non è e non stia, radicalmente cambiando. Ma anche portate da subito a regime e supposta una quanto mai improbabile adesione collettiva priva di resistenze da parte delle élite a quella che comunque è una profonda rivoluzione di paradigma, esse si riveleranno insufficienti se non riconsiderassimo nel profondo il ruolo del lavoro come perno principale su cui far ruotare, in equilibrio ondeggiante, la nostra trottola sociale. Questa profonda, necessaria, ineludibile ed urgente revisione ha per titolo la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Ci aspetta una revisione profonda con interventi certo progressivi ma continui, poiché il dislivello tra le attuali 8 ore e quanto realisticamente è possibile produrre dato lo scenario a cui andiamo incontro, non si quantifica in una o due ore. Inoltre occorrerà un meccanismo stabile che riconverta incrementi di produttività (che continueranno inarrestabili) in work time saving, sia con una legislazione centrale ma anche con una gestione periferica di accordi sulla flessibilità utile alle aziende e se normata decentemente, altrettanto utile ai lavoratori. Infine, andrà equiparata in qualche modo la condizione dei lavoratori a contratto , con quella di chi lavora da sé. Questa questione va posta con forza ai massimi livelli del dibattito politico, sociale, sindacale, economico poiché comporta una revisione con redistribuzione che sa di rivoluzione e che trascina con sé diverse modifiche dei quadri generali e strutturali, non solo qualche tassa in più.
Ma quest’ultima considerazione ci porta anche un inaspettata possibilità. Questo tempo sottratto all’imperativo de “il tempo è denaro”, è un capitale. Questo capitale va certo investito nella sfera privata dell’individuo assediato dai doveri ed a corto di piaceri affettivi, relazionali, sociali ma una parte, va investita anche nella sfera pubblica, cioè politica. Senza partecipazione politica, senza alimentazione democratica di pensiero, dibattito, deliberazione congiunta, tutto ciò semplicemente non avverrà, nessuna transizione adattiva sarà possibile.
Se la nostra Repubblica si fonda sul lavoro o diamo alla base di occupazione una nuova consistenza adeguata ai complessi tempi che ci tocca vivere o i piloni che reggono la nostra costruzione sociale e politica, affonderanno lentamente tra tensioni sociali, divaricazioni di classe, fughe politiche nella semplificazione, ripresa dell’aggressività tra nazioni e quindi una o più guerre. In fondo per tutto il “Secolo breve” altro non si è fatto che onorare il principio per cui” la guerra è l’economia condotta con altri mezzi”. di Pier Luigi Fagan

mercoledì 16 maggio 2012

SOLO UNITI SI PUO' VINCERE


Lettera delle mogli degli operai di Pomigliano a quelle degli operai di Termini Imerese.

178942 394134900639051 121696874549523 1201740 473897220 n Uniti si può vincere

Siamo le mogli di tanti operai che ieri, mentre i sindacati firmatari del cosiddetto accordo-Pomigliano si riunivano con l’azienda nella newco per discutere, si diceva, i carichi di lavoro troppo pesanti in Fabbrica Italia Pomigliano, protestavano ai cancelli per la mancanza di prospettive per la maggior parte degli ex lavoratori Fiat Automobiles (circa 2.500) della ex Ergom (circa 800) e tantissimi altri delle aziende dell’indotto che da circa tre anni sopravvivono col miserabile “sussidio” della cassa integrazione in scadenza a luglio del 2013 per cessazione dell’attività.
Dalla stampa e dagli altri organi di informazione veniamo a conoscenza di tanti altri lavoratori che nel Paese stanno protestando sui tetti, sul Vesuvio, incatenati ai cancelli delle loro fabbriche, sulle gru, o che addirittura si tolgono la vita per la mancanza di lavoro e per le sempre peggiori condizioni delle loro famiglie dovute anche ai tagli imposti dal governo a cominciare dai circa 22.000 precari della Sicilia che a breve resteranno senza contratto.
Ma la notizia che ci ha fatto decidere di “prendere la penna” è stata soprattutto quella che riferisce delle lotte degli operai di Termini Imerese (fabbrica Fiat a noi sorella) e delle lettere delle loro mogli al presidente Napolitano, a Grillo e addirittura al Papa, per tentare di aprire una breccia sulla vertenza dei loro mariti.
Sappiamo che questi operai hanno occupato le sedi della Agenzia delle Entrate, sappiamo quanto sia duro lottare e fare emergere le proprie ragioni, ma quello che non comprendiamo è il fatto di pensare di poter risolvere la propria vertenza rivolgendosi alla banche per sbloccare i soldi per il “loro” padrone e al Papa per sollecitare il “miracolo”… E di quella solidarietà di classe che tante conquiste portò ai nostri padri, a cominciare dallo Statuto dei Lavoratori che cancellò, anche se parzialmente, l’aberrante situazione degli anni ’50 quando gli operai, per andare in bagno, dovevano alzare il dito per chiedere il permesso ed aspettare il via libera del capo a sua discrezione, nessuno si ricorda? Possibile che anche a sinistra ci si ostina a rappresentare la lotta dei lavoratori di Termini Imerese separandola da quelle innanzitutto delle altre fabbriche Fiat continuando ad assecondare quanti oggi pensano che dividere è meglio che unire per… continuare a “vivacchiare”?
Ma come si fa a chiudere gli occhi sulla necessità, oggi più vera che mai, di unire in solidarietà le lotte dei lavoratori per dargli forza e voce assicurando una adeguata rappresentanza politica e sindacale?
Vogliamo sollecitare le mogli degli Operai di Termini Imerese a scendere in piazza con i loro mariti e con quelle dei tanti altri operai, e quanti continuano a soffrire per la mancanza di lavoro perché, al di la delle “suppliche”, solo una vasta e solidale mobilitazione potrà dare risposte ai nostri bisogni e a quelli dei nostri figli. Noi siamo pronte !
Pomigliano d’Arco, 15 maggio 2012
Le mogli degli operai di Pomigliano


Pregare e affidarsi alla carità "pelosa" dei potenti non paga e non serve. Solo riscoprendo quell'unità e solidarietà che hanno fatto la storia del movimento operaio fino a pochi decenni fa e che permise la conquista di diritti oggi in gran parte compromessi, può permettere di riprenderci ciò che ci è stato sottratto. Ma ci vuole il coraggio e la dignità dimostrati dalle mogli dei lavoratori di Pomigliano d'Arco.
MIZIO

martedì 15 maggio 2012

LA BEFFA DEMOCRATICA


540276 393436824042192 121696874549523 1200250 1362200582 n La beffa democratica

Cadono ad uno ad uno i pilastri delle bugie dell’attuale sistema economico mondiale, cadono sotto il peso di quella finanza speculatrice e di quei gruppi di potere che utilizzano i loro burattini primi ministri per imporre al mondo intero le leggi di un olocausto di vite e di speranze…
Straparlano di democrazia mentre tradiscono i loro mandati costituzionali, chiedono partecipazione, ma vogliono silenzio ed ubbidienza, annunciano il cambiamento, ma solo per mantenere immutati quegli equilibri o per spostarli, ancora più pesantemente, in favore di chi detiene il potere economico.
Mille e più riunioni e vertici per confermare la linea del “rigore”…per abbandonare la Grecia e per poi affermare l’opposto…per parlare di una crescita di cui non tracciano metodi e strumenti.
E’ il declino di un mondo perdente, un coma di un sistema che rimane in vita solo grazie al massacro sistematico di milioni di persone, tra guerre, povertà, suicidi, disperazione.
Non hanno idee…non possono avere idee…i burattini non pensano, sono altri che muovono i fili delle loro indecenti decisioni. La realtà sopravanza ogni loro ridicola previsione…sconfigge ogni loro mossa…scoperchia le falsità di una “legge del mercato” che non ha leggi…e non avendo leggi non ha limiti e non è controllabile né gestibile.
Nel 1929 ci fu chi ebbe il coraggio di rivoluzionare quel sistema economico che era fallito…non ne difese sino alla morte della gente i presupposti…li cambiò radicalmente. Ma allora i gruppi di potere che oggi muovono ogni decisione non avevano la stessa influenza che ora hanno su una politica che nei fatti non esiste più.
Non ci sono, al momento, persone come Allende, come Keynes, come Berlinguer, come Martin Luther King capaci di dire al mondo la verità, in grado di scrivere la storia nell’interesse generale. Il mercato non ha anima, né ha corpo…è quella maschera dietro la quale si nascondono gli interessi di gente senza scrupoli…gente che ha forgiato, nel nome di un’economia globale, la cultura degli ultimi 50 anni…passo dopo passo ha convinto tutti che non ci sia alternativa allo stato attuale, che la morte di milioni di individui sia il prezzo che dobbiamo pagare per avere il cellulare o la macchina…che se accade e proprio perché noi vogliamo il cellulare e la macchina…se la morte vince è colpa nostra…e non dei loro interessi e del loro potere.
Da spettatori paganti ci hanno tramutati in complici di un mondo che subiamo…e dal quale usciamo perdenti solo noi.
Gli inviti alla partecipazione alla vita pubblica sono l’ennesima presa per i fondelli di una democrazia malata e corrotta che impedisce ogni reale partecipazione, che rifiuta ogni istanza, che mistifica la realtà, che nasconde i massacri che produce quotidianamente.
L’Italia si prepara agli ultimi passi del percorso che l’economia europea e il fido Napolitano hanno dettato al burattino Monti. Dopo la beffa del sito in cui ognuno di noi poteva segnalare gli sprechi, si scopre che lo spreco da cancellare è l’assistenza. Un isee familiare (indicatore della situazione economica equivalente che tiene conto anche della casa di proprietà) sopra i 15.000 euro comporterà la “modulazione (ovvero la cancellazione)degli aiuti statali per l’assistenza agli invalidi, per l’asilo nido, per le borse di studio, per i ticket sanitari.
E’ l’ennesima beffa “democratica” del governo Monti…quel governo che, insieme al parlamento intero, è l’unico vero attuale spreco da eliminare! di Pasquino

ATTENTI A QUEI 30 SONO LORO CHE RICATTANO IL MONDO

Attenti a quei Trenta: ricattano il mondo truccando le regole. E nessuno li può fermare, perché maneggiano 650.000 miliardi di dollari, cioè otto volte il Pil del pianeta. In dieci anni, hanno messo in ginocchio l’economiareale. E sono ancora lì, a dettar legge, a cominciare da uno dei loro specialisti, Mario Draghi. Teoria del complotto? No: storia. Quella del famigerato “Group of 30”, creato alla fine degli anni ’70 da personaggi come David Rockefeller. Obiettivo: piegare le nazioni ai diktat della speculazione finanziaria. Missione compiuta: oggi l’interaEuropa è nelle loro mani, e un paese come l’Italia – membro del G8 – è agli ordini della super-lobby che ha commissariato il governo affidandolo al fido oligarca Mario Monti, tecnocrate targato Goldman Sachs, veterano del Bilderberg, della Trilaterale e della micidiale Commissione Europea, quella che oggi dispone il suicidio sociale degli Stati mediante il pareggio di bilancio.Un capolavoro, in sole tre mosse. Primo: attraverso la “superstizione o isteria del debito pubblico”, si distrugge la capacità dello Stato di creare 
Mario Draghi e controllare qualsiasi ricchezza finanziaria significativa, che a quel punto resta unicamente nelle mani dei mercati di capitali, da cui gli Stati finiscono per dipendere in toto. Seconda mossa: i dominatori finanziari, che ora spadroneggiano, per ottimizzare la rapina globale incaricano la super-lobby dei tecnocrati di ridisegnare leggi e regole, con adeguata propaganda. Terzo: gli oligarchi impongono le loro condizioni-capestro ai governi, ormai privati della facoltà di creare ricchezza finanziaria e quindi dipendenti dal ricatto, pronti cioè a ingoiare qualsiasi aberrazione speculativa. Parola di Paolo Barnard, autore del saggio “Il più grande crimine” sul complotto mondiale della finanza. Promotore italiano della Modern Money Theory – sovranità monetaria per avere democrazia reale e benessere sociale – Barnard è reduce dalla caserma dei carabinieri nella quale ha sporto denuncia contro Monti e Napolitano per “golpismo finanziario”.
C’era un piano ben congegnato per mettere nel sacco l’Italia: occorreva creare una sofferenza finanziaria artificiosa per consentire alla super-lobby di prendere direttamente il timone. Peccato che i “salvatori”, dice Barnard, fossero gli architetti stessi del piano: «Non ci vuole un genio a capire che il poliziotto iscritto al club dei ladri che gli pagano laute prebende finisce col tradire il suo mandato». Mario Draghi, per esempio: «Poteva fermare la loro mano semplicemente ordinando alla Bce di acquistare in massa i titoli di Stato italiani». Acquisto che avrebbe abbassato drasticamente i tassi d’interesse di quei titoli, la cui impennata stava portando l’Italia alla caduta nelle mani degli “investitori-golpisti”. Se Draghi avesse mosso un dito, i mercati si sarebbero fermati, «resi inermi di fronte al fatto che la Bce poteva senza problemi mantenere a un livello basso e costante i tassi sui nostri titoli di Stato». Ma Draghi, che pure siede sul trono della Banca Centrale Europea, si guarda bene dall’intervenire. Motivo? Non è solo l’ex governatore di Bankitalia: è anche, e soprattutto, un uomo di punta dei “terribili Trenta”.
Cosa ci fa un personaggio pubblico come Draghi dentro il club di coloro che hanno impedito al mondo di fermare la finanza criminale planetaria? Purtroppo, aggiunge Barnard, il presidente della Bce «dovrebbe vigilare proprio su coloro che condividono il suo club con intenti criminosi». Del resto, chi era il funzionario italiano che – da direttore generale del Tesoro – lungo tutti gli anni ’90 «supervisionò la svendita del nostro Paese alle privatizzazioni selvagge che non hanno sanato di nulla il debito pubblico ma che hanno sanato di certo imprenditori falliti come De Benedetti e fatto incassare miliardi in parcelle alle investment banks?» E chi era il funzionario italiano che «non ha detto una parola contro la micidiale separazione fra Banca d’Italia e Tesoro», divorzio «che ingrassò le medesime banche?». Sempre lui, l’ineffabile Draghi, «uomo “Group of 30”, uomo Bilderberg, uomo Goldman Sachs, e anche “bugiardo-Sachs”», visto che «ha sempre negato di essere stato in forza alla Goldman quando la banca di Wall Street organizzò la truffa per truccare i libri contabili greci in collusione col governo di Atene». E invece, dice Barnard, alla Goldman lui c’era, eccome: e ne dirigeva proprio gli affari europei.
E’ stato lui, Mario Draghi, a “inventarsi” un trilione di euro, in piena agonia dell’Eurozona, per regalarlo alle banche, praticamente senza condizioni. E tutto questo, dopo aver chiuso i rubinetti della Bce per far collassare il governo Berlusconi e consegnare l’Italia all’uomo del super-potere, Mario Monti. Manovra orchestrata dai maxi-speculatori, gli inventori della più spaventosa truffa planetaria, quella dei “derivati”, «astrusi prodotti finanziari del tutto comprensibili a non più di 200 individui nel mondo». Ma il “derivato dei derivati”, aggiunge Barnard, è proprio la crisi finanziaria 2007-2012, innescata dal virus dei titoli fasulli spacciati da Joseph Cassano, boss finanziario della City londinese. Il flagello dei “derivati” si è abbattuto su una situazione già catastrofica, provocata dalla bolla speculativa immobiliare americana dei mutui subprime, infettando quasi tutte le maggiori banche del mondo. Fino all’attuale “spirale della deflazione Joseph Cassanoeconomica imposta”, la famigerata austerity, che ora i “golpisti” – sempre loro – usano per depredare a sangue interi Stati europei.
I “derivati”, dice Barnard, sono vere e proprie armi di distruzione di massa, visto che questi “Frankenstein-assets” vagano per il pianeta senza più controllo né regolamentazione, per una cifra di circa 650.000 miliardi di dollari. Il primo allarme nel lontano 1994, coi miliardi-fantasma della banca d’affari Merrill Lynch. Un pozzo senza fondo, che ha travolto anche i Comuni italiani, invitati a “privatizzare” il debito. Ancora oggi, i contratti Otc (“over the counter”) sono «liberamente usati per distruggere, e lo stanno facendo glihedge funds come quello del criminale John Paulson, che scommettono in queste ore contro l’euro». Usando i “derivati”, continua Barnard, un pugno di speculatori può affondare persino uno Stato sovrano. Può ricattarlo e sospingerlo oltre il baratro del default. Con conseguenze agghiaccianti: disoccupazione e sotto-occupazione, suicidi, morti anzitempo, abbrutimento sociale, svendita-truffa del patrimonio pubblico, usura sullo Stato. E soprattutto: perdita di democrazia, a favore dei super-profitti dei soliti speculatori, grazie anche al “fascismo finanziario” dell’Unione Europea, che oggi fa gridare allo scandalo persino il “Financial Times”, di fronte ai trattati-capestro imposti senza mai un referendum.
«Domanda: come si è arrivati a questo? Perché non lo si è evitato? Risposta: “Group of 30”». Proprio i Trenta, secondo Barnard, sono la punta di lancia dell’operazione “golpista”. Una lobby di tecnocrati eccezionali, varata nel 1978 con l’aiuto dei Rockefeller: 30 membri, a rotazione, accuratamente designati. «Sono quasi tutti uomini che hanno lavorato con la mano destra nella speculazione finanziaria, e poi con la sinistra nella regolamentazione statale». Missione: piegare le leggi ai propri voleri, naturalmente all’insaputa dei cittadini. Il “Group of 30”, scrive Eleni Tsingou nel più devastante lavoro accademico sulla super-lobby planetaria, «non solo ha legittimato il coinvolgimento del settore privato nelle politiche di Stato, ma ha anche permesso all’interesse privato di divenire il cuore delle decisioni di politica finanziaria». Un trust di cervelli, potentissimo e imbottito di miliardi. E’ proprio il “Gruppo dei 30” a intuire le immense potenzialità dei “derivati”: Eleni Tsingousono stati loro, gli adepti della super-setta egemone, a inquinare il mondo con la peste dei titoli tossici, per riuscire infine a mettere in ginocchio interi Stati.
Nel 1993, racconta Barnard, il gruppo pubblicò il primo manuale d’uso sui “derivati”, destinato ai controllori statali, europei e americani, delle transazioni finanziarie: non sapevano come maneggiare quei titoli, quindi accolsero con favore lo studio del gruppo e l’ignoranza tolse loro ogni potere di contrastarne le pericolose conclusioni. Primo: i “derivati” sono indispensabili perché “rappresentano nuovi modi di capire, misurare e gestire il rischio finanziario”. Ovvero: «Gli strumenti più “rischiogeni” della storia dellafinanza avrebbero, secondo loro, ridotto il rischio». Poi: si sottolineava che “la chiave per l’uso dei “derivati” è l’autoregolamentazione”, visto che “le regole statali intrusive e basate sulla legge ne rovinerebbero l’elasticità e impedirebbero l’innovazione infinanza”. Ergo: si prega di non disturbare il manovratore. E i controllori? «Per evitare di apparire ignoranti che brancolavano nel buio si aggrapparono alle raccomandazioni del Gruppo, sia in Usa che in Europa, sospinti in modo decisivo proprio dai loro colleghi senior che erano membri di spicco di questa lobby».
Ma il “Group of 30” osò anche di più, continua Barnard: la super-lobby scrisse che i controllori avrebbero dovuto “aiutare a rimuovere le incertezze legali dei regolamenti in vigore”, e fornire un trattamento fiscale favorevole ai “derivati”. «L’intero lavoro era stato abbondantemente oliato con i fondi della mega-banca speculativa JP Morgan». Eppure, «nonostante la sfacciataggine di quelle righe – osserva Barnard – tre fra i maggiori organi di controllo del mondo, il Comitato di Basilea, il Congresso degli Stati Uniti e la Federal Reserve Usa, trovarono l’idea dell’autoregolamentazione accettabile». Di più: «Gettarono il loro peso contro i pochi controllori ed economisti che già allora suonavano le campane d’allarme», tra questi un prestigioso portavoce della Modern Money Theory come William Black. Al che, si mossero due delle più potenti lobby finanziarie anglosassoni: l’Iif di Washington (Institute for International Finance) e la Liba di Londra David Rockefeller(Investment Banking Association): i due colossi «buttarono sul tavolo della trattativa le loro proposte per l’autoregolamentazione della trasparenza sui “derivati”, a pieno sostegno del “Group of 30”».
Per dare un’idea agli scettici del complotto, aggiunge Barnard, basta ricordare che proprio la Iif è la lobby che, poche settimane fa, ha dato gli ordini nella trattativa suicida della povera Grecia verso la trappola del secondo “bailout”. E dire che l’occasione per capire e controllare la distruttività dei “derivati” Otc si era presentata già all’inizio degli anni ’90: ma il “Group of 30” fu il primario attore nell’annullamento di ogni tentativo di portare questi killer sotto il controllo pubblico, con le conseguenze che sappiamo: crimini globali. Utile riflettere, dice Barnard, su «cosa questi mostri hanno fatto alla vita di centinaia di milioni di famiglie, a milioni di aziende e alle democrazie dei maggiori paesi occidentali, per non parlare degli orrori nel Terzo Mondo e sull’ambiente». Oggi, in pratica, «viviamo tutti su un ordigno termonucleare finanziario fuori controllo che si chiama 650.000 miliardi di “Frankenstein-Derivatives” in grado di far fallire il pianeta». Apriamo gli occhi: «Nessuna Tommaso Padoa-Schioppademocrazia ha un senso, quando tutta la ricchezza è nelle mani di queste lobby senza pietà, a cui tutti i politici devono rispondere a bacchetta, invece che ai propri elettori».
E tanto per non far nomi, Paolo Barnard avverte che il “Gruppo dei 30” è fatto di persone in carne e ossa, ovviamente potentissime. Come gli americani Paul Volcker e Gerald Corrigan, passati dalla Fed a gruppi come Chase Manhattan Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley. Ci sono gli inglesi come lord Richardson of Duntisbourne (Banca Centrale d’Inghilterra, Lloyds Bank), l’ex ministro Geoffrey Bell, dirigente anche di Schroders, e lo stesso Mervyn King, governatore della Banca Centrale d’Inghilterra. Se dominano gli esponenti della finanza anglosassone come gli statunitensi William McDonough (Dipartimento di Stato e First National Bank of Chicago) e Lawrence Summers (Segretario del Tesoro Usa, fedele del Bilderberg) non manca il resto del mondo: l’israeliano Jacob Frenkel (Banca Centrale d’Israele e Merrill Lynch), il giapponese Toyoo Gyohten (Ministero delle Finanze del Giappone, dirigente della Banca di Tokyo), il brasiliano Arminio Fraga Neto (Banca Centrale del Brasile, Solomon Brothers Ny, Soros Management Fund),  l’iberico Guillermo de la Dehesa (Banca Centrale di Axel WeberSpagna e ministro delle finanze, nonché banchiere del Banco Santander Central Hispanico e di Goldman Sachs).
Alcuni membri del “Group of 30” hanno legato il proprio nome a famosissimi disastri: è il caso dell’ex ministro argentino dell’economia, Domingo Cavallo, padre della catastrofe che travolse il paese latinoamericano e “diligente allievo” del super-clan, i cui esponenti sono specializzati nel doppio incarico: Bundesbank e Dresdner Bank per il tedesco Gerd Hausler, Banca Centrale di Francia e Bnp Paribas per il transalpino Jacques de Larosière. Oltre a quello di Draghi, fra gli italiani spicca il nome dell’ex ministro prodiano Tommaso Padoa-Schioppa, quello dei “bamboccioni”, membro del Bilderberg come il francese Jean-Claude Trichet, già ministro delle finanze a Parigi e poi a capo della Bce. Conflitti d’interesse permanenti: chi lavora per la speculazione è chiamato anche a presiedere le autorità europee di controllo sulla finanza. E’ il caso del tedesco Axel Weber: Bundesbank, poi Ubs, quindi “European Systemic Risk Board” e “Financial Stability Board”.
Grottesco, annota Barnard: uno che lavora per il profitto speculativo con la super-lobby che ha scatenato il peggior rischio sistemico della storia della finanza mondiale, poi siede anche fra i funzionari che valutano il rischio sistemico in Europa, dichiarando di vigilare sulle crisi. Altro controllore, l’inglese Adair Turner, presidente della Financial Services Authority della Gran Bretagna, l’istituto nazionale deputato a controllare l’industria dei servizi finanziari. Eppure: «Eccolo a busta paga della super-banca speculativa Merrill Lynch Europe come vice-presidente, e in bella mostra al “Group of 30”», dopo aver anche fatto parte, a Londra, delle commissioni per le pensioni e per i salari minimi. Un altro controllore, il tedesco Gerd Häusler (Global Financial Stability Report e Financial Stability Forum) ce lo ritroviamo come direttore dell’Institute of International Finance diPaolo Barnard Washington, altro deregolamentatore dei “derivati”. Membro del “Group of 30”, Häusler compare anche a New York nell’agguerrita agenzia Lazard, che nel caso-Grecia «faceva il doppio gioco», come consulente sia degli “investitori-strangolatori”, sia del governo di Papademos.
Questi, dice Barnard, sono gli uomini che hanno creato le leggi-capestro che oggi dissanguano la nostra economia e confiscano la nostra sovranità: «Stiamo parlando del sistema che ha messo in ginocchio l’economia del mondo in meno di un decennio». E’ il super-potere che, anche in Italia, ha minato il futuro dei nostri bambini, regalandoci le immense sofferenze di cui ormai sono pieni ogni giorno i titoli del giornali, con buona pace di qualsiasi residua democrazia reale. «Questo è il “Group of 30”, la lobby che ha aiutato in modo decisivo a causare questo allucinante scenario, questo livello di crimine internazionale», conclude Barnard: «Trenta individui a rotazione, ma solo trenta, col nostro Draghi in prima fila. Roba da far apparire Goldfinger un patetico principiante». 


lunedì 14 maggio 2012

ITALIA: STATO SOCIALE ADDIO!


301815 391467667572441 121696874549523 1193371 1625140629 n Ed ora Monti pensa a cancellare ogni residuo di stato sociale

Le pensioni sono state già distrutte, la scuola pubblica è un ricordo di tempi andati, l’assistenza ai disabili è stata ridotta vicino allo zero (oggi a Roma manifestazione partecipatissima contro i tagli del governo alle persone portatrici di handicap), ora toccava alla sanità…e non ci ha pensato molto.
Dopo il pietoso e ridicolo link pubblicato sul sito della presidenza del consiglio, in cui si chiedeva agli italiani di dare suggerimenti sugli sprechi da tagliare (…e qualcuno ci ha pure creduto), la scelta è caduta…guarda un po’…sulla salute pubblica…si vede che tutti gli italiani sono in ottima forma !!!!
Non esisteranno più categorie esenti…si parteciperà secondo il proprio reddito isee…se hai una casa…anche se acquistata con mutuo…per lo Stato sarà reddito…e pagherai…anche i servizi essenziali.
Quindi abbassate le pensioni…tolto il lavoro…massacrati gli esodati…aumentata la benzina, la luce, l’acqua, il gas, l’imu, l’irpef…ora c’è anche la tassa sulla salute…mascherata da un’equità che sa di presa per i fondelli.
Continua il massacro del signore delle banche…spaventato, in un primo momento, dai risultati elettorali, ma subito rinvigorito dai messaggi di appoggio che PD e terzo polo sfrantummato hanno immediatamente deciso di lanciargli.
Berlusconi e la destra sono un problema risibile…hanno tanta paura delle elezioni che non ci andrebbero neanche se arrestassero Silvio !
L’Europa crepa sotto le macerie di una politica serva della finanza e delle grandi banche…non certo a causa della Grecia, ridotta alla fame, ma per l’incapacità globale di trovare nuovi metodi di sviluppo ad un sistema morto…aggrovigliato su se stesso…asserragliato nelle sue convinzioni perdenti.
Lo spread risale…le borse crollano…le indagini sulle corruzioni colpiscono partiti e banchieri…il paese ribolle.
Monti non sente ragioni…va avanti nel suo percorso di distruzione della democrazia e della costituzione… tra risibili ed indecifrabili aiuti per le fasce deboli del sud…e nuovi aumenti di imposte su tutto il tassabile.
Napolitano interviene un giorno si, e l’altro pure, per ricordarci l’importanza dei nostri sacrifici…solo i nostri…intendiamoci…e per spronarci ad appoggiare il nostro massacro.
Il vecchio presidente saggio ci invita a dimenticarci dei diritti…quelli sanciti dalla Costituzione…ci ricorda invece ogni giorno i “diritti”…quei furbetti che siedono nelle aule parlamentari…presentandoceli come i “custodi” di un ordine che rimane solo sulla carta…ma che è sparito dalla vita della gente.
Sono sordi e ciechi…arroganti e certi di riuscire a convincere il popolo italiano che i sacrifici siano realmente necessari. Ma l’inganno non incanta più nessuno…vanno appresso a costoro solo coloro che hanno la pancia piena dei “favori” ricevuti e da ricevere. Un esiguo drappello, netta minoranza nel paese…un paese che non ne può più di tasse e parole.
La realtà avanza inesorabile…nessuna bomba, nessun agguato, nessuna repressione potrà fermarla…la realtà è la vita della gente…e non si può far finta che non esista…perché sta ora bussando alle porte del prossimo futuro. di Pasquino

giovedì 10 maggio 2012

BRIGATE ROSSE E VOLPI IMBIANCATE



L’Italia dello spread e dei governi tecnici è uno strano paese, dove un allenatore che tira un paio di cazzotti al proprio giocatore che lo ha schernito, viene additato come becero violento e licenziato seduta stante, ma un poliziotto che bastona a sangue  una donna che giace a terra indifesa, violento non lo è, anzi si propone per ricevere una promozione. Un paese confuso e confusionario, abbarbicato sui cortocircuiti logici, dove spesso vince chi urla più forte, ma se urli dalla parte sbagliata ti verrà prontamente fatto notare come sia vietato alzare la voce. Un paese dove giovani e meno giovani marciscono da mesi nelle patrie galere, per aver fatto una scritta su un muro o partecipato ad una manifestazione, ma chi in galera dovrebbe andarci sul serio, per avere ammazzato, rubato o stuprato, spesso riesce a farla franca sgusciando fra le maglie arrugginite della macchina della giustizia.
In questo clima un po’ così, a metà fra una commedia grottesca e un festival degli orrori, non poteva certo mancare qualche tombarolo che riesumasse la mummia del terrorismo degli anni di piombo, per agitarla con furia belluina dinanzi agli occhi del “popolo”, vaticinando violenze e violenze e sventure senza fine…….
 

fingendo d’ignorare che in Italia le violenze e le sventure reali sono già sufficienti per indurre almeno tre persone al giorno a cercare la “salvezza” nell’aldilà, mentre durante gli anni di piombo non accadeva nulla di simile.

Chi se non Giorgio Napolitano, il presidente che ha costruito un golpe nel breve tempo che intercorre fra un’alba e un tramonto, avrebbe mai potuto rendersi interprete migliore di un simile teatrino di cattivo gusto?
“La tragedia degli anni di piombo non si ripeterà” e “non ci faremo intimidire dal terrorismo” ha tuonato stamani con fare autoritario l’uomo che tira le fila di questa colonia gestita dai banchieri, pur travestito da vecchio barbogio dai toni paternalistici. Per poi aggiungere "La risposta deve essere categorica, quanti vanno su quella strada sono dei perdenti, non si illudano di sfidare lo Stato" e "Non ci sono ragioni di dissenso politico e tensione sociale, che possano giustificare ribellismi, illegalismi, forme di ricorso alla forza destinate a sfociare in atti di terrorismo".

 
Tutta questa filippica e questo scomposto agitare spettri e urne cinerarie di un tempo che fu, prende spunto dal ferimento del manager Ansaldo Roberto Adinolfi, avvenuto a Genova qualche giorno fa, che stando ad alcune ipotesi ventilate dagli acquirenti potrebbe avere una matrice terroristica. Matrice terroristica (qualcuno è arrivato perfino a resuscitare le immarcescibili Brigate Rosse) ancora tutta da dimostrare, ma avvalorata secondo i giornalisti nostrani da una dichiarazione “di solidarietà” comparsa su internet a firma GAP, dove in nostalgico linguaggio anni 70 si attaccano Monti e il capitalismo, menzionando oltre al ferimento del manager Ansaldo anche quello dell’assessore UDC Alberto Musy, avvenuto a Torino qualche mese fa e finora considerato dagli inquirenti un caso legato alla sfera personale dello stesso Musy e al suo mestiere di avvocato.

La sensazione preponderante è quella che Napolitano stia cavalcando il fantasma dell’eversione solamente per intorbidire le acque e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali del paese. Niente esclude però che il disegno possa essere un poco più complesso ed il “terrorismo” venga coltivato con cura da chi gestisce il potere, per usarlo qualora il paese iniziasse a mostrare un qualche timido segnale di risveglio.
Comunque niente paura, lo stato è solido e continua ad essere un punto di riferimento e una sorgente di fiducia per il nostro comune futuro, come Napolitano ci ricorda amabilmente, anche se di fiducia nel futuro in giro, fra un suicidio e l’altro, se ne vede davvero pochina, ma come ha detto ieri Mario Monti, i responsabili di quanto sta accadendo vanno cercati altrove, meglio se fra i fantasmi di un tempo che fu.
Marco Cedolin

http://ilcorrosivo.blogspot.it

LA FISICA DEI QUANTI

Dove finisce la materia, dove comincia lo spirito