lunedì 23 gennaio 2012

E VENNE L' ORA DELL'ART.18....



Il piano Fornero e le alternative dopo l’uscita di Monti
Mario Monti l’ha ribadito ieri pomeriggio durante l’intervista con Lucia Annunziata: l’articolo 18 non è un tabù. E questa settimana il governo affronterà il tema più spinoso tra quelli che finora ha messo sul tavolo: la riforma del mercato del lavoro. Mentre i sindacati già scaldano i motori della protesta, il Corriere ci racconta quali sono le proposte sul tavolo del ministro Fornero, partendo da quella ‘a costo zero’ del duo Boeri-Garibaldi:
La riforma del mercato del lavoro proposta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi si caratterizza per essere a costo zero, perché è rivolta a tutti (non solo ai giovani) e perché prevede sin da subito un contratto a tempo indeterminato anche se per i primi tre anni viene sospesa quella parte dell’articolo 18 che prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa. Il meccanismo di base di questa proposta, presentata in Senato un anno fa e firmata anche da Franco Marini e Paolo Nerozzi, prevede che nei primi tre anni le tutele crescano gradualmente con la durata dell’impiego fino a rendere oneroso il licenziamento: alla fine del triennio l’imprenditore che decide di liberarsi del dipendente g l i deve r i c o n o s c e r e 6 mensilità. Se lo conferma, automaticamente si estendono tutti i diritti previsti dall’articolo 18. Questo contratto, che vale solo per i nuovi assunti, diventa «unico» ma non prevede l’abolizione di altri contratti. Solo, li rende meno convenienti. Per esempio quelli a tempo determinato (stagionali esclusi) si trasformano automaticamente nell’«unico» se la paga annua è inferiore a 25 mila euro lordi che salgono a 30 mila nel caso dei parasubordinati con monocommissione (esclusi praticanti negli studi dei professionisti). Nel disegno di legge è contemplato anche un salario orario minimo garantito, che un’apposita commissione dovrà individuare. Volutamente nella proposta Boeri-Garibaldi non ci sono riferimenti alla riforma degli ammortizzatori sociali con l’indennità di disoccupazione per tutti. La decisione si spiega con la filosofia di base con la quale è stata progettata la proposta: quella del «costo zero». Le risorse sono quelle che sono e, come si legge nel loro libro Riforme a costo zero, «le agevolazioni fiscali nel mondo del lavoro hanno sempre creato distorsioni del mercato».

Poi c’è il modello danese, la flexicurity:
Il modello del giuslavorista Pietro Ichino, proposto in un disegno di legge presentato al Senato nel 2009, si basa sul concetto di «flexicurity». I lavoratori, tutti non solo i giovani, accettano un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma reso più flessibile con una tecnica di protezione della stabilità diversa da quella attuale. Al termine di un periodo di prova di sei mesi, il lavoratore viene assuntoma perde la protezione totale dell’attuale articolo 18: solo nel caso di licenziamenti per motivi economici od organizzativi (non quelli indiscriminati) il lavoratore incassa un’indennità che può arrivare fino a un massimo di 18 mesi di stipendio. Contestualmente viene creata una assicurazione complementare contro la disoccupazione (oltre agli attuali strumenti) che porta l’assegno del senza lavoro a un livello paragonabile a quelli scandinavi. La durata è pari al rapporto intercorso con l’impresa con un limite massimo di tre anni e una copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione decrescente nei successivi due anni fino al 70%. La condizione per mantenere questo sussidio è che il lavoratore non si rifiuti di accettare le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione. Le imprese si accolleranno il costo dell’assicurazione e dei servizi collegati, affidati a enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, il cui costo medio complessivo Ichino lo stima in circa 0,5% del monte salari. Il principio di base è che più rapida è la ricollocazione del lavoratori più basso è il costo del sostegno a carico delle imprese. La proposta Ichino è stata finora apprezzata dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, e dall’ex responsabile economia Enrico Morando ma respinta da Bersani e Fassina. La proposta di legge è stata firmata anche da esponenti del Pdl e ha trovato condivisioni in Confindustria.

 


Infine c’è l’apprendistato:
L’apprendistato sembra al momento lo strumento più idoneo per affrontare senza tanti stravolgimenti normativi il problema della disoccupazione giovanile. Sul suo rafforzamento e maggiore estensione per renderlo davvero fruibile a tutte le categorie di lavoratori c’è il sostanziale accordo dei sindacati e anche della Confindustria. Anche perché affronta inmodo semplice la questione dell’articolo 18, prevedendone una sostanziale sospensione nei primi tre anni di lavoro-formazione- prova. L’apprendistato nella sua formula originaria è nato nel ’55 e ha avuto sei successivi adeguamenti normativi, l’ultimo nel dicembre 2007. Si rivolge ai giovani tra i 16 e i 29 anni di età. Il rapporto di lavoro concepito con questo strumento dalle parti sociali è di «tipo misto», visto che si prevede l’onere per il datore di lavoro di una effettiva formazione professionale, sia mediante il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche sia mediante l’affiancamento pratico per l’apprendimento di abilità operative. L’assunzione di apprendisti richiede la stipula di un contratto di lavoro in forma scritta con allegato il Piano formativo individuale, mentre il numero degli apprendisti assunti non può superare quello dei lavoratori dipendenti qualificati effettivi. Attualmente i contratti collettivi determinano la durata del rapporto di apprendistato, comunque per legge non inferiore a due anni e non superiore a sei. Nello schema dei sindacati, per costruire su questo impianto normativo quello più adatto ad affrontare il tema della disoccupazione giovanile, occorre rendere più appetibile lo strumento introducendo dei forti bonus fiscali e contributivi. Come la proposta Ichino, anche l’apprendistato ha dunque un costo e, per le imprese, una certa controindicazione perché riconosce ai sindacati un forte potere nello stabilire la durata del periodo di formazione
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domenica 22 gennaio 2012

LA CROCIERA, TURISMO DA RIPENSARE


Dopo il disastro della Costa Concordia, diventano evidenti gli interrogativi su quella particolare forma di turismo di massa rappresentata dalle crociere. Un'industria cresciuta senza limiti e senza regole, con navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Se l'impatto ambientale è molto rilevante, il contributo economico alle destinazioni è invece molto contenuto. Un modello che non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese.
È ormai chiaro che il disastro della Costa Concordia non è stato solo il frutto di una fatalità o di un errore umano. Per anni, l’industria delle crociere è cresciuta senza limiti e senza regole. Navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Un impatto ambientale molto rilevante, un contributo economico alle destinazioni molto contenuto. Questo modello non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese.
TRENT’ANNI DI CRESCITA
Già l’Osservatorio Ebnt 2011 aveva iniziato a porre i primi punti interrogativi sull’effettivo sviluppo e le ricadute economiche e occupazionali di un comparto che, se ci si fermava alle dichiarazioni dei grandi cruise operators, le grandi compagnie crocieristiche come Costa, non avrebbe dovuto conoscere limiti alla propria espansione.
In poco meno di trent’anni la vacanza crocieristica ha subito una profonda trasformazione, passando da genere di lusso a prodotto di massa, fino a raggiungere solo in Europa la ragguardevole cifra di 5,5 milioni di clienti imbarcati nel 2010.
La dinamica è stata trainata per intero dai cruise operators, che hanno saputo attuare una costante profilazione sui vari segmenti del mercato, consentendo anche alle famiglie e ai giovani di accedere a questo mercato. E che poi hanno ricercato nuove destinazioni e nuove nicchie, in modo da stimolare una sempre maggiore domanda per un prodotto che ha ormai ammortizzato i propri costi di lancio e che è quindi in grado di produrre profitti consistenti, seppur con i margini declinanti tipici della fase di maturità.
Un'offerta straordinariamente dinamica e competitiva, che ha saputo coniugare i più importanti riferimenti della marca delle destinazioni (vedi tra tutti l’Italia e Roma, ma anche Pisa e Firenze) con un mezzo di fruizione securizzante quanto solo una nave può esserlo, almeno fino alla tragedia del Giglio. Navi sempre più grandi e “rivolte su se stesse”, perché il vero business in questa fase consiste nel massimizzare il tempo di permanenza e la spesa a bordo dei crocieristi. (2)
Porti sempre più somiglianti a terminali container, realizzati a colpi di investimenti pubblici ingentissimi da parte delle Autorità portuali in competizione tra di loro e senza un quadro nazionale di riferimento: banchine lunghe chilometri per consentire l’accosto di molti giganti del mare contemporaneamente, con enormi piazzali per contenere le centinaia di pullman necessari alle escursioni, svincoli autostradali agevoli per portare nel minor tempo possibile gli escursionisti nelle città d’arte, dove magari non scenderanno neppure a terra. Ma anche Autorità portuali molto restie a dichiarare i ricavi che traggono da questi traffici, adducendo motivi di “competitività” (appunto).
CHI GUADAGNA CON LA CROCIERA

L’analisi degli impatti economici svolta a livello europeo segnala inoltre un dato non del tutto evidente all’opinione pubblica, e cioè che il vero e proprio effetto turistico delle crociere è piuttosto limitato: fatto 100 il totale dell’impatto della spesa del comparto crocieristico (diretto, indiretto, indotto), solo il 3,8 per cento beneficia l’ospitalità in senso stretto, il 6,2 per cento il commercio, il 13,4 per cento il sistema dei trasporti compresi i cruise operators, mentre il 37 per cento va al settore manifatturiero, con la cantieristica in prima fila. (3) E i dati occupazionali sono dello stesso segno, enfatizzati anche dalle retribuzioni unitarie, che sono le più basse di tutta la filiera.
Sulle condizioni, non solo economiche, di lavoro a bordo delle navi da crociera si parla poco: ci sono studi lontani nello spazio e nel tempo, condotti soprattutto in Nord America. (4) Ma è sotto gli occhi di tutti, a partire dalle immagini che scorrono in questi giorni, che i lavoratori a bordo sono in larghissima maggioranza stranieri (filippini, indonesiani, indiani, peruviani, e così via), reclutati in madre patria con contratti di lavoro che sfuggono alle normative europee. E questo rientra perfettamente nelle logiche di massimizzazione del business dei cruise operators, anche se poi magari, come puntualmente accaduto, persino la difficoltà comunicativa enfatizza ogni problema in caso di emergenze.
Nel Mediterraneo, l’Italia si colloca senza dubbio in una posizione di preminenza. In vetta ai porti italiani sta Civitavecchia con oltre 2 milioni di passeggeri, seguono Venezia, Napoli e Savona. Ma la graduatoria subisce delle variazioni a seconda della connotazione che assume ciascuno scalo: Home Port, ovvero punto di partenza o arrivo della crociera (quelli il cui territorio guadagna di più), oppure Port of Call, tappa intermedia del viaggio.
Ma anche prima della tragedia del Giglio erano ormai diverse le voci che richiamavano a un maggiore realismo, a partire proprio dai numeri rilevati dall’Osservatorio Ebnt e del rapporto pubblicato a luglio 2011 dall’European Cruise Council: la crescita sembrava aver smorzato il proprio impeto, soprattutto in termini di valore economico: le spese dirette dell’industria crocieristica in Europa, peraltro ingentissime (14 miliardi di dollari) erano sostanzialmente ferme dal 2008, pur a fronte di un aumento di passeggeri ancora consistente.
Era quindi in calo la redditività, come dichiarato ormai apertamente anche da alcuni operatori, come Rccl Italia. C’era già il rischio di una fase di maturità, mentre addirittura la cantieristica navale (i cui andamenti precedono di alcuni anni quelli delle crociere) registrava cali assoluti, sia di fatturato che di occupazione. Che si sono poi concretizzati anche nella vicenda Fincantieri.
Adesso tutto questo sembra chiaro e risaputo, quasi scontato. Ma l’industria delle crociere ha sempre investito moltissimo in comunicazione, e parlarne, prima di oggi, sembrava stonato.
(1) “Osservatorio sul traffico delle crociere nel Mediterraneo” promosso dall’Ente bilaterale nazionale del turismo.
(2) Si veda al riguardo Farina, “Crociere: la storia dell’hardware è la storia del mercato”, su Turismoeterritorio.com, 2011.
(3) “Contribution of Cruise Tourism to the Economies of Europe”, 2011 edition, elaborato dal G.P. Wild (international) Limited e Business research & Economic Advisors per The European Cruise Council.
(4) www.cruiseresearch.org/MR.html
di Stefano Landi

ALLARME SICCITA? PER IL PO! A SECCO I BACINI IDRICI DELLA ROMAGNA


L’Emilia Romagna e il Po rischiano di rimanere a secco per l’allarme siccità che è scattato dopo un 2011 con piogge ai minimi storici. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti, basata su dati Isac-Cnr, che ha classificato il 2011 al terzo posto tra gli anni più caldi degli ultimi 2 secoli. “Il risultato più evidente – sottolinea la Coldiretti – è una magra straordinaria nel fiume Po”.
“Dopo la mancanza di precipitazioni che ha caratterizzato l’autunno scorso, anche il 2012 – continua Coldiretti – e’ stato fino ad ora segnato dall’assenza di pioggia che sta provocando un allarme generalizzato sulla situazione dei principali bacini idrici e dei terreni”.
A Piacenza, secondo i dati del consorzio di bonifica, la situazione delle risorse irrigue della provincia risulta essere nettamente al di sotto delle medie stagionali. I livelli delle dighe di Mignano e di Molato, vere riserve idriche del territorio provinciale, sono infatti, rispettivamente, a un quarto e a un decimo della media stagionale. Non solo. Nella zona di Parma il Po e’ ad un livello paragonabile a quello del periodo estivo, mentre nella diga di Ridracoli che garantisce la disponibilità idrica in tutta la Romagna ci sono solo 9,3 milioni di metri cubi di acqua, appena un terzo di quella presente normalmente in questo periodo.
La conferma arriva anche dal sito Arpa Emilia Romagna che con uno scarno bollettino a data di oggi, torna sia sulla situazione d’emergenza nelle valli romagnole come già evidenziato a dicembre 2011, sia sull’estensione della mancanza di piogge in quasi tutta la regione: “La perdurante scarsità di piogge ha peggiorato la grave situazione siccitosa dei terreni, che ora si estende dalla costa al modenese e in zone del parmense e piacentino. I fiumi romagnoli hanno portate prossime al deflusso minimo vitale e le previsioni, anche a lunga scadenza, non vedono mutamenti sostanziali”.
Un bollettino di “guerra” che trova conferma nella cartina e amplia lo spettro della siccità lungo tutto il corso del Po e perfino nelle valli del Samoggia, del Senio e del Reno.
“Se non arrivano presto precipitazioni, il risultato sarà che in queste zone la situazione è destinata ad aggravarsi notevolmente con l’arrivo della primavera – chiosa la Coldiretti – Nelle campagne i terreni induriti dalla siccità rendono difficili e molto costose le tradizionali lavorazioni per la preparazione delle semine ma a preoccupare è anche la disponibilità idrica per l’irrigazione delle piante durante la fese di crescita primaverile estiva”.

VIVERE (BENE) SENZA DENARO



Se pensate che qui, in Italia, non si possa vivere senza l' euro, andate in Sardegna. E provate a dire in giro che voi pagate in Sardex. Cosa? A parte benzina, farmaci ed energia elettrica, potrete comprare tutto, sia beni che servizi. E quindi alberghi, dentisti, falegnami, elettricisti, meccanici, consulenti di marketing, sale congressi, corsi di lingua inglese, pubblicità sui giornali locali, vestiti, mobili, ristoranti e persino la connessione Internet. Oltre al cibo, vino e carni, tutto rigorosamente sardo, come il resto. Il Sardex è la "moneta a chilometro zero".

Solo che non è una moneta, nel senso che fisicamente non esiste, non ne hanno stampato nemmeno una banconota: esiste solo su Internet. E quindi potremmo dire che tutti i Sardex in circolazione - oltre un milione, ma il dato cresce ogni giorno - stanno su un server, un computer in un piccolo comune agricolo tra Cagliari e Oristano: Serramanna. Qui, in un bel casolare, l' hanno inventato quattro ragazzi, sardi naturalmente, non solo di nascita, ma di cultura. Fieri della loro terra. Quattro ragazzi che si erano stufati di sentirsi dire che i sardi sono "pochi, matti e divisi" come al tempo degli aragonesi; o che se un sardo deve chiedere qualcosa a dio sapendo che un suo vicino avrà il doppio, il sardo dirà: dio, cavami un occhio. 

Luoghi comuni. 

Il Sardex lo sta già dimostrando. Perché si basa su due principii di vita: il primo è che se il tuo vicino guadagna, stai meglio anche tu; e il secondo afferma che nessuno se ne va col bottino e nessuno resta solo. Sembra il nuovo vangelo. Ma uno di quelli apocrifi, come vedremo. Questa parabola inizia nel 2006: Carlo Mancosu, Piero Sanna, Giuseppe e Gabriele Littera sono in giro per l' Europa e la sera si sentono su Skype. Non hanno studiato economia ma sono affascinati dal tema delle monete complementari, le alternative currencies. Nel mondo ce ne sono centinaia, spinte dal web e dalla fiducia reciproca invece che da una imposizione legale. 

Secondo il Wall Street Journal, con la crisi di dollaro ed euro, rappresentano un possibile futuro dell' economia. Alcune sono molto controverse, al limite della legalità, come i Liberty Dollars o i Bitcoin; altre stanno avendo un buon successo come il Res belga o la sterlina ecologica di Brixton. In Italia il fenomeno non è nuovo, racconta Pierluigi Paoletti, 52 anni, ex consulente finanziario dall' aria mite che oggi guida un piccolo movimento che sostiene da tempo cose non molto diverse da quelle di Occupy Wall Street. Per esempio: «La moneta è solo un sistema di sopraffazione che serve a fare i ricchi più ricchi». Torniamo alla storia. «Il primo esperimento italiano - ricorda Paoletti - risale al luglio del 2000 quando il giurista Domenico Auriti, che si batteva contro l' usura, emise il Simec nel suo piccolo comune natale di Guardiagrele, in Abruzzo; decise che valeva il doppio delle lire, i pensionati si entusiasmarono per questa improvvisa iniezione di liquidità ma la guardia di finanza ne decretò bruscamente la fine. Tre anni dopo in Calabria il presidente del parco dell' Aspromonte Tonino Perna fece stampare alla Zecca dello Stato l' Ecoaspromonte: era bellissimo, troppo forse ed ebbe breve vita». 

Arriviamo così al 2007 a Napoli: l' associazione Masaniello, che si ispirava alle cose che Paoletti scriveva in rete sul suo blog centrofondi. it stampa gli Scec, «lo sconto che cammina». Spiega Paoletti, che oggi guida l' arcipelago Scec fatto di 10 mila associati con duemila imprese: «Formalmente e fiscalmente è uno sconto. In realtà è un dono che tu faia un altro membro della comunità affinché lui spenda i suoi soldi lì». I modelli sono tanti, quindi. Ma nell' estate del 2006 i quattro ragazzi sardi si entusiasmano per l' antica vicenda del Wir, una moneta creata in Svizzera da 16 imprenditori per superare la crisi del ' 29: oggi rappresenta una rete di 80 mila aziende locali. 

La Sardegna potrebbe fare lo stesso, pensano. E nel luglio del 2009 varano il Sardex: per semplicità decidono che un Sardex varrà un euro ma spiegare la moneta senza moneta non è affatto semplice. Ci vogliono nove mesi a mettere a segno la prima transazione: da allora è un crescendo continuo, 420 aziende affiliate e un totale delle transazioni quadruplicato in un anno. Come funziona una moneta che non c' è? «Come una camera di compensazione di crediti e debiti», spiegano. Quando un' azienda entra nel circuito le vengono assegnati dei Sardex: «È un fido bancario ma senza interessi». 

L' assenza di interessi è un punto fondamentale: non si fa denaro con il denaro, i soldi servono solo a scambiarsi beni e servizi. Questa apparente eresia si chiama finanza etica. E quindi i Sardex assegnati a chi aderisce rappresentano l' importo di beni e servizi che ciascuno è disposto a vendere e a comprare nel network. Entro dodici mesi, quella posizione va pareggiata: se una azienda è in difficoltà si muovono tutte le altre e se proprio è impossibile tornare in pareggio - ma non è ancora mai accaduto - , la posizione viene saldata in Euro. È questo intervento umano che fa dire al loro presidente Gabriele Littera, 26 anni, che «non abbiamo dietro un algoritmo, ma relazioni, cioé i nostri broker, che cercano di far combinare affari aiutando chi è più debole. La tecnologia è un ausilio». L' euro però non scompare: e non solo perché ogni azienda decide di usare i Sardex per smaltire le possibili giacenze di magazzino, i probabili tavoli vuoti al ristorante, le ore inoperose di un artigiano. Ma perché in euro si pagano l' Iva, le altre imposte, i contributi previdenziali. E questo rende il business legale oltre che trasparente (l' evasione nel mondo dei Sardex è impossibile essendo tutto tracciato in tempo reale). 

I veri vantaggi sono altri, però. «La ricchezza resta sul territorio e vengono valorizzati i prodotti locali». E con la crisi in corso non è poco. Per questo il Sardex va. Renato Soru, l' inventore di Tiscali, ne è un sostenitore entusiasta e prevede una espansione in tutta Italia: in Sicilia sta partendo un network gemello che si chiama Sicanex; a Torino in consiglio comunale il Popolo della libertà e i grillini concordano sulle necessità di creare il Taurino; e a Nantes, in Francia, due italiani sono al lavoro per creare il Bonùs. 

Qualcosa sta cambiando insomma. E molto. Lo scorso 8 dicembre Giuseppe Littera si è messo la coppola ed è andato alla City di Londra dove è stato invitato a svelare l' arcano sardo a una platea di investitori internazionali; nel frattempo i dirigenti della Banca Centrale dell' Ecuador sono stati qualche giorno a Serramanna per imparare. E finalmente sono arrivati i soldi (in euro) di un venture capital per sviluppare il progetto con obiettivo stratosferico: in dieci anni transare il 10% dell' economia sarda, due miliardi e rotti di euro. Ci riusciranno? Dipende da come andrà il passaggio da moneta fra aziende (com' è adesso) a moneta per consumatori, previsto in primavera. Prima però è previsto un lancio atteso con molta curiosità in questo mondo: quello del Dropis. Un sistema con il quale ciascuno diventerà banca centrale di se stesso. Lo stanno realizzando due giovani italiani, Sebastiano Scrofina e Dario Perna che stanno scrivendo righe su righe di codice per realizzare una moneta peer-to-peer senza confini: «Sarà lo Skype dello banche», sogna Scrofina, forte del recente sostegno di due investitori storici del mondo internet italiano. Il Dropis funzionerà così: chiunque voglia vendere qualcosa in rete, si assegna via Internet dei Dropis pari al prezzo che vuole incassare. «I Dropis sono baratti di promesse» spiega Scrofina. Che valore hanno? «Quello che uno gli vorrà riconoscere. Quei soldi sono garantiti dai beni o servizi disponibili e sono subito spendibili in rete per chi li vuole accettare. È troppo poco? Con la crisi di liquidità che c' è in giro, è moltissimo». 

Comunque vada a finire, l' impressione è che la guerra all' euro sia appena iniziata. 

Riccardo Luna
Fonte: www.repubblica.it

IL MIRACOLO TEDESCO E' PRECARIO



La Germania viene presentata come un esempio eccezionale di crescita economica e di lotta contro la disoccupazione nel contesto attuale di crisi mondiale. In realtà, dietro al "miracolo tedesco" abbiamo la vecchia ricetta capitalista che consiste nell’intensificare lo sfruttamento subito dai lavoratori.
I dati pubblicati da una gazzetta indicano che nel 2011 sono stati creati in Germania 535.000 posti di lavoro in più rispetto al 2010, facendo abbassare il tasso ufficiale al 6,8%, secondo l'agenzia federale per l'impiego, il tasso più basso dalla riunificazione.

In questo contesto di crisi capitalista mondiale, con un impatto particolare sul livello di disoccupazione nello spazio comune europeo, le statistiche sono state presentate come un possibile miracolo o, più precisamente, come una formula di cui, in modo esplicito o nascosto, si suggerisce l'applicazione negli altri paesi che cercano una soluzione della situazione nella quale si trovano.
Alcuni specialisti famosi (ci sono sempre degli specialisti famosi che commentano questi aspetti), come un ricercatore dell'Istituto per l'Economia mondiale, con un'analisi di mercato degna di una grande impresa privata, garantiscono che, a dispetto della crisi, la Germania continua ad affermarsi come il motore economico dell'Europa a causa della sua competitività in materia salariale e della sua capacità di diversificazione delle esportazioni, particolarmente verso la Cina (BBC World, 3 gennaio).
In realtà, questa pretesa capacità di sorpasso/gestione, da parte del sistema, delle proprie contraddizioni viene contestato. La contraddizione non appare con lo stesso vigore, ma fa percepire che l'opulenza degli sfruttatori non lascia più cadere, come un tempo, solo le briciole per gli sfruttati.
Secondo l'economista Julia Martinez, le statistiche del lavoro mascherano la realtà del periodo che viviamo. In un articolo pubblicato su Rebelion, il professore dell'università centroamericana denuncia che la base di questo "miracolo" ci sia "l’istituzionalizzazione e la generalizzazione della precarietà"presentata sotto l'eufemismo della flessibilità del mercato del lavoro.
L'ingrediente principale della ricetta, nel 2011, è stato quello che viene chiamato il micro-impiego, ossia la proliferazione di contratti temporanei, per un massimo di 80 ore al mese con stipendi limitati a 400 euro.
Intensificazione dello sfruttamento
L'anno scorso 7,3 milioni di lavoratori si trovavano in questa situazione, il 25% della popolazione attiva, guadagnando, in media, 230 euro di reddito mensile.
Con 120 euro a testa a titolo di contributi per la Sicurezza sociale o i fondi pensione, spiega ancora Martinez, il padronato è all'origine di un brutale deprezzamento della remunerazione della forza lavoro, assicurandosi le generose esenzioni fiscali previste per questo tipo di contratti.
Per il lavoratore, resta a sue spese il contributo volontario alla Sicurezza Sociale o ai fondi di pensione, e questi redditi miseri, in Germania, sono sempre più garantiti dagli aiuti familiari e dai sussidi dello stato.
Per lo stato (l'insieme dei contribuenti, nella loro maggioranza salariati) restano migliaia di lavoratori poveri che diventano candidati per gli aiuti, anche se hanno un impiego. A Berlino, un quinto della popolazione dipende dagli aiuti dello stato per sopravvivere.
In pratica, sono i fondi pubblici, attraverso gli assegni mutualistici, i regali fiscali alle imprese e l'intensificazione violenta dello sfruttamento della mano d’opera, che sostengono il "miracolo" tedesco, conclude.
In questo contesto, aggiunge nell'articolo, non è sorprendente che gli indicatori ufficiali, riferendosi anche all'anno passato, attestano come in Germania i redditi dei più ricchi siano progrediti più di otto volte rispetto a quelli dei più poveri (OCSE), che si rafforzano le disuguaglianze e la povertà (Associazione di assistenza pubblica) e che i più segnati dalla precarietà - donne e giovani - non trovano nel micro-impiego l'integrazione auspicata verso un impiego a tempo pieno con un stipendio decente, ma proprio l’opposto (Ministero della Famiglia, degli Anziani, delle Donne e dei Giovani).

venerdì 20 gennaio 2012

ACCADE IN ITALIA: UN' INSEGNANTE PRECARIA DORME IN TENDA


Maddalena CalvisiMaddalena Calvisi, 40 anni, due figli, spiega la decisione di diventare una 'insegnante a chilometri zero': "Avevo solo due possibilità, rinunciare alla supplenza o tagliare le spese di trasporto".
Singolare protesta di una insegnante precaria di Marrubiu. La scuola di Oristano dove lavora come supplente non la paga e lei, non avendo più soldi per la benzina, ha deciso di andare a vivere in una tenda da campeggio piantata nel cortile della scuola.
"Avevo solo due possibilità, rinunciare alla supplenza o tagliare le spese di trasporto" racconta Maddalena Calvisi, di 40 anni, due figli piccoli, supplente di francese al Tecnico Sergio Atzeni di Oristano, spiegando la sua decisione di diventare una "insegnante a chilometri zero".Da stamattina la sua dimora è infatti una piccola tenda da campeggio dove intende restare fino a quando "l'organo competente deciderà di darmi ciò che mi spetta di diritto".
Maddalena è una docente precaria dal 2002. Quest'anno ha cominciato a lavorare a metà ottobre. Nel contratto che ha firmato c'era scritto che sarebbe stata pagata solo quando la scuola avesse avuto dal Ministero i fondi necessari per la liquidazione degli stipendi.
Negli anni passati era sempre stata pagata regolarmente, invece, adesso deve ancora prendere lo stipendio di novembre e di dicembre e quelle poche centinaia di euro che le hanno dato per il mese di ottobre non bastano più neanche a pagare le spese per il viaggio quotidiano da Marrubiu a Oristano e ritorno.
E così, stamattina, alla fine delle lezioni, quando le hanno ripetuto per l'ennesima volta che soldi per lo stipendio dal Ministero non ne erano arrivati, invece di salire in macchina per tornare a casa ha piantato la tenda nel giardino della scuola e ci si è installata. "Non è solo una questione economica - ha spiegato ancora - ma anche l'inizio di una battaglia personale per diventare cittadina di uno stato civile che si basa sul lavoro e interrompere lo stato di sudditanza a cui ci stiamo tutti dolorosamente abituando".
Fonte: lanuovasardegna.gelocal.it

LA SICILIA LOTTA E LA SINISTRA?



Quinto giorno di proteste e blocchi in Sicilia del Movimento dei forconi che sta avendo un'adesione superiore di molto alle aspettative (oggi si sono aggiunti  alla protesta anche gli studenti siciliani), e che sta estendendo il suo contagio anche ad altre regioni (ieri ci sono stati blocchi anche a Cosenza).Dopo quattro giorni di imbarazzato e imbarazzante silenzio da parte dei media oggi se ne comincia a parlare, mettendo, però in rilievo sopratutto gli aspetti più ambigui e che si prestano a facili denunce.
Che la mafia in Sicilia sia  presente in movimenti popolari e di massa non mi pare che si possa definire come una grossa e sconvolgente novità, fa parte del suo ruolo di più o meno discreto controllore del territorio. Che anche la destra estrema abbia aderito a questo movimento, mi pare rientri nella normale illogica di questi anni, in cui la suddetta destra, anche nelle sue espressioni estreme, ha appoggiato incondizionatamente le malefatte dei vari governi Berlusconi che hanno dominato gli ultimi 20 anni di malgoverno in Italia, a parte le brevi parentesi dei governi Prodi, ed è, quindi, corresponsabile dell'attuale difficile situazione;eppure appena cambia il direttore d'orchestra cavalca tutte le forme di protesta estreme. Mah! Misteri dell'incoerenza politica.
Detto questo, che è sicuramente vero, è altrettanto vero che la protesta ha attratto un numero sempre crescente di categorie e cittadini esasperati, che, in una terra difficile e problematica come la Sicilia avvertono in misura maggiore e prima di altri tutto il peso di scelte che definire pesanti e penalizzanti è poco.
In questo quadro che fà la sinistra? All'inizio sta a guardare e adesso sta, neanche troppo velatamente,  insinuando i dubbi che si evidenziavano prima sul pericolo d'infiltrazioni mafiose nella gestione delle proteste, forse per giustificare la propria latitanza non tanto, e non solo, nella protesta, ma nell'affrontare con coraggio e prima della stessa  i motivi scatenanti , senza appiattirsi, in nome di un ipotetico, fumoso futuro migliore per tutti.
E' ormai troppi anni che la sinistra (almeno nelle sue rappresentanze più significative) non è più capace d'interpretare il paese reale, tutta compresa, ormai, nel suo ruolo di responsabile e serio guardiano della sacralità della politica e delle istituzioni, anche se ormai finalizzate solo alla propria sopravvivenza e alla propria rappresentatività delegando, di fatto, tutto il resto nelle interessate mani della grande finanza e dei suoi rappresentanti. Questi ultimi rimasti, nelle analisi e soluzioni di politica economica, più o meno ostinatamente fermi ad Adam Smith, primo teorico del liberismo economico nel XVIII sec.,cancellando e ignorando tutto o quasi, quello che c'è stato negli ultimi 200 anni in materia economica. Nè, miglior figura, fanno i sindacati confederali (più  UGL) che ad ogni proposta del governo Monti, e,per la verità anche dei precedenti, si dichiarano disponibili a trattare,(ovviamente per senso di responsabilità! Ma verso chi?) non sentendo il bisogno d' interrogare prima i lavoratori per vedere su cosa si dovrà e si potrà discutere. Il potere delegato e di rappresentanza, vissuto, ormai, come un'investitura di pieni e assoluti poteri, la cui capacità di gestione, in genere, assicura successivamente una brillante carriere politica.
Quindi, onore ai lavoratori siciliani che stanno indicando a tutti gli italiani la strada da seguire e ai rappresentanti della sinistra (?) l'augurio di ritornare a leggere e interpretare la società con occhi e punti di vista diversi da quelli attuali. Anche perchè, senno, alla prossima probabile sconfitta elettorale non potranno far altro che accusare se stessi e la loro miopia politica.