giovedì 26 marzo 2015

CAPOCOTTA: UNA FORESTA DA SALVARE

La Riserva Naturale di Decima Malfede è di nuovo a rischio

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di Laura Roxana Neamtu


Sono vivamente preoccupati gli ambientalisti per il destino della Riserva di Decima Malafede: lo scorso 20 gennaio con una delibera approvata dal Commissario Straordinario Livio Proietti, RomaNatura ha deciso di recidere il contratto di locazione del bosco denominato “Macchia di Capocotta”, che fa

parte della Riserva Naturale di Decima Malafede, la più grande delle aree protette dall’ente RomaNatura. L’affitto era stato stipulato dai precedenti consigli direttivi dell’ente per tutelare lo straordinario valore di questo bosco e metterlo al riparo da rischi di taglio e speculazione, ma il commissario Livio Proietti, nominato dalla Polverini commissario straordinario di Romanatura ha rescisso il contratto di affitto, dando come motivazione la necessità del risparmio.


La Macchia di Capocotta, estesa oltre 150 ettari, è il bosco di querce meglio conservato della Riserva di Decima Malafede e al suo interno vi si trova il l’unico stagno permanente della Riserva ( in questi ultimi anni è diventato stagionale, con danni gravi per la produzione degli anfibi), oltre alle numerose specie animali. Marco Antonini, ambientalista ed ex presidente di WWF Lazio denuncia l’atto di RomaNatura, che rischia di mettere in serio pericolo la “Macchia di Capocotta”, sollevando dubbi su quello che sarà il destino del bosco. A maggior ragione se si considera che la Riserva Naturale di Decima Malafede, che si estende su circa 62 kmq tra la Via Pontina e la Via Laurentina, secondo Antonini già sta subendo attacchi vari mediante “tagli boschivi non autorizzati, inquinamento dei corsi d’acqua, fogne abusive, per non parlare delle numerose costruzioni edilizie invadenti ( Campus Biomedico alla Selcetta, le nuove costruzioni alla Perna, il parco divertimenti a Castel Romano ecc..). Rimane quindi da vedere anche che fine farà il prezioso bosco di Capocotta..”






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Un video sulla Macchia di Capocotta

Clicca qui per il video di Marco De Silvi
"Oggi con l'amico reporter Luca alla Foresta di Capocotta, tanto dolore nel vedere un simile scempio!! La Forestale sul posto stava controllando i tagli, forse grazie alla vostra indignazione!!! Non possiamo permettere un simile disastro!!" commento dell'autore del video


http://riservadecima-malafede.blogspot.it/

giovedì 19 marzo 2015

LE STORIE DEGLI SPAZI BIANCHI: "CIAO MAE'!"



"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


Erano gli anni felici e pieni di aspettative, diplomato fresco alle magistrali (scelte, dopo aver lasciato il classico) convinto che la mia missione nella vita fosse quella di migliorare il mondo e di conseguenza aiutare a crescere i piccoli con metodi e occhi diversi da quelli della classica scuola di stato, in buona parte ancora classista. Imbevuto delle letture della scuola di Barbiana di Don Milani, delle esperienze di didattica sperimentale di Danilo Dolci. Ma soprattutto della scuola 725 frequentata da me stesso nelle degradate borgate romane e di quella meravigliosa energia e positività giovanile che fa ritenere tutto possibile.
Come tutti i neo diplomati presentai subito domanda al Provveditorato per poter iniziare a fare supplenze. Scegliendo un circolo didattico periferico che sapevo avere meno domande e, quindi, più possibilità di lavoro. E infatti in quel primo anno lavorai quasi costantemente pur non avendo avuto il piacere di portare una classe per più di quindici giorni. D’altra parte il mio solo punteggio aggiuntivo era quello dato dal più che buono voto con cui mi ero diplomato. Fu un periodo un pò frustrante per le mie fantasticherie di giovane educatore ma che, comunque, sarebbe servito negli anni a seguire. Si ripartì per il secondo entusiasmante anno di supplenze (allora non ci si definiva precari, ma il concetto era lo stesso) ed ebbi la casualità di andare per una settimana in una quarta elementare, che sentendo i rumors di corridoio non sapevo se considerare una iattura o una benedizione. E si, perché l’insegnante titolare pare fosse incinta con gravidanza a rischio, quindi si prospettava la concreta possibilità di coprire l’intero anno scolastico. La parte meno piacevole era che quella classe era considerata particolarmente impegnativa per la presenza di alcuni bambini rom di cui uno ancor più problematico, Pasqualino, già benedetto da una bocciatura l’anno precedente.
Entrato in classe tra l’indifferenza dei più e la curiosità soprattutto delle bambine, (considerate che si era a cavallo tra gli anni 70 e 80, e non era più così frequente vedere un giovane maestro maschio), non feci fatica a individuare subito Pasqualino. Era in lotta furibonda con alcuni compagni per il possesso di qualcosa che lui riteneva essere propria per averla trovata e gli altri che lo accusavano invece, di averla rubata.
Ottenuta a fatica la calma e sequestrato prudenzialmente l’oggetto in questione, passammo alle presentazioni. Data la mia imperizia e inesperienza credo che non abbiano capito molto del pistolotto che mi ero preparato per fare subito bella figura. I bambini non sanno fingere, e i loro sguardi distratti o interrogativi valevano molto più di cento domande. Domande che, comunque, arrivarono soprattutto da parte, come dicevo prima, delle bambine che erano molto interessate alla mia vita sentimentale, e saputo che non ero fidanzato, si stupirono molto e in seguito, con il tempo e l’acquisita confidenza mi dispensarono molti consigli utili a trovare una compagna.
Come già accennato in precedenza il mio intento principale era di contribuire a cambiare il mondo, quindi cominciai ad approcciarmi a quella classe e a quei bambini in modo molto informale, facilitato anche dalla giovane età, e confidenzialmente chiesi di essere chiamato per nome e non maestro.
Da quel giorno per quasi tutti diventai Maurizio, per alcuni maestro Maurizio e solo per Pasqualino rimasi il maestro.
A questo punto devo forzatamente illustrare l’ambiente sociale in cui il tutto si svolgeva. Si parla di estrema periferia romana, un quartiere moderno di edilizia economica e popolare dove, a fianco di famiglie di ceto medio impiegatizio, trovarono spazio, grazie alle politiche di integrazione dell’ allora giunta di sinistra a Roma, famiglie con forti disagi sociali e abitativi provenienti anche dalle zone allora più degradate della città.
E, tra queste c’erano alcune famiglie di rom (come si vede nulla di nuovo sotto il sole) che portarono oltre la loro presenza e cultura, sospetti e insofferenza tra i residenti. Pasqualino e le sue due cugine facevano parte di un programma di integrazione e quindi frequentavano,  anche se non  regolarmente, la scuola.
Le due bambine erano più comprese nel loro ruolo di piccole donne già abituate a svolgere lavori casalinghi o a chiedere l’elemosina ai semafori. Tendevano a non mettersi in evidenza più di tanto e erano più portate ad uniformarsi al comportamento delle compagne. Quindi attenzione ai vestiti, anche se miseri, all’acconciatura e alle piccole civetterie tipiche di quell’età. Pasqualino no, lui era ostinatamente e orgogliosamente, compreso nel suo ruolo di diverso e non mancava occasione per dimostrarlo, Chiamarmi maestro e non in maniera più confidenziale, come avevo richiesto, era il suo modo di marcare le differenze con il resto del mondo.
Gli altri, e i suoi compagni in particolare, erano da lui visti non come modelli, ma come avversari se non proprio nemici. Erano quelli che, anche senza parlare o fare nulla di particolare, lo facevano etichettare comunque, come diverso.
Non stava mai seduto al banco, ma quello era il minimo. Usciva quando voleva, si doveva spesso interrompere la lezione per andarlo a trovare, faticava a seguire la lezione, si stancava di scrivere, rifiutava di leggere. Scoprii poi, che  il rifiuto era dovuto soprattutto alla vergogna di farlo con molta difficoltà,  di fronte alla classe.
Presi l’abitudine di metterlo vicino alla cattedra, la qual cosa suscitò
vibranti proteste da parte degli altri, vedendo in quella posizione un privilegio non meritato, anzi.
D’altra parte se lo lasciavo troppo libero di scorazzare faceva man bassa di merendine, gomme, matite e qualsiasi altra cosa potesse arraffare. Non lo faceva per bisogno, ma era il modo di affermare il suo predominio su un mondo non suo ma che  era costretto a frequentare
La sua casa era abbastanza lontana dalla scuola, io inizialmente andavo al lavoro a piedi, poi arrivando i primi freddi e la pioggia cominciai ad usare l’autovettura. Anche quella cosa suscitò molta curiosità trattandosi di un modello non molto diffuso e considerato anche strano, che io avevo preso di seconda mano per il suo basso prezzo.
Quella novità fece scattare in Pasqualino l’idea che il maestro in qualche misura potesse essergli utile. Infatti divenni il suo accompagnatore abituale alla fine delle lezioni. Cosa che facevo con piacere avendo così l’occasione di approfondire la conoscenza sua, del suo mondo e, soprattutto, non mi costava veramente nulla. Questo mi permise di entrare in contatto con una realtà che fino ad allora conoscevo veramente poco, quella dei rom in corso di integrazione. Mi avvicinai con umiltà e curiosità, mai con la presunta verità in tasca da sbattere loro in faccia. Superando diffidenze, entrando in confidenza, capii la loro fatica, il modo viscerale e disperato di mantenere le loro tradizioni pur nella consapevolezza di doverle contaminare con un altro tipo di vita. Il loro più grande desiderio era di essere accettati dall’ambiente circostante per quello che erano. Cominciò così un cammino parallelo all’attività didattica vera e propria in cui, grazie a Pasqualino, stavo scoprendo un mondo che aveva tanto da insegnarmi, e a cui tanto avrei voluto dare. Diventai agli occhi dei genitori “normali” il maestro che frequenta gli zingari e ciò comportò problemi con alcuni di loro che paventavano rischi per la salute dei bambini ed epidemie epocali. In tutto questo l’atteggiamento esteriore di Pasqualino non cambiò di molto, ma cominciò lentamente ad essere più presente e attento a ciò che si svolgeva in classe, non faceva più molte assenze e aspettava con ansia il momento in cui lo avrei riaccompagnato a casa. Ero diventato per lui un motivo d’orgoglio di cui vantarsi di fronte ai suoi. D'altra parte avere il maestro come autista non era da tutti.
Faticai per organizzare incontri nella scuola tra i rom e gli altri genitori e le maggiori resistenze venivano proprio da alcune insegnanti che si misero di traverso e tentando di condizionare il resto dell’ambiente. Grazie però ad alcuni genitori più aperti, a qualche insegnante più anziano, ma più disponibile, il muro di diffidenza piano piano cominciò, non per tutti ma per la maggior parte, a sgretolarsi. Se non altro si riusciva a parlarsi e a e conoscersi. Grazie anche alla mia attività politica, vennero anche, coinvolti successivamente nelle iniziative esterne e nel quartiere. Memorabile rimase un momento  autogestito da loro all’interno della locale Festa dell’Unità. Comunque, come tutti gli altri prima e quelli dopo, anche quell’anno si concluse, Pasqualino, al pari di tutti gli altri fu promosso. Facemmo una festa di fine anno ed ebbi l’occasione di provare per la prima volta quel sentimento e quel groppo in gola che ti coglie quando sai di lasciare qualcuno che forse non rivedrai e, soprattutto, qualcuno cui hai lasciato un pezzo d’anima. E ai bambini di quella classe che per la prima volta avevo avuto la possibilità di seguire, un pezzo d’anima e anche di più lo lasciavo veramente.


La mia carriera d’insegnante supplente continuò per altri tre anni, poi le vicende della vita ti pongono sempre di fronte a dei bivi e dovetti scegliere altro, non potendomi permettere il precariato a vita a fronte della ancor più precaria situazione economica familiare.
Passarono diversi anni e, un giorno, incrociando un ragazzo ormai più che adolescente biondo, occhi chiari, con l’aria scanzonata e strafottente tipica di quell’età
mi sentii fissare e poi, passato oltre, chiamare:
”Ciao mae’!”
…..“Ma come, maè, ma nun me riconosci? So’ Pasqualino!”.
“Pasqualino? Ma sei proprio tu? E chi ti riconosceva!”
Ci abbracciammo, lo invitai a prendere un caffè insieme e mi raccontò che, per colpa mia era diventato “l’intellettuale” della sua famiglia, avendo lui  per primo, essere riuscito a prendere il diploma di terza media. Mi disse che aveva una ragazza “normale”. Che lavorava come meccanico in un’officina della zona, che voleva sistemarsi e che ai suoi figli avrebbe fatto del tutto per farli studiare. Non avrebbero mai dovuto considerarsi diversi.
Mi prese in giro per la mia macchina dell’epoca e mi fece promettere che, se avessi avuto bisogno di un meccanico sarei dovuto andare da lui.
“Sono bravo sai, e per te prezzi speciali”. Glie lo promisi, ma non mantenni mai la promessa.
Quando ci salutammo per riportare ognuno i propri passi nella propria via mi chiese:
“Ti posso ancora chiamare Maurizio?”
“Devi!”
“Ciao Maurì!.... Ciao Maè!”
“Ciao Pasqualìno”


MIZIO

sabato 7 marzo 2015

ITALIANO, BONO ITALIANO



Nelle mille analisi politiche e sociali che vanno ad analizzare il momento storico dell’Italia odierna, non mancano riferimenti a cifre, statistiche, crisi finanziarie, di valor e partorire proposte punitive  tutte tese a dimostrare e riequilibrare il fatto  che l’Italia e gli italiani hanno vissuto e vivono ancora al di sopra dei propri mezzi e, forse, anche dei propri meriti.
Ora qui non voglio e non posso, per mancanza di competenza, analizzare nel dettaglio quanto tutto ciò possa essere vero. Posso solo usare la logica, il buon senso e un minimo di conoscenza della storia patria e personale, con cui avviare alcune riflessioni.
In particolare vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare del nostro essere italiani. Lasciando da parte la retorica del Piave che si riaccende solo in occasione di alcune vittorie sportive, è notorio che l’Italia può consegnare alla storia, dopo il crollo dell’Impero Romano, pochi e isolati momenti di responsabilità e reattività collettiva. In minima parte, nel Risorgimento e, altrettanto in parte, anche se in misura più significativa, durante la guerra di liberazione. Terrei fuori da questo i movimenti operai e studenteschi post ’68, per il semplice fatto che partivano da una base di rivendicazioni per l’eguaglianza e la giustizia ma non esaltavano in alcuna misura, anzi, il senso di appartenenza al proprio paese. Da noi gli atti di eroismo sono stati quasi sempre atti del singolo e quasi mai collettivi. Chi non ricorda il mito del “bono italiano” trasmesso dai film che non esaltavano la nostra bontà ma rappresentavano una vigliaccheria di fondo raramente riscattata collettivamente. Di questo siamo stati accusati e, ancor più spesso dileggiati, da altri popoli che con ben altro spirito di sacrificio e di appartenenza si sacrificavano per il loro paese, anche quando il torto era chiaramente dalla loro parte.
Qualcuno evidenzia che ciò attenga ad una predisposizione quasi antropologica del nostro popolo per la codardia e per l’opportunismo. Non essendo chiaramente  antropologo, non posso escluderlo a priori, ma striderebbe con i gesti altrettanto eroici e disinteressati che gli italiani hanno fatto, e fanno, in altri ambiti e in altre condizioni che non siano la guerra. Pensiamo all’eroismo dei tanti volontari che si spendono per cause spesso lontane migliaia di chilometri dall’Italia rischiando la propria vita. Pensiamo anche alle tante figure che si sono immolate per una causa in cui credevano, giusta o sbagliata che fosse. E a tutti gli altri che hanno affrontato la detenzione e le torture per lo stesso motivo.
Quindi, forse, la base non è  e non può essere una differenza congenita ma si deve attenere a qualcos’altro.
E il qualcos’altro va ricercato nella nostra storia. L’Italia dopo aver dominato il mondo con l’Impero Romano ha progressivamente perso le sue caratteristiche di unità e di coesione incapace, come fu, di opporsi alle numerose scorribande di eserciti o orde di varia provenienza che scorazzavano  per la penisola perdendo progressivamente anche l’unico  tratto comune che resisteva, la lingua. Le varie influenze straniere che in alcuni casi hanno rappresentato periodi di interi secoli hanno progressivamente trasformato l’idioma in un coacervo di dialetti che lingua condivisa  più non era.
Ma il mito dell’unità dell’Italia comunque, allignava sempre, anche se in ambiti ristretti e il Risorgimento, al di là della retorica, non rappresentò un desiderio condiviso popolarmente, ma fu un’aspirazione ideale di ambienti borghesi e culturali appoggiato dai Savoia per mero interesse espansionistico e di prestigio. Tanto è vero che per molti anni somigliò più ad una colonizzazione che a un reale processo unitario e di integrazione, cui si è tentato solo nell’ultimo dopoguerra, di porre rimedio con il portare al centro dell’attenzione la questione meridionale.
Ma anche laddove era stato più forte il sentimento unitario esso non rispondeva af un sentire di appartenenza paragonabile allo spirito patriottico inglese, alla grandeur francese o alla cieca obbedienza del popolo tedesco.
Le prove sono numerose, provate a parlare con i pochi superstiti della prima e i più numerosi della seconda guerra mondiale e saprete di artefizi e modi, arrivati anche all’autolesionismo fisico, per di evitare di dover andare al fronte a combattere, che stridevano con le fila di migliaia di volontari pronti a partire in difesa della propria patria in altri paesi. Cosa rilevata anche in occasione delle guerre in corso, in cui spesso e in misura superiore agli altri eserciti si sceglieva la strada della resa, sia pure disonorevole, piuttosto che una morte eroica, ma certa.
Viste le considerazioni precedenti diciamo che non può  trattarsi di vigliaccheria congenita e dobbiamo arrivare alla conclusione che se il rischio per la propria vita è accettato e praticato in ambiti e con motivazioni diverse, non è parimenti considerato necessario nel caso del sacrificio per la difesa della patria. Popolo, quindi,  non di vigliacchi ma di pacifisti? Non sembrerebbe proprio, visto che poi, l’attività violenta e repressiva, in altri ambiti è stata e viene costantemente esercitata singolarmente e collettivamente.
Allora la conclusione è semplice e agghiacciante. Ancora non siamo e non lo siamo mai stati un popolo coeso. L’unità c’è stata ma per settori della società, ritornando alle lotte operaie e studentesche, e per periodi di tempo limitati, non certo sufficienti a caratterizzare un popolo. Enormi responsabilità in questo l’hanno sempre avute le classi dirigenti che hanno, quasi costantemente, esaltato le nostre peggiori caratteristiche, prima fra tutte l’interesse privato, trasformatosi via via in corporativismo, difesa del proprio piccolo o grande privilegio, formazioni di vere e proprie caste e spazi in cui lo stato ha rinunciato ad affermare la propria presenza. Come stupirsi, quindi, che, in un periodo di profonda crisi come quella attuale, ci si possa sentire non coinvolti in un processo unitario di sacrifici calati dall’alto, senza contradditorio, senza coinvolgimento attivo e a cui viene richiesta solo una passiva accettazione? Molto più facile tentare di salvarsi singolarmente o come gruppo scaricando su  altri il peso e l’onere della battaglia quotidiana per la sopravvivenza.


Patetici sembrano in questo contesto i proclami di esponenti politici che cavalcano il risentimento popolare nei confronti del potere, ad esempio, alimentando l’odio razziale e la rabbia contro i migranti al grido del “Prima gli italiani!”.
E’ vero, prima gli italiani, ed è su questo che bisognerebbe puntare. Ma non nel modo inteso da quei ridicoli personaggi, ma attuando politiche e scelte culturali solidali che coinvolgano, esaltino con equità e giustizia la difesa del bene e dell’interesse comune stimolando così l’orgoglio e il senso d’appartenenza.
Sono sicuro che questo sentimento sarà esaltato molto di più dalle seconde o terze generazioni di extracomunitari del nostro paese e saranno, forse loro, i primi veri e orgogliosi italiani


Ad maiora

MIZIO