sabato 10 dicembre 2011

QUI IN ITALIA FACCIAMO COSI'.....MAGARI !


Discorso di Pericle agli Ateniesi nell'anno 461 A.C.


"Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così."

Piacerebbe poter dire, un giorno, "Qui in Italia facciamo così"

MIZIO

E' ORA DI TOCCARE GLI INTOCCABILI!



Ma è mai possibile che nessuno, dico nessuno, metta mai in discussione lespese in armamenti?
Pare un dogma di fede, non se ne può neppure discutere.E infatti nessun partito ne ha fatto cenno, di fronte ad una finanziaria che calpesta i diritti di tutti e sacrifica i beni comuni pur di salvaguadare i privilegi di pochi potenti intoccabili.
Solo il Movimento Nonviolento, la Rete Disarmo, la campagna Sbilanciamoci e la Tavola della pace, con padre Alex Zanotelli lo hanno denunciato con il coraggio e la lucidità che li contraddistinguono!
La lobby delle armi, evidentemente, deve essere davvero convincente se riesce ogni volta a scomparire al momento opportuno come nessun bambino al mondo riesce a fare giocando a nascondino.
E così, in un momento di grandissima difficoltà per milioni di persone, si può valutare di tagliare qualunque cosa: sanità, istruzione, diritti dei lavoratori, tutele di base ai disabili, tutto... fuorché mettere in discussione gli enormi investimenti in armi.


ELENCO DELLE SPESE PER ARMAMENTI DA TAGLIARE:
• CACCIA F-35. L’Italia ha una commessa di 15 MILIARDI DI EURO per l’acquisto dagli Stati Uniti d’America di 135 caccia F-35 (costo unitario ben 124 milioni di euro!)
• EUROFIGHTER. L’Ultima trance del programma (già spesi 13 miliardi di euro) per il caccia Eurofighter costerà all’Italia 5 MILIARDI DI EURO.
• AEREI SENZA PILOTI: Il nostro governo intende acquistarne 8. Costo complessivo 1,3 MILIARDI DI EURO.
• ELICOTTERI. L’Italia sta acquistando 100 nuovi elicotteri militari NH-90: costo complessivo 4 MILIARDI DI EURO
• NAVI DA GUERRA. L’Italia ha acquistato 10 fregate ‘FREMM’ costo complessivo 5 MILIARDI DI EURO
• SOMMERGIBILI. Il nostro paese sta acquistando 2 sommergibili militari: costo 1 MILIARDO DI EURO.
• SISTEMI DIGITALI PER L’ESERCITO: Il progetto «Forza Nec» serve a dotare le forze di terra e da sbarco di un sistema di digitalizzazione. Solo la progettazione in atto costa 650 milioni. La stima di spesa complessiva è intorno a 12 MILIARDI DI EURO
Solo con la scelta di tagliare i nuovi programmi per l’acquisto di armamenti si potrebbe arrivare ad un risparmio di spesa di circa 43,3 MILIARDI DI EURO. Quasi il doppio della cifra che il governo intende prelevare operando un vero e proprio DISASTRO SOCIALE e riducendo drasticamente il potere di acquisto delle famiglie a reddito medio basso, i servizi sociali e usando gli enti locali come un bancomat per il Ministero dell’Economia.
Ma non basta perché a queste misure si aggiungono altre proposte per tagliare la SPESA pubblica e gli SPRECHI senza tagliare il benessere dei cittadini.
• SCUDO FISCALE: Portando l’aliquota dello scudo fiscale al 20% si possono recuperare altri 7 MILIARDI DI EURO.
• OPERE INUTILI: Tagliando le opere inutili come il Ponte sullo Stretto di Messina, si possono risparmiare 8 MILIARDI DI EURO.
• OPEN SOURCE: Utilizzando software non proprietario nella Pubblica Amministrazione si possono risparmiare circa 400 euro per ogni computer: Complessivamente per tutta la PA si arriva a 3 MILIARDI DI EURO.
• SPRECHI E COSTI POLITICA: Tagliando il 70% delle ‘auto blu’ e con la riduzione delle indennità dei consiglieri regionali e dei parlamentari con i relativi vitalizi in tutt’Italia si arriva a risparmiare 7 MILIARDI.
Tagliando opere inutili, facendo pagare il giusto a chi ha evaso il fisco portando capitali all'estero (Scudo Fiscale), riducendo seriamente i costi della politica si possono risparmiare altri 25 MILIARDI DI EURO.
     
IL TOTALE E' SCONVOLGENTE: Con 68,3 MILIARDI non solo si potrebbero rimettere in sesto i conti pubblici senza sforbiciare i redditi delle classi medio- basse ma avremmo a disposizione ingenti risorse per rilanciare la nostra economia puntando sulla green economy (rinnovabili, efficienza, bonifiche, dissesto idrogeologico, mobilità pubblica), sulla ricerca sull’innovazione e sulla qualità dei servizi e della vita.
Basti pensare che con il costo di un solo cacciabombardiere F-35 (124 milioni di euro) si possono realizzare 183 asili nido. Sarebbe praticamente risolto il problema delle liste d’attesa degli asili nido a Roma.

La gente deve sapere!!! Anche il diritto ad un'informazione corretta è un bene comune da difendere.
di Michele Dotti

venerdì 9 dicembre 2011

IL VERO MIRACOLO ECONOMICO: LA CHIESA



La Chiesa cattolica, al pari di una qualsiasi multinazionale, fonda la sua esistenza sulla propaganda e la mercificazione di un prodotto – nello specifico, della fede – come anticamera verso la promessa della salvezza eterna.
Ciò che differenzia questo particolare bene da altri, in bella vista sugli scaffali dei super mercati, sta nell’assenza di un contenitore.
In questo caso, è la Chiesa stessa a fungere da grande contenitore, a garanzia di un prodotto iper qualitativo e senza controindicazioni. Non servono fabbriche fumanti per la produzione di un tale bene, essendo, lo stesso, privo di forma e consistenza, e come si direbbe oggi, di natura virtuale. Ma per niente virtuale è l’incommensurabile montagna di denaro che ruota intorno a questo magico prodotto, dalle sorprendenti potenzialità commerçiali.
Lo puoi acquistare in forma di elemosine, donazioni, bollettini postali e molto altro ancora, o approfittando dei saldi relativi alle infinite reliquie benedette, gadget di un vergognoso merchandise pagano e idolatra. Ultima e assoluta novità,”Il rosario elettronico”.
In questo modo, avrai l’assoluta certezza del perdono divino e la tua coscienza monda da ogni peccato. Tu, ripulito come un calzino puzzolente in candeggina, tornerai ad essere puro ed immacolato, come un bambino.
Non chiediamo alla Chiesa di entrare nel merito della gestione politica e tecnica di un governo, ma ci aspetteremmo una presa di posizione, netta ed esemplare quando, gli atti di chi ci rappresenta in parlamento, intaccano la sfera della comune morale, della giustizia e della libertà.
La pratica volta al silenzio assenso, di fronte all’evidenza grossolana di certi comportamenti del potere – antitetici e contrari al comune senso di giustizia e di equità – ci da la misura di quanto la presunta neutralità della Chiesa, si conformi ai vantaggi materiali, mediatici e psicologici che pensa di ricavarne. 
Chiesa e potere, del resto, sono fratelli siamesi e come tali, tesi a giustificare o esaltare reciprocamente (a secondo dei casi e interessi), contraddizioni, vizi e perversioni.
Monti ha da poco presentato una manovra “lacrime e sangue” in cui si chiedono pesanti sacrifici ai cittadini e, tra le misure previste, anche la reintroduzione dell’Ici (in futuro Imu). Eppure i privilegi della Casta e della Chiesa non vengono intaccati! Rimane in vigore quella legge simoniaca approvata dal governo Berlusconi per cui il Vaticano è esente dal pagamento dell’Ici.
Io, diversamente da tutto e tutti – ICI O NON ICI CHE SIA – credo che solo una Chiesa povera, libera e liberata da ogni potere, possa soddisfare la sete di fede degli uomini onesti, e solo una Chiesa padrona e compiacente, accelerare quel processo di disgregamento morale, spirituale ed etico che oggi, più che mai, mina le nostre “moderne” società occidentali. Che contano, sono sempre i fatti e non gli orpelli!
Ha poi del paradossale che la Chiesa, di fronte alla gravità della situazione socio economica, crisi di valori e collasso ambientale, si perda in sterili crociate e retorici proseliti contro l’uso del preservativo ed altre castronerie del genere. Una vera farsa e presa in giro!! 
E non credo che ce ne sia uno, uno solo, fra i milioni di italiani (tranne casi patologici) che prendano sul serio tali boutade. 
Tutto questo a conferma, ancora una volta, della doppiezza di una Chiesa asservita al potere e che, nel mercimonio della fede, afferma la sua natura opportunista e di contraffazione della verità.
Il suo evidente intento strumentale si propone, in virtù di un ricatto morale, di fare leva sulle fragilità e paure degli individui, al fine di spingerli a schierarsi dalla parte politica più gradita al Vaticano. 
L’aborto è sempre stato un falso, vergognoso quanto ipocrita pretesto! 

La Chiesa – oggi ancora più di ieri – condivide con il potere la pratica volta ad inseguire la logica dell’interesse particolare e di una speciale immunità.
E’ il referente ideale per questa nuova razza di cattolici moderni, generati dall’oscura borghesia industriale, avulsi da ogni principio etico e morale – valore culturale e spirituale. Una sorta di speciale Ordine Divino in terra deputato all’amnistia dell’anima che, nel sacramento della confessione, promette la remissione da ogni colpa, peccato e crimine.
Questa Chiesa, omertosa e complice, è inoltre corresponsabile del tracollo ambientale e dell’opera di profanazione del creato attraverso il quale, ha sempre affermato, possiamo cogliere l’esistenza di Dio – una Chiesa che per sua vocazione, dovrebbe rappresentare il cenacolo dell’etica e, quindi, il supremo esempio di ottemperanza e di cieca fedeltà alla liturgia evangelica e che, oggi, sull’onda degli ultimi avvenimenti, muta in elemento destabilizzante che rischia di produrre emulazione e la sottovalutazione di tali aberranti comportamenti. Codificandoli poi
Cosa ne sarebbe della Chiesa cattolica se si depennasse dal suo ordinamento, il sacramento della confessione? La prima in assoluto vera operazione di marketing e di propaganda, tesa alla mercificazione delle coscienze che, per diritto, entrano a fare parte dei paradisi fiscali dell’anima.
 La confessione del resto, ha la stessa efficacia della dicitura, “Il fumo uccide”, in calce sui pacchetti delle sigarette, e della pena di morte, addotta come deterrente. In realtà tutti, persistono a peccare, a fumare e a uccidere.
I veri credenti, si interrogano sulle proprie azioni e intevengono sui comportamenti, al fine di rimuovere, attraverso la volontà, la consapevolezza e in virtù di un impianto etico connaturato, ogni debolezza, attenuante ed effimera dipendenza. Non si liberano dal disagio prodotto dal senso di colpa, confidando i propri peccati a terze persone, a fronte di una indulgenza catartica, atta a ristabilire una nuova coscienza, mondata da ogni oggettiva responsabilità e giudizio autocritico, no; questi sono i pagani!
Banalizzare la questione religiosa, riducendola poi, a una disputa fra stato confessionale e laicismo, è un grave errore di sostanza. La vera frattura, si è consumata tra i cristiani e cattolici, due blocchi, oggi, opposti e contrapposti. Così, il cristianesimo, si è ridotto a un’insulsa parola priva di qualsiasi forza e significato.
I cristiani autentici (gli invisibili) operano nell’ombra, liberi da ostentazioni e personalismi autoreferenziali, adempiendo alla loro missione di volontariato, solidarietà e di vera fede.
In questi anni a venire, assisteremo alla diaspora della Clero secolare e monastico che, in seguito, darà origine a due fronti opposti e contrapposti. Il primo, di matrice cattolica confessionale, sarà rappresentato dalla oscura borghesia industriale che avrà calamitato e inglobato al suo interno, buona parte di un sotto proletariato socialmente qualunquista e avulso da ogni principio etico e morale. Questo, è il fronte dei privilegi e delle scorciatoie morali; un paradiso fiscale dell’anima che, nell’indulgenza pretesa e concessa loro da un unico Dio onnisciente e onnipresente, si prefigge un perverso quanto illusorio, disegno di immortalità.
Il fronte opposto, radicalmente cristiano, sarà rappresentato dalla cultura nel suo significato più generale, e da un proletariato colto, socialmente e politicamente impegnato nelle lotte di libertà e di giustizia sociale.
Questo secondo, è il fronte della speranza che, nell’adempimento quotidiano della parola di Gesù Cristo, tende a dare un significato alla provvisorietà della vita e alla necessità ineludibile della morte.
di Gianni Tirelli

DEBITO PUBBLICO: RIDISTRIBUZIONE RICCHEZZA DAI POVERI AI RICCHI




L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che fa realmente e veramente parte della proprietà collettiva dei popoli è …. Il debito pubblico. Il Capitale, Karl Marx (1867)



Gli ultimi fatti economici e politici stanno succedendo a velocità vertiginosa. Lo sprofondamento dei governi della Grecia e dell’Italia in appena dieci giorni è stato un colpo durissimo dei cosiddetti mercati alle deboli democrazie parlamentari come le abbiamo concepite finora. Il colpo di stato dei finanzieri iniziato con il piano di salvataggio pubblico del capitale finanziario privato ha preso la sua forma letterale: i tecnocrati provenienti dalla banca internazionale, da Goldman Sachs quale massimo esponente della Banca Centrale Europea (BCE), occupano le posizioni di controllo degli Stati greco e italiano. Le porte girevoli adesso girano al contrario: non solo i politici ritirati occupano i posti nei consigli di amministrazione delle grandi società ma i tecnici del capitale privato occupano i portafogli pubblici di alcuni governi a cui non resta nulla di legittimo.

Non solo si compie la massima del capitalismo, che recita di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, ma oltretutto si ordina come farlo.

Chi ordina, se non è un rappresentante eletto, non è un dittatore?! Se fossero militari, parleremmo di colpo di stato militare. Tutto ciò è un abuso in più del potere che anche prima faceva sì da favorire alcuni a spese degli altri, ma ora hanno lasciato perdere anche la forma.

Nel caso presente tutti i dubbi che attanagliano i cosiddetti mercati si incentrano sul debito pubblico dei paesi della periferia europea. Ma come sono arrivati questi Stati a indebitarsi così?
Squilibri commerciali, problemi per il capitalismo
Nel capitalismo globale ci sono una serie di economie che hanno un settore estero competitivo che permette loro di essere esportatrici nette, cioè esportano più merci di quelle che importano. Sarebbe il caso della Cina o della Germania. Queste economie si sono specializzate in produzioni richieste fortemente da altri paesi: prodotti tecnologici, macchinari o automobili nel caso tedesco, manifatturieri, anche se con molta tecnologia, com’è il caso cinese. La configurazione di questa produzione, oltre al fattore tecnologico, si basa su un tasso di sfruttamento della loro classe lavoratrice molto alto, perpetuando condizioni infraumane per milioni di persone, come nel caso cinese, o con salari congelati da decenni (dal 1989) come nel caso tedesco.

Nonostante i manuali di economia usati nelle università dicano che un’economia solida e competitiva è quella che ha un settore export importante, finora non abbiamo la capacità di esportare merci sulla Luna o su Marte o su qualsiasi altro pianeta del sistema solare. L’evidenza ci dice che se una economia esporta è perché ce ne sono altre che importano. Anche se studiosi e economisti ci dicono che da questa crisi si esce esportando, qualcuno dovrà importare.

Ci sono paesi esportatori netti, come quelli segnalati, e paesi importatori netti, cioè che importano più merci di quelle che esportano. E’ questo il caso dell’economia spagnola e di altre della periferia europea.

Il modello produttivo spagnolo incentrato nei settori della costruzione, del turismo e dei servizi, e in misura minore delle automobili, è un modello produttivo obsoleto, con forte dipendenza dall’estero e generatore di disoccupazione e precarietà.

Le economie con un avanzo commerciale come quella tedesca non utilizzano i fondi ottenuti frutto di questo vantaggio competitivo per migliorare lo stato sociale per la loro popolazione, né per aumentare i salari delle loro classi lavoratrici, né per mandare in pensione prima i lavoratori, e neppure investono la gran parte di questo avanzo nel loro settore produttivo industriale.

Questo grande volume di capitale viene destinato proprio a prestare denaro ad altri paesi che hanno un deficit, a finanziare i deficit di altre economie come quella spagnola attraverso il settore finanziario.

Il via libera al credito che permise la bolla immobiliare doveva provenire da qualche altro luogo che non fosse lo Stato spagnolo dato che la sua economia era deficitaria, dipendeva dall’estero. Le banche e le casse dello Stato spagnolo hanno potuto prestare ai costruttori, ai promotori, alle società e alle famiglie grazie al fatto che chiedevano denaro alla banca (centrale) europea. Il debito spagnolo cresceva, sia per il deficit dell’acquisto di merci sia per il debito finanziario. L’affare era perfetto e si sviluppò un forte settore bancario che otteneva rendite dall’intermediazione tra il finanziamento estero e l’economia produttiva interna. Diciamo che era perfetto finché la crisi non colpì.
Lo scoppio della crisi
La crisi si scatenò nel settore finanziario e si può datare il suo inizio all’agosto 2007, quando il primo fondo di capitali di rischio fallì dopo lo scoppio della crisi delle ipoteche-spazzatura negli USA. La crisi finanziaria fu la prima ondata di uno tsunami del quale dobbiamo cercare l’epicentro del terremoto all’interno, negli stessi meccanismi di sfruttamento e accumulazione del capitale che erano arrivati al loro limite. Da un lato, il modello produttivo del capitalismo nella fase attuale chiamata neoliberista non poteva più estrarre il plusvalore atteso per restituire i crediti aziendali. Dall’altro il via libera del credito al consumo, che in un contesto di salari decrescenti degli ultimi anni aveva potuto mantenere il potere d’acquisto e, direttamente, la vendita di merci (automobili, case, ecc.) non poteva continuare.

Qualcuno dirà che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, e noi rispondiamo che il capitalismo ci va sfruttando al di sopra delle nostre possibilità da molti anni. Se non fosse apparso il credito di massa - in fin dei conti denaro che cercava dove investire, a chi prestare in cambio di un prezzo, di un interesse per saziare la sua sete di profitti - la crisi sarebbe scoppiata prima e in forma diversa.

Il sistema del credito spostava fittiziamente la soluzione del problema, che nel capitalismo avviene sempre attraverso l’unico meccanismo che realizza la sua logica: la crisi.

La crisi è qualcosa di inerente al sistema, intrinseca al capitalismo e persino necessaria per la sua riproduzione nel tempo; ha bisogno di questa purga ai capitali inefficienti e della concentrazione di quelli che sopravvivono. Dalle crisi una parte del capitale esce rafforzata mentre una parte della popolazione riceve il colpo di trovarsi sulla strada senza alcuna forma di entrate al di là dei sussidi pubblici.

La seconda ondata del grande tsunami provocò una fermata generalizzata dell’attività produttiva nella maggioranza dei settori dell’economia. Nello Stato spagnolo è necessario aggiungervi l’esplosione della bolla immobiliare, così annunciata e prevista che spaventa l’inattività dei governanti. La distruzione di migliaia di posti di lavoro a causa della chiusura delle aziende, con l’aumento della disoccupazione fino a livelli mai visti prima, è il grande dramma sociale della crisi.
Intervento dello Stato nella crisi, il salvataggio dei potenti
Durante le prime fasi della crisi, il governo spagnolo – dopo averne riconosciuto tardi e male l’ampiezza – mise in atto una serie di misure per alleggerire i suoi effetti negativi. Le politiche più importanti, erratiche e a volte contraddittorie, furono incentrate su un forte intervento dello Stato per salvare il settore finanziario, con seri problemi per l’aumento della morosità, specialmente nelle casse di risparmio. Questi aiuti si sono sviluppati attraverso il Fondo di Acquisizione di Attivi Finanziari (FAAF), il Fondo di Ristrutturazione Ordinata Bancaria (FROB) e una serie di avalli e crediti al settore bancario. Il tentativo di contenere la crisi del settore delle costruzioni con il Piano E, dotato di più di 10.000 milioni di euro, le sovvenzioni all’acquisto di auto con il Piano 200E e il Fondo per l’Economi Sostenibile che arrivava a più di 20.000 milioni, completavano il salvataggio dei potenti. Furono aiutate le società finanziarie, molto meno l’attività delle società produttive e quasi niente la creazione di occupazione.



L’apparizione del deficit fiscale, un problema solo di spesa?
A questi interventi altamente dispendiosi per le casse pubbliche bisogna aggiungere l’aumento della spesa per il sussidio di disoccupazione, che ha visto distruggere quasi tre milioni di posti di lavoro dall’inizio della crisi. Questo livello di disoccupazione. Il 21,52% nel terzo trimestre del 2011, presuppone una spesa annuale di più di 30.000 milioni di euro.

Questo aumento importante delle spese ha contribuito a che si passasse da una situazione di avanzo fiscale dell’1,9% del PIL nel 2007 ad un deficit dell’11,1% alla fine del 2009. Davanti a questo e pressati con forza dalla UE, i governanti hanno stabilito un duro regime di diminuzione della spesa pubblica. La necessità di contenere le spese per frenare il deficit crescente provocato – bisogna ricordarlo – dal salvataggio dei potenti richiede un compito importante. Appoggiati dai mezzi di comunicazione convenzionali, hanno lanciato un bombardamento mediatico incentrato sull’idea di ridurre i costi considerati eccessivi. Convergencia i Unio, partito alla testa della Generalitat de Catalunya (la regione autonoma della Catalogna, n.d.t.) è stata la punta di lancia di una politica di tagli che finirà per imporsi in tutto lo Stato. Questo programma è incentrato nel taglio delle spese sociali, nello smantellamento del rachitico stato sociale, aprendo la sanità e l’educazione pubblica al capitale privato.

Il deficit fiscale ha due facce: da un lato le spese, di cui abbiamo già visto la provenienza del suo aumento negli ultimi anni, e dall’altro lato le entrate. Le entrate del settore pubblico si ottengono soprattutto dall’incasso delle imposte. Il sistema fiscale dello Stato spagnolo è chiaramente regressivo e insufficiente, la pressione fiscale è attorno al 32% del PIL, molto al di sotto della media europea. Le riforme degli ultimi anni hanno via via ridotto le tasse sui redditi elevati e sul capitale e aumentato la pressione fiscale sulle rendite da salario e le imposte indirette, come è il caso dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto). Circa il 45% della raccolta dello Stato proviene precisamente da questa tassa, totalmente ingiusta dato che grava il consumo indipendentemente dalle entrate delle persone. L’ultima modifica di questa imposta, già in piena crisi, per ottenere più entrate pubbliche, consistette nell’aumentarla dal 7 all’8% e dal 16 al 18%, mentre la promessa di alzare le tasse ai ricchi è rimasta una semplice dichiarazione propagandistica.

Altra tassa importante è l’IRPF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche - la nostra IRPEF, n.d.t.). Alla fine degli anni ’70, la fiscalità “che doveva permettere la democrazia” imponeva un tipo di gravame ai redditi più elevati di più del 63% (negli USA e in altri paesi d’Europa era abbastanza superiore). Attualmente i ricchi pagano il 43%. La riduzione delle imposte ai risparmiatori (chi può risparmiare adesso?) – che suppone l’introduzione di una imposizione fissa del 19%.21% alle rendite da capitale, le numerose modalità di esenzione fiscale ai fondi pensione, ai mutui, agli investimenti aziendali, insieme alle ultime eliminazioni delle tasse sui patrimoni e sulle successioni sono alcune delle modifiche portate a termine beneficiando la parte più benestante della popolazione.

L’esistenza di forme societarie come le SICAV (Società di Investimento a Capitale Variabile), che utilizzano le grandi fortune e che pagano in tasse solo l’1%, sono un insulto in tempo di crisi. Per quanto riguarda l’Imposta sulle Società (IS), questa prevede in teoria un’imposta del 30% sui profitti delle aziende (del 25% per le PYMES – piccole e medie imprese, n.d.t.). Le grandi aziende spagnole (quelle quotate nell’IBEX-35 - l’indice di riferimento della Borsa spagnola, n.d.t.) pagano in media il 17%. Cioè, quello che finiscono per pagare realmente dopo aver percorso tutte le strade per l’esenzione che la legge permette e, a volte, anche al limite della legalità com’è il caso dei paradisi fiscali, è una percentuale molto inferiore all’IS.

Chi paga più tasse in questo paese sono i lavoratori attraverso i redditi da salario. Questo è grave specialmente per le classi popolari perché negli ultimi anni la partecipazione dei salari alla ricchezza generata dall’insieme dell’economia si è ridotta a beneficio dei redditi da capitale. Nello stesso tempo una fiscalità centrata fortemente sui redditi da salario spiega il fatto che, quando si produce una distruzione dell’occupazione come quella dell’attuale crisi, da un lato aumenta la spesa sociale per la disoccupazione e dall’altro affondano le entrate pubbliche.



L’indebitamento pubblico come meccanismo di spoliazione delle classi popolari
Questo deficit va finanziato in qualche modo. Le emissioni di debito pubblico sono il meccanismo che gli Stati utilizzano per trovare il grande volume di finanziamenti di cui hanno bisogno per le spese che non possono coprire con le entrate tributarie. I buoni del tesoro danno diritti ai finanziatori a percepire un interesse per il denaro prestato, e alla fine del periodo stabilito gli si restituisce il capitale prestato. Il tipo di interesse, il prezzo a cui si presta questo denaro, viene determinato dai cosiddetti mercati, in base alla loro considerazione sul rischio che si assumono e sulla solvibilità degli Stati debitori. Le pressioni speculative per aumentare il tasso di rischio ed esigere interessi più alti sono all’ordine del giorno, specialmente durante i collocamenti importanti di titoli come quella dell’ultima settimana, in cui lo Stato spagnolo ha chiesto 3.500 milioni di euro che gli sono stati forniti ad un interesse del 7%.

I cosiddetti mercati non sono altro che l’insieme delle società del settore finanziario: banche e casse di risparmio, gestori dei grandi fondi di investimento e fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani, fondi di capitali di rischio ecc. Società che hanno al centro dei loro affari il conseguire profitti investendo il denaro di questi grandi capitali e risparmiatori del mondo, cercando redditività nell’affare finanziario di dare denaro in cambio di un interesse, di finanziare progetti imprenditoriali o, nel caso del debito pubblico, di finanziare gli Stati.

Al crescere del debito pubblico finanziato da queste società, è ad esse che viene destinata una parte sempre più grande delle entrate pubbliche che, come abbiamo indicato, ricadono sui redditi da salario e sulle imposte che paga la popolazione. La parte di bilancio che si riferisce al costo dei finanziamenti sta crescendo fortemente mentre la spesa sociale soffre i tagli.

Il debito pubblico è uno strumento in più di spoliazione che il capitale utilizza per redistribuire la ricchezza generata dal lavoro delle classi popolari ai risparmiatori e ai capitali internazionali.

Questo è diventato l’affare perfetto grazie all’influenza politica delle finanziarie che sono riuscite ad imporre, attraverso organismi come il FMI, la BCE e la UE le politiche di aggiustamento non per uscire dalla crisi, né per garantire il pagamento del debito pubblico, ma per aumentare i loro profitti a qualsiasi prezzo.

Non importa se questo avviene a costo della sofferenza della popolazione, del peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro, della distruzione dello stato sociale e della cosiddetta classe media, del trasformare l’elevata disoccupazione in qualcosa di cronico che poi definiranno come strutturale e dell’aumento delle famiglie sulla soglia della povertà. Il problema è che queste misure, per la loro natura, non permetteranno nemmeno di restituire il debito, né di risolvere alcuno dei gravi problemi delle economie indebitate, tra queste quella dello Stato spagnolo.
Di fatto questo si sta già dimostrando vista la gestione del taglio del 50% del debito pubblico greco contratto con la banca tedesca e francese e con l’aumento del fondo di salvataggio delle istituzioni europee.

Dietro questi movimenti sta la necessità del capitale di gestire questa crisi senza che si possa prospettare un’uscita alternativa. E la crisi dura già da molto. L’ultima sequela di questo film dell’orrore si intitola “crisi del debito”, o di come le società finanziarie si sono date da fare per spostare la loro bolla finanziaria ai bilanci del settore pubblico.

Il livello di indebitamento dell’insieme dell’economia è un peso troppo grande, specialmente quando i governanti sono disposti ad utilizzare le risorse pubbliche per coprire qualsiasi problema che il settore finanziario abbia. In un contesto in cui l’economia produttiva non si trova – né la si aspetta – e invece di cercare di resuscitarla, ciò che si conseguirà è affondarla attraverso i piani di aggiustamento, sembra difficile credere che la generazione della ricchezza, necessaria non solo per uscire dalla crisi ma per restituire il debito, sia una possibilità. 


Di fronte a questa situazione esigere di non pagare il debito è una delle direttrici su cui impostare la lotta. Esigere che le classi popolari non paghino le conseguenze di una crisi di cui non sono responsabili passa per l’esigere che non si facciano carico di un debito illegittimo che è servito a salvare le finanziarie e a beneficiare il capitale.

di Ivan Gordillo

mercoledì 7 dicembre 2011

L'ISLANDA RISOLVE LA CRISI MA I MEDIA NON NE PARLANO


GIOVANI, POLITICA, IMPEGNO...




Noi vogliamo il cambiamento. Voi che pensate di potere andare avanti come avete sempre fatto, e che cercate il nostro voto con parole vuote e vane promesse: SIETE MORTI. Voi che vi sentite morti dentro perché non vedete un futuro, siete nauseati dal vuoto e pensate.. "ma tanto il mondo è troppo rovinato, cosa posso fare io?".. voi non sapete quanto siete ancora VIVI. Unitevi a noi: UNIAMOCI.




lunedì 5 dicembre 2011

IN PERICOLO IL FUTURO DEI PARCHI


Il prossimo 6 dicembre la legge quadro sulle aree protette, n. 394 del 1991, compie vent’anni. Le aree protette custodiscono gran parte del patrimonio naturale del Paese e importanti testimonianze di cultura millenaria. La strategia nazionale per la biodiversità e gli obiettivi ambientali comunitarie, tra cui Rete Natura 2000, affidano alle aree protette un ruolo strategico per la tutela di beni preziosi come l’acqua, i boschi, la biodiversità e il paesaggio. Rappresentano insomma gli ultimi argini alla svendita e privatizzazione di beni comuni e al consumo irresponsabile di territorio, promuovendo modelli di sviluppo realmente sostenibile per garantire un futuro alle prossime generazioni.
Eppure le aree protette stanno attraversando una crisi senza precedenti: risorse economiche incerte, personale ridottissimo, presidenti senza indennità, burocrazia che ingessa il loro operato, interessi economici che minacciano l’integrità degli ultimi paradisi naturali.
Tutte questioni che non dipendono dall’applicazione della legge quadro, bensì da volontà politiche e da una visione in cui le aree protette sono troppo spesso, e forse volutamente, dimenticate.
Tuttavia si  è scelto proprio questo delicato momento di crisi economica ed istituzionale per metter mano alla modifica della legge quadro. La proposta di modifica originaria, il noto ddl 1820 presentato dal senatore del PDL D’Alì il 13 ottobre 2009, interessava solo le aree marine protette, ma a questa si sono aggiunti una serie di emendamenti e sub emendamenti che riguardano numerosi articoli della legge quadro, fino ad incidere significativamente sull’assetto stesso della legge. Alcune di queste proposte di modifica  ci sono apparse fin da subito particolarmente critiche, come quelle che attengono alla gestione faunistica e al sistema di finanziamento (art. 16 della L 394).
Ma  chi vuole queste modifiche?
Agli emendamenti e ai sub emendamenti sulla gestione faunistica si  sono fortemente dichiarate contrari, tra gli altri,  la Lipu e il WWF, mentre  il parere di  Federparchi  è ampiamente favorevole, anche se all’interno le posizioni paiono contrastanti, come si evince, ad esempio, dalle dichiarazioni di Nicola Cimini, Direttore del Parco nazionale della Majella e presidente del Comitato tecnico scientifico dei Federparchi.
In effetti, le modifiche sono disarmoniche e si sollevano grossi dubbi sulla legittimità di alcuni passaggi che introducono “le attività umane” come oggetto di tutela (per cui è possibile intervenire con il controllo faunistico) e un rinvio tout court all’art. 19 della legge 157/1992 sulla caccia, consentendo l’abbattimento anche di specie particolarmente protette.
La modifica dell’art.16 - Entrate dell’ente parco (emendamento Orsi2.0.300 e subementamenti Ferrante, Della Seta, Di Giovan Paolo, Mazzucconi-Di Nardo), appare addirittura più pericolosa, prevedendo finanziamenti ai parchi da parte dei gestori di opere impattanti (tra cui cave e grandi impianti e infrastrutture energetiche) nelle aree contigue e nuovi grandi impianti che, seppure di energia rinnovabile, abbiano “un impatto ambientale” (come testualmente prevede l’emendamento) anche all’interno delle aree protette; opere ad oggi ovviamente non consentite e che, invece, verrebbero addirittura incentivate. Gli Enti parco vedrebbero dipendere una parte dei propri già scarsi finanziamenti dai soggetti, per lo più privati, ai quali devono rilasciare il nulla-osta (preventivo e vincolante!). Una modifica, insomma, che spalancherebbe la strada alla speculazione anche nei parchi, trasformandoli in nuove terre di conquista, in nome peraltro della green economy (!).
Su queste modifiche il parere di Federparchi è critico, ritenendo che  per una serie di attività vada bene la royalty solo se si limita a quello che ė già esistente oggi. Inoltre, una lettera aperta dell’inizio di settembre alla Commissione Ambiente a firma di 9 associazioni  denuncia i forti rischi derivanti dall’eventuale approvazione di tali emendamenti.
Insomma, queste modifiche non piacciono ai  parchi (rappresentati da Federparchi), non sono volute da Associazioni ambientaliste (come Wwf e Italia Nostra) né dalle componenti tecnico amministrative della gestione dei parchi (Aidap e 394).
Nonostante ciò, anche i Senatori ecologisti del PD, Ferrante e Della Seta, paiono rimanere  indifferenti a tali importanti  segnali che vengono dal mondo dei parchi e dalle associazioni ambientaliste, sostenendo tale dirompente - e con aspetti di incostituzionalità - proposta di modifica.
Una posizione, la loro, che ci appare inspiegabile e in contro tendenza rispetto alla crescente presa di coscienza da parte dei cittadini, espressa anche in occasione del referendum sull’acqua, sulla necessità di rafforzare la difficile battaglia per la difesa dei beni comuni; battaglia che sarà destinata a fallire se non verrà, innanzitutto, riconosciuto e rilanciato il ruolo strategico delle aree protette.