mercoledì 22 febbraio 2012

E' LOTTA DI CLASSE, E LA STANNO VINCENDO!




Angela Merkel, autonominatasi Führerd'Europa, si è congratulata con Mariano Rajoy, capo del governo spagnolo, per la riforma lavorativa realizzata dal suo governo. E la considera un esempio.
Cosa ha di particolare questa riforma? È il sogno della grande impresa, che sa che questa (la crisi, il non riuscire a uscirne, il debito, le "riforme strutturali"...) è una lotta di classe. Pura lotta di classe che continuano a vincere con misure come la riforma del mercato del lavoro. O il saccheggio della Grecia, per fare un altro esempio.

Questa riforma lavorativa abbassa fino alla miseria l'indennità per licenziamento, ampia le possibilità di quest’ultimo, sopprime qualunque difesa del lavoratore di fronte alla volontà imprenditoriale, elimina l'intervento della pubblica amministrazione nei licenziamenti massicci dei dipendenti, favorisce i cosiddetti contratti di formazione (pagare meno e ridurre diritti lavorativi), permette che le imprese private agiscano come agenzie di collocamento, concede priorità agli accordi di impresa su quelli territoriali o settoriali, consente alle imprese di abbassare i salari e di cambiare le condizioni di lavoro ai lavoratori se all’imprenditore conviene e piace, trasforma in carta straccia gli accordi territoriali o settoriali...
Tutto per generare la "fiducia" dei mercati, degli imprenditori… Pertanto, fino a che non riapparirà questa sfuggente fiducia, ci sarà un Bengodi, di crescita e prosperità. Ma per il momento, non si sente niente. Solo altra disoccupazione e povertà.
E parlando di "fiducia", appena approvata la riforma lavorativa, lo spread delle obbligazioni spagnole è aumentato e nell'asta per questi titoli dovrà pagare interessi più alti. Molto bene!
I sostenitori di questa riforma del lavoro riconoscono che non avrà per adesso effetti positivi, ma dicono che solo così si potranno costruire le basi per crescere e per creare impiego nel futuro. La cosa certa, come scrive Joaquín Estefanía, è che in questa riforma lavorativa non c’è niente che garantisca la creazione di posti di lavoro, ma davvero tanto per rendere economico il licenziamento e privare i diritti ai lavoratori.
Allo stesso tempo, la Commissione Nazionale della Borsa Valori ha tolto il divieto, deciso alcuni mesi fa, che ostacolava determinati investimenti molto speculativi. E così, via libera alla speculazione. Quanti imprenditori si dedicheranno all'economia produttiva, se guadagnano di più a speculare? Basta licenziare un po’ di lavoratori e abbassare lo stipendio ai rimanenti per disporre di denaro fresco con cui investire.
Affinché non ci siano dubbi su ciò che implicano l'austerità e le riforme "strutturali", Belgio, Italia e Olanda confermano di essere entrate in recessione nell'ultimo trimestre del 2011, sommandosi a Grecia e Portogallo che già erano in questa situazione, mentre Regno Unito, Spagna e Germania vedono contrarsi l’attività economica. Quando ci sarà questa crescita promessa?
La Grecia è stato il primo paese europeo che ha sofferto gli attacchi combinati di austerità, aggiustamenti e riforme "strutturali", perpetrati dalla classe ricca minoritaria e dai suoi complici. Ecco quello che è stato conseguito: dopo quasi due anni di "austerità", i risultati evidenti sono una duplicazione della disoccupazione, gli stipendi ridotti tra il 20 e il 30 per cento, il 13 per cento delle famiglie senza alcun introito e il PIL che cade del 3,5 per cento nel 2010 e del 5,5 nel 2011. Quarto anno di recessione. Nel frattempo, i greci ricchi hanno portato 200 miliardi di euro in Svizzera. Si è contenuto il deficit pubblico, pretesto per l'austerità? No. Soli quattro anni di fortissima sofferenza.
Mike Whitney ha scritto che il Memorandum d’Intesa (lista delle richieste del FMI alla Grecia del FMI, Commissione Europea e Banca Centrale Europea) è una lista di desideri e benefici per le grandi corporazioni, le grandi imprese e le banche, mescolate con politiche di castigo per stringere la cintura alle classi lavoratrici. Non ne dubitate, queste riforme strutturali sono un regolamento di conti della minoranza ricca (Marx la chiamava classe dominante) con la cittadinanza, specialmente con le classi lavoratrici. Questa è la storia dell'austerità preventiva, della lotta contro il deficit, delle riforme strutturali, che presuppongono sempre un'esplosione incontrollata dei diritti sociali.
Tanto prima la cittadinanza ne sarà cosciente, quanto, prima reagirà.
DI XAVIER CAÑO TAMAYO
Alainet.org

IL POLIZIOTTO BUONO E QUELLO CATTIVO





La chiamano “riforma del lavoro” e si tratta di un argomento che sicuramente terrà banco per almeno tutto il prossimo mese. Lacrima Fornero assicura che si prodigherà esclusivamente per il bene dei lavoratori, Mario Monti, più che mai impegnato nelcambiare il modo di vivere degli italiani , promette che la “riforma” sarà pronta per il varo entro la fine di marzo, mentre i sindacatisempre più in crisi di credibilità, giocano a fare il poliziotto buono e quello cattivo, sperando di sfangarla senza troppi problemi anche questa volta.
Partendo dalla premessa che il lavoro semmai andrebbe creato (ma di prestigiatori in gamba in giro ahimé se ne vedono pochini) e non certo riformato, dal momento che avrebbe poco senso riformare qualcosa che sta andando incontro all’estinzione, occorre prendere coscienza del fatto che tutto quanto ci verrà riproposto nelle prossime settimane altro non sarà che un misero teatrino, con tanti mestieranti impegnati a recitare ciascuno la propria parte, affinché alla fine dei giochi questa commedia dell’assurdo possa andare in porto.
Quella che Monti ed il suo coccodrillo intendono portare a termine nel più breve tempo possibile non è una riforma del lavoro……


ma semplicemente la traduzione in pratica degli ordini a suo tempo impartiti dalla BCE e dal FMI, che impongono, come già avvenuto in Grecia, la “cinesizzazione” del lavoratore, da praticare attraverso tutta una serie di provvedimenti che lo rendano sempre più vulnerabile, precario e disperato, con la conseguenza di ottenere uno “schiavo” in lacrime rassegnato a lavorare molto e mangiare poco.

Si parla e si parlerà di art.18, di cassa integrazione, di mobilità o sussidi, ma il fulcro della questione non verte assolutamente intorno a questi termini. Gli argomenti che coloreranno i paginoni dei giornali, sono solamente la cortina fumogena utilizzata per fuorviare l’attenzione dell’opinione pubblica, indirizzandola verso falsi obiettivi.
I sindacati (vera e propria quinta colonna dei banchieri) daranno vita alla farsa del poliziotto buono e di quello cattivo. Con Cisl e UIL pronte ad inchinarsi di fronte a Confindustria e la CGIL disposta ad immolarsi per difendere con furia belluina la sopravvivenza dell’art. 18. La Fiom andrà perfino oltre, proponendo una giornata (di quelle poi tutti a casa felici e contenti) di sciopero per dimostrare la propria contrarietà.

Per un mese si discuterà, si “combatterà”, fiumi di parole prenderanno corpo sui giornali e in TV. Battaglie all’ultimo sangue (di rapa) faranno da contraltare ai simposi degli economisti e dei giuslavoristi. Sindacalisti “buoni” si accapiglieranno con quelli “cattivi”, dividendo in due le platee dei talk show.

Prima che come anticipatamente concordato fra tutti i contendenti, vengano tradotti in pratica gli ordini della BCE e dell’FMI, pronti per essere immediatamente votati dai camerieri in parlamento e dare il via alle raffiche di licenziamenti.
Il lavoro, o ciò che ne resta, probabilmente non ne uscirà riformato, ma il lavoratore, quello si, sperimenterà cose che mai aveva neppure immaginato. E i poliziotti di cui sopra? Resteranno eroi senza macchia e senza paura, loro ci hanno provato, hanno indetto perfino 8 ore di sciopero, prima che il senso di responsabilità li inducesse a scegliere il male minore che è un alibi buono per tutte le occasioni e per tutti i poliziotti.
Marco Cedolin


http://ilcorrosivo.blogspot.com

LETTERA APERTA DI MIKIS THEODORAKIS

mikis 20120219

Esiste un complotto internazionale che ha l'obiettivo di cancellare il mio paese. E’ iniziato nel 1975 opponendosi alla civiltà neo-greca, è continuato con la distorsione sistematica della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale e adesso sta cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.
Se il popolo greco non prende la situazione in mano per ostacolarlo, il pericolo della sparizione della Grecia è reale. Io lo colloco entro i prossimi 10 anni.
Di noi, resterà solo la memoria della nostra civiltà e delle nostre battaglie per la libertà.
Fino al 2009 il problema economico non era grave. Le grandi ferite della nostra economia erano laspesa esagerata per la difesa del paese e la corruzione di una parte dei politici e dei giornalisti. Per queste due ferite, però, erano corresponsabili anche dei paesi stranieri. Come la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro da noi con la vendita annuale di materiale bellico. Questa emorragia continua ci metteva in ginocchio e non ci permetteva di crescere mentre offriva grandi ricchezze ai paesi stranieri. Lo stesso succedeva con il problema della corruzione. La società tedesca Siemens manteneva un dipartimento che si occupava della corruzione dei nostri politici, per poter piazzare meglio i suoi prodotti nel mercato greco. Di conseguenza, il popolo greco è stato vittima di questo duetto di ladri, Greci e Tedeschi, che si arricchivano sulle sue spalle.
È evidente che queste due ferite potevano essere evitate se i due partiti al potere (filo americani) non avessero raccolto tra le loro fila elementi corrotti, i quali, per coprire l’emorragia di ricchezze (prodotte dal lavoro del popolo greco) verso le casse di paesi stranieri, hanno sottoscritto prestiti esagerati, con il risultato che il debito pubblico è aumentato fino a 300 miliardi di euro, cioè il 130% del Pil.
Con questo sistema, le forze straniere di cui ho detto sopra, guadagnavano il doppio. Dalla vendita di armi e dei loro prodotti, prima; dai tassi d’interesse dei capitali prestati ai vari governi (e non al popolo), dopo. Perché come abbiamo visto, il popolo è la vittima principale in ambedue i casi. Un esempio solo vi convincerà. I tassi d’interesse di un prestito di 1 miliardo di dollari che contrasse Andreas Papandreou nel 1986 dalla Francia, sono diventati 54 miliardi di euro e sono stati finalmente saldati nel…2010!
Il Sig. Juncker ha dichiarato un anno fa, che aveva notato questa grande emorragia di denaro dalla Grecia a causa di spese enormi (ed obbligatorie) per l’acquisto di vari armamenti dalla Germania e dalla Francia. Aveva capito che i nostri venditori ci portavano direttamente ad una catastrofe sicura ma ha confessato pubblicamente che non ha reagito minimamente, per non colpire gli interessi dei suoi paesi amici!
Nel 2008 c’è stata la grande crisi economica in Europa. Era normale che ne risentisse anche l’economia greca. Il livello di vita, abbastanza alto (eravamo tra i 30 paesi più ricchi del mondo), rimase invariato. C’è stata, però, la crescita del debito pubblico. Ma il debito pubblico non porta obbligatoriamente alla crisi economica. I debiti dei grandi paesi come gli USA e la Germania, si contano in tris miliardi di euro. Il problema era la crescita economica e la produzione. Per questo motivo furono contratti prestiti dalle grandi banche con tasso fino al 5%. In questa esatta posizione ci trovavamo nel 2009, fino a quando in novembre è diventato primo ministro Georges Papandreou. Per farvi capire cosa ne pensa oggi il popolo greco della sua politica catastrofica, bastano questi due numeri: alle elezioni del 2009 il partito socialista ha preso il 44% dei voti. Oggi le proiezioni lo portano al 6%.
Papandreou avrebbe potuto affrontare la crisi economica (che rispecchiava quella europea) con prestiti dalle banche straniere con il tasso abituale, cioè sotto il 5%. Se avesse fatto questo, non ci sarebbe stato alcun problema per il nostro paese. Anzi, sarebbe successo l’incontrario perché eravamo in una fase di crescita economica.
Papandreou, però, aveva iniziato il suo complotto contro il proprio popolo dall’estate del 2009, quando si è incontrato segretamente con il Sig. Strauss Kahn per portare la Grecia sotto l’ombrello del FMI (Fondo Monetario Internazionale). La notizia di questo incontro è stata resa pubblica direttamente dal Presidente del FMI.
Per passare sotto il controllo del FMI, bisognava stravolgere la situazione economica reale del nostro paese e permettere l’innalzamento dei tassi d’interesse sui prestiti. Questa operazione meschina è iniziata con l’aumento “falso” del debito interno, dal 9,2% al 15%. Per questa operazione criminale, il Pm Peponis, ha chiesto 20 giorni fa, il rinvio a giudizio per Papandreou e Papakostantinou (Ministro dell’economia). Ha seguito la campagna sistematica in Europa di Papandreou e del Ministro dell’economia che è durata 5 mesi, per convincere gli europei che la Grecia è un Titanic pronto per andare a fondo, che i greci sono corrotti, pigri e di conseguenza incapaci di affrontare i problemi del paese. Dopo ogni loro dichiarazione, i tassi d’interesse salivano, al punto di non poter ottenere alcun prestito e di conseguenza il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea hanno preso la forma dei nostri salvatori, mentre nella realtà era l’inizio della nostra morte.
Nel Maggio del 2010 è stato firmato da un solo Ministro il famoso primo accordo di salvataggio. Il diritto greco, in questi casi, esige, per un accordo così importante, il voto favorevole di almeno tre quinti del parlamento. Quel primo accordo è dunque illegale. La troika che oggi governa in Grecia, agisce in modo completamente illegale. Non solo per il diritto greco ma anche per quello europeo.
Dal quel momento fino ad oggi, se i gradini che portano alla nostra morte sono venti, siamo già scesi più della metà. Immaginate che con questo secondo accordo, per la nostra “salvezza”, offriamo a questi signori la nostra integrità nazionale e i nostri beni pubblici. Cioè Porti, Aeroporti, Autostrade, Elettricità, Acqua, ricchezze minerali ecc. ecc. ecc. i nostri, inoltre, monumenti nazionali come l’Acropolis, Delfi, Olympia, Epidauro ecc. ecc. ecc.; perché con questi accordi abbiamo rinunciato ad eventuali ricorsi.
La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti della spazzatura e dormono per strada. Intanto si dice che siamo vivi grazie alla generosità dei nostri “salvatori”, dell’Europa, delle banche e del Fondo Monetario Internazionale. In realtà, ogni pacchetto di decine di miliardi di aiuti destinato alla Grecia torna per intero indietro sotto forma di nuovi incredibili tassi d’interesse.
E siccome c’è bisogno di continuare a far funzionale lo stato, gli ospedali, le scuole ecc., la troika carica di extra tasse (assolutamente nuove) gli strati più deboli della società e li porta direttamente alla fame. Un'analoga situazione di fame generalizzata l’avemmo all’inizio dell’occupazione nazista nel 1941, con 300.000 morti in 6 mesi. Adesso rivediamo la stessa situazione. Se si pensa che l’occupazione nazista ci è costata 1 milione di morti e la distruzione totale del nostro paese, com’è possibile per noi greci accettare le minacce della sig.ra Merkel e l’intenzione dei tedeschi di installare un nuovo gaulaighter… e questa volta con la cravatta…
E per dimostrare quant’è ricca la Grecia e quanto lavoratori sono i greci, che sono coscienti del Obbligo di Libertà e dell’amore verso la propria patria, c'è l'esempio di come si reagì all'occupazione nazista dal 1941 all’Ottobre del 1944. Quando le SS e la fame uccidevano 1 milione di persone e la Vermacht distruggeva sistematicamente il paese, derubando la produzione agricola e l’oro dalle banche greche, i greci hanno fondato il movimento di solidarietà nazionale che ha sfamato la popolazione ed hanno creato un esercito di 100.000 partigiani che ha costretto i tedeschi ad essere presenti in modo continuo con 200.000 soldati. Contemporaneamente, i greci, grazie al proprio lavoro, sono riusciti non solo a sopravvivere ma a sviluppare, sotto condizioni di occupazione, l’arte neo greca, soprattutto la letteratura e la musica.
La Grecia scelse la via del sacrificio per la libertà e la sopravvivenza. Anche allora ci colpirono senza ragione e noi rispondemmo  con la Solidarietà e la Resistenza, e siamo riusciti a vincere. La stessa cosa che dobbiamo fare anche adesso con la certezza che il vincitore finale sarà il popolo greco.Questo messaggio mando alla Sig.ra Merkel ed al Sig. Schäuble, dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione.
Minacciano di mandarci via dall’EuropaMa se l’Europa non ci vuole 1 volta, noi, questa Europa di Merkel e Sarkozy, non la vogliamo 10 volte.
Oggi è domenica 12 Febbraio. Mi sto preparando per prendere parte con Manolis Glezos, l’eroe che ha tirato giù la svastica dall’Acropolis, dando così il segnale per l’inizio non solo della resistenza greca ma di quella europea contro Hitler. Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troika. Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere, rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio del primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO! Perché? Perché questo ordina l’FMI e l’Eurogroup, ricattandoci che se non obbediremo ci sarà il fallimento…
Stiamo assistendo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.
Siamo sopravvissuti nei secoli, in condizioni molto difficili ed è certo che se ci porteranno con la forza, con la violenza, al penultimo gradino prima della nostra morte, i Greci, non solo sopravvivranno ma rinasceranno. In questo momento presto tutte le mie forze all’unione dinamica del popolo greco. Sto cercando di convincerlo che la Troika e l’FMI non sono una strada senso unico. Che esistono anche altre soluzioni. Guardare anche verso la Russia per una collaborazione economica, per lo sfruttamento delle nostre ricchezze minerarie, con condizioni diverse, a favore dei nostri interessi.
Per quanto riguarda l’Europa, propongo di interrompere l’acquisto di armamenti dalla Germania e dalla Francia. E dobbiamo fare tutto il possibile per prendere i nostri soldi, che la Germania ancora non ha saldato dal periodo della guerra. Tale somma ad oggi è quasi 500 miliardi di euro!!!
L’unica forza che può realizzare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco, unito in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà, per mandare via la troika (FMI e Banche) dal paese. Nel frattempo devono essere considerati nulli tutti gli accordi illegali (prestiti, tassi d’interesse, tasse, svendita del paese ecc.). naturalmente, i loro collaboratori greci, che sono già condannati nella coscienza popolare come traditori, devono essere puniti.
Per l’Unione di tutto il Popolo stò dedicando tutte le mie energie e credo che alla fine ce la faremo. Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine sono sopravvissuto e sono ancora qui.
Oggi ho 87 anni ed è molto probabile che non riuscirò a vedere la salvezza della mia amata patria. Ma morirò con la mia coscienza tranquilla, perché continuo a fare le mie battaglie per gli ideali della Libertà e del Diritto fino alla fine. 
Mikis Theodorakis*
*Famoso compositore greco, durante la dittatura dei colonnelli (1967-1974) viene imprigionato e torturato, mentre la sua musica viene proibita.Autore di numerose canzoni di successo anche in Italia e di colonne sonore di numerosi film, tra cui "Zorba il greco".




lunedì 20 febbraio 2012

A VOLTE DAVIDE SCONFIGGE GOLIA

Il vecchio pastore che fermò la lobby del cemento


 




Costruito sullo stradello di un agricoltore, alle spalle della meravigliosa spiaggia di Tuerredda e di una lussureggiante macchia mediterranea, il lussuosissimo hotel della Sitas, nel comune di Teulada, dovrà essere demolito: l'ha stabilito con un'ordinanza ultimativa il tribunale civile cui aveva fatto ricorso Ovidio Marras, proprietario di un antico furradroxiu a circa quattrocento metri dal mare. Sembra la classica e mai abbastanza citata storia di Davide e Golia: un anziano abitante di Malfatano che si oppone all'avanzata dell'edilizia turistica d'élite, che si rifiuta di vendere la terra di famiglia ai facoltosi imprenditori settentrionali e che infine riesce ad affermare davanti alla giustizia il diritto di mantenere intatti i luoghi dell'infanzia. 
Sembra una storia fantastica ma è accaduto davvero: il 4 maggio scorso il giudice Susanna Zanda aveva dato ragione all'anziano abitante di Malfatano: ordine di demolire subito il rustico dell'hotel, i due cancelli e altri manufatti. Ora, dopo il reclamo dei legali Sitas, è arrivata la conferma del tribunale in composizione collegiale: senza l'assenso di chi detiene la comproprietà (tecnicamente il compossesso) dello stradello - quindi la firma del vecchio Ovidio - il gruppo di imprese non avrebbe dovuto metter su un solo mattone in quel tracciato rurale che conduce da sempre al furriadroxiu, dove Marras custodisce sei pecore in un minuscolo recinto e coltiva un orto grande quanto un cortile.



La Sitas è una società che fa capo a costruttori d'alto bordo come Gaetano Caltagirone, Claudio Toti e i Benetton. Una società impegnata a realizzare un enorme e invasivo complesso turistico fra Tuerredda e Malfatano, contestatissimo dagli ambientalisti e fortemente voluto dall'amministrazione comunale di Teulada, che crede nella promessa di un numero imprecisato di posti di lavoro. La Sitas è una società ricca e potente, che ora sembra costretta a ridimensionare il progetto edificatorio per via di una norma destinata in genere a regolare i rapporti condominiali.

Quando i bulldozer della Sitas sono comparsi davanti alla sua antica dimora il cuore del vecchio Ovidio ha retto a stento al dolore. Il furriadroxiu di famiglia, dove avevano lavorato il padre e il nonno, sarebbe finito inscatolato tra hotel, centri benessere e altri immobili destinati a turisti vocianti con le Prada ai piedi. Una sorta di avamposto della tradizione agricola assediato dalla modernità a cinque stelle. Non c'era scampo ma restava un diritto da difendere comunque: la comproprietà di uno stradello, quello che la famiglia Marras percorre da generazioni per raggiungere la casa-ovile e più avanti la spiaggia. Il tracciato antico intralciava il cammino del progetto, così i tecnici della Sitas avevano deciso di modificarlo. Detto e fatto: un nuovo sentiero sterrato ma non più rettilineo, persino una curva a novanta gradi - è scritto nell'ordinanza - per arrivare dove prima si arrivava camminando diritti. Ma Ovidio non è tipo da piegarsi alle decisioni altrui: ha chiamato l'avvocato Alberto Luminoso ed è partito un ricorso al giudice civile. 

Tecnicamente una possessoria, una rivendicazione in giudizio della parte di possesso sullo stradello. Sitas si è opposta con l'avvocato Dionigi Scano: ha sostenuto che non c'è danno, che Marras ha mantenuto l'accesso alla proprietà grazie a una nuova strada. E che c'è un'evidente sproporzione tra l'esigenza di realizzare una struttura che in teoria darà lavoro a molti teuladini e quella di preservare una stradina di campagna. Ma i giudici sono stati inflessibili: accertato che il vecchio Ovidio ha il «compossesso» della strada hanno osservato come Sitas abbia ignorato il suo parere negativo sulla costruzione di un percorso alternativo. 

Il diritto alla proprietà di Ovidio Marras è stato leso perchè lui voleva quella strada e non altre, più tortuose e comunque diverse. La conseguenza inevitabile («sproporzionata» per la difesa di Sitas) è stata un'ordinanza dai toni categorici: l'impresa privata dovrà «reintegrare immediatamente il signor Ovidio Marras nel compossesso dello stradello che conduce alla sua casa e poi al mare, in comune di Teulada località Tuerredda, rimuovendo i cancelli e le fabbriche costruite sul tracciato originario e astenendosi in futuro dal turbare il ricorrente (Marras ndr) nel pacifico e pieno godimento del suo compossesso». Quindi, prescrive l'ordinanza, si dovrà demolire l'albergo e tutto quanto si trova sul tracciato originario.

Sul progetto Sitas - per adesso 61459 metri cubi su 40 ettari, in programma ville di lusso su 700 ettari - pende anche un ricorso presentato al Tar da Italia Nostra sul quale i giudici si esprimeranno in autunno e un'inchiesta della Procura che finora non ha accertato alcuna irregolarità. Nel frattempo i lavori vanno avanti e minacciano la vicina area di Malfatano.


 

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VERSO UN' ECONOMIA DELLA TERRA






DI GUY R. MCPHERSON
Guymcpherson.com
Dobbiamo sviluppare un nuovo sistema economico perché quello attuale non funziona. Il sistema industriale sta distruggendo ogni aspetto della vita sulla terra. E, fino a prova contraria, senza vita sulla Terra non è possibile sopravvivere.
Cercherò di descrivere brevemente gli orrori di questo intricato e devastante castello di carte globale. Proverò a indicare un'alternativa migliore, e non sarà cosa difficile. Molto più difficile sarebbe trovare un'alternativa peggiore. E i modelli cui rifarsi non mancano certo. Mi concentrerò su due di questi, l'anarchia agraria e l'Età della Pietra post-industriale.
Cosa non funziona? 

Un resoconto particolareggiato dei malfunzionamenti dell'enonomia industriale richiederebbe un'intera biblioteca. Riassumendo, i problemi principali sono (1) il fatto che la disparità tra ricchi e poveri persiste anche al culmine dello sviluppo industriale occidentale; (2) l'eccesso di popolazione, in un pianeta che ormai è sovraccarico; (3) i cambiamenti climatici senza controllo prodotti dal surriscaldamento globale; (4) la distruzione all'ingrosso della vita sulla Terra, con l'estinzione di centinaia di specie al giorno, la perdita di acqua potabile e di suolo fertile.
In breve, come ho scritto sulla più importante rivista specializzata del settore, “il mondo moderno ci costringe a vivere in modo immorale. Non c'è dubbio che una società che schiavizza, tortura e uccide le persone, fa abuso della terra e delll'acqua necessarie alla sopravvivenza della nostra e di altre specie è una società immorale, e tuttavia ciò è perpetrato con scioccante efficienza dal sistema economico globale, incarnato nell'impero statunitense. La maggior parte della gente sa che le multinazionali dell'energia avvelenano la nostra acqua, quelle dell'agricoltura controllano le nostre forniture alimentari, quelle del settore farmaceutico controllano il comportamento dei nostri figli, Wall Street il flusso dei nostri soldi, i grandi media le informazioni che riceviamo ogni giorno, e i "criminosamente ricchi" diventano sempre più ricchi sfruttando l'immoralità del sistema. È così che funziona l'America. E, nonostante ciò, pensiamo ancora di vivere da brave persone nel paese dei liberi".
Dovrebbe essere chiaro che l'economia industriale ci sta facendo ammalare, mentalmente e fisicamente, e sta distruggendo gli habitat delle specie viventi su questo pianeta. Sono convinto che sia necessario porre fine a questo sistema di vita — cioè, porre fine alla civiltà industriale - e sostituirlo con uno più sano e duraturo.
Alternative
Le alternative abbondano, e in generale si collocano in un ventaglio che spazia dallo status quo all'Età della Pietra postindustriale. In questo ventaglio voglio soffermarmi su tre punti: (1) lostatus quo, che deve essere sovvertito se vogliamo continuare a esistere come specie ancora per più di qualche decennio, (2) l'anarchia agraria e (3) l'Età della Pietra postindustriale.
Il sistema attuale: l'economia industriale
Lo stadio attuale di sviluppo reca con sé una quantità spaventosa di controindicazioni: il sovrappopolamento, il caos climatico e la crisi delle specie animali in via d'estinzione. È il nemico principale che ci troviamo ad affrontare. Dobbiamo sbarazzarcene prima che sia lui a sbarazzarsi di noi. Considerando la velocità con cui il nostro sistema economico procede verso l'autodistruzione e l'assenza quasi totale di dibattito a livello nazionale e internazionale su come fermarlo, ho il sospetto che la nostra società precipiterà nell'Età della Pietra postindustriale nel giro di anni, non di decenni. Ma alle comunità e agli individui rimane sempre la possibilità di scegliere l'opzione dell'anarchia agraria.
L'anarchia agraria
L'anarchia come ideale politico pressupone l'assenza di un governo coercitivo e stabilisce l'associazione volontaria e cooperativa di individui o gruppi di individui come struttura portante dell'organizzazione sociale. Questo "rapporto di vicinato" dell'uomo con l'uomo e dell'uomo con la natura è l'ideale jeffersoniano all'origine degli Stati Uniti, come indicato da Monticello e qua e là da Thomas Jefferson nei suoi scritti. È anche il modello proposto da Henry David Thoreau e, più di recente, da pensatori radicali come Wendell Berry (scrittore e contadino), Noam Chomsky (linguista, filosofo), Howard Zinn (storico recentemente scomparso) e dall'iconoclasta di Tucson Edward Abbey.
Considerate, ad esempio, alcuni passi arcinoti da Jefferson: (1) "Il risultato del nostro esperimento sarà di consentire ai più di governare sé stessi senza un padrone"; (2) "Preferirei essere esposto agli inconvenienti di un eccesso di libertà che a quelli del suo contrario" e (3) "Quando la gente ha paura del proprio governo, è la tirannia; quando il governo ha paura della propria gente, è la libertà". Anche se Jefferson non si considerava un anarchico, dalle sue parole e dai suoi ideali si capisce che auspicava fortemente una supremazia dell'individuo e un governo "minimo" che vegliasse sui cittadini senza pesare su di loro. L'etimologia greco-latina di "anarchia", invece, suggerisce l'assenza totale di governo. Che non mi pare un'idea così cattiva.
Come Jefferson, Henry David Thoreau propugnò l'ideale di una società agricola vicina alla natura. Thoreau era uno strenuo sostenitore dell'anarchia agraria e attribuiva all'individuo un'importanza ancora maggiore che Jefferson: “Il governo migliore è quello che non governa; e quando gli uomini saranno pronti, questo è il governo che avranno." Che io sappia, nessun governo nazionale ci ritiene pronti.
Balziamo alla fine del ventesimo secolo, ed ecco diversi altri filosofi schierarsi a favore dell'anarchia agraria. Forse gli esempi più famosi sono Wendell Berry, Noam Chomsky e Howard Zinn, ma la voce più esplicita è stata quella di Edward Abbey negli anni precedenti alla morte, avvenuta nel 1989: (1) “L'anarchismo non è una favola romantica, ma la presa di coscienza, basata su cinquemila anni di esperienza, che non possiamo affidare le nostre vite a re, preti, politici, generali e questori"; (2) “L'anarchismo è fondato sulla considerazione che siccome pochi uomini sono in grado di governare sé stessi, ancora meno sono in grado di governare gli altri"; e (3) “Il vero patriota deve sempre essere pronto a difendere il proprio paese dal proprio governo".
Nei miei sogni, le nazioni industrializzate sono dirette verso l'anarchia agraria. Molti paesi l'hanno vissuta per anni e possono mostrarci la via. Quando una regione era esclusa dall'accesso immediato ai combustibili fossili, l'anarchia agraria era l'ovvia soluzione. Cos'altro se non un forte senso di autonomia e forti legami all'interno della comunità potevano permettere a queste comunità di coltivare e distribuire cibo a livello locale? Cos'altro poteva permettere loro di assicurarsi forniture d'acqua e proteggerle dalle grinfie delle multinazionali? Di sviluppare una struttura sociale fondata sul rispetto reciproco e sulla fiducia nel prossimo? Al contrario che nel nostro sistema, non avevano bisogno del denaro: i conti erano saldati per mezzo del baratto. Meglio ancora, l'economia agraria si sposa perfettamente con l'economia del dono.
L'età della pietra postindustriale
Per migliaia di anni la specie umana ha vissuto in comunità relativamente piccole a stretto contatto con la terra da cui traevano sostentamento. Questi uomini si conoscevano tra di loro e conoscevano le piante e gli animali con cui condividevano l'ambiente. Avevano impatto zero sul terreno e sulle risorse idriche che utilizzavano. Passavano poche ore al giorno in quello che chimiamo "lavoro", allo scopo di assicurare l'accesso a acqua, cibo e fonti di calore a tutti i membri della comunità. Era un sistema di vita duraturo, caratterizzato dalla longevità e dall'impatto minimo sul pianeta.
Questa è l'epoca che con arroganza chiamiamo "età della pietra".
La prima forma di civilizzazione si sviluppò poche migliaia di anni fa. È legata essenzialmente allo sviluppo delle città. In altre parole, la civilizzazione è caratterizzate da popolazioni umane troppo numerose per soddisfare i propri fabbisogni con le risorse locali. La città sopravvive grazie all'aria pulita, all'acqua e al cibo sano che trae dalle campagne circostanti, come anche il combustibile necessario a mantenere la temperatura corporea degli abitanti a circa 37 gradi. In cambio, le campagne ricevono dalle città aria sporca, acqua inquinata e spazzatura. Molte persone civilizzate pensano che si tratti di un grande affare, ma la realtà è che non può durare in eterno, perché l'abbondanza della natura ha dei limiti.
Lo stadio attuale della civilizzazione, l'economia industriale, è il modello meno sostenibile, in parte perché ha bisogno di crescere per sopravvivere. È come un organismo, che o cresce o muore. E il nostro pianeta limitato non può sostenere un crescita illimitata.
L'economia industriale ha bisogno di forniture di greggio pronte per l'uso e a basso costo. Il petrolio è il sangue che scorre nelle vene della nostra vita quotidiana. I derivati del petrolio fanno viaggiare comodamente persone, merci, idee. Senza conbustibili a basso costo per il trasporto di acqua, cibo, materiali da costruzione, l'economia industriale va in recessione.
Ciascuna delle cinque recessioni registrate dall'economia globale a partire dal 1972 è stata preceduta da un'impennata nei prezzi del greggio. Sono finiti i giorni del carburante a portata di mano. A livello globale, il picco di estrazione è stato toccato nel maggio 2005. Un leggero calo nella disponibilità di greggio, assieme alla crescita della domanda da parte di paesi in via di sviluppo come Cina, India e Brasile, ha aperto la strada a ulteriori impennate nei prezzi in futuro. Poco importa che vi siano al mondo quasi un trilione di barili ancora da sfruttare: il prezzo dei conbustibili è la cosa più importante per la crescita delle economie industriali.
Senza dubbio, i prossimi aumenti delle tariffe porteranno il sistema al collasso e ci spediranno con un biglietto di sola andanta tra le braccia della nuova età della pietra. Già adesso, il petrolio è così caro che le banche centrali e i governi nazionali non possono più permettersi di dare anche solo l'illusione di una crescita economica stampando valuta. Propio come stava per accadere nel 2008, quando il prezzo del greggio sfiorò i 147,27 dollari a barile.
Non è chiaro cosa il futuro abbia in serbo. Ho il presentimento che, al termine del collasso in corso, il tasso di mortalità avrà un'impennata di breve durata, ma di larga scala. Dopodiché le risorse energetiche provenienti da fonti rinnovabili verranno meno a loro volta, perché dipendono strettamente per il loro mantenimento da settori che si reggono sul petrolio. Le batterie della maggior parte dei pannelli solari installati nelle case e delle centrali eoliche hanno una durata di un decennio o poco più. Quando l'economia industriale sarà crollata e non ci sarà più possibilità di generare energia attraverso le tecnologie rinnovabili, sembra proprio che gli esseri umani non potranno fare a meno di tornare a vivere a stretto contatto con i loro vicini e con l'ambiente naturale che consente la vita sulla terra. Ciò significa che sprofonderemo nell'età della pietra postindustriale, seppur provvisti di una tecnologia sconosciuta ai tempi del Neolitico. Gli strumenti più semplici, come coltelli e botti, rimarranno utilizzabili ancora a lungo. Le tegnologie più complesse, specie quelle che dipendono dall'elettricità, scompariranno dalla nostra memoria in men che non si dica.
Un'economia basata sullo scambio di doni
Allo stadio attuale dello sviluppo industriale la maggior parte della gente è ossessionata dall'economia terziaria (pezzi di carta verde dal valore simbolico - i soldi - e componenti magnetici di schede elettroniche). Pochi individui lungimiranti si concentrano invece sul settore secondario (gli oggetti che usiamo nella vita di tutti i giorni) che si basa saldamente sul settore primario, fondamentale eppure trascuratissimo. Quest'ultimo ha a che fare con i rozzi materiali che sfruttiamo per sopravvivere, e su cui forse prosperiamo. La fede nei simboli dell'economia terziaria svanirà quando la gente si renderà conto che ci sono troppo pochi strumenti da poter adoperare (l'economia secondaria) e poche materie prime per ottenerli (economia primaria). Il risultato sarà che i simboli perderanno gran parte del loro potere.
L'economia basata sullo scambio di doni ha funzionato per i primi due milioni di anni della storia umana e, con il collasso del sistema industriale dovuto alla scarsità di combustibili fossili, siamo destinati a tornare a qualcosa di simile. Faremmo bene a usare la storia come una guida per il nostro futuro senza combustibili. Il nostro sistema monetario è basato sulla fede in simboli e ci dà la falsa impressione di poter guadagnare molto in cambio di niente. Invece, ci ruba il nostro senso della comunità.
Le persone provviste di denaro abbondante non hanno bisogno di partecipare a una comunità di persone. La ricchezza consente loro di comprare beni e servizi, e non hanno bisogno di conoscere i nomi di chi fornisce loro tutto questo. Lo stesso per i nomi delle piante, degli animali, del suolo, dell'acqua da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza.
Al contrario, le persone indigenti dipendono molto dai vicini. I poveri delle campagne riconoscono che I vicini includono i non umani, oltre che gli umani. La vera comunità si basa sul dono, e il dono è quello che ci fanno la terra e l'acqua che ci sostengono non meno di quanto fanno i nostri simili.
Un esempio personale
Avevo in mano le carte vincenti. Ma ho mollato la partita. I miei genitori hanno fatto gli insegnanti per tutta la vita. Così anche mio fratello e mia sorella. In tutta la famiglia sono stato l'unico a raggiungere l'apogeo dell'educazione. All'età di quarant’anni ero professore ordinario all'università. Ho voltato le spalle a quella vita, che amavo, e molte persone pensarono che fossi diventato matto. Ho voltato le spalle dopo aver tentato invano di cambiare quel sistema moralmente corrotto, quando mi resi conto che era il sistema che stava cambiando me.
Ho gettato le carte quando mi sono reso conto che il primo passo da fare per distruggere quaesto sistema corrotto è abbandonarlo. Siccome ero nato in cattività e avevo assimilato i normali pregiudizi di un mondo impazzito, mollai più tardi di quanto avrei dovuto e solo dopo, molto tempo dopo, mi resi conti dell'immoralità del sistema. Gran parte di questo ritardo fu dovuto dalla mia incapacità di stabilire dove e come lasciare il sistema. Ero arrivato a considerare il sistema economico industriale al suo apice una cosa orribile ma, siccome era l'unico che avessi mai conosciuto, non avevo idea di come fare a uscirne. Alla fine, dopo diversi anni di riflessione e qualche tentativo abortito di evasione, assieme a mia moglie riuscii a costruirmi una vita nuova improntata all'anarchia agraria in una piccola proprietà condivisa con un'altra famiglia.
Dopo aver gettato le carte sul tavolo, ho iniziato a lavorare assieme ad altre persone in un esperimento di transizione verso l'economia del dono. Vivo in una piccola valle semidisabitata dove il dono è la regola, non l'eccezione. Condivido un piccolo appezzamento di terra assieme ad altri umani, anatre, papere, polli e piante. Abbiamo cercato, e continuiamo tuttora, di seguire uno stile di vita rispettoso della sana alimentazione, della giusta temperatura corporea, della condivisione tra esseri umani. Vivendo nell'anarchia agraria in una comunità ai confini dell'impero, sono diventato responsabile di me stesso e dei miei vicini, umani e non.
Questo stile di vita è di grn lunga superiore a quello che avevo in precedenza. Bevo acqua pura da un pozzo locale azionato a mano e con pannelli fotovoltaici. Mangio sano, cibo biologico coltivato in gran parte sulla mia proprietà. La mia abitazione è ben coibentata e autonoma dal punto di vista energetico, non utilizzo mai energia proveniente da combustibili fossili. Conosco i miei vicini, umani e non, e loro conoscono me.
Alla fine, meglio tardi che mai, sono riuscito a vedere gli orrori del nostro stile di vita, e ad abbandonarlo. Unitevi a me, per favore.
Guy McPherson è professore emerito di Scienze Naturali e di Ecologia e Biologia dell'Evoluzione presso l'Università dell'Arizona, dove ha insegnato e condotto ricerche per 20 anni. Ha scritto oltre 100 articoli, dieci libri, l'ultimo: Walking Away From Empire, e per molti anni ha studiato la conservazione della biodiversità. Vive in una casa di paglia autosufficente, pratica la coltivazione biologica e l'allevamento, lavorando all'interno di una piccola comunità rurale. Per saperne di più visitate guymcpherson.com o scrivetegli all'indirizzo grm@ag.arizona.edu
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domenica 19 febbraio 2012

MA IL PROBLEMA E' CELENTANO ?



E' ormai finito il Festival di Sanremo, con il suo consueto carico di critiche, polemiche e snobismi vari,, che poi, comunque tutti, o quasi, si ritrovano a commentare e a dare visibilità. Ha vinto chi ha vinto, per quel che può contare, si sono sentite discrete canzoni e autentiche boiate come sempre. Ma non è su questo che volevo ragionare. il fenomeno vero di questa edizione del festival è stata la lunga polemica che ha accompagnato le esternazioni dell'Adriano nazionale, sono scesi in campo vescovi, politici (ovviamente), associazioni, moralisti, scandalizzati di professione, la stampa ha vissuto cinque giorni di gloria grazie alle polemiche e alle sollevate di scudi anti molleggiato.
Ora, a scanso di equivoci, Adriano Celentano è forse quanto di più lontano dal mio pensiero e dal mio mondo fatto di fatica quotidiana, di sforzi per tirare avanti,, di indignazione, ma le reazioni che si sono scatenate dopo il suo intervento, mi sono sembrate perlomeno esagerate e ipocrite, nella maggior parte dei casi.
E' vero Celentano è un cantante e dovrebbe limitarsi a cantare (cosa che peraltro fa ancora benissimo), ma negli ultimi anni, e non da oggi, il personaggio ha assunto connotazioni diverse esternando e volendo farsi rappresentante di una sua visione del mondo, semplice e ingenua finchè si vuole, ma non certo trasgressiva o scandalosa.
Quindi quando si decide di invitare un personaggio del genere si sa già a cosa si potrebbe andare incontro:
a un predicozzo con connotazioni moralistiche, con attacchi a un certo tipo di potere (condivisibili), a visioni bucoliche e intrise di buonismo e di ritorno alla semplicità della vita.
Nello specifico, stavolta il Molleggiato ha "scandalizzato" parlando del Paradiso e attaccando la stampa cattolica che,secondo lui, dovrebbe occuparsi più dei problemi dello spirito che di quelli del potere terreno e che , nel momento che non fa questo viene meno alla sua funzione istituzionale e quindi, meritevole di chiusura.
Anatema, scandalo, accuse di fascismo (!), tutti i soloni della politica e della stampa che, di porcate vere ne hanno giustificate e coperte non poche tutti lì ad invocare scuse e richieste di pentimento.
Questo è probabilmente lo scandalo vero, gente che ha vissuto appecoronata al padrone di turno, pur di ricevere le briciole del potere, hanno per l'ennesima volta, mostrato il loro volto di servili difensori dell'esistente.
Io, ripeto di nuovo, non condivido il mondo di Celentano e la sua visione della vita, ma sono sicuro di una cosa: che, sono molto poco preoccupato o scandalizzato dal suo sermone sul Paradiso, lo sono, invece, molto di più per il silenzio connivente e colpevole di chi sta appoggiando coloro che preparano l'inferno in Terra per milioni di cittadini, lavoratori, donne, giovani, pensionati, e sui quali, invece che critiche e censure, arrivano plausi e peana degni di miglior causa.
Quindi, per quanto mi riguarda, Celentano può tacere o parlare tranquillamente, l'importante è che tacciano per pudore tutti i baciapile di cui è pieno il nostro paese e riservino le loro critiche e le loro indignazioni ipocrite verso altri e ben più meritevoli bersagli. Ma forse non possono.....

MIZIO

LA STORIA DI NAVARRE IL LUPO