Noi vogliamo il cambiamento. Voi che pensate di potere andare avanti come avete sempre fatto, e che cercate il nostro voto con parole vuote e vane promesse: SIETE MORTI. Voi che vi sentite morti dentro perché non vedete un futuro, siete nauseati dal vuoto e pensate.. "ma tanto il mondo è troppo rovinato, cosa posso fare io?".. voi non sapete quanto siete ancora VIVI. Unitevi a noi: UNIAMOCI.
mercoledì 7 dicembre 2011
lunedì 5 dicembre 2011
IN PERICOLO IL FUTURO DEI PARCHI
Il prossimo 6 dicembre la legge quadro sulle aree protette, n. 394 del 1991, compie vent’anni. Le aree protette custodiscono gran parte del patrimonio naturale del Paese e importanti testimonianze di cultura millenaria. La strategia nazionale per la biodiversità e gli obiettivi ambientali comunitarie, tra cui Rete Natura 2000, affidano alle aree protette un ruolo strategico per la tutela di beni preziosi come l’acqua, i boschi, la biodiversità e il paesaggio. Rappresentano insomma gli ultimi argini alla svendita e privatizzazione di beni comuni e al consumo irresponsabile di territorio, promuovendo modelli di sviluppo realmente sostenibile per garantire un futuro alle prossime generazioni.
Eppure le aree protette stanno attraversando una crisi senza precedenti: risorse economiche incerte, personale ridottissimo, presidenti senza indennità, burocrazia che ingessa il loro operato, interessi economici che minacciano l’integrità degli ultimi paradisi naturali.
Tutte questioni che non dipendono dall’applicazione della legge quadro, bensì da volontà politiche e da una visione in cui le aree protette sono troppo spesso, e forse volutamente, dimenticate.
Tuttavia si è scelto proprio questo delicato momento di crisi economica ed istituzionale per metter mano alla modifica della legge quadro. La proposta di modifica originaria, il noto ddl 1820 presentato dal senatore del PDL D’Alì il 13 ottobre 2009, interessava solo le aree marine protette, ma a questa si sono aggiunti una serie di emendamenti e sub emendamenti che riguardano numerosi articoli della legge quadro, fino ad incidere significativamente sull’assetto stesso della legge. Alcune di queste proposte di modifica ci sono apparse fin da subito particolarmente critiche, come quelle che attengono alla gestione faunistica e al sistema di finanziamento (art. 16 della L 394).
Tutte questioni che non dipendono dall’applicazione della legge quadro, bensì da volontà politiche e da una visione in cui le aree protette sono troppo spesso, e forse volutamente, dimenticate.
Tuttavia si è scelto proprio questo delicato momento di crisi economica ed istituzionale per metter mano alla modifica della legge quadro. La proposta di modifica originaria, il noto ddl 1820 presentato dal senatore del PDL D’Alì il 13 ottobre 2009, interessava solo le aree marine protette, ma a questa si sono aggiunti una serie di emendamenti e sub emendamenti che riguardano numerosi articoli della legge quadro, fino ad incidere significativamente sull’assetto stesso della legge. Alcune di queste proposte di modifica ci sono apparse fin da subito particolarmente critiche, come quelle che attengono alla gestione faunistica e al sistema di finanziamento (art. 16 della L 394).
Ma chi vuole queste modifiche?
Agli emendamenti e ai sub emendamenti sulla gestione faunistica si sono fortemente dichiarate contrari, tra gli altri, la Lipu e il WWF, mentre il parere di Federparchi è ampiamente favorevole, anche se all’interno le posizioni paiono contrastanti, come si evince, ad esempio, dalle dichiarazioni di Nicola Cimini, Direttore del Parco nazionale della Majella e presidente del Comitato tecnico scientifico dei Federparchi.
In effetti, le modifiche sono disarmoniche e si sollevano grossi dubbi sulla legittimità di alcuni passaggi che introducono “le attività umane” come oggetto di tutela (per cui è possibile intervenire con il controllo faunistico) e un rinvio tout court all’art. 19 della legge 157/1992 sulla caccia, consentendo l’abbattimento anche di specie particolarmente protette.
La modifica dell’art.16 - Entrate dell’ente parco (emendamento Orsi2.0.300 e subementamenti Ferrante, Della Seta, Di Giovan Paolo, Mazzucconi-Di Nardo), appare addirittura più pericolosa, prevedendo finanziamenti ai parchi da parte dei gestori di opere impattanti (tra cui cave e grandi impianti e infrastrutture energetiche) nelle aree contigue e nuovi grandi impianti che, seppure di energia rinnovabile, abbiano “un impatto ambientale” (come testualmente prevede l’emendamento) anche all’interno delle aree protette; opere ad oggi ovviamente non consentite e che, invece, verrebbero addirittura incentivate. Gli Enti parco vedrebbero dipendere una parte dei propri già scarsi finanziamenti dai soggetti, per lo più privati, ai quali devono rilasciare il nulla-osta (preventivo e vincolante!). Una modifica, insomma, che spalancherebbe la strada alla speculazione anche nei parchi, trasformandoli in nuove terre di conquista, in nome peraltro della green economy (!).
Su queste modifiche il parere di Federparchi è critico, ritenendo che per una serie di attività vada bene la royalty solo se si limita a quello che ė già esistente oggi. Inoltre, una lettera aperta dell’inizio di settembre alla Commissione Ambiente a firma di 9 associazioni denuncia i forti rischi derivanti dall’eventuale approvazione di tali emendamenti.
Insomma, queste modifiche non piacciono ai parchi (rappresentati da Federparchi), non sono volute da Associazioni ambientaliste (come Wwf e Italia Nostra) né dalle componenti tecnico amministrative della gestione dei parchi (Aidap e 394).
Nonostante ciò, anche i Senatori ecologisti del PD, Ferrante e Della Seta, paiono rimanere indifferenti a tali importanti segnali che vengono dal mondo dei parchi e dalle associazioni ambientaliste, sostenendo tale dirompente - e con aspetti di incostituzionalità - proposta di modifica.
Una posizione, la loro, che ci appare inspiegabile e in contro tendenza rispetto alla crescente presa di coscienza da parte dei cittadini, espressa anche in occasione del referendum sull’acqua, sulla necessità di rafforzare la difficile battaglia per la difesa dei beni comuni; battaglia che sarà destinata a fallire se non verrà, innanzitutto, riconosciuto e rilanciato il ruolo strategico delle aree protette.
Nonostante ciò, anche i Senatori ecologisti del PD, Ferrante e Della Seta, paiono rimanere indifferenti a tali importanti segnali che vengono dal mondo dei parchi e dalle associazioni ambientaliste, sostenendo tale dirompente - e con aspetti di incostituzionalità - proposta di modifica.
Una posizione, la loro, che ci appare inspiegabile e in contro tendenza rispetto alla crescente presa di coscienza da parte dei cittadini, espressa anche in occasione del referendum sull’acqua, sulla necessità di rafforzare la difficile battaglia per la difesa dei beni comuni; battaglia che sarà destinata a fallire se non verrà, innanzitutto, riconosciuto e rilanciato il ruolo strategico delle aree protette.
domenica 4 dicembre 2011
UN AUDIT SUL DEBITO
Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.
Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora "un vero programma" (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.
Mentre i politici spocchiosi non lo sanno: vogliono solo quello che "i mercati" gli ingiungono di volere. È il mondo, e sono le nostre vite, a dover essere ripensati dalle fondamenta. Negli anni il liberismo - risposta vincente alle lotte, ai movimenti e alle conquiste di quattro decenni fa - ha prodotto un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale: mediamente, si calcola, del 10 per cento dei Pil (il che, per un salario al fondo alla scala dei redditi può voler dire un dimezzamento; come negli Usa, dove il potere di acquisto di una famiglia con due stipendi di oggi equivale a quello di una famiglia monoreddito degli anni sessanta). Questo trasferimento è stato favorito dalle tecnologie informatiche, dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che quelle tecnologie hanno reso possibili; ma è stato soprattutto il frutto della deregolamentazione della finanza e della libera circolazione dei capitali. Tutto quel denaro passato dal lavoro al capitale non è stato infatti investito, se non in minima parte, in attività produttive; è andato ad alimentare i mercati finanziari, dove si è moltiplicato e ha trovato, grazie alla soppressione di ogni regola, il modo per riprodursi per partenogenesi. Si calcola che i valori finanziari in circolazione siano da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale (cioè di tutte le merci prodotte nel mondo in un anno, che si stima valgano circa 75 mila miliardi di dollari). Ma non sono state certo le banche centrali a creare e mettere in circolazione quella montagna di denaro; e meno che mai è stata la Banca centrale europea (Bce), che per statuto non può farlo (anche se in effetti un po' lo ha fatto e continua a farlo, per così dire, "di nascosto"). Se la Bce è oggi impotente di fronte alla speculazione sui titoli di stato (i cosiddetti debiti sovrani) è perché lo statuto che le vieta di "creare moneta" è stato adottato per fare da argine in tutto il continente alle rivendicazioni salariali e alle spese per il welfare. Una scelta consapevole quanto miope, che forse oggi, di fronte al disastro imminente, sono in molti a rimpiangere di aver fatto. A creare quella montagna di denaro è stato invece il capitale finanziario che si è autoriprodotto; i "mercati". E lo hanno fatto perché tutti i governi glielo hanno permesso. Certo, in gran parte si tratta di "denaro virtuale": se tutto insieme precipitasse dal cielo sulla terra, non troverebbe di fronte a sé una quantità altrettanto grande di merci da comprare. Ciò non toglie che ogni tanto - anzi molto spesso - una parte di quel denaro virtuale abbandoni la sfera celeste e si materializzi nell'acquisto di un'azienda, una banca, un albergo, un'isola; o di ville, tenute, gioielli, auto e vacanze di lusso. A quel punto non è più denaro virtuale, bensì potere reale sulla vita, sul lavoro e sulla sicurezza di migliaia e migliaia di esseri umani: un crimine contro l'umanità.
È un meccanismo complicato, ma facile da capire: in ultima analisi, quel denaro "fittizio" - che fittizio non è - si crea con il debito e si moltiplica pagando il debito con altro debito: in questa spirale sono stati coinvolti famiglie (con i famigerati mutui subprime; ma anche con carte di credito, vendite a rate e "prestiti d'onore"), imprese, banche, assicurazioni, Stati; e, una volta messi in moto, quei debiti rimbalzano dagli uni agli altri: dai mutui alle banche, da queste ai circuiti finanziari, e poi di nuovo alle banche, e poi ai governi accorsi in aiuto delle banche, e dalle banche di nuovo agli Stati. E non se ne esce, se non - probabilmente - con una generale bancarotta.
In termini tecnici, l'idea di pagare il debito con altro debito si chiama "schema Ponzi", dal nome di un finanziere che l'aveva messa in pratica negli anni '30 del secolo scorso (al giorno d'oggi quell'idea l'hanno riportata in vita il finanziere newyorchese Bernard Madoff e, probabilmente, molti altri); ma è una pratica vecchia come il mondo, tanto che in Italia ha anche un santo protettore: si chiama "catena di Sant'Antonio". In realtà, tutta la bolla finanziaria che ci sovrasta non è che un immane schema Ponzi. E anche i debiti degli Stati lo sono. Il vero problema è sgonfiare quella bolla in modo drastico, prima che esploda tra le mani degli apprendisti stregoni dei governi che ne hanno permesso la creazione. Nell'immediato, un maggiore impegno del fondo salvastati, o del Fmi, o gli eurobond, o il coinvolgimento della Bce nell'acquisto di una parte dei debiti pubblici europei potrebbero allentare le tensioni. Ma sul lungo periodo è l'intera bolla che va in qualche modo sgonfiata.
Prendiamo l'Italia: paghiamo quest'anno 70 miliardi di interessi sul debito pubblico (che è di circa 1900 miliardi). L'anno prossimo saranno di più, perché gli interessi da pagare aumentano con lo spread. Negli anni passati a volte erano meno, ma a volte, in proporzione, anche di più. Quasi mai sono stati pagati con le entrate fiscali dell'anno (il cosiddetto avanzo primario); quasi sempre con un aumento del debito. Basta mettere in fila questi interessi per una trentina di anni - da quando hanno cominciato a correre - e abbiamo una buona metà, e anche più, di quel debito che mette alle corde l'economia del paese e impedisce a tutti noi di decidere come e da chi essere governati. Perché a deciderlo è ormai la Bce. Ma la vera origine del debito italiano è ancora più semplice: l'evasione fiscale. Ogni anno è di 120 miliardi o cifre equivalenti: così, senza neanche scomodare i costi di "politica", della corruzione o della malavita organizzata, bastano quindici anni di evasione fiscale - e ci stanno - per spiegare i 1900 miliardi del debito italiano. Aggiungi che coloro che hanno evaso le tasse sono in buona parte - non tutti - gli stessi che hanno incassato gli interessi sul debito e il cerchio si chiude. La spesa pubblica in deficit ha la sua utilità se rimette in moto "risorse inutilizzate": lavoratori disoccupati e impianti fermi. Ma se alimenta evasione fiscale e "risparmi" che vanno solo ad accrescere la bolla finanziaria, è una sciagura.
Altro che pensioni da tagliare (anche se le ingiustizie da correggere in questo campo sono molte)! E altro che scuola, e università, e sanità, e assistenza troppo "generose"! Siamo di fronte a cifre incomparabili: per distruggere scuola e Università è bastato tagliare pochi miliardi di euro all'anno. E da una "riforma" anche molto severa delle pensioni si può ricavare solo qualche miliardo di euro all'anno. Dalla svendita degli immobili dello Stato e dei servizi pubblici locali non si ricava molto di più. Dalla liquidazione di Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Fincantieri e quant'altro, come improvvidamente suggerito nel luglio scorso dai bocconiani Perotti e Zingales (l'economista di riferimento, quest'ultimo, di Matteo Renzi; ma anche di Sarah Palin!), si ricaverebbe non più di qualche decina di miliardi una volta per sempre, trasferendo in mani ignote (ma potrebbero benissimo essere quelle della mafia) le leve dell'economia di un intero paese. Mentre interessi ed evasione fiscale ammontano a decine di miliardi ogni anno e il debito da "saldare" si conta in migliaia di miliardi. Per questo il rigore promesso dal governo potrà fare male ai molti che non se lo meritano, ma non ha grandi prospettive di successo: affrontare con queste armi il deficit pubblico, o addirittura il debito, è un'impresa votata al fallimento. O una truffa. Per questo è urgente effettuare un audit (un inventario) del debito italiano, perché tutti possano capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene (anche per poter prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori).
L'altro inganno che domina il delirio pubblico promosso dagli economisti mainstream - e in primis dai bocconiani - è la "crescita". A consentire il pareggio del bilancio imposto dalla Bce e tra breve "costituzionalizzato", cioè il pagamento degli interessi sul debito con il solo prelievo fiscale, e addirittura una graduale riduzione, cioè restituzione, del debito dovrebbe essere la "crescita" del Pil messa in moto dalle misure liberiste che i precedenti governi non avrebbero saputo o voluto adottare: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro (alla Marchionne), eliminazioni delle pratiche amministrative inutili (ben vengano, ma bisognerà riparlarne) e le "grandi opere" (in primis il Tav). Ma per raggiungere con l'aumento del Pil obiettivi del genere ci vorrebbero tassi di crescita "cinesi"; in un periodo in cui l'Italia viene ufficialmente dichiarata in recessione, tutta l'Europa sta per entrarci, l'euro traballa, gli Stati Uniti sono fermi e l'economia dei paesi emergenti sta ripiegando. È il mondo intero a essere in balia di una crisi finanziaria che va ad aggiungersi a quella ambientale - di cui nessuno vuole più parlare - e allo sconvolgimento dei mercati delle materie prime (risorse alimentari in primo luogo) su cui si riversano i capitali speculativi che stanno ritirandosi dai titoli di stato (e non solo da quelli italiani). Interrogati in separata sede, sono pochi gli economisti che credono che nei prossimi anni possa esserci una qualche crescita. Molti prevedono esattamente il contrario; ma nessuno osa dirlo. Questa farsa deve finire. È ora di pensare - e progettare seriamente - un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti e di consentire a ciascuno una vita dignitosa anche senza "crescita". Semplicemente valorizzando le risorse umane, il patrimonio dei saperi, le fonti energetiche e le risorse materiali rinnovabili, gli impianti e le attrezzature che già ci sono; e rinnovandoli e modificandoli solo per fare meglio con meno. Non c'è niente di utopistico in tutto questo; basta - ma non è poco - l'impegno di tutti gli uomini e le donne di buon senso e di buona volontà. -Guido Viale
http://www.tlaxcala-int.org
sabato 3 dicembre 2011
FOLLI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!
Si vive costantemente immersi in una società che, ci invita continuamente al realismo e al pragmatismo, in nome di una concezione di progresso che, ormai da diversi decenni, comincia a mostrare i suoi enormi limiti. Chiunque provi a proporre ipotesi di sviluppi diversi in campo economico, politico o ambientale, viene generalmente bollato come utopista e sognatore.
Normalmente è proprio il contrario. Proprio un’analisi seria e scevra da qualsiasi pregiudizio porta a una sola conclusione, questa società, questo tipo di sviluppo basato sull’espansione continua della produttività e del conseguente consumo di energia , materie prime e territorio, è destinata ad implodere su se stessa, come gli ultimi decenni di “sviluppo” selvaggio dimostrano chiaramente. Siamo passati dalle crisi petrolifere energetiche degli anni ’70 alle attuali crisi finanziarie con intermezzi di crescita progressivamente sempre più brevi e caratterizzati da una sempre maggiore precarietà. E supportate nei periodi di scarsa crescita, da avvenimenti che, periodicamente, distraggono l’opinione pubblica creando artificiosi momenti di coesione nazionale e internazionale (come le varie guerre “sante” per la libertà che siamo chiamati a condividere, funzionali esclusivamente a interessi di potere economici). Forse è il caso di cominciare a vedere che la crisi non è solo episodica e legata a dinamiche occasionali, ma che venga da lontano e sia sempre stata strutturale. Nel passato più o meno recente, il tutto era mascherato e funzionava grazie al fatto che questo tipo di società riguardava un quinto della popolazione mondiale e si considerava il resto del mondo solo come oggetto di predazione e sfruttamento, ora che i soggetti al salotto buono aumentano costantemente si tenta di mantenere il trend di sviluppo (leggi profitti) a livelli sempre più alti riducendo i diritti e la qualità della vita dei lavoratori sia, quelli appartenenti al mondo sviluppato, sia quelli dei paesi emergenti, legalizzando forme di schiavismo di massa in nome della cosiddetta globalizzazione. (sfruttamento dei molti per l’arricchimento dei pochi).
In Europa tale tentativo passa attraverso il paradigma che,per uscire dalla crisi bisogna fare dei sacrifici., ecco allora, l’attacco alle pensioni, ai diritti dei lavoratori, all’impudente arroganza del padronato (Marchionne docet), ai piani di sviluppo per l’occupazione (leggi: grandi opere e devastazioni del territorio con ulteriori imponenti urbanizzazioni). Ovviamente nei propositi e nelle dichiarazioni, i sacrifici sono distribuiti equamente su tutti. Falso e bugiardo: togliere mille euro dalle tasche di un benestante non avrà mai l’impatto devastante di toglierne cento a chi mille, o meno, li guadagna in un mese. In una società classista e dominata dal profitto e dall’inganno i sacrifici, come mille altre cose , non saranno mai uguali per tutti.
Quindi, siamo sicuri che il “realismo” sia da ascrivere a chi continua a perseguire il mantenimento e la sopravvivenza di tale sistema e bollare tutto il resto come utopia?
Alla luce dei fatti, il cosiddetto utopista non è un sognatore ma è di un realismo spietato e se c’è una parte onirica in lui è solo quella riguardante l’incubo che vede nitidamente davanti al genere umano, sotto forma di baratro verso il quale si sta correndo a velocità folle.
Magari vorrebbe rallentare e fermarsi a ragionare, altri vogliono spingere ancor di più sull’acceleratore, secondo voi chi è più realista?
MIZIO
giovedì 1 dicembre 2011
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