mercoledì 5 ottobre 2016
sabato 1 ottobre 2016
LA COSCIENZA NON PAGA I CAFFE'....
"Spesso ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe, che nelle parole".
Ed
eccoci in piazza, le aspettative non sono molte, come spesso accade
ultimamente, ma c’è sempre quel pizzico di curiosità infantile e un po’
narcisista di vedere quanti siamo. Beh, non moltissimi direi, ma più di quello
che temevo o pensavo.
Cerco
un punto più elevato per uno sguardo d’insieme. La piccola sorpresa sembra
essere che, le teste ancora di colore scuro superano, sia pure non di molto,
quelle grigie o bianche. Non considerate, in quanto difficilmente
classificabili, quelle sprovviste di copertura tricologica.
Fatta
la prima e abituale, operazione di valutazione generale, si passa alla parte
analitica del chi, anziché del quanti.
Però!
Parecchi volti nuovi, la maggioranza, comunque, fa parte della solita compagnia
di giro che si sposta e si ritrova nelle strade, nelle piazze di Roma e, a
volte, anche d’Italia. Presenzialisti, me compreso, della peggiore specie.
Quelli che ancora manifestano un sacro e riverente atteggiamento nei confronti
dei momenti collettivi. Persone che se non dovessero o, non potessero esserci,
avrebbero lo stesso stato d’animo contrito del cattolico cui capitasse di saltare
la messa domenicale. Viverle, respirarne l’aria, l’atmosfera è decisamente
altro rispetto il racconto o commento di terzi sui social.
Potrebbe
piovere, dice qualcuno, ma no, è una nuvola chiara non di pioggia, piuttosto guarda!
Ecco cosa erano quelle strane grida e quel rumore tra i rami. Pappagalli! E pure di quelli belli grossi. Verdi,
gracchianti e veloci nel continuo
spostarsi da un albero all’ altro tra i rami. Che meraviglia! Un
giardino, una piazza romana con i rumori e i colori di una foresta tropicale.
Con
il solito fastidiosissimo fischio iniziale dell’impianto stereo, improvvisamente
parte la musica e soverchia quella, sia pur potente dei verdi acrobati delle
chiome.
E
così tra qualche saluto distratto, un abbraccio con chi non si vede da tempo,
gli incoraggiamenti di turno a qualcuno che deve intervenire, cerco una
postazione da cui poter seguire tranquillamente e con attenzione.
Alla
destra del palco, sembra esserci più spazio, meno movimento e, di conseguenza
più calma,Bene! Mettiamoci qui.
“Oh,
ciao. Si, hai visto? C’è un po’ di gente, pensavo peggio. Dai che ce la faremo.
Se, se vabbè….a dopo”.
Una
postazione laterale rispetto il palco offre svantaggi e vantaggi. Lo svantaggio
è quello di doversi accontentare delle parole e perdere la mimica, spesso più
interessante del discorso, degli oratori. Però, poco male, li conosco quasi
tutti e potrei, di alcuni, quasi anticipare pensieri e gestualità. Invece, il
grande, indubbio vantaggio è quello di avere quasi tutti i presenti schierati
di fronte, consentendomi, così, di osservare reazioni , gesti e attenzione
degli astanti.
Che
magnifico e inutile passatempo quello di guardare il prossimo con occhio
attento, fattosi, col tempo anche esperto, non certo da psicologo ma da curioso
esploratore dell’animo umano. C’è modo
di osservare tanti di quegli stereotipi così frequenti in queste situazioni.
Dal classico compagno barbuto con cappello, occhiali e sigaro, alla compagna,
un tempo femminista militante, oggi madre o nonna con prole o nipoti al
seguito. Segno, anche questo del cinismo dei tempi. Se non hai soldi o nonni
compiacenti non puoi permetterti neanche di allevare figli e, rischi così, di
ritrovarteli al seguito di anziani che giocano ancora alla rivoluzione. Beh,
parlare proprio di rivoluzionari è forse eccessivo, ma indignati permanenti effettivi, senz’altro.
Emerge
qualche giovane volto di ventenne, più numerosi, e meno caratterizzati quelli
dei sedicenti ancora giovani. Insomma, quelli della fascia trenta-quaranta.
In mezzo un ragazzo di colore vende libri di
fiabe africane.
Qualcuno
un po’ più anziano sembra concentrato nell’ascolto ma quello sguardo assorto,
che conosco bene, è la vitrea fissazione tipica della fase di dormiveglia, propedeutica al pisolino pomeridiano.
Beh,
comunque la sensazione è sempre quella di un ritorno a casa. La si ritrova sempre
uguale, con poche o nulle novità. Manca il venditore di giornale, segno dei tempi, ma,
forse , solo perchè è pomeriggio e, comunque ormai, leggono tutti lo smartphone.
Quello
invece, mi sembra di conoscerlo.
Il viso
è familiare.
E,
infatti anche lui sembra mi stia guardando. Distolgo lo sguardo appena questo
si incrocia col suo per evitare inutili imbarazzi e con apparente disinteresse lo
volgo altrove. Altrove, si, ma per un nanosecondo, perché subito torno
distrattamente, e a volo radente, a guardare da quella parte. Beh! Non mi sta
guardando, mi sta proprio fissando. Mi sento, allora, in diritto/dovere di
infischiarmene del bon ton e soffermarmi anch’io a guardare con più attenzione.
Ha più o meno la mia età e, anche per lui, sembra ben portata. Occhiali
leggeri, capelli brizzolati con ancora qualche chiazza scura, preziosi retaggi
di antichi splendori tricologici, vestito casual. E lo conosco, certo che lo
conosco ma, maledizione, non riesco a ricordare quando e dove l’ho visto. Non
sembra un habituè di questi momenti, anche se appare certamente a suo agio, l’avrei
visto senz’altro in altre occasioni e l’avrei ricordato. O, forse, è uno dei
tanti colleghi di lavoro conosciuti nel corso degli anni, o forse un vicino di
casa di quando ero a Roma o forse….boh, non lo ricordo!
Con
un cenno del capo indica un chiosco li affianco, quasi un invito lanciato tra la
folla ma diretto chiaramente a qualcuno in particolare. Chissà con chi ce l’ha.
Sbaglierò
però sembra proprio che continui a guardare me o, perlomeno dalla mia parte.
Ah,
ecco conosce sicuramente questo tizio arrivato appena qui dietro per fumare la
sua sigaretta. E no! Questo non è venuto per fumare in pace, se ne sta proprio
andando nella direzione opposta e lo sconosciuto continua a guardare in serena attesa
di una risposta al suo invito gestuale
Dovrei
forse avvicinarmi o, magari prima con altri cenni, magari casuali, verificare
se il tutto non sia frutto di una mia forzatura fantasiosa.
Alt!
Un momento. E se invece fosse un approccio di altro tipo? Non mi danno certo
fastidio i gay, figuriamoci. Ma comunque, non vorrei dover giustificare il mio
diniego all’interno di un rapporto casuale tra sconosciuti, lasciando i dubbio,
magari che il rifiuto possa riguardare lui e non essere il segnale, invece, di
una mia convinta eterosessualità.
Però
la curiosità è un tarlo che continua a rodermi dentro. Chi è? Mi ha
riconosciuto e io invece ancora no. Non può essere che mi sia dimenticato di
qualcuno che invece, sembra conoscermi bene. O forse no, non è impossibile che
possa accadere.
Ok
rispondo! Ho deciso! Un breve cenno con la mano pronto, eventualmente, a trasformarlo
in un gesto casuale di tutt’altro significato. Lui, invece coglie l’attimo si
alza e mi fa segno di seguirlo in quel chioschetto un po’ discosto dalla calca.
Va
bene, siamo tra gente di sinistra, tra compagni, se dovessi essere messo in
condizione di spiegare potrei farlo sapendo di trovare comprensione. E
comunque, ormai la curiosità mi sta divorando come una scimmia.
“Ciao”
e allunga la mano per stringere la mia.
“Ciao,
scusami, ma ci conosciamo?”
“Direi
proprio di si! Accomodati e parliamone”. “Dopo di te”, “Non sia mai, prego” “Ok
sediamoci contemporaneamente”
Da
vicino è ancora più forte la sensazione di familiarità .
Passa
un compagno e ci guarda con un curioso e prolungato sguardo. Avrò, forse,
qualcosa fuori posto? E il pensiero corre alla patta dei pantaloni. Magari è
aperta. Un rapido controllo effettuato con noncuranza mi assicura che da quelle
parti tutto è in ordine.
Ci
sediamo. Il cameriere si avvicina, “Che prendi?” “Un caffè grazie”, “Ci avrei
giurato! Sei noiosamente prevedibile. Caffè anche per me”.
Andiamo
bene! Pure presuntuoso e prevenuto.
“Hai
detto di conoscermi. Com’è possibile, visto che io, pur avendo una
strana sensazione di deja vù, in realtà non mi ricordo assolutamente di
qualcosa che mi possa collegare a te”
“E’
tutto molto semplice. Ci conosciamo da tanto, tanto tempo. Praticamente da
sempre. Non ti ricordi? Ero con te quando nei prati intorno San Policarpo quel
ragazzotto, Lorenzo si chiamava, voleva distruggere il campo di calcio che tu e
i tuoi amici avevate costruito con tanta fatica e di cui andavate giustamente
fieri. Non ci hai pensato un attimo a difendere il tuo e loro lavoro, e le hai
buscate. Tu, a quei tempi, così piccolo e gracile. Ricordi, ti chiamavano
cardillo? E, poi, non sei mai stato un violento, la tua mitezza di faceva
rifuggire dal fare a botte. Ma lo hai fatto lo stesso per difendere il lavoro e
la fatica di tanti ragazzini. Io ero lì a dirti che, la cosa, anche se, forse,
non era la più giusta, mi rendeva, comunque, orgoglioso e fiero di te”
“Si,
ricordo la questione, Lorenzo era decisamente più grande e forte di me. Ma tu
allora eri uno dei ragazzi con cui giocavo al calcio? Come ti chiami?”
“Ogni
cosa a suo tempo, non è importante il mio nome, quanto quello che tu hai fatto
da allora in poi”
Intanto
arrivano i caffè, sorseggio il mio con consumata lentezza persino eccessiva, ma necessaria
per raccogliere un po’ le idee. A questo
punto, decisamente, più confuse che mai.
Per
quanti sforzi facessi, non riuscivo a inquadrare il mio occasionale
interlocutore in alcun momento significativo della vita. Ma forse, dipende
tutto dal numero di anni trascorsi.
Adesso
mi dirà come si chiama e tutto sarà più chiaro.
Certo
che per essere una conoscenza di così vecchia data, ha una memoria di ferro e
una capacità di fisiognomica ancora più stupefacente. Come mi ha riconosciuto
dopo tanto tempo?
“Ero
con te” riprese il discorso senza darmi la possibilità di chiedere ancora, ”quando
arrivò da voi Don Roberto. Ricordi che tempesta emotiva ed esistenziale fu per
te e per gli altri ragazzi della Scuola 725?”, “Certo che lo ricordo, e come
potrei dimenticarlo, uno degli incontri più importanti della mia vita. Crebbi
più in quei pochi, ma decisivi anni,
che, probabilmente, in tutto il resto della mia esistenza. Ah ecco allora dove
ci siamo visti. C’eri anche tu!”
“Ovvio
che c’ero. Io c’ero e ci sono sempre stato dove eri tu. Anche adesso sono qui. non
lo vedi?” “Scusami non ti seguo. Come c’eri sempre. Mi hai pedinato? E a che
scopo, non mi sembra che la mia vita sia stata così interessante da meritare
attenzioni costanti. E poi, ti ripeto, è
vero che mi sembra di conoscerti, ma non ricordo assolutamente nulla che ti
riguardi. Se fosse come dici tu dovrei rammentarmi qualcosa, almeno un
fotogramma. Invece niente, zero assoluto”.
“Se
invece di fare continue domande a me, cominciassi a porne qualcuna a te stesso,
forse potresti avere più chiaro chi sono. O, per dire meglio, chi sei tu.
Ricordi i momenti di dolore, di frustrazione, di paura di tormento che hai
attraversato? Ma anche quelli di gioia, di speranza di entusiasmo. Bene sappi
che li abbiamo tutti vissuti insieme. E, a volte, anche se raramente ti sei
anche ricordato di me e, ancora più raramente hai provato ad ascoltarmi”.
A
questo punto cominciai, sinceramente anche ad avere un po’ di timore. Che razza
di discorsi sta facendo. Matto non sembra, perlomeno non del tutto, visto che
sa troppe cose vere sul mio conto. Cose che io stesso avevo quasi dimenticato.
Perché non mi dice chiaramente chi è. Così la facciamo finita con questa
commedia che sta rasentando l’assurdo. E, a questo punto, credo di aver diritto
di sapere anche cosa vuole.
“Senti
dimmi chi o cosa sei. Sei forse uno di quelle persone che vanno in giro
affermando di essere dotate di poteri paranormali? Hai attinto, non so come,
alcune informazioni su di me e adesso vuoi magari, predirmi il futuro, per
spillarmi soldi? Sappi che non ci casco. Soldi non ne ho molti e quei pochi
servono a me e alla mia famiglia. Figurati se li butto con un ciarlatano.”
“Ahahahah,
sapessi quanto sei ridicolo. Ma ti pare che non sappia che non sei ricco e come
tu sia molto critico, se non di più, su certe cose. Ma dai! Te l’ho detto, ma
forse, non ascolti io sono con te da sempre, ci sarò per sempre e ti conosco
più di quanto possa conoscerti te stesso”.
“E
allora se ci sei da sempre perché sono io a non conoscerti?. Perché non ho
memoria di alcuna cosa vissuta insieme? Dammi qualche spiegazione logica e
valida e poi potremo continuare a parlare. Senno’ tanti saluti… E’ stato un
piacere…..anzi, neanche tanto, e arrivederci”.
“Tranquillo,
tanto sai meglio di me che non lo farai. Vuoi delle risposte? Hai visto come ci
stanno guardando tutti? Non ti sembra che i loro sguardi siano diversi da
quelli, normalmente impalpabili, che si concedono a due amici seduti al bar?”
“E’
vero, questo lo stavo notando anch’io. Eppure non mi sembra di essere
particolarmente eccentrico e, anche la tua, di stranezza, al momento la conosco
solo io. Forse abbiamo alzato un po’ troppo il tono della voce ….si è percepito
qualcosa …o forse….”
“Zitto
un attimo e ascolta. O, meglio guardami. Non noti niente? Occhiali, occhi,
capelli, naso, labbra non ti ricorda nessuno? E la mia voce, il modo di
gesticolare, quei piccoli trascurabili tic non li riconosci? Sai a volte, mi
mangio anch’io le unghie”.
“Perché dovrei guardarti per.....oddio….ma
tu….è vero sembri…….. anzi sei proprio….porca miseria ..ma…tu…sei io. …ecco perchè.....porca miseria. Ma tu, cioè io..cioè io sono…te. No…ma è
impossibile… tu io…. uguale a me….Cavolo!!!”
Qualche secondo, non troppi, in verità, di stupito silenzio. Com’è possibile?.... Ma che siamo gemelli? I miei non mi hanno mai detto nulla in proposito. E’ vero che non parlavano mai volentieri del loro passato ma…forse questa, almeno da grande me l’avrebbero detta. Sei stato forse abbandonato o…venduto da piccolo? O…forse sono stato venduto io?. O mamma, mamma che confusione……”
Qualche secondo, non troppi, in verità, di stupito silenzio. Com’è possibile?.... Ma che siamo gemelli? I miei non mi hanno mai detto nulla in proposito. E’ vero che non parlavano mai volentieri del loro passato ma…forse questa, almeno da grande me l’avrebbero detta. Sei stato forse abbandonato o…venduto da piccolo? O…forse sono stato venduto io?. O mamma, mamma che confusione……”
“Ma
quale venduto, ma quale gemello. Gli studi appassionati che hai portato avanti
per tanti anni. In cui io ti portavo per mano, ti indicavo le letture, ti
procuravo gli incontri giusti, ti ho lasciato persino dei libri sui treni per
farteli trovare “casualmente”. Ero con te quando avesti…, anzi, veramente, ero
io a procurartele, quelle tue strane esperienze. I mille discorsi, i mille
viaggi alla ricerca di quel qualcosa, del tassello che mancava, le situazioni estreme
che ti sconcertavano le hai proprio dimenticate? Eppure ne avevi compreso
molto, ti sentivi persino pronto al grande salto. E sono io che, ti ho impedito
di farlo, perché pronto non lo eri allora e oggi mi stai dimostrando che avevo
ragione, visto che non lo sei neanche adesso.”
“Aspetta
quella notte, quando accadde la prima volte…tu eri lì?” “Ovvio! Anzi non ero
lì, ero te”. “No, aspetta, non correre se tu eri lì ed eri me, io dove ero?”
“Non
ricordi? Ti sei anche spaventato vedendoti nel letto. Dai, possibile che dicevi
di aver capito tutto, e adesso che ne hai la prova vivente davanti a te, dubiti
in questa maniera?”
“Perché
tu non faresti lo stesso? E poi, a cosa dovrei credere? Non sono certo sicuro
di poter serenamente decidere cosa pensare di tutto ciò”
“Hai
ragione. Probabilmente farei lo stesso anche io. Anzi il mio compito primario è
proprio quello di salvarti (o salvarci) da te stesso”.
“E
perché in tutti questi anni non ti sei mai fatto vedere? Se è vero che sei
stato sempre con me, almeno qualche volta avrei dovuto incontrarti”.
“Ragioni
ancora e sempre da stupido, scusami. Hai dimenticato i tre livelli di
percezione? Mi stai dimostrando quanto sia facile far finta di non averli.
Ecco, quando serviva il mio aiuto, io
ero lì nella parte che tu, troppo spesso, trascuravi. Non perché non sia
giustificabile la tua disattenzione. La vita oggi è tremendamente complicata e
impegnativa, soprattutto quando ti senti addosso responsabilità e oneri di
altre persone care. So benissimo quali e quante prove tu abbia dovuto superare.
Ma ogni volta che stavi per cadere io ero lì e ti mostravo una potenziale via
d’uscita. Non risolutiva, che quello era compito solo tuo, ma sufficiente a
farti rialzare da terra. Non ho mai permesso che ti abbandonassi alla
disperazione. Quante volte hai detto a te e agli altri: ”Per fortuna che
proprio in quel momento…..” Ecco quel momento te lo preparavo io, sperando che
tu fossi in grado coglierlo. E finora devo dire, l’hai, quasi sempre , saputo
cogliere. Ecco adesso che, forse il tutto ti è un po’ più chiaro. Vuoi dirmi
qualcosa tu?”
“E
che dovrei dirti. Io sono qui, tranquillo, convinto di partecipare ad una delle
tante manifestazioni, forse inutili, ma che mi fanno sentire a mio agio
e…arrivi tu a scombussolare tutto il mio lato razionale e logico faticosamente
costruito per centrifugarmi neuroni, sentimenti e certezze. Sei forse quello che
i cristiani chiamano angelo custode o quello che gli spiritualisti chiamano
spirito guida?”
“Ma
quale angelo custode, quale spirito. Ti ho detto e ripetuto che io sono te. Non
sono esterno a te. Sono con te e in te. Tu non saresti completo senza di me e
io senza di te. Senza l’uno e l’altro, semplicemente non saremmo. Siamo nati
insieme frutto del desiderio di due esseri umani e della legge universale che
tende alla completezza e alla perfezione evolutiva. Tu non eri, io non ero,
insieme siamo. Le religioni mi chiamano anima, corpo astrale, eterico. La
scienza mi definisce inconscio, Es, Io, Super io, la stragrande maggioranza mi
identifica genericamente come coscienza. E, detto fra noi, è la definizione che
preferisco. Decisamente più laica, più libera meno soggetta a dogmi, precetti o
contestazioni con disquisizioni tanto prolisse e dotte, quanto noiose e inutili.
Come anima o spirito guida in questo ambiente di miscredenti, prevenuti a
prescindere, ci starei a disagio. Come coscienza è il mio, o meglio, il nostro
habitat naturale”.
“Senti,
non so se sto capendo bene quello che sta succedendo. Forse, tra un po’ mi
sveglierò e, magari, avrò dimenticato tutto. Forse è uno di quei sogni lucidi
di cui ho letto qualcosa anni fa. Forse è una qualche forma di follia di cui
non ho cognizione, qualche forma di Alzheimer che si manifesta in forma acuta.
Di una cosa sono sicuro, non ho fatto uso
di droghe o alcool, quindi non è una visione indotta. Forse…..”
“Forse
basta, adesso. Ho già abusato troppo della discrezionalità di cui ho potuto
usufruire per questa occasione. Sappi che non tutti, anzi, pochissimi hanno di
queste opportunità. Dovevo e volevo solo ricordarti che non sei mai solo. Io,
anche se non mi vedrai più, sarò, però, sempre con te e in te. Ti chiedo solo
di ascoltarmi più spesso, sarebbe un bene anche per me. Sai, qualche
gratificazione per il buon lavoro svolto fa bene a tutti. E magari insieme
potremmo fare grandi cose, non credi? Ciao…a risentirci presto,. Ovviamente non
ti dico per ovvi motivi arrivederci. Non ci vedremo più. Almeno in queste
vesti. E’ un momento che dovrai ricordare e farne ciò che vuoi, ma senza
possibilità di replica…..”
“No
aspetta, non puoi andartene così. Ho mille cose da chiederti, mille curiosità,
un milione di dubbi da chiarire”. “Ciao, devo andare…non posso….”
“Fermati….ma
che succede… perché ti stai sbiadendo? Dove vai?”.
“….
E adesso dove sei?....Dai fatti vedere. Sembro scemo a parlare da solo….O forse
lo sono veramente”.
“Oddio
ma che cavolo è successo”.
Intorno
la manifestazione si sta avviando alla conclusione. Siamo agli impegni solenni.
Alla rivendicazione orgogliosa dei propri ideali e io immagino di avere l’aria
stralunata e fessa di un tonno appena pescato.
“Suo
fratello è andato via? Prende qualcos’altro?”
“Mio
fratello? No, guardi non era…” Lasciamo perdere. Troppo complicato
Il
cameriere mi riporta alla realtà e, professionalmente, insensibile mi porge lo
scontrino con il conto.
Due
caffè! Quindi non ho sognato. Qualcuno c’era, qui con me.
E
ha lasciato anche il conto da pagare.
Devo
pensare che la mia coscienza, ammesso sia
stata veramente era lei, ha probabilmente origini scozzesi.
“Tenga
il resto”
“Grazie!" "Buonasera.”
Vabbè,
torno a casa.
O,
forse dovrei dire: torniamo?
“Perchè
vieni anche tu, vero?”
.....E silenzio fu!
MIZIO
venerdì 26 agosto 2016
TERREMOTI NECESSARI
Abbiamo
riempito l’Italia di asfalto e cemento, abbiamo bucato, traforato, deviato
fiumi, espropriato, distrutto, prosciugato sorgenti, creato laghi, cancellato
panorami, coste e montagne. Il tutto snobbando con un’alzata di sopracciglio,
le proteste, le perplessità, le esigenze di chi in quei luoghi ha convissuto
per secoli con rispetto e all’interno di un rapporto equilibrato con l’ambiente
circostante.
Non è la nostalgica riproposizione dei bei tempi andati o del buon
selvaggio capace di convivere con la natura e i suoi rischi. Perché i
terremoti, anche distruttivi, ci sono sempre stati, come alluvioni e
inondazioni. Fenomeni che non si potevano (e non si possono ) prevedere né fermare.
Quello che possiamo fare, grazie alle moderne tecnologie e alle conoscenze
acquisite nel corso dei secoli da ricerca e scienza, è di utilizzarle al
meglio per la prevenzione, lo studio e la salvaguardia di comunità umane e
naturali.
Oltre
l’impatto devastante con rischi non sufficientemente considerati delle
cosiddette grandi opere “indispensabili” quanti miliardi di euro costeranno? Tutte
risorse che andranno a pesare, insieme ai danni ambientali, in un bilancio futuro come saldo negativo in
termini sia economici che sociali.
Anche l’ONU ci fa sapere che l’Italia è in
ultima posizione in quanto a prevenzione, strutture e adeguamenti per la
sicurezza del territorio. Mentre siamo sicuramente all’avanguardia per linee Alta velocità, rete
autostradale, cattedrali e opere inutili progettate e costruite per i grandi
eventi.
L’Italia,
che si dimostra straordinariamente solidale e generosa in occasioni tragiche, è
però incapace di controllare e amministrare il quotidiano. Per guadagnare 5 minuti tra
Roma e Milano non ci si ferma neanche di fronte il rischio di provocare potenziali
danni in città come Firenze.
Italia,
paese dalla natura e dal patrimonio artistico tanto preziosi e straordinari
quanto ignorati e fragili, non può e non deve permettersi distrazioni o delegare
ad un ipotetico futuro la presa di coscienza di tale realtà e la necessità di
scelte conseguenti.
Introdurre
nel sentimento e nelle coscienze colletive, prima ancora che nelle regole scritte,
che gli aspetti economici, gli interessi finanziari non potranno e non dovranno
mai avere la prevalenza rispetto la salvaguardia e la messa in sicurezza del
territorio, delle comunità che le abitano e della stessa vita umana.
Ma, si dirà, il debito pubblico, gli accordi con l’Europa da rispettare, il fiscal compact
che ha strangolato gli enti locali, come si fa, dove troviamo le risorse.
Ecco
il punto focale attorno il quale, anche se si vuol far finta di niente, ruota
tutto il discorso e ritroviamo il bandolo della matassa.
I
soldi si trovano e ci sono solo per quelle opere che garantiscono ,
speculazioni e salvaguardano interessi che ricadono nell’immediato e
limitatamente ad alcuni soggetti. Quei, come li definisco io, “lor signori”, che
con argomentazioni supportate dagli "Azzeccagarbugli” di turno, tentano (riuscendoci) di
convincerci che sono opere necessarie per lo sviluppo e la modernizzazione del paese oltre che per creare posti di lavoro, anche se precario e limitato nel tempo.
Gli
stessi che sono i guardiani degli interessi finanziari e speculativi della nuova economia
globale che salvaguarda i profitti, il libero scambio di merci al più basso
costo possibile, bypassando esigenze vitali di singoli e di interi popoli. Gli
stessi che considerano moralmente accettabile il sacrificio di migliaia di
esseri umani in guerre “umanitarie”. Che obbligano milioni di uomini e donne a
migrazioni bibliche per sfuggire a guerre e fame e farli, poi, finire ammassati e
sfruttati in lager ai margini delle ricche e accoglienti democrazie.
Si
dirà che c’entra tutto questo con i terremoti?
C’entra
come c’entrano tutte le altre migliaia di cose che non vanno nella nostra
moderna società. C’entra e c’entrano tutte quelle speculazioni e quei
condizionamenti che ci portano a giustificare e a considerare prioritario l’interesse
economico, piuttosto che gli interessi della sopravvivenza e salvaguardia del
pianeta e dell’umanità.
Non
aspettiamoci che questa presa di coscienza, che questa inversione di tendenza
parta da lor signori o dall'alto. Deve maturare, crescere all’interno di ognuno di noi che
senta questa esigenza.E, conseguentemente, maturare la convinzione e la necessità di trasformarla, con
azioni e prese di posizioni, in qualcosa di visibile e tangibile. Ognuno nel proprio
ambito sia esso politico, sociale, religioso, filosofico, morale.
Siamo
vigili e presenti laddove questi pericoli si manifestano e si concretizzano, si
sensibilizzi il proprio parente, il vicino di casa, si rompa le scatole al
politico, all’amministratore locale, al professionista che dovrà decidere o
attuare determinate cose.
Se
i terremoti, le alluvioni non si possono
prevedere, si possono sicuramente limitare i danni e salvaguardare vite umane, città,
borghi e territori con scelte politiche, economiche, di prevenzione e di
salvaguardia ma soprattutto con una presa di coscienza, singola e collettiva che dia vita a un terremoto politico e sociale tanto auspicabile quanto necessario.
Ad maiora
MIZIO
venerdì 19 agosto 2016
TEMPO AL TEMPO?
Sicuramente molti ricordano quella scena di uno dei tanti film di Fantozzi, in cui il megapresidente galattico si rivolge al sottoposto umiliato, con queste parole:”Non si preoccupi del tempo, Fantocci. Posso aspettare… Io!
Ecco,
il tempo. Si dice che sia galantuomo e che alla fine agisca come una livella
che tutti riporta alla stessa dimensione di miseri esseri umani naufraghi
inconsapevoli dell’avventura della vita.
Una
delle maggiori preoccupazioni dell’essere umano è stato quello della sua
misurazione, necessaria per scandire e organizzare la vita sociale. In altro
ambito filosofi, teologi e pensatori di ogni tipo e di ogni epoca ne hanno fatto oggetto di riflessioni
speculative, di opere d’arte, poetiche, letterarie.
In
un mondo che negli ultimi decenni ha accelerato esponenzialmente i suoi ritmi
il tempo è diventato sempre più un elemento relegato a funzioni statistiche
relative alla velocità di produzione con parametri che sempre più si
allontanano da quelli delle persone per essere adattati a quelli di una
competizione produttiva globale.
L’anticipazione
profetica di Villaggio trova attualmente la sua applicazione pratica non solo
nella singola vessazione parodistica del povero impiegato, cui necessitava far
percepire la distanza di classe con il padrone, ma è diventato un comune
sentire condiviso, inconsapevolmente, pure dalle “vittime”.
Questo
senza dubbio è da ascrivere come uno dei maggiori successi di manipolazione e
condizionamento di massa da parte del “potere”. Sembra quasi di essere entrati
in una dimensione atemporale o di tempo sospeso, in cui tutto viene sacrificato
e rimandato ad un possibile, ma improbabile futuro ricco, oltre che di
possibilità economiche, anche di tempo da dedicare a sè e ai propri cari e ai
propri interessi.
Tutto
questo, e cerco di riportare il tutto ad una dimensione più vicina a noi, è
avvenuto nella consapevole o meno, della (non) azione delle forze politiche e
sindacali. Quella politica (in particolare di sinistra) e quel sindacato il cui
compito storico sarebbe quello di rappresentanza e di salvaguardia della vita
di tutti, in particolare dei milioni di Fantozzi è rimasta alla finestra,
testimone muta, distratta e, per certi aspetti, complice
La
politica per sua natura spesso diventa retorica e immaginifica, prospettando
futuri meravigliosi a fronte di sacrifici immediati. Ma mentre prima il sogno
del Sol dell’avvenire (sia pur utopico), segnava percorsi di lotte e conquiste
con ricadute positive e tangibili nel quotidiano delle persone, oggi le scelte
fatte “responsabilmente” lo peggiorano a fronte di improbabili miglioramenti ,
il cui confine, come l’utopia, viene spostato sempre più in avanti. I tempi
della politica non sono più in lento ma progressivo avvicinamento a quelli
della vita ma sempre più velocemente se ne stanno allontanando. I giovani,
magari laureati, i precari, i
disoccupati del Sud, ma non solo, gli esodati, le donne e uomini separati senza
sostegno hanno i loro bisogni vitali oggi! Non domani, dopodomani o chissà quando.
E’ un attimo passare da giovane precario di belle speranze a precario cronico.
Ancor meno tempo ci vuole per passare da disperato di mezza età a clochard o
suicida. Una società che invecchia senza preoccuparsi di provvedere al proprio
ricambio è una società destinata ad estinguersi ma sembra, che questo aspetto
nel dibattito politico, sia totalmente assente e non percepito.
Sono
partito dal tempo come valore messo in discussione per arrivare all’azione
politica non casualmente ma attraverso un ragionamento che ha una sua logica e importanza fondamentale
(ovviamente per me). Frutto forse dell’età che avanza ma, soprattutto di
un’analisi oggettiva condivisa da molti, e di una presa d’atto di una qualità
di vita enormemente peggiorata, sia nell’immediato che nelle realistiche
prospettive.
Chi
mi conosce sa che non sono un nostalgico. Sono teneramente e sentimentalmente
legato a quelle che erano idee, lotte, forme d’organizzazione della mia
gioventù, ma anche realisticamente cosciente che sono improponibili oggi nelle
stesse forme.
Ma
sono anche coscientemente convinto che la politica a sinistra deve riprendere
il suo ruolo che non può essere quello di mediatore e pacificatore sociale in
nome di un luminoso, ipotetico
futuro. Deve ricominciare a
tessere la trama per un vestito e una politica che, pur in un’ottica utopica
(necessaria per motivazioni, adesioni e fidelizzazioni), venga cucito sulle
misure dei bisogni attuali, in particolare dei soggetti più disagiati.
Chi
ha tempo non aspetti tempo! E a noi non ne è rimasto molto.
Ad
maiora
MIZIO
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lunedì 15 agosto 2016
Tra l’odio razziale e le discriminazioni quotidiane: l’ottica biblica
Un altro contributo del Dott. Santopietro che analizza con lo sguardo e la codifica della fede, un problema, quello dell'intolleranza razziale e religiosa, che caratterizza il nostro tempo.
MIZIO
“Io non mi
domando a che razza appartiene un uomo: basta che sia un essere umano; nessuno
può essere qualcosa di peggio” (M. Twain, in “L’uomo che corruppe Hadleyburg”)
L’eco delle cronache drammatiche legate
alle stragi globali del fanatismo islamico, di cui colpisce tristemente quella
di Nizza, si aggiungono i frequenti
episodi di violenza razziale verificatisi negli Stati Uniti, che sembravano
fossero prerogativa degli statunitensi, ma in questo tormentato Luglio del 2016,
l’Italia è stata scossa dall’efferato omicidio a sfondo razziale accaduto a
Fermo. Un brusco risveglio. Si dirà, per esorcizzare la brutale realtà, che in
fondo“tutto il mondo è paese”, come per dire: “mal comune mezzo gaudio”quindi….
Ma la riflessione che vorrei fare con voi alla luce delle Sacre Scritture, tenuto conto delle importanti influenze che hanno sulla
vita quotidiana la morale, gli schemi
culturali e le innovazioni tecnologiche, è che nell’uomo di ogni tempo prevale un “invariante nucleo psichico”,
di cui fa parte una primitiva avversione per ciò è “diverso”, per qualità fisica o psicologica
o pigmentale o religiosa o comportamentale, cioè tutto ciò che non è omologato,
non conforme al modello sociale dominante, generando pericolose aspettative
disattese, base dell’ostilità più bieca:
l’espressione antropologica dell’odio razziale! Insomma, il rischio è che chi è
percepito come “diverso”, sia implicitamente un nemico, “nutrimento” necessario
ad alimentare la spinta xenofoba. Eppure non esistono razze umane, né esistono
di ordine superiore ad altre, esiste una sola umanità, di cui sono molteplici le
varie etnie sparse nel mondo (Ge 11,1ss). Da un punto di vista biblico, tutti
gli uomini sono a immagine e somiglianza di Dio (Ge 1,26-27). Si potrà obiettare
che Dio abbia costituito un “suo popolo”, differente da tutti gli altri. Dio allora avrebbe “discriminato” fra
gli uomini? No! Gli Ebrei, privilegiati nel rapporto con l’Eterno, avrebbero
dovuto introdurre, preparare gli altri popoli alla Sua conoscenza, avrebbero
dovuto illuminare l’intera umanità, avrebbero dovuto divulgare, rendere
familiare l’idea monoteista e, soprattutto, rendere nota la Sua smisurata misericordia.
Il simbolo concreto del “pellegrino”, di colui il quale è sprovvisto del
vincolo etnico-nazionalista e, perciò, sempre straniero in questo mondo, fu
Abramo (Ge, 12,1ss), il padre delle tre grandi religioni monoteiste (Gv 8,39).
Ma accadde che il popolo del V.T. invece di assecondare gli insegnamenti di
Dio, s’insuperbì, si gonfiò di vano orgoglio per il solo fatto di essere l’unico
popolo dell’unico e vero Dio! Un onore che divenne un onere non corrisposto! Ma,
attenzione, allo stesso modo può avvenire oggigiorno a noi cristiani se
mostriamo la medesima alterigia nei confronti degli altri, che non appartengono
alla chiesa di cui si è parte, come successe a Diotrefe (III Gv1,9). Agli ebrei
di quel tempo, oltre l’inosservanza della legge divina, mancò la pratica dell’umiltà: antidoto necessario
per neutralizzare la superbia o la convinzione immotivata di essere così a
posto al cospetto di Dio (I Co 13,1ss). Ma
già millenni fa, Dio tuonò severamente contro il suo popolo, insensibile alla caricatevole
profondità della Sua legge:
“Voglio misericordia e non sacrifici” (Osea 6,6).
L’opera di misericordia era richiesta
agli Ebrei nelle loro relazione umana, ma includeva esplicitamente anche la
sfera dei rapporti con gli stranieri (gli
“impuri”, “i senza Dio, “i cani
infedeli”) come è sancito in Deuteronomio (10,17-19):
“Circoncidete dunque il vostro cuore
ostinato e non indurite più la vostra nuca perché il Signore vostro Dio è il
Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che
non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla
vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il
forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto…(…)”.
In questi passi, l’autore sacro
conferisce alla circoncisione un significato spirituale che va oltre la sacralità del rito di fratellanza etnico-religiosa,
anticipando di millenni (1440 a. C. circa) il concetto cristiano dell’Apostolo Paolo, il
quale riteneva che il vero segno di
appartenenza spirituale al popolo di Dio fosse solo quello inciso nell’anima,
nella mente, nel cuore del fedele e non nell’esteriorità di un meccanico atto
carnale!!
“Giudeo,
infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella
visibile nella carne; ma Giudeo è
colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello
spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio. (Ro
2,28-29)
Il “non indurite più la vostra nuca” corrisponde alla
testardaggine del popolo di ieri, ma anche quello di oggi, se ripropone il
medesimo atteggiamento superbia verso i propri simili e di opposizione al
Signore (cfr. I Co 10), perciò Dio, a
causa del profondo pregiudizio che nutrivano per i forestieri, fu costretto a enfatizzare
alcuni dei suoi “titoli”: l’Essere il Dio degli dèi, il Signore dei signori,
come a ricordare loro che sulla terra non
esistono altri dèi né altri signori all’infuori di Lui! Né alcun umano può
essere imparziale e praticare la giustizia con assoluta equità! Dio ha dovuto
ricordare come i forestieri fossero degni del suo amore, perché anche essi
furono stranieri in terra straniera durante il periodo della cattività egiziana,
avendo inoltre subite tante inumane vessazioni
. Avrebbe dovuto essere loro nota pure l’idea
di un Dio che mai avrebbe accettato “regali” senza una sincera disposizione di
cuore, senza ubbidienza (Ge 4,4-8; I Sa 8,1ss), esattamente come avvenne nell’eclatante
episodio di Anania e Saffira (At 5,1ss), i quali “sacrificarono” la metà dei proventi ricavati
dalla vendita di un loro terreno, alla nascente chiesa di Gerusalemme facendo
intendere che fosse invece la somma intera, mentendo di fatto allo Spirito: il
“Dio buono” del N.T. punì mortalmente la coppia! Per inciso, oggi moltissime
chiese, se non forse tutte, nella stessa situazione avrebbero elogiato il gesto
ipocrita della coppia. Ma Dio non ha riguardo alle persone, come conferma
l’Apostolo Pietro:
“In verità io comprendo che Dio non usa alcuna
parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è
gradito” (At 10,34-35; Ro 2,11; Ef 6,9).
Le sfumature discriminatorie quotidiane, che possono
rivelare il germe di un’imparzialità di fondo, sono spesso sottovalutate anche
fra i cristiani, tanto che il fratello di Gesù, Giacomo, ci ammonisce a fare la
dovuta domanda:
“Se nella vostra assemblea, infatti, entra un uomo con
un anello d’oro, vestito splendidamente, ed entra anche un povero con un
vestito sporco, e voi avete un particolare riguardo a colui che porta la veste
splendida e gli dite: ”Tu siediti qui in un bel posto”, e al povero dite. “Tu
stattene là in piedi”, oppure: “Siediti qui sotto, vicino allo sgabello dei
miei piedi”, non avete fatto una discriminazione fra voi stessi, divenendo così
giudici dai ragionamenti malvagi?” (Gc 2,2-4).
Certo, con ciò non si vuole affermare che esista un
legame diretto fra queste forme di discriminazioni e l’odio razziale,
l’intenzione, infatti, è quella di sottolineare come sia molto arduo, quasi
impossibile per l’essere umano, cristiani compresi, essere imparziale nei
rapporti di tutti i giorni (Ro 3,10). Rispetto al rapporto fra identità
etnico-culturale e appartenenza religiosa, quest’ultima viene usata come propellente
motivazionale per compiere atti disumanamente feroci, esasperando il gradiente
di diversità con “l’altro”, amplificando l’odio per il nemico che minaccia la
propria appartenenza e, quindi, giustificando assurdamente qualsiasi strage in
nome di Dio che è, a sua volta, impropriamente utilizzato come “arma di massa”, altrimenti
impossibile da concepire da una qualsiasi persona ordinaria! Purtroppo qualcosa
del genere, che rafforza l’idea dell’esistenza di “un nucleo psichico invariante”
nel tempo, era stata prevista oltre 2000 anni fa dall’evangelo di Giovanni:
“Vi ho detto queste cose affinché non siate
scandalizzati. Vi espelleranno dalla sinagoghe; anzi l’ora viene che chiunque
vi ucciderà penserà di rendere un servizio a Dio” (Gv 16,1-2).
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venerdì 12 agosto 2016
POPULISTI, PAUPERISTI E….POVERI
I
media ci raccontano di 33 milioni di italiani in vacanza. Da quello che vedo
intorno sembrerebbe una cifra un po’ gonfiata, ma forse, inserendoci dentro
tutti, anche quelli che vanno via per un fine settimana e quelli che partono
per una visita parenti a costo zero, o quasi, forse ci siamo. I media, in
questo periodo, pongono l’attenzione su quelli che partono. Fa parte del
corollario classico dell’informazione di questo periodo, insieme ai bollini
neri delle partenze, ai consigli per combattere la calura e le insidie degli animali
“pericolosi”.
Io,
invece, vorrei invitare a volgere lo sguardo laddove, spesso, si tende invece,
a distoglierlo, se non per articoli di costume e denuncia che lasciano il tempo
che trovano.
Insomma
su quelli che restano. Alcuni perché obbligati dal lavoro, altri per scelta,
molti, troppi, però perché non possono permetterselo. Si dirà: è così, è sempre
stato così, c’è chi può e chi non può e non possiamo certo colpevolizzare
quelli che possono. Lungi da me tale impostazione, la mia non è una visione
manichea e calvinista della questione. Il “carpe diem” è sempre valido e non
sarò certo io a condannarlo, vorrei soltanto soffermarmi su quello che è il
nostro (e per nostro intendo, gente di sinistra, impegnata, molti, anche, con
compiti di dirigenza) atteggiamento complessivo, che in questo periodo
raggiunge l’acme della contraddizione e, per certi aspetti, dell’ipocrisia.
Ovviamente è una riflessione che ha un carattere generale, non indirizzata a
tizio o caio, reputando la libertà collettiva e individuale sempre come la
massima conquista dell’essere umano.
Se
nel corso dell’anno, grazie all’attivismo, alle vicende che ti prendono, agli
impegni stringenti, alcuni aspetti seppur presenti, tendono ad essere tenute ai
margini, in questo periodo emergono in tutte le loro valenze “negative” e
inducono alla riflessione.
Una
grossa spinta ad affrontare questo aspetto è venuto dai social che rimbalzano e
amplificano qualsiasi cosa.
Dopo
le esternazioni dell’On. Sannicandro (immagino, persona degna e compagno
stimabile), vedo che tutti continuano a pubblicare foto di viaggi, soggiorni,
località esotiche, capitali culturali, e altro. Tutte cose, comunque, non alla
portata di tutti e che, con quelle dichiarazioni, per certi aspetti, vanno a
braccetto.
Mi
si potrà contestare: “Ma questa è invidia sociale!”
Forse,
certamente c’è anche questo aspetto, ma è sicuramente secondario rispetto a
quello principale che vorrei evidenziare.
In
questo periodo storico in cui la politica, i partiti e i suoi rappresentanti
per ben oltre la metà degli elettori rappresentano il male assoluto, forse
sarebbe il caso di adottare un riservatezza e una discrezione maggiore nei modi
e nelle forme comunicative.
Non
si può (ritorno sul tema) parlare di disagio, di ritorno nelle periferie, e poi
farsi immortalare in luoghi e situazioni che più si addicono ai moderni parvenu
sociali rilanciando il tutto sui social per prendere i like dei propri
sostenitori.
E
questa critica vale per tutti, nessuno si senta escluso per la sua (vera o
presunta) maggiore radicalità nelle scelte politiche.
In
un periodo di disaffezione quasi totale, di populismi coltivati ad arte, con lo
sforzo e l’ambizione di voler costruire un partito di sinistra che rappresenti gli ultimi e i penultimi della scala sociale,
questa incapacità di lettura, fa riflettere seriamente sui guasti prodotti da
un certo modo di fare e considerare la politica. Non è un invito populista e
nemmeno un invito al pauperismo bigotto e peloso ma un necessario ripensamento
sui nostri modi di essere, di rapportarci con la società, i suoi disagi e i
suoi drammi. Basterebbe aver seguito un minimo ed elementare corso di
formazione sulla comunicazione per capire che per bilanciare l’effetto di un
solo atteggiamento negativo c’è bisogno di almeno sei o sette avvenimenti
positivi. In questi ultimi anni a sinistra, mi sembra, senza voler essere
pessimista o ipercritico che il rapporto sia stato più o meno l’esatto
contrario.
Certo,
molti penseranno, e giustamente, che questo è un punto di vista molto limitato,
limitante, e anche prevenuto, ma se non impareremo a gestire e rendere
leggibili, comprensibili neanche i nostri piccoli atteggiamenti, come possiamo
immaginare di rendere patrimonio collettivo il frutto delle nostre
interessanti, infinite ma stucchevoli disquisizioni strategiche?
Come
già detto in altre occasioni, sembra che manchi, quasi volutamente quel fiuto
politico, quella capacità che, anche in
maniera opportunistica, riesca, comunque a legarsi e a interpretare un
sentimento collettivo.
Manca
un leader? Manca un partito? Manca una strategia?
Non
lo so e non sta a me dirlo.
Quello
che so è che molti di quelli che rimangono a casa (per i fortunati che un tetto
lo hanno) e tutti quelli che abbiamo paura anche a noi a chiamare poveri, sono sempre
più soli in balia di disperazione e facile preda di opportunismi e clientele.
Vedete
un po’ voi cosa volete e potete fare!
Ad
maiora
MIZIO
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lunedì 1 agosto 2016
LO DICE IL PURE IL PAPA......
Ha
suscitato molto scalpore e interesse il silenzio e la compassione mostrata da
Papa Francesco nella sua visita ad Auschwitz. Molti commenti ammirati da
credenti e atei di varia estrazione politica, culturale e sociale. Sono
sinceramente contento che questo papa abbia il coraggio, la forza e la
determinazione nel calarsi empaticamente in quelle che sono state e sono le
grandi tragedie del genere umano. Il suo mostrarsi vicino al di fuori di
schematismi bigotti a tematiche sociali ed esistenziali.
Premesso
questo mi chiedo perchè mai tutta questa ammirazione esibita e sopra le righe
per gesti e parole che dovrebbero essere assolutamente scontate per chi ha
l'onere e l'onore di rappresentare Cristo in Terra?
Parliamoci
chiaro, dichiararsi contro la guerra, l'ingiustizia, la povertà, i grandi mali
che affliggono l'umanità dovrebbe essere il minimo sindacale per chi guida la
religione che fa dell'amore, la fratellanza e la solidarietà il proprio credo,
oltre, ovviamente agli aspetti più strettamente teologici.
E'
come gridare d'ammirazione ed esaltarsi per un insegnante, un muratore, un
contadino che vanno ogni giorno a fare il loro lavoro. Sarebbe perlomeno fuori
luogo ed esagerato.
Per
offrire una chiave di lettura, in primis a me stesso, di quello che vorrei dire,
devo riconoscere che la mia formazione umana, culturale, sociale ha subito
forti influenze dal mondo cattolico, anche se di quella parte critica, e,
ovviamente dalla cultura marxista che sembrerebbe in antitesi alla prima.Il
diavolo e l'acquasanta, insomma
In
entrambi i campi ho avuto modo di trovare vette eccelse dal punto di vista
umano come non sono mancati esempi di segno esattamente opposto.
Quindi
nessuna posizione preconcetta nel ragionamento
L'ammirazione
per Francesco, come ormai viene confidenzialmente chiamato, deriva dal fatto
che sembra interpretare il ruolo in maniera diversa e meno lontana dal comune
sentire rispetto ai suoi predecessori. Questo fa pensare, allora, che finora la
Chiesa e la sua religione, sono state rappresentate dai suoi massimi esponenti
in modo percettibilmente diverso.
Questa
diversità ha colpito, comprensibilmente, il mondo cattolico ma ha,
sorprendentemente, anche fatto proseliti fra l'intellighenzia (almeno quella
poca reperibile) e molti esponenti della sinistra, storica, nuova, radicale o
meno.
Sembra
quasi che dietro quest' ingenua sorprendente ammirazione ci sia la sorpresa del
bambino che scopre improvvisamente un nuovo gioco o un nuovo interesse.
Ma
veramente qualcuno rimane ammirato e si sorprende del fatto che si possano dire
cose di una banalissima verità in modo diretto semplice, chiaro senza per forza
dover attraversare analiticamente e puntigliosamente tutto l'armamentario
dialettico e visionario che ognuno porta dentro di sè?
Se
ci stupiamo di un Papa che con gesti semplici e scontati ci lascia basiti, vuol
dire che noi quei gesti, quelle parole, quella chiarezza l'abbiamo persa,
volutamente o meno non lo so, ormai da anni.
Quindi
prima di fare scorrere (metaforicamente) il sangue per identificare le colpe
dello scarso appeal (e sono tenero) della sinistra attuale, utilizziamo questo
stupore, questa disarmante scoperta per un'approfondita riflessione. Oltre ad
analizzare, autoflagellarsi, rinchiuderci nel rancore, fare i calcoli dei
decimali per vedere quale tesi sia la migliore, proviamo a comunicare
chiaramente, a farci capire anche al di fuori del nostro recinto.
Magari,
qualcuno in più potrebbe sapere e capire chi siamo e cosa vorremmo. O no?
Ad
maiora
MIZIO
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