martedì 28 febbraio 2017

LA COSCIENZA NON GIOCA A PALLONE


"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".

Nella borgata dove si abitava in mezzo a prati spelacchiati e cantieri i punti di riferimento per noi ragazzini erano pochi e perfettamente adeguati all’ambiente circostante. Il bar con il biliardino e il televisore, la sezione del PCI con il campo di bocce, la parrocchia con l’oratorio e il campo di calcio. Quello grande, con le porte regolari le strisce bianche, qualche gradinata di tubi Innocenti che per noi, abituati a giocare negli spiazzi sterrati o, addirittura sul’asfalto, aveva lo steso fascino del Maracanà, dove, ci si immaginava novelli Pelè a segnare valanghe di gol tra tifosi festanti. La realtà era molto diversa. Su quel campo non potevamo giocare, perché si pagava l’affitto e, addirittura non potevamo neanche vedere le partite di infima categoria che si giocavano la domenica perché, anche le 100 lire necessarie per entrare, erano troppe per le esigue risorse delle nostre tasche.
Quello che, però, mancava in risorse economiche si colmava con la fantasia e l’ingegno.
Come detto prima, la zona era sempre piena di cantieri, in stragrande maggioranza abusivi, anche questi vietati per noi, ma per altri motivi, che però avevano la caratteristica di offrire punti d’osservazione elevati buoni per guardare la partita domenicale . Un po’ lontani e un po’scomodi ma a scrocco, e questo ne rendeva accettabile qualsiasi disagio. In genere ci posizionavamo dietro una delle porte perché spesso il pallone usciva e noi si faceva a gara per riprenderlo e calciarlo con forza ributtandolo nel campo superando il muro e la rete che lo recingeva.
A quei tempi anche possedere un pallone da calcio era un privilegio non da poco, e il proprietario di questo tesoro aveva un potere quasi illimitato su tutti gli altri potendo decidere chi poteva giocare e chi no, in quale squadra o ruolo. E si parlava di palloni  nel migliore dei casi marca Supertele, leggerissimi, o S.Siro, più pesanti ma sempre di gomma. Figurarsi possedere il sogno, il miraggio, l’utopia rappresentato  dal mitico pallone di cuoio quello riservato ai grandi e ai danarosi che potevano giocare nel campo pagando.
Quindi, si capisce facilmente che, quando capitava di averlo anche per pochi attimi tra le mani, l’emozione era forte, talmente forte da far ipotizzare anche un’azione criminale.
Ci si rimuginava a lungo, si studiavano strategie, si valutavano i rischi e i compromessi con la coscienza nel caso in cui avessimo deciso veramente di saltare il fosso della legalità. Devo dire che gli scrupoli di coscienza erano messi a tacere abbastanza facilmente, quello che condizionava molto erano le eventuali conseguenze sia legali, ma soprattutto quelle legate alla reazione dei genitori. Le nostre madri e ancor più i padri non seguivano il metodo Montessori. Avevano poco tempo e molto da fare, quindi seguivano la via classica ma, decisamente,  più rapida ed efficace del terrore. Terrore che si materializzava sotto forma di battipanni, pantofole, cinghie o, in mancanza di questi strumenti, di robusti scapaccioni.
Il rischio era quindi altissimo ma la tentazione, domenica dopo domenica si faceva sempre più forte. E si sa che, se la carne è debole, quella di ragazzini di periferia di fronte a un pallone di cuoio era praticamente carta velina.
Si trattava, alla fin fine solo di trovare l’attimo, la situazione più favorevole.
Situazione che si venne a creare una domenica mattina quando un giocatore calciò con forza il pallone spedendolo oltre la porta dalle nostre parti e, subito dopo, l’arbitro fischiò la fine dell’incontro. Praticamente la situazione perfetta! I giocatori rientravano negli spogliatoi, i pochi spettatori paganti uscivano dalla parte opposta, l’arbitro parlottava in campo e il pallone era lì, con tutta la sua capacità seduttiva e tentatrice apparentemente ignorato da tutti. Ovviamente da tutti gli altri ma non certo da noi e da me.
Uno sguardo circolare in cerca di conferme, un tumulto emotivo e, improvvisamente il buio della ragione. L’istinto predatorio s’impossessò delle mie gambe. Uno scatto, scapicollandomi dalla posizione rialzata, lo prendo! E’ mio, e comincio a correre cercando di nasconderlo sotto la maglietta, ovviamente con scarsi risultati. Gli altri, forse per paura, o per creare un diversivo, comunque spiazzati dagli eventi improvvisi, scappano in direzioni diverse. Io da solo con l’oggetto delle mie più recondite fantasie finalmente tra le mani, attraverso strade, prati, nascondendomi dietro i muri e le poche macchine parcheggiate. Immaginando e, temendo, che fosse stata messa in atto una gigantesca caccia all’uomo. Faccio un giro lunghissimo con il cuore in gola per tornare a casa e far perdere le tracce.
Bene, arrivato in vista di casa, sembra che nessuno mi abbia seguito. I miei pavidi complici, invece, erano già lì ad aspettarmi. Curiosi come scimmie con gli occhi scintillanti immaginando epiche partite ci si strappava il pallone di mano, lo si esaminava, si provava qualche palleggio. Non era il Maracanà, nè S.Siro o l’Olimpico ma in quel momento eravamo tutti Rivera, Pelè o Mazzola.
A quell’età l’euforia pur contagiosa e sopra le righe è , pur sempre, di breve durata e lascia spazio e tempo ad altre considerazioni. “Chi lo tiene?” , “Ah, io non posso”. “Mia madre farebbe mille domande”, “Se lo sa mio padre, mi tronca le gambe””, “Maurì, l’hai preso tu. Lo devi tenere tu”. E’ vero, il desiderio era spasmodico e collettivo ma l’autore materiale ero stato io. Non potevo sfuggire alle mie responsabilità. Considerando, inoltre, che la cosa mi dava anche quel famoso potere che, nello specifico, diventava praticamente assoluto. Il rischio era grosso, ma poteva valerne la pena.
Dopo molte esitazioni cento possibili soluzioni ,valutando tutte le opzioni decisi di nasconderlo dove mio padre teneva attrezzi e carabattole varie. Tanto, sicuramente, di notte, non sarebbero servite.
Passai una notte insonne in un misto di timore, di finto orgoglio e la scoperta di quel fastidioso sentimento che scoprii, in seguito, chiamarsi rimorso.
Mi alzai prestissimo per controllare che nessuno avesse scoperto il provvisorio nascondiglio. Si erano alzati presto anche i miei amici.”Ti hanno detto qualcosa?”, “T’hanno scoperto?”, “Dove l’hai messo?”, “Dai vallo a prendere”.
“Si lo prendo, ma dove ci giochiamo?”. “Hai ragione qui ci vedono”, “Vicino alla strada potrebbe passare qualcuno che lo riconosce”, “Sullo stradone davanti al campo sportivo neanche a parlarne”.
La situazione era seria. Eravamo ricchi, ma non si poteva e non ce la sentivamo di rischiare il riformatorio o i ceffoni per esibire la nostra ricchezza.
La giornata passò in tutt’altra maniera rispetto quella che l’avevamo immaginata.
Dubbi, paure, proposte fantasiose per aggirare l’ostacolo come quella che prevedeva di colorare il pallone per renderlo irriconoscibile.
Eravamo più simili alla “Banda degli onesti”,del  film di Totò che a un nugolo di ragazzini spensierati. E, quello che stava peggio. ero proprio io. Io ero l’autore, io il responsabile, io che avrei avuto la punizione più severa, forse pure i lavori forzati.
Ed ero sempre io che avevo quel magone, quel qualcosa che si agitava nella giovane anima e che, con la sua vocina, mi diceva: “Hai sbagliato, non si ruba, pentiti,”. E più cercavo di zittirla e più continuava:”Tu non sei un ladro, hai fatto una fesseria, puoi e devi rimediare….”.
Si rimediare, sembra facile! Adesso mi presento al campo e dico: “Scusate ho preso in prestito il vostro pallone”, Oppure “L’ho trovato, per caso è vostro?”
No, no, non potevo e, poi avrei rischiato di perdere la faccia e il rispetto dei i miei compagni. No! Non me lo potevo permettere. Dovevo cercare di uscirne con dignità e pagando il prezzo più basso possibile.
Passò un’altra notte difficile in cui scoprii che la coscienza quando ci si mette è veramente una rompiscatole, più dei genitori, più del prete e delle paure che ci infondeva al catechismo. Però al mattino arrivò l’illuminazione. Si avrei fatto così!
Avrei zittito la vocina e ne sarei uscito con dignità agli occhi degli altri.
Dopo un’altra giornata piena di dubbi e domande rimirando, sempre con circospezione e attenti che nessuno ci vedesse,  l’oggetto dei desideri uscii dopo cena con la scusa di andare un attimo a prendere una cosa da un amico. Presi il pallone, lo nascosi, ma non era tanto necessario, perché era già buio. Arrivai dietro il campo di calcio, lo tirai fuori da sotto la maglietta, lo carezzai un’ultima volta, non senza rimpianto, lo alzai e con tutta la forza e la rabbia che avevo lo calciai al di là del muro.
Ecco giustizia era fatta! Era ritornato là dove doveva stare ed io, pur con un certo magone, sentii allentarsi quella morsa alla bocca dello stomaco e la vocina che diceva: ”Bravo! Sono orgogliosa di te! Oggi hai imparato una cosa che ti porterai dietro per tutta la tua vita”.
“Oh, stai zitta , per favore, non l’ho fatto  per te!”,
“Si, lo so, l’hai fatto per te stesso”.
Al mattino successivo tutti aspettavano il pallone invece arrivò, ufficialmente, la notizia che durante la notte era stato rubato. E, un pochino da carognetta, insinuai anche il sospetto, che potesse trattarsi, addirittura di qualcuno di noi. E, lo so, non era corretto ma la mia buona azione l’avevo già fatta, non pretendiamo troppo da un bambino. Avrei avuto tempo e modo negli anni a venire di imparare ad ascoltare quella vocina che, quando serve, non manca mai di farsi sentire e di cui sono diventato, nel frattempo il migliore amico.


MIZIO

sabato 21 gennaio 2017

IL MIO ABRUZZO


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I miei primi amici d'infanzia erano abruzzesi, figli di quei "cafoni" che dalle montagne della Marsica arrivavano a popolare le periferie romane. Servivano braccia forti e abituate alla fatica per stare dietro al boom edilizio speculativo degli anni 60/70. Si sacrificavano, si spaccavano la schiena per dare ai loro figli la possibilità di sfuggire a un destino già segnato. E' con loro che ho conosciuto quel modo di stare al mondo. In punta di piedi, delicatamente ma con l'ostinazione e la determinazione che solo una vita di sacrifici in un ambiente duro poteva dare. E' stato anche grazie a loro che ho cominciato la scoperta di quella regione così vicina ma così lontana nelle loro storie nostalgiche, fantastiche e affascinanti piene di lupi, orsi e trote da prendere con le mani nei torrenti dall' acqua ghiacciata.
Poi arrivò la scoperta di Ignazio Silone che, di quelle terre e di quelle genti ne fu il cantore. Sapeva raccontare e far emergerne l' ingenua visione del mondo fatta di rapporti naturali e quasi immutabili, accettati anche nella loro crudezza, ma da sfidare continuamente per mitigarne gli effetti.
Abruzzo forte e gentile! In questa semplice frase è raccolto un mondo che parla di donne e uomini votati alla fatica, alla durezza della vita ma capaci, ostinatamente di andargli incontro col sorriso e la consapevolezza raggiunta grazie a un antico equilibrio. Equilibrio della natura che ha permesso la sopravvivenza di un ambiente unico in Italia e, forse in Europa. Equilibrio nei rapporti tra esseri umani e non. Equilibrio, fondamentalmente con se stessi.
Per chi non lo conosce provi ad andarci, percorra le sue valli incassate fra i monti, passeggi fra le sue faggete, trattenga il respiro alla vista dell'orso o del camoscio. Ci vada con l'anima depurata dall'aspettativa tipica del vacanziero colonizzatore bulimico . Lo percorra con la flemma e la serenità che le genti e i paesaggi infondono e capirà perchè l'Abruzzo e gli abruzzesi ce l'hanno sempre fatta e continueranno sempre a farcela, anche in questa occasione.

Forza Abruzzo .

venerdì 2 dicembre 2016

SE VINCE IL SI….



Siamo arrivati quasi alla fine di questa lunga, tormentata, difficile campagna elettorale sul referendum costituzionale. Ci si arriva stremati, consumati, convinti che, comunque, in questo periodo storico una spaccatura così profonda nel paese non la ritenevamo assolutamente necessaria, al di là delle cosiddette questioni nel merito della riforma. Le quali, avrebbero avuto bisogno, laddove si fosse deciso di intervenire su di essa, di ben altro clima di confronto, di elaborazione e proposte le più condivise possibili.
Però, come si dice, “cosa fatta capo ha” e, in attesa di consumere le ultime ore di impegno per conquistare qualche ultimo indeciso alla causa del no, vorrei portarmi già al 5 dicembre e prefigurare l’Italia prossima ventura nel caso, non augurabile, vinca il si. Lo faremo anche dopo, in ogni caso, con i dati e le reazioni relative al risultato reale e non ipotetico, ma intanto può essere un modo simpatico e per valutare le proprie capacità di analisi politica. Analisi che partono, non da posizioni o da ponderate elucubrazioni frutto di studi e approfondite ricerche, ma da semplici sensazioni derivanti dal vivere quotidiano tra, e, insieme alla cosiddetta ”ggente”.
Mi pare che tutti siano stati d’accordo che, chiunque vinca, il sole continuerà a sorgere, tento per citare Obama. L’Italia continuerà a doversi confrontare con i suoi mille problemi, probabilmente anche con la stessa classe politica, responsabile prima, anche se non unica, dell’attuale situazione. Non sarà tre volte Natale o festa tutto il giorno. I precari, i disoccupati, i lavoratori, avranno gli stessi identici problemi del 3 dicembre.
Quindi? Cambiare tutto per non cambiare nulla?
Calma! Qualcosa cambierà, anche se per avvertirne gli effetti ci sarà da aspettare qualche tempo. Perché la riforma costituzionale messa in piedi, non sortirà alcun effetto se non accompagnata da una riforma elettorale conseguenziale (L’Italicum?) all’interno della ogica di semplificazione politica e del bipolarismo.
Quindi avremo un Senato che non sarà più eletto dai cittadini, checchè se ne dica, perchè così è scritto chiaramente nella riforma. La Camera dei deputati con un premio di maggioranza superiore a quello, già discutibile, attuale non sarà  più rappresentativa ma potrebbe essere espressione di una minoranza più o meno significativa.
Allora, tutto bene Madama Dorè, vista con l’ottica del supremo interesse della stabilità e della governabilità.
Sfuggono, però, alcuni particolari a questa visione paradisiaca, prefigurata da alcuni di “lor signori” (cit. Fortebraccio per chi lo ricorda).
La situazione economica e sociale italiana è, per chi l’avesse dimenticato, drammatica. Le criticità del disagio e di inclusione non sembrano poter essere superate in tempi brevi, nonostante in queste ultime ore ci si sforzi di far intravedere scenari positivi, e lo sarà,a maggior ragione, con la vittoria del si.
Senza voler entrare nel merito di tutte le analisi che confermano l’aumento dei poveri, la difficoltà di accesso di un numero sempre maggiore alle prestazioni sanitarie, alla possibilità di studio e spesso di sopravvivenza, ma , tenendola, comunque, presente, a tutto questo noi andiamo a togliere quella che è la possibilità di mediazione politica e sociale che può dare la rappresentanza, garantita dalla costituzione vigente.
Avremo, quindi e logicamente, un aumento della forza attrattiva di visioni populiste e massificatrici, con un probabile spostamento elettorale verso queste o, a un rassegnato astensionismo (già decisamente troppo alto ad oggi). Questo nel migliore dei casi. Perché c’è anche il rischio, non solo teorico, che, a fronte dell’impossibilità di vedere rappresentate legalmente e democraticamente le proprie criticità, ci possa essere una recrudescenza e un aumento di forme di illegalità, a quel punto difficilmente condannabili, fino ad arrivare ad un aumento possibile, di consensi a forme anche di confronto violento.
Negli ultimi tempi abbiamo già assistito a forme di repressione, spesso brutale, di forme di contrapposizione sociale con relativa diminuzione degli spazi democratici di manifestare il proprio pensiero o il proprio disagio. Conseguentemente, nel caso malaugurato, di una recrudescenza di tali manifestazioni nel quadro prefigurato, mi sembra logico aspettarsi un ulteriore giro di vite in questo senso.
La sinistra credo, si debba porre seriamente il problema, perché storicamente e, logicamente, è da quella parte che sono mancate quelle risposte fino ad oggi. Quelle risposte che puntellano, sostengono con un’azione politica non frammentata e non episodica, le aspettative dei settori più disagiati della società.
Se dovesse (ripeto, malauguratamente e in via ipotetica) vincere il si il compito della sinistra sarebbe di quelli da far tremare le vene nei polsi e penso sia inutile, e persino dannoso, oggi prefigurare scenari che tengono conto solo dei nostri desiderata personali e non di una responsabilità storica e politica più complessiva.
Comunque, per consolarci, sono convinto che vincerà il NO, e potremo tranquillamente continuare nei nostri balletti e nelle nostre sterili polemiche, continuando a non capire cosa si muove e cosa si aspetta chi è schiacciato e messo al muro da questo sistema, a prescindere dal voto referendario che rappresenterebbe solo la ciliegina su una torta che è, comunque, già pronta da tempo.
Ad maiora


MIZIO   

domenica 20 novembre 2016

ERA NO PRIMA E SARA' NO ADESSO

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La governabilità legata alla stabilità è il nuovo (ma mica poi tanto) mantra che anima le scelte e gli indirizzi della politica negli ultimi decenni. Inseguito e sollecitato soprattutto dalla classe imprenditoriale, da quella finanziaria che vedevano, e vedono, nella rappresentanza e nella conseguente dialettica, un freno a quelle che sono considerate le loro priorità. Priorità indicate sempre sotto la lente di parametri e interessi economici che quasi mai vanno a braccetto con un sentimento di equità e giustizia.
La presunta superiorità del sistema maggioritario (meglio se bipolare o, addirittura, bipartitico),è legata a quell’altro mito della sua altrettanto presunta modernità visto che è adottato da quei paesi considerati all’avanguardia, primi fra tutti quelli anglosassoni.
Se vogliamo indicare una data simbolo che demarchi un prima e un dopo nella questione, non possiamo che risalire al referendum del 1993 ove la maggioranza degli italiani (non io) sotto l’onda emotiva dello scandalo di tangentopoli e della caduta del muro di Berlino con le sue conseguenze, scelse di abbandonare il sistema elettorale proporzionale, mantenendone soltanto una percentuale del 25% con la nuova legge  adottata, denominata Mattarellum. Da allora non sono mai terminati gli attacchi tesi a limitare sempre più quegli aspetti legati alla rappresentatività per spostare l’asse sempre più verso la stabilità. Detto in parole povere, chi vince si prende tutto per 5 anni e, a fronte di una sempre maggiore complessità della società, si tenta di rispondere con una semplificazione e una limitazione alla massima potenza della partecipazione e della vita politica.
Da questo punto di vista l’introduzione del sistema maggioritario ha prodotto limitati effetti, vista la frequenza con cui sono continuati a cadere e cambiare i governi. Ha prodotto molti più effetti sulla partecipazione e sul legame che, dal dopoguerra, legava la stragrande maggioranza degli italiani all’attivismo e condivisione della vita politica. Recisi i rami degli ideali, del senso di appartenenza, della delega rappresentativa, lentamente ma progressivamente ci siamo avvicinati a quelle democrazie avanzate cui si faceva riferimento prima con percentuali di partecipazione al voto di poco superiore al 50% e con una ancor più misera partecipazione alla vita attiva dei partiti, divenuti progressivamente sempre più comitati elettorali o d’affari. Partiti che, prima erano punti di riferimento collettivi e popolari (anche quelli cosiddetti borghesi), e che dopo, nel migliore dei casi, sono stati visti come opportunità per “svoltare” nella vita o come strumenti al servizio di interessi poco chiari e, molto spesso, ancor meno leciti.
Sono usciti dalla porta per non rientrare più la dialettica, il confronto, la mediazione, il senso di giustizia sostituiti dall’insulto, dall’ astio, dal posizionamento svincolato dalla ragione e affidato solo all’essere contro. La nuova parola d’ordine diventa vincere, a prescindere dal “come” e dal “per cosa”.
La sinistra e la destra spostano le truppe e gli interessi  verso il centro, dando vita a soluzioni ibride al limite della peggiore ingegneria genetica, denominate centrodestra e centrosinistra in cui, spesso, all’interno dello stesso schieramento predominano sospetti e sgambetti. Prodi, D’Alema, Berlusconi, ancora Prodi, ancora Berlusconi, e poi Monti, Letta, fino ad arrivare all’attuale Renzi l’elenco di chi si è succeduto alla guida dei non pochi governi indica chiaramente che anche l’unico obbiettivo condiviso, quello della stabilità, non è stato raggiunto.
Qualcuno, sano di mente, può in tutta sincerità, affermare che queste stagioni politiche siano state caratterizzate, oltre che dalla stabilità, dal buon governo, dalla giustizia ed equità?
Si può affermare che la società italiana abbia fatto quel salto qualitativo che le avrebbe permesso di superare i limiti e le contraddizioni delle stagioni precedenti?
Personalmente e, credo insieme alla stragrande maggioranza degli italiani, posso affermare tranquillamente di no, anzi si sono registrati notevoli passi all’indietro su temi fondamentali come quello dei diritti sociali, della rappresentanza, della democrazia.
Già sento qualcuno che comincia a pensare: ”Va bene, però dimentichi che c’è stata la globalizzazione, l’Europa, la nuova moneta e le nuove politiche comunitarie e bla bla bla….”. No, non lo dimentico, anzi, credo che le scellerate scelte fatte dei paesi europei in termini economici, di giustizia, di solidarietà, sarebbero stati senz’altro migliori se avesse prevalso un principio di eguaglianza e di rappresentatività, piuttosto che gli interessi delle lobby economiche e finanziarie che, trovano nel sistema elettorale semplificato il loro habitat preferito.
Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui si aspetterà adesso , legittimamente, una conclusione.
Siamo alla vigilia dell’ennesimo, forse decisivo, attacco alla costituzione. La parola d’ordine adesso è resistere. E resistere vuol dire VOTARE NO il 4 dicembre al referendum.
Subito dopo, partire per ricostruire un habitat politico idoneo alla rappresentanza degli ultimi e dei penultimi, mettendo da parte egoismi, visioni personalistiche e limitate. Rimettere in discussione quelle che sembrano essere, ormai, pietre tombali su alcune questioni, a cominciare dalla legge elettorale che, per me, deve ritornare ad essere proporzionale, magari non pura, ma proporzionale.
E per ripartire col piede giusto non si può, a mio modestissimo parere, che ripartire da sinistra.
Ad maiora!


MIZIO

sabato 12 novembre 2016

SOLO A VOLTE




Quando è solo
e per farsi compagnia
sceglie tra pensieri
raccolti per la via.

Progetta un mondo
che sembri migliore
e inciampa sempre
nel suo lato peggiore.

Si cambia un momento
per poi ritrovarsi indietro
a carezzare ancora
la stessa palla di vetro.

Un’intuizione, una sola
anche di seconda mano
ma che sia quella giusta
buona per il sacro e il profano.

Ché duellar con le parole
armati di penna e malinconia,
a volte, ma solo a volte,
fa vincer  la  poesia.


MIZIO

martedì 1 novembre 2016

TREMORI E TIMORI


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La terra trema e non sembra fermarsi, come il cuore in gola che batte sempre più forte. Le ferite alla montagna, i colpi di maglio sulle case, sulle chiese. Il nostro paese come corpo di novello Cristo oltraggiato, torturato che, fattosi  carne, riesce solo a tremare. Sta superando, ormai, anche, la paura e invoca solo pace.
Le ferite che non sanguinano nemmeno più e, forse, sono le peggiori. Quelle che non cicatrizzeranno, quelle che rimarranno lì e bruceranno tutte le notti rinnovando ogni volta, non solo il terrore, ma la rassegnazione per un destino già segnato.
Il cuore verde dell’Italia, il corpo vivo, l’anima stessa del nostro paese, la catena che unisce non solo idealmente tutta la nostra penisola si scopre fragile, indifesa, novella vestale oltraggiata, non sappiamo se da un dio capriccioso e cinico o da esseri umani convinti d’essere a sua immagine e somiglianza.
Dopo essere stati cacciati dall’Eden sembrerebbe che i monti dell’Appennino Centrale siano i luoghi e i paesaggi che più gli si avvicinino. Forse, per questo, tanti grandi spiriti dell’anima, dell’arte, del bello si sono dati appuntamento in questi luoghi. Non è un caso che qui ogni monte, ogni pietra, ogni albero trasudi spiritualità e senso della meraviglia, di fronte al quale anche il più incallito dei miscredenti non può che rimanere in rispettoso silenzio.
Lo stesso silenzio che rimane dopo gli imprevisti, improvvisi, agghiaccianti schiaffi che la natura infligge alle nostre certezze.
Uscendo dalle immaginifiche metafore, affascinanti quanto si vuole, ma stucchevoli rispetto il dramma consumato si rende quanto mai necessario porsi la domande del che fare da oggi in poi.
Prendere atto dell’ineluttabilità degli eventi è il primo necessario passo. Pensare che tutto possa ritornare come prima senza una presa di coscienza, che nulla potrà essere come era è, invece, il principale errore da evitare.
L’altro errore da evitare, anche se può sembrare antitetico rispetto, il primo è  pensare a forme di eradicazione sociale e culturale di quei luoghi. La ricostruzione, per quanto lunga, difficile, costosa non può che avvenire mantenendo salde le radici e i sentimenti in quei luoghi, pena una seconda e ancora più dolorosa strage di anime.
Norcia, Amatrice, Castelluccio nel nostro immaginario possono continuare a vivere anche senza ricostruirle, ma per chi di quei luoghi è figlio e, anche custode per le generazioni future, non possiamo immaginare qualcosa di diverso da un ritorno a casa.
Quando avvengono accadimenti del genere sembriamo tutti presi e coscienti della nostra pochezza e della nostra impotenza. E, se singolarmente, riusciamo anche a trovare una scala classificatoria di valori con un’alta valenza morale, nel trasferire il tutto a dimensioni politiche e collettive le riposizioniamo in maniera diversa e moralmente discutibile.
Senza girarci troppo intorno, un paese come l’ Italia (ma non solo) che molto più di altri è sottoposto a rischi sismici, con la presenza di vulcani ad alta potenziale pericolosità, di fragilità diffusa del territorio, oltre ad essere esposta, vista la posizione, a fenomeni di accoglienza di enormi masse di disperati dall’Africa, può legare il suo destino e quello di milioni di cittadini alle ferree, ciniche, insensibili logiche finanziarie e neo liberiste di un’Europa a trazione bancaria?
Sembra di capire che, al momento, i fondi stanziati per i soccorsi e l’assistenza dei terremotati non saranno inseriti tra le spese correnti e non peseranno nel rapporto debito Pil, ed è già un piccolo passo avanti, ma è solo la punta dell’iceberg. Proprio per quello che si diceva un attimo prima la situazione geologica e geografica dell’Italia la pone in condizione di estrema precarietà e rende improcrastinabile e necessaria la programmazione di un piano pluriennale di messa in sicurezza dell’intero territorio. Per fare questo si rende prioritaria, anche perché estremamente giusto, la revisione delle leggi, dei trattati che limitano la spesa pubblica e la libera circolazione delle persone (argomenti in apparenza poco accomunabili ma sottoposti alle stesse inconcepibili logiche di trattati sottoscritti non con le penne e il cuore, ma con la calcolatrice in mano).
Le leggi, i trattati, le norme quando palesano limiti ed errori è giusto che debbano e possano essere sottoposti a riletture e correzioni. L’ economia quando svincolata dalla finanza e sottoposta al controllo e alla mediazione della politica è uno strumento utile e necessario regolatore sociale. Laddove questo non è, e non sia ritenuto possibile, mantenendo ostinatamente inalterate, scale di valori antitetici con la logica e la vita stessa, non credo sia una bestemmia denunciarne i limiti e prospettare, anche, scelte conseguenti.
Il territorio italiano, la sua storia, la sua bellezza, i suoi abitanti se non possono evitare i tremori della natura devono e possono evitare il timore di essere considerati come i passeggeri di terza classe del Titanic. Perché se è vero che, se la nave affonda, affondano tutti, ma quelli che hanno meno possibilità di sortirne fuori vivi sono proprio quelli che già sono, per natura, o scelta, sotto la linea di galleggiamento.
Ad maiora


MIZIO

sabato 22 ottobre 2016

NAJA, NON NOIA



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"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".


Ebbene si, sono proprio io ….
E’ cominciato così, grazie alle nuove potenzialità che il progresso tecnologico ci ha messo a disposizione. Dall’altra parte della tastiera e del monitor come un fantasma liberato da secolari catene il volto, il nome, che si sostanzia come presenza uscendo dai cassetti della memoria. 
Altre volte in questi anni casualmente o meno, hai ritrovato volti e nomi antichi, tutti smarriti per le strade del mondo eppure,….eppure. Eppure questa volta è diverso. Nella vita ci sono dei punti che possiamo riconoscere, a posteriori, come dei crinali. Quelli in cui deve operare delle scelte. Se scendere a valle, a destra o sinistra, se continuare a camminare o se fermarti ancora un po’ a rimirare il panorama e riempirti occhi e anima di qualcosa che, temi difficilmente potrà ripetersi
Ecco, la naja (servizio militare obbligatorio) per la mia generazione e per tutte quelle che ci hanno preceduto o seguito, ha significato, alla fin fine tutto questo. Un periodo di tempo sospeso in cui potersi permettere, giustificati, di rimandare le decisioni e intanto godere degli orizzonti e dei confini della propria vita da un  punto di vista tanto neutro quanto provvisorio.
Ritrovarsi, quindi, dopo più di tre decenni in un modo fortunoso, in un mondo, naturalmente regno del caos in cui sembra non esistere il caso, ha fatto riemergere e annusare di nuovo quel profumo, quella sensazione di senza tempo, di distacco, sia pur momentaneo, dalle beghe esistenziali.
I rapporti nascevano e si esaurivano in maniera assolutamente occasionale ma, a volte, si affinavano, si consolidavano e si sostanziavano grazie proprio a quell’ apparente casualità e transitorietà. Non c’era motivo di competizione, invidia o dietrologia proprio per la mancanza di incroci di interessi comuni e, potenzialmente,  conflittuali. La comunanza d’interessi si basava, soprattutto, sulla condivisione di questo tempo sospeso proprio sul confine di una vita che era lì lì per sbocciare con i suoi problemi, le sue aspettative e le sue responsabilità. E ci si scambiava momenti leggeri come il fumo della sigaretta che passava da una mano all'altra.
Alfio è stato il primo a riemergere dal web. Il toscano, che mi iniziò alla conoscenza del vin santo. Poi come un filo di Arianna che si srotola davanti, rapidamente,con  un passaggio dopo l’altro ecco Vincenzo, il gigante buono della Sabina, Eugenio il serio lavoratore padano, Gianni che ci deliziava con i profumi e i prodotti della sua Sardegna, e poi Luca che generosamente ci ospitava nella fattoria del nonno e poi Salvatore che sembra non attraversare un periodo facile e poi…. poi sicuramente altri arriveranno.
Nostalgia del bel tempo che fu, senz’altro. Rimpianto per qualcosa che poteva essere e non è stato, anche. Ma soprattutto il ritrovare e riallacciare in una qualche misura, momenti di vita che, altrimenti, sarebbero rimasti incompiuti ed estranei da tutto il resto. Come oasi sperdute nel deserto avvolte nelle sue immensità, di cui rimane solo un malinconico sentore.
Come inquadrare, altrimenti correttamente, le serate in pizzeria con quattro lire, le escursioni alla scoperta del territorio naturale e artistico della Tuscia, le serate a mangiare salame, vin santo e formaggio che il buon Alfio e il Gianni riportavano dai loro brevi permessi a casa.
I papaveri e le margherite nelle bocche dei cannoni cantando la canzone dei Giganti, le interminabili discussioni politiche che finivano in bisboccia. La quarta internazionale, la FGCI, i proletari in divisa, la morte di Paolo Sesto e di Papa Luciani. Le Brigate Rosse, il rapimento Moro. Tutto centrifugato da quel nostro particolare punto di vista.
Ci stavamo preparando alla vita, e pensavamo di averla già capita. Atto di presunzione perdonabile,solo in quanto, addebitabile all’ età. Solo oggi capisco e riconosco che, novello Socrate, tutto quello che so è di non sapere.
Poi, anche se atteso spasmodicamente, ma quasi all’ improvviso arrivò il giorno del congedo. Quello dei saluti, dell’impegno di rivederci e di non perdersi e, in qualche momento abbiamo anche tenuto fede all’impegno. Poi la vita ci ha preso, ci ha trascinato nei suoi gorghi. Ognuno di noi ha tentato, perlomeno, di rimanere a galla, di dare un senso compiuto agli anni che avevamo srotolati davanti, sperando fossero più e migliori di quelli che ci lasciavamo alle spalle.
E ne sono passati tanti, alcuni migliori, altri che non hanno rispettato le aspettative e, a volte, quando meno te lo saresti aspettato, ritornavi a percorrere quei sentieri, quelle serate apparentemente senza senso, tentando, almeno, di ricordare ancora il profumo di quell'oasi. Ritornavano le immagini buffonesche di quattro cialtroni, fondamentalmente pacifisti, che trafficavano con un fucile in mano, cercandogli un uso alternativo rispetto quello per cui era stato costruito.Si riviveva, quasi epidermicamente, quella solidarietà nata nel comune sentire, di sottrarsi a quei riti, tanto stupidi quanto diffusi, del nonnismo e della rivalità regionale.
Solo adesso che ci siamo ritrovati, sia pur virtualmente, in uno di quegli incroci, quasi karmici, di cui si parlava prima, so che la vita stessa, come del resto fa sempre, ci sta offrendo l’occasione di ritrovare quella parte di noi stessi che avevamo quasi dimenticato di avere. Sepolta com’ era sotto montagne di impegni, di doveri, di responsabilità, di attese messianiche di qualcosa che sappiamo non arrivare mai, in quanto sempre stata e, sempre sarà, parte di ognuno di noi.



MIZIO