sabato 13 ottobre 2018

LA' DOVE PISCIANO I CANI

Ci sono più cose negli spazi bianche fra le righe che nelle parole scritte.


Breve estratto iniziale di un testo, in gran parte autobiografico che prima o poi vedrà la luce!




La' dove adesso portano a pisciare i cani, ho dormito io. Sembra impossibile che un prato, fortunatamente diventato un parco strappato alla speculazione edilizia, possa aver ospitato, neanche troppi anni fa, un'intera comunità. Una comunità che è stata per gli anni dell'infanzia anche la mia. Le maestose rovine degli acquedotti con la loro presenza millenaria ci facevano da scudo e da riferimento. Quello che oggi distratti running con l'occhio fisso sul cardiofrequenzimetro e coppie in cerca di tranquillità vedono come un angolo in cui rifugiarsi per sfuggire al caos dell'incombente città era il nostro habitat. Il panorama creato dalle fila dei palazzi che nascevano come funghi alterando continuamente la skyline, erano il nostro orizzonte e il nostro confine. Fortunatamente alle spalle si stendeva ancora la campagna romana che tentava di resistere alle bramosie dei palazzinari e porgeva la mano ai primi declivi dei Colli Albani. Campi di grano, vigneti, pinete erano la nostra savana e la nostra Amazzonia. Nulla chiedevano e molto davano, compresi i bagni nella marrana che allora era limpida e non insozzata da mille schifezze, in cui facevamo conoscenza sul campo e senza insegnanti di pesci, rane, tritoni e rettili. Ogni metro quadro è stato testimone di qualche nostra avventura. Ogni albero ha conosciuto il nostro stupore e la nostra, anche crudele, innocenza. Innocenza messa, presto a dura prova dall'incontro, che inevitabilmente diventava scontro, con l'habitat meschino, razzista e snob della piccola e media borghesia che, intanto progressivamente, si avvicinava. Eravamo i figli dei sottoproletari, eravamo gli zingari, come con disprezzo ci chiamavano. Eravamo i figli delle ultime vittime della guerra i cui genitori avevano faticato più di altri per rimettersi in piedi. Cui si erano aggiunti nel frattempo i figli degli emigranti dall'Abruzzo, dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Calabria, finiti relegati ai margini della grande città bisognosa di mano d'opera. La storia, anche ripensando all'oggi, alla fin fine racconta sempre sé stessa anche se con interpreti diversi. Ero circondato da figure come quelle descritte da Pasolini, cinici, sfrontati, costantemente sopra le righe, potenzialmente anche violenti ma fondamentalmente disarmati nella tragica impotenza a fronte di un mondo che cambiava troppo in fretta per i loro semplici schemi di lettura e capacità di decodifica.
In questo humus poteva nascere, e sarebbe stato anche comprensibile, un mix esplosivo di rabbia, di voglia di rivalsa a tutti i costi e anche di violenza cieca. Per fortuna, come cantava anche il grande Faber, dal letame nascono soprattutto fiori. Nello specifico, grazie anche a figure fondamentali nella nostra crescita sono nati molti fiori mossi dalla voglia giustizia e non di vendetta, dalla smania di conoscenza, dalla ricerca di un riscatto in termini di conquista di dignità e coscienza. Fiori che nel tempo si sono, quasi naturalmente, trasformati in impegno sociale, politico, per alcuni anche religioso ma, per tutti, fondamentalmente in un continuo tentativo di costruzione di un mondo in cui non ci siano classifiche di merito, ma solo persone con i loro sogni e i loro bisogni.
E di questo cammino di ricerca e conquista, non facile e irto di ostacoli, con molte dolorose cadute  e altrettanti momenti entusiasmanti che cercheremo di parlare. Ne parleremo non certo con la voglia o la presunzione di insegnare alcunchè, convinti come siamo, che l'avventura della vita sia per sua natura solitaria e non trasmettibile, se non a grandi linee.

MIZIO

martedì 21 agosto 2018

COMUNISTA? MA VA LA'...




Qualcuno, anzi più di qualcuno si stupisce del fatto che ci siano persone, che ancora si dichiarano comuniste. E' vero che in genere questa riflessione la fa chi comunista non è mai stato, anzi. E quindi parte da una posizione preconcetta. Però la domanda è legittima e merita, se non una risposta, una riflessione. Riflessione che provo a fare ponendo un'altra domanda? Perchè oggi non ci si dovrebbe più dichiarare comunisti? Perchè ci sono state esperienze storiche che in nome del comunismo hanno avuto tratti dittatoriali e violenti? Giusto!
Forse perchè gli eredi, (autodefinitesi tali) di un grande partito comunista in Italia (perchè è su questo aspetto che vorrei soffermarmi), oltre il nome hanno cambiato progressivamente anche politica. Rendendosi complici e artefici di quelle stesse politiche che anni prima si combattevano? Certamente vero! Qualcuno potrebbe forse affermare il contrario?
Forse perchè il comunismo, soprattutto da noi, ha sempre avuto un' intellighentia e, in generale, gran parte del mondo della cultura che simpatizzava e flirtava con esso. Suscitando comprensibili invidie e frustranti complessi d'inferiorità?
Anche questa potrebbe essere una parte di spiegazione.
Però, al di là delle semplificazioni che tanto vanno per la maggiore in questo periodo di oscurantismo di coscienze, prima che politico, proverò a spiegare perchè alcuni, e nello specifico per molti aspetti anche io stesso, si ritengano ancora comunisti e ne rivendicano con orgoglio l'appartenenza. Non certo e non più a una sigla o partito, ma a una visione del mondo.
Ovviamente molto parte dall'ambiente di provenienza e da un habitat familiare e sociale idoneo alla confidenza con i termini e i relativi significati . Ma questo non sarebbe certo sufficiente, essendo il conflitto generazionale e familiare, uno dei primi segnali di indipendenza con la quasi naturale messa in discussione dei principi e delle idee genitoriali e soprattutto negli anni '70, quelli della mia adolescenza.
Essere comunisti è prima di tutto uno stato emotivo, non saprei come altro spiegarlo. E' un modo d'essere, è una sensibilità che fa soffrire sulla tua pelle le ingiustizie da chiunque subite, anche a centinaia di chilometri di distanza. E' un mettere e un mettersi continuamente in discussione, visto che l'essere comunisti, se scevro da obblighi di partito, ti obbliga a confrontarti costantemente con il mutare degli eventi, delle situazioni, delle problematiche. L' essere comunista (da non confondere con l'iscrizione fideistica a questa o quella formazione) ti pone costantemente di fronte a domande. Cui si cerca sempre di dare le migliori risposte possibili. Che non sono, quasi mai, quelle più istintive e più semplici. Il comunista medio, in genere la domanda che si pone più spesso è: "dove ho sbagliato? Cosa non ho capito? Cosa non sono riuscito a fare?". Perchè l'aspirazione prima è sempre quella di riuscire a fare le cose al meglio. Ed è, questa la dannazione e al tempo stesso la fascinazione dell'essere comunista. Il doversi confrontare costantemente con la frustrazione di non essere riuscito, non solo a risolvere eventuali problematiche, ma soprattutto a non farsi capire. E, conseguentemente a renderne conto alla propria coscienza.
So benissimo che per molti che si definiscono comunisti è più che sufficiente il definirsi tale e inalberare retoricamente simboli e slogan che ci riportano a miti e tempi migliori. Ma questo attiene alla nostalgia, al rimpianto tipico e tanto umano, del "si stava meglio quando si stava peggio". Attenendo il tutto ad aspetti consolatori più che politicamente significativi.. Aspetti che rientrano sempre nell'ambito emozionale e sentimentale ma che non sono, da soli, quelli utili a definire o definirsi comunisti.
Molte volte, specialmente nel passato era comune mettere a confronto l'essere comunista con l'essere cattolico o, comunque con la religione. Per quel tanto di adesione fideistica che veniva richiesta a chi aderiva. E pur se le numerose scissioni, e divisioni che hanno attraversato i movimenti e i partiti comunisti hanno poi dimostrato, che non era proprio così, una certa similitudine è comunque, possibile applicarla.
Perchè, anche se molto divide i due mondi, in tanti, soprattutto in chi si dedica ad attività caritatevoli e di solidarietà (pur nella differente visione e prospettiva) scatta la stessa molla emotiva e sentimentale. Solo che in un caso, quello del religioso, non fa scattare poi, lo step successivo, quello dell'indignazione e dell'adesione ad una teoria e prassi politica. Ritenendo sufficiente ed esaustivo il solo atto caritatevole. Lodevole quanto si vuole ma che non cambia significativamente i ruoli e i posti assegnati nel mondo.
Ovviamente molto altro ci sarebbe da dire e da scrivere sull'argomento ma spero che, queste poche righe e queste riflessioni aiutino qualcuno a chiarire, almeno in parte, il misterioso motivo per cui, nonostante tutto, ci siano ancora persone che si ostinano a definirsi comunisti rischiando sberleffi e pernacchie (e qualche volta anche qualcosa di più).
Ad maiora

MIZIO

lunedì 20 agosto 2018

La mancanza del “limite” e il dissolvimento del desiderio


Pubblichiamo un altro prezioso contributo del Dott. Maurizio Santopietro con un suo particolare punto di vista sull'evoluzione dei rapporti e la sessualità.


E’ profondo l’interesse, di grande parte della gente, per l’Amore, (nella manifestazione prevalentemente sessuale o di coppia), per la Salute (concepita come assenza di malattie), per il Danaro (come fonte di potere, di successo personale e sociale), così come vengono considerati generalmente nel nostro Paese. Questi argomenti affascinano talmente tanto che i cosiddetti “operatori dell’occulto” costruiscono intere fortune e, considerando che nel mese di dicembre * abbondano le richieste di previsioni, di oracoli, di predizione del futuro, mi sembra utile ragionare su questi temi, tentando una diversa argomentazione. Nel campo dell’Amore, ad esempio, o più precisamente nell’espressione sessuale, sembra (apparentemente) paradossale come, in un periodo di disinibizione culturale (video, grafica, cinematografica, televisiva, ecc…), aumentino i disturbi da “mancanza di desiderio sessuale”. Disturbi che difficilmente si manifestavano, o di cui non si sentiva parlare prima degli inizi settanta. La morale dominante relativa alla sessualità era condizionata fortemente dalla concezione religiosa, spingendo verso una mentalità “bigotta”, almeno nelle relazioni pubbliche, dal momento che fungeva da vero e proprio tabù sociale. La sessualità era “giustificata” in funzione della procreazione, all’interno del rapporto coniugale, cosicché ogni altra variazione “sul tema” apparteneva ad ambiti “immorali”, legati a concezioni “perverse”. Senza però voler entrare nel merito del giudizio morale in modo specifico anzi, limitando il raggio delle valutazioni secondo altri punti di vista, si noti come emerga, nei confronti del periodo “presessantottino”, una profonda diversità di modelli comportamentali esibiti nell’esecuzione dei rituali del corteggiamento, per quello della “prima volta”, per l’incontro a scopo sessuale. Queste condotte sociali richiedevano tempi nettamente più lunghi, rispetto a quelli attuali, per realizzare il fine principale, costituito appunto dalla gratificazione sessuale. In queste epoche snaturale” deterrente contro la perdita di desiderio. Allora il punto da dibattere diventa il seguente: esisteva già tale forma di disturbo sessuale, oppure non era rilevato? O non se ne era a conoscenza? Di fatto la concezione inibitoria implicita nel costume sessuale dominante, rendeva l’esperienza intima, altamente privata, quasi segreta e profondamente desiderata. Se così fosse, sarebbe proprio il ”tabù sociale”, il “modulatore” della ricerca al soddisfacimento del piacere sessuale! Infatti, in quanto “limitato” dal contesto socio-culturale (periodo di “repressione istintuale”), il piacere sessuale sembra allora essere legato, entro una certa misura, al “piacere di trasgredire” e al “piacere della conquista” (il premio). Ai nostri giorni accade, infatti, esattamente l’opposto, i “contatti” eterosessuali sono iperfacilitati e la consumazione del comportamento sessuale avviene in tempi molto più rapidi, inoltre il confine del limite morale, legato all’esperienza sessuale, si sposta troppo rapidamente, da non permettere adeguati processi di assimilazione e di accomodamento del sistema di “credenze” individuale. In seguito a tali cambiamenti di costume, cade in modo drastico e improvviso il “limite”, assieme alle ideologie che culturalmente lo legittimava, e assieme altri fattori fra cui: a) l’emersione di modelli morali “libertini” (da quello naturalistico dei “Figli dei Fiori” quello consumistico della “prestazione”); b) l’accentuazione dell’ansia di “prestazione” (soprattutto maschile); c) il cambiamento del ruolo sociale della donna e dell’uomo; d) la scoperta della sessualità femminile, di cui (quasi) nulla si sapeva, e che ha spiazzato il maschio, ex “dominatore”, soprattutto in rapporto al punto precedente. Tutto ciò ha concorso alla produzione di problematiche relazionali-sessuali difficilmente prevedibili in termini epidemiologici, considerando la liberalità dei nuovi approcci alla sessualità. E’ probabile che il processo culturale di ridefinizione del costume sessuale sia avvenuto in modo “traumatico”, sia rispetto al criterio temporale (lasso di tempo molto breve, per un processo di assimilazione compatibile con il ritmo di interiorizzazione psicologica), sia concettualmente (le credenze, secolarmente consolidate, difficilmente sono sostituibili nello spazio di poche generazioni). Tutto ciò ha provocato, secondo me, una profonda “rottura delle abitudini” storicamente acquisite, tra i modelli emergenti e la risposta individuale, causando un certo disorientamento verso il modo di vivere l’esperienza sessuale. In altre parole, si sarebbe creata una grande spaccatura tra la nuova e la veccia concezione culturale (ogni cambiamento è una naturale crisi), e tra i “nuovi costumi sessuali” e i modelli psicologici individuale (sistema di credenza personale). Del resto, le vecchie concezioni morali possedevano “proprietà statiche”, avendo avuto una durata per generazioni e generazioni, conferendo quindi stabilità di ruolo, di aspettative, generando sicurezza psicologica; al contrario, i tempi tecnologici condizionando continuamente le nuove concezioni (si pensi alle tecniche di contraccezione, a internet, alla realtà virtuale, ecc..), e spostando repentinamente i confini morali della sessualità, estremizzandoli (lo scambio di coppia è un opzione una volta impensabile, ad esempio), producono effetti ansiogeni e incertezza. Sul piano proprio del costume diventa più difficoltoso discriminare il “lecito” dall’illecito e tra ciò che è sano e ciò che è “malato” (ad esempio, l’omosessualità, che riguarda la scelta dell’”oggetto sessuale” adulto, era considerata, ancora decenni fa, una “patologia”), e così via. I “limiti”, per l’elevato grado di incoerente complessità della nostra vita socio-economica, non sono più identificabili come una volta, e non solo nello specifico ambito sessuale, ma anche nella sfera a) dell’educazione pedagogica (bambini che non ricevono più sufficientemente “no”, che non provano più piacere dei continui giocattoli ottenuti senza “merito”); b) in quella alimentare (come nel caso dell’anoressia, caratterizzata dall’“assenza” di desiderio del cibo, o del suo contrario, la bulimia); c) in quella civica (in cui l’emersione egoistica dell’Io non fa vedere il confine del rispetto per gli altri); d) in quella scolastica (in cui il ruolo dell’insegnante è sganciato dalla funzione pedagogico-educativa), ecc… Cadendo il limite si dissolve il relativo desiderio, e ciò contribuisce alla formazione di altri comportamenti sintomatologici delle diverse sfere comportamentali, infatti, venendo a mancare i vari “piaceri” , (cioè l’altra faccia del limite), si riducono i fattori di coesione delle funzioni e delle parti dell’Io. E’ opportuno perciò insegnare nell’educazione globale, un sano apprendimento dei “limiti”, al di là delle ideologie culturali di volta in volta dominanti.

Dott. Maurizio Santopietro



N.B.: L’articolo è già stato pubblicato da “L’attualità”, n.1 Gennaio 2004toriche, la “non facilità” a soddisfare il bisogno sessuale, sembra porsi quasi come una sorta di “

giovedì 19 luglio 2018

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

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Il complottismo si distingue da altre letture del mondo per una caratteristica ben precisa. Quello che si vede, si dice e si fa non è mai come appare. Ora se questa è la chiave di lettura non si capisce per quale motivo i neocomplottisti nostrani non riescano ad essere coerenti e consequenziali e si abbeverano senza riserve e senza discrimine alcuno ad ogni fandonia anche la più fantasiosa e improbabile ritenendo sempre troppo limitata la semplice verità. Questa cosa è talmente vera che i leader e i followers del neo governo pentaleghista se ne avvalgono senza ritegno, denunciando complotti e chissà quali secondi fini ormai in ogni dove.
Siamo veramente fortunati se dopo secoli di lotte, di guerre, di scontri ideologici tra grandi pensatori, filosofi e mistici abbiamo, nei nostri tempi, due forze politiche senza altra qualità che rabbia e incompetenza che ci aiutano ad andare oltre i sette veli di Maya.
Ora, tralasciando un'analisi, in quest'ottica, dell'intera storia dell'umanità che ci porterebbe molto (troppo) lontano, mi sembra persino banale affermare che dietro ogni scelta ci sia un disegno egemonico ben preciso. Un disegno che nasconde interessi di potere, di classe e di preminenza. Detto questo, però, avremmo fatto la scoperta dell'acqua calda e non porteremmo alcun contributo se non facessimo seguire scelte consequenziali che, nello specifico periodo storico che viviamo, non possono essere altro che scelte che vadano verso la ricerca di un riequilibrio economico e sociale tra le classi, tra gli individui, i popoli e l'ambiente tutto. Dalle mie parti si chiama comunismo, socialismo, solidarietà, internazionalismo, ambientalismo ma sono solo termini che rischiano di rimanere tali se dovessero essere solo enunciati e non trasformati in azioni e scelte concrete.
Il complottismo, invece, spesso, troppo spesso viene utilizzato per dividere, insinuare dubbi, paure, ansie che dovrebbero servire a denunciare e combattere il sistema ma che, se non inserite in una logica di cambiamento, oltre che individuale, anche sociale e collettivo rimangono fini a sè stessi facendo, alla fine, il gioco dei potenti e del sistema stesso.

MIZIO

venerdì 4 maggio 2018

ESTRANEI

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Quando nasci periferia della periferia, si rischia di partire già sconfitti, e, ovviamente, all'inizio non lo si sa. Si impara piano piano, dai discorsi dei genitori, dagli sguardi dei benpensanti, dai desideri che rimangono inappagati.
Lo si impara quando l'unica scelta è la strada di cui si deve imparare le regole non scritte, ma vive, palpabili, fin troppo  violente. Se non si riesce a vibrare armonicamente e in sintonia con quel mondo, ci si ritrova a scivolare verso un senso di estraneità a tutti suoni e colori che ti circondano. si comincia a sentire e far proprio uno stato di non appartenenza. Probabilmente troppo fragili e impreparati per quel paradigma. Sarebbe stato più facile fare come i tanti e assecondarne le aspettative. Tutto sommato sarebbe stato quasi naturale, per certi versi, forse, persino obbligato.  Certamente più difficile, complesso cercare di rimanerne fuori. Ma quasi mai è una scelta cosciente. E' un ritrovarsi a fare i conti con sè stessi. E' quasi, una condanna alla solitudine, anche in mezzo alla folla. E' un essere messo costantemente e brutalmente alla prova. Come quando un dolore empatico  segnò l'infanzia per quel  vicino di banco cui morì  improvvisamente la madre. Talmente forte e insopportabile il rimbalzo del suo dolore da chiedere piangendo alla propria, di madre, di cambiare classe. E anche quando si mise a repentaglio la propria incolumità per difendere un amichetto da una violenza gratuita e vigliacca. Erano più grandi e le si è prese. Ma di fronte al dolore e alle ingiustizie, devo dire, il senso di estraneità, da sempre, vacilla.  Comunque, al di là degli episodi, non sapendolo ancora,  in quei momenti iniziava il personale percorso di riscatto. Riscatto che, per molti, è scalata sociale, riconoscimento economico e supina accettazione delle regole del vivere civile e borghese. Per il potenziale estraneo a tutto ciò, era sforzo di comprensione, lavoro sfibrante e continuo su sé stesso. Nonostante le innumerevoli sbucciature di ginocchia e rotture di denti per gli ostacoli non previsti e non prevedibili, su cui inevitabilmente si andava a sbattere.
Col tempo si capisce  che, anche il senso di estraneità, non può spingersi fino al punto estremo di affidare al caso e alle bizzarie della vita la propria incolumità, e la passività rispetto le ingiustizie. Con pazienza si sono ricercati i migliori prodotti disponibili e impermeabili da spalmare sull' anima. Creare una barriera fra la propria  pelle e il resto del mondo sembrava essere necessario per girovagare senza traumi nelle strade della vita. Strade che, più si cresceva  e più aumentavano di numero rendendo, conseguentemente, sempre più problematica la scelta di quella giusta:
Si è fatta la conoscenza con le suadenti sirene piazzate strategicamente in ognuna di esse. Con le loro luci, i loro richiami, le loro sfavillanti promesse di felicità. Lo sforzo per resistere a quegli inviti sarebbe stato sicuramente superiore alle proprie forze, se non ci si fosse trovati fin da subito a coltivare appunto, l’estraneità. Coscienti di essere nel mondo con le sue regole incomprensibili, ma altrettanto decisi a non farsi travolgere dai suoi flutti e affondare nei suoi gorghi. Si è costretti, spesso, a scegliere l'ombra come condizione necessaria. Ai lati della strada, non come rancorosi e bramosi spettatori, come sembra esser condannati. Ma come coscienti e attenti osservatori. Solo apparentemente ai margini dell' eterno fluire vitale perchè, altrettanto inevitabilmente e anche non volendo, si è esposti agli schizzi di fango e.....di peggio.  D'altra parte non si è sulla terra per scivolare su di essa, ma per conoscere le sue impurità, le sue contraddizioni, i suoi limiti. Qui non si potrà mai volare,  è vero! Ma non è detto che l' unica alternativa sia affogare nella melma. Anche se è altrettanto vero che, qualche contaminazione, è inevitabile che ci tocchi e ci segni.
Nasciamo ignari e moriremo altrettanto ignari. Nei due momenti cruciali dell'esistenza, l'alfa e l'omega, siamo stati e saremo soli.  Ci accompagna, probabilmente, solo lo stesso senso di smarrimento e di angoscia. Ma tutto ciò che è in mezzo a questi due momenti, che è poi la vita consapevole. Dovrebbe essere conoscenza, ampliamento di coscienza, esperienza di equilibrio sentimentale da vivere con  la pienezza di un' apparente estraneità!

MIZIO

venerdì 27 ottobre 2017

MA CHE SEI ANCORA DI SINISTRA?

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Destra e sinistra non esistono più, sono concetti superati. Le vecchie ideologie appartengono alla storia (che tanto neanche studiamo e conosciamo). Questo mantra ci viene ripetuto spesso (troppo) da più parti. E viene ripetuto, in particolare a chi ancora si ostina a definire una propria appartenenza precisa a sinistra. Perchè, l'avrete notato, per i rigurgiti di destra e fascisti, non si usano gli stessi toni e gli stessi sguardi di compatimento, anzi si tollerano e si giustificano in nome della libertà d'espressione.
E già, troppo spesso il superamento degli "opposti estremismi", non si sa come e perchè, porta dritto dritto a sposare o tollerare posizioni storicamente di destra. 
Ora, cerco di spiegare brevemente per i semplici d'animo perchè destra e sinistra esistono e esisteranno sempre e comunque come concetti ideali contrari e divergenti.
Se sinistra e destra vengono identificati con gli attuali schieramenti politici , scaturiti dalla rottamazione della prima repubblica, devo ammettere che un fondo di ragione esiste. Esiste per colpa e responsabilità, principalmente di una sedicente sinistra che ha sposato un'ottica e visione della società, da sempre appartenuta alle classi dominanti, facendone proprie politiche e interessi, pur senza rinunciare apertamente alla propria collocazione politica. Per cui leggi e riforme, dal precariato, al Job's act, alla buona scuola a migliaia di altre, pacificamente attinenti a politiche di destra, vengono messe in atto da chi si ostina a definirsi di sinistra. Questo gattopardismo, questo machiavellismo, tipicamente nostrano è quello che ha portato, e porta molti, a buttare il bambino insieme all'acqua sporca. Per cui, invece di impegnarsi a ricostruire un tessuto politico, ideale e sociale che marchi le differenze, ci si affida alla più facile soluzione del rottamare, oltre le persone, anche gli ideali. 
Essere di sinistra o di destra non attiene esclusivamente all'appartenenza a questo o quel partito, ma vuol dire guardare il mondo con due ottiche diverse. La sinistra storicamente, nelle sue varie definizioni è, comunque, quella che cerca di portare avanti visioni politiche che tendono a una società solidale, giusta e all' uguaglianza tra gli esseri umani (potremmo definirla la ricerca della felicità per tutti). La destra, altrettanto chiaramente, esalta il singolo rispetto la comunità, promuovendo la competizione tra le persone di cui si accettano e si esaltano le differenze in nome di una selezione "naturale" in cui i più bravi, (spesso solo più furbi e forti) è giusto che debbano prevalere. Quindi, accettazione del capitalismo come unico sistema possibile. Accettazione della logica del profitto e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Rifiuto di concetti come l'uguaglianza e il non riconoscimento di quelli che possiamo definire diritti universali. 
Se questi, per molti, sono concetti e differenze superate fanno bene a seguire i pifferai di Hamelin di turno. 
Io, da parte mia rivendico orgogliosamente la mia appartenenza e adesione ai valori storici della sinistra, pur cosciente che bisognerà lavorare molto per ricostruirne identità e credibilità..

lunedì 4 settembre 2017

GOCCE



Gocce

Siamo gocce,
come gocce nel mare
Siamo acqua,
figli di un temporale
Uguali ma diversi
nell'eterno ritornare.
Mizio