venerdì 3 giugno 2011

L’Armata Bundesbank



http://cosmopotere.wordpress.com/2011/05/26/larmata-bundesbank/

26052011
Una volta, per abolire la costituzione di un paese bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi basta assoggettarlo con le cambiali.

Là dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discretaBundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.
Come chiamare altrimenti quel che sta avvenendo nel nostro continente? Siamo talmente presi a seguire le cabrate dell’imperialismo Nato, i tonneau dei Mirages di Nicolas Sarkozy, le picchiate dei Tornado di David Cameron, da perdere di vista il pugno d’acciaio con cui la Germania unificata di Angela Merkel impone le sue regole draconiane. Una volta, per abolire la costituzione di un paese e privarlo della sua sovranità bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi GreciaIrlanda ePortogallo sono state assoggettate dalle cambiali. Perché assoggettate? Perché qualunque governo gli elettori abbiano scelto, qualunque politica abbiano votato, devono comunque sottostare alle condizioni della Banca centrale europea, devono decurtarsi gli stipendi, dimezzare le pensioni, privarsi della sanità pubblica, chiudere scuole, biblioteche, ospedali. Come riferiva il Wall street Journal, gli stipendi della funzione pubblica in Grecia sono stati tagliati fino al 25%. E cosa possono fare i greci oltre che protestare invano? Qui sta la grande differenza con l’invasione armata: che questa volta i paesi occupati hanno abdicato alla propria sovranità senza fiatare. E contro chi vuoi resistere? Contro uno sportello di banca? In quale maquis ti puoi arruolare? Tra gli indomiti debitori morosi?
Perché il problema è questo: i banchieri che t’impongono l’austerità non sono stati eletti da nessuno, nessuno li può mandare a casa. Cosa può fare contro Jean-Claude Trichet (e domani contro Mario Draghi) un greco o un portoghese o un irlandese? Non c’è nessun governo eletto da far cadere. Altro che Europa del capitale! Stiamo assistendo a una dittatura informale del capitalismo (un po’ come “informale” era detto l’imperialismo Usa). In Europa la sovranità popolare non ha mai avuto grandi quotazioni, ma adesso è stata proprio degradata a «titolo spazzatura». Ogni volta che ci parlano del «popolo sovrano» ci sentiamo presi in giro. Mai come oggi si pone un problema di democrazia. Ci vorrebbe una «primavera europea», altro che «primavere arabe».
I finanzieri non devono rispondere a nessuno, neanche ai loro azionisti: tanto, se mandano in rovina le proprie banche, ci pensano i provvidi governi a salvarle. Infatti due anni fa le banche erano messe assai peggio di Grecia o Portogallo, ma questi templi della «razionalità del mercato» furono considerati too big to fail, troppo grandi per lasciarli fallire, e così gli Stati uniti cacciarono più di 3.000 miliardi di dollari per «confortarli» (relief). E la Germania fu altrettanto prodiga verso i propri istituti di credito, anche se con più discrezione. Tutte queste banche sono state salvate con i nostri soldi. Invece Portogallo e Grecia sono evidentemente too small to save. Ma non sarebbe il caso ora di salvare noi con i soldi delle banche?
Certo, il problema non si limita all’Europa dell’euro. Disoccupati, pensionati e pubblici dipendenti inglesi stanno pagando con lacrime e sangue le sovvenzioni elargite alla Royal Bank of Scotland e ai Lloyds (una ragione non secondaria del trionfo degli indipendentisti scozzesi alle ultime, recenti elezioni).
E poi c’è un versante che nemmeno la potente Germania controlla. Un tempo c’era sempre un esercito (o una flotta) più potente del tuo, come tante volte ha sperimentato la Germania. Oggi c’è sempre un capitalismo più forte del tuo. È quello delle agenzie di rating, Moody’s e Standard & Poor’s. Le agenzie di rating assegnano voti ai debitori: peggiore il voto, più alto è considerato il rischio, quindi più alta deve essere la remunerazione di chi presta e quindi più salati gli interessi pagati sul proprio debito.
Il problema è che queste agenzie di rating sono imprese private, possiedute da privati, spesso proprietari di Hedge Funds: il 19,1% delle azioni di Moody’s appartiene all’«oracolo di Omaha», Warren Buffett, il secondo uomo più ricco d’America, che specula sui debiti cui la sua Moody’s assegna i voti (ratings). Anche qui, un 81enne miliardario del Nebraska determina se tua nonna perderà la pensione a Portogruaro o Ariano Irpino. Di nuovo un problema di democrazia.
Ma vi è anche un problema di sinistra europea. Ancor più della tracotanza teutonica, colpisce l’indifferenza con cui le varie sinistre europee hanno accolto questo esercizio di dispotismo finanziario. Come se la faccenda non riguardasse noi italiani (o i francesi che se la stanno facendo sotto all’idea di perdere la tripla AAA di rating). Non vorremmo essere costretti tutti a parafrasare la famosa sentenza del pastore Martin Niemöller:
«Prima se la presero con i greci, ma io non protestai perché non ero greco. Poi se la presero con gli irlandesi. Ma non protestai perché non ero irlandese. Poi se la presero con i portoghesi, ma non protestai perché non ero portoghese….. Quando poi se la sono presa con me, non c’era rimasto nessuno a difendermi»

L’agro romano divorato dal cemento



Un rapporto di Legambiente informa che negli ultimi 15 anni sono stati cementificati 4.384 ettari di aree agricole tra la capitale e Fiumicino ( più 400 ettari nel comune di Fiumicino), il 13 per cento del totale. Sono scomparsi anche 416 di bosco e vegetazione riparia.
Adesso, in base ai piani regolatori di Roma e Fiumicino e ai programmi in atto, sarebbero a rischio ulteriori 9.700 ettari, sempre di territorio prevalentemente agricolo.
A Roma ci sono 245.142 case vuote e l’approvazione del Piano Casa della giunta Polverini avrebbe delle conseguenze catastrofiche per la nostra Regione, sia da un punto di vista urbanistico che ambientale. Si prevedono 80 milioni di metri cubi in più di cemento, 40 solo a Roma.



Sono a rischio 1.500 ettari nei parchi, 500 ettari di aree agricole, 3.000 ettari di aree destinate a verde e servizi. A tutto questo vanno sommate le trasformazioni delle caserme, il raddoppio delle cubature in molte centralità, la cessione di aree verdi e la loro trasformazione in aree edificabili in cambio di infrastrutture.Pubblicato da Amici Riserva di Decimahttp://riservadecima-malafede.blogspot.com/

La crisi del capitalismo

Energia, l’Irlanda è sempre più verde

Mentre la Germania ha appena dichiarato la chiusura irrevocabile del proprio programma nucleare, mentre in Giappone si prevedono fino a 400mila casi di cancro nei prossimi 50 anni per la catastrofe di Fukushima, mentre in Italia si aspetta di conoscere l’esito del referendum dei prossimi 12 e 13 giugno, in Irlanda il problema dell’energia atomica non si pone nemmeno.

La “verde Irlanda” non ha mai avuto un programma nucleare. Anzi, assieme a Portogallo, Austria, Norvegia, Grecia, Danimarca e Lussemburgo si è schierata apertamente contro questa fonte di energia, preferendo puntare, fin da tempi non sospetti, sulle fonti rinnovabili.

Se il primo impianto eolico del paese risale al 1991, è dal 2002 che il governo ha fondato l’Authority per l’Energia Sostenibile, la SEAI, che si occupa da allora di trasformare l’Irlanda in una società basata interamente sulla sostenibilità ambientale ed energetica. Gli obiettivi sono chiari: così come nelle microelettronica e nei settori della ricerca scientifica avanzata, l’Irlanda vuole diventare “un riconosciuto leader globale” nel settore delle rinnovabili, raggiungere il 100% della produzione di energie pulite sul proprio territorio, ottimizzare la distribuzione e i consumi, arrivare a esportare il surplus e lanciarsi poi nella riconversione dei trasporti a base di energia elettrica.

Puntando a tali obiettivi, negli ultimi dieci anni sono stati fatti molti passi avanti: nel 2010 le fattorie eoliche hanno prodotto oltre il 10% del fabbisogno energetico nazionale, con l’obiettivo di raggiungere il 40% nel 2020. Più indietro rimangono le fonti solari e quelle geotermiche, ma un grande slancio hanno gli studi sulle possibilità di sfruttamento degli impianti oceanici, considerati assieme all’eolico la grande risorsa del paese. Nella base navale di Haulbowline, il governo e gli istituti scientifici del paese stanno realizzando infatti il più grande centro di ricerca del mondo sull’energia oceanica, con l’obiettivo ufficialmente dichiarato di installare in vent’anni oltre 250 postazioni di produzione energetica in mare aperto, arrivando a produrre 500 MW di energia e dando lavoro a 50.000 persone.

Le operazioni di riconversione del paese toccano anche la riduzione degli sprechi: ogni anno decrescono in maniera consistente i consumi di cittadini, industrie, servizi e trasporti e si riducono di importanti percentuali le emissioni inquinanti di CO2 correlate alla produzione di energia.

Anche il governo appena insediatosi continua su questa linea, con il supporto confermato alle energie geotermiche, marine ed eoliche, il miglioramento del sistema di tassazione e di incentivi ai cittadini che supportano i diversi programmi di “energia verde”, nonché con il sostegno alla produzione di energia “casalinga” urbana e rurale, migliorando il sistema di inserimento dell’energia prodotta nella rete elettrica del paese.

Insomma, attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi, l’abbandono progressivo delle energie fossili e lo sviluppo delle energie sostenibili, l’Irlanda vuole diventare (citando testualmente) “l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili”.

È utopia? Sono chiacchiere da governanti? Eppure, a parte la tempistica e le cifre, la direzione appare a molti quella giusta, per guardare a un futuro energetico davvero concreto e sostenibile.

Mauro Longo, giornalista freelance in Irlanda (da Il Fatto Quotidiano)

mercoledì 1 giugno 2011

SINCRONICITA'











La sincronicità

Fenomeno misterioso ed affascinante, l'evento sincronico collega per un istante il mondo del sogno e quello della veglia, lasciandoci sorpresi ma come benedetti dall'incontro.
Coincidenze troppo incredibili per essere casuali, eppure inspiegabili nei termini della razionalità abituale. Come quando capita di sognare un oggetto inconsueto, e durante il giorno seguente ci si ritrova ad averlo in mano; oppure, ancor più inquietante, quando si sogna un evento che si scopre poi essersi verificato altrove e a nostra insaputa, in contemporanea al nostro sogno. Quello della sincronicità è un concetto proposto da Jung, per identificare l'improvvisa corrispondenza fra vicende interne psichiche e quelle esterne, fisiche. Le une non sono causa delle altre, eppure il legame fra loro è evidente e ha un senso.

Nei sogni premonitori, succede di vedere accadimenti di cui non si può essere a conoscenza, che poi si verificano poco dopo. Chi ha questo dono ne è spesso impressionato: una spiegazione scientifica non c'è. Forse l'inconscio sa più della mente razionale. Esso percepisce qualcosa che ha luogo altrove, grazie ad una relativizzazione dello spazio e del tempo; e che succede ad altre persone, attingendo dall'inconscio collettivo, che è comune a tutti: il fondamento di ciò che gli antichi chiamavano "la simpatia di tutte le cose".

La simultanea comparsa di uno stesso simbolo in un sogno ed in diverse circostanze reali della giornata successiva avviene perché esso collega e attrae gli eventi secondo il suo significato. Anche se siamo turbati dalla sincronicità, in realtà sentiamo che si apre uno spiraglio su un quadro vitale più ampio e vivo del solito. Capirla con gli abituali schemi di causa ed effetto è impossibile e frustrante; è meglio apprezzarla per quel lampo di eccezionalità, e arricchire la nostra percezione con l'inesplicabile, intenso apporto del mondo inconscio. Che è reale quanto quello della veglia, e con esso è bene che comunichi di più.

Olga Chiaia
Psicologa Psicoterapeuta
UN POPOLO

Un popolo è tale
se allo specchio si vede uguale
non solo per la voglia di vacanza
o le vittorie della nazionale.

Un popolo è tale
quando ancora sa sognare
di giustizia ed eguaglianza
e magari il coraggio per osare.

Un popolo è tale
quando abbatte oggi il suo muro
e guardando con occhi di ieri
progetta il suo futuro.

Un popolo è tale quando
non c’è necessità
di imporre il rispetto
per l’altrui libertà.

M.M.

Addio welfare europeo: Bruxelles suicida il futuro

Negli ultimi cinquant’anni il modello sociale europeo ha migliorato la vita di decine di milioni di persone, convinte che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori. Ora il sogno è finito: i governi dicono che ormai, per non morire di debito pubblico, è necessario tagliare tutto: pensioni, sanità, scuola, università, salari e diritti. Questo spiega la rivolta degli studenti inglesi, le manifestazioni francesi contro i tagli delle pensioni e l’agitazione dalla Fiom in difesa del lavoro. L’Europa incolpa la crisi e l’eccessivo costo del welfare? Peccato, scrive il sociologo Luciano Gallino, che le entrate siano diminuite prima ancora della crisi: dal 2000, i ricchi hanno pagato sempre meno tasse.

Argomenti che, su “Repubblica”, Gallino oppone al “sillogismo di Trichet”, il presidente della Banca Centrale Europea, secondo cui è giunto il tempo di “tirar cinghia” dato che i cittadini europei sono ultra-indebitati: fra ricapitalizzazioni, garanzie e acquisto di titoli tossici, sulle spalle dei risparmiatori grava un fardello da 4 trilioni di euro, pari a 4.000 miliardi, quasi tre volte il Pil italiano. L’unica ricetta di Trichet: tagliare la spesa pubblica, per rimediare all’indebitamento. Che secondo i governi europei dipende da un’accoppiata infernale: il deficit crescente dei bilanci pubblici, indotto dai costi eccessivi dello stato sociale, e la parallela diminuzione delle entrate fiscali causata dalla crisi. «Nessuna delle due giustificazioni sta in piedi», dichiara Gallino.

Il deficit medio dei bilanci pubblici nei paesi della zona euro, spiega l’editorialista, era appena dello 0,6 per cento del Pil nel 2007. Nel 2010 risulta aumentato di 11 volte, toccando il 7 per cento. Colpa di un eccesso di spesa sociale? «Certo che no». Nel periodo indicato, il costo del welfare è «stabile o in diminuzione». A far saltare i conti, dice Gallino, è stata semmai la crisi finanziaria. Quanto alle entrate, sono diminuite ben prima della crisi, «a causa della forte riduzione delle tasse». Sgravi fiscali «di cui hanno beneficiato soprattutto i patrimoni e i redditi più alti». In Francia, ad esempio, un rapporto presentato a giugno lamentava che a causa delle “massicce riduzioni” delle imposte, dal 2000 in poi le entrate statali hanno subito perdite valutabili tra i 100 e i 120 miliardi di euro.

Gallino denuncia «l’attacco al modello sociale europeo» portato dai governi di destra, «magari con etichetta socialista, come quello di Zapatero». E il governo italiano? «Appare del tutto allineato e coperto: taglia alla grossa la spesa sociale in modi diretti e indiretti, tra cui la drastica riduzione dei trasferimenti agli enti locali». Per di più, il sistema-Italia è molto più fragile, visto che gli italiani non possono contare su ammortizzatori sociali di livello europeo: sussidi di disoccupazione pluriennali che tocchino l’80% della retribuzione, solidi servizi alle famiglie come avviene in Danimarca, reddito minimo garantito come per i francesi. Tantomeno, gli italiani ricevono «gli alti salari inglesi o tedeschi, che almeno quando uno lavora permettono di reggere meglio le riduzioni dei servizi sociali».

Secondo Gallino, l’attacco dell’Europa al proprio modello sociale «non è soltanto iniquo, è pure cieco, perché apre la strada a una lunga recessione». Meno scuola e meno università «significano avere entro pochi anni meno persone capaci di far fronte alle esigenze di un’economica innovativa e sostenibile». Inoltre: «Infrastrutture sgangherate costano miliardi solo in termini di tempo», e servizi sociali in caduta libera «vogliono dire meno occupazione sia tra chi li presta, sia tra chi vorrebbe disporne per poter lavorare». Attaccare il welfare europeo tradisce una «vocazione al suicidio economico» e mina il fondamento dell’identità europea, distruggendo la solidarietà sociale: a una generazione intera, che (quando ha un lavoro stabile) va incontro a pensioni che stanno scendendo verso la metà dell’ultima retribuzione, «è arduo chiedere di pagare la crisi una seconda volta» (info: www.repubblica.it).