MIZIO
domenica 28 febbraio 2021
HO LETTO PINOCCHIO
Spesso ci sono più cose tra gli spazi bianchi fra le righe che nelle parole
Pinocchio, la fiaba di Collodi universalmente conosciuta e, proprio nell'edizione con quella copertina riportata sopra, è stato il primo libro che possa considerare veramente mio. Non proposto da altri, non regalato, non decantato da qualcuno che l'avesse già letto. Ricordo benissimo il posto e le modalità con cui ne entrai in contatto. Avevo forse 7/8 anni, avevo sicuramente imparato a leggere da non moltissimo ma già molto incuriosito e affascinato da quel mondo fatto non più solo di figure e disegni, ma di storie, parole, avventure. C'era l'annuale festa parrocchiale, uno dei momenti di gioia e di libertà per noi bambini. Giostre, caramelle, dolci, giocattoli. I giochi tipici di quell'epoca come il palo della cuccagna, la rottura della pignatta, le corse nei sacchi. Ma soprattutto era una delle rarissime occasioni in cui avevamo la possibilità di gestire in autonomia le modeste somme messe a disposizione dai nostri genitori. E a portata di mano, c'erano le mille irresistibili tentazioni sulle bancarelle che come suadenti sirene ci affascinavano con le luci, colori, odori e sapori. Quel piccolo tesoro in mano veniva costantemente messo alla prova dalla cruda realtà . Si facevano i conti più volte, aiutandosi con le dita. Si scopriva amaramente che la moderna società dei consumi e del mercato avanzante, comportava dolorose scelte e sacrifici. Che non tutto e non sempre, si sarebbe potuto avere se non a caro prezzo. Prezzo che i nostri spiccioli rendevano irraggiungibile, se messo a confronto con i nostri “smodati” desideri. Tutto attirava, tutto si sarebbe voluto, ma tutto era tremendamente costoso. Quindi, passando più volte in rassegna con gli occhi sgranati le prelibatezze esposte e sapientemente decantate dagli abili imbonitori, la fatidica ma inevitabile decisione sembrava sempre più crudele e fonte di sofferenza. Pareva prevalere il dolore della rinuncia alle molte possibilità, piuttosto che la gioia di appagarne una o due. Arrivai così e inconsapevolmente, di fronte alla bancarelle dei libri usati. Ero già un lettore bulimico di fumetti, dei libri di lettura di scuola, di quelli di fiabe e anche del quotidiano che entrava regolarmente in casa. Però, trovarmi di fronte un intero spazio ricoperto alla rinfusa di libri mi colpì e affascinò come non mai. E cominciai la personale e accurata esplorazione dei titoli presenti. Ovviamente la stragrande maggioranza di questi, mi era totalmente ignota ma, in mezzo a tutti gli altri risaltò e attirò la mia attenzione quella copertina colorata e quel buffo personaggio. Pinocchio! Era un nome già sentito da qualche parte, ma più che la fama potè il potere seduttivo della sua copertina. Non ci pensai più di tanto. Un libro, anzi quel libro, era quello che volevo. Avrei sacrificato volentieri dolci e giocattoli per essere l'orgoglioso proprietario di un libro. Il primo libro che avrei sentito a lungo veramente mio.
Da quel giorno, com'è facile immaginare, la sua lettura fu mio impegno e mia compagna. Le illustrazioni, ingenue e minimali se rapportate a quelle sfavillanti moderne, le disavventure del burattino divennero una costante nelle mie giornate. Tanto che, anche quando non lo leggevo, mi piaceva riprenderlo, guardarlo e persino odorarlo. Particolare piacere questo, che si sarebbe ripetuto per tutta la vita con i tanti altri libri successivi. O almeno, con quelli che hanno rappresentato una pietra miliare o comunque qualcosa, nella personale formazione.
Quel libro, mi tenne compagnia a lungo e l'ho letto e riletto più volte. Senza vergogna, anche in età più matura dove, comunque, si accompagnava e alternava naturalmente, a letture più impegnate.
Purtroppo, nei vari traslochi che si sono succeduti nella mia vita, non so né dove né quando è andato perso, ed è rimasto solo nei ricordi più teneri. Ma il suo significato è rimasto e, anzi, si è persino accresciuto. Si è scoperto, col passare degli anni che, quella che sembrava una semplice fiaba intrisa di buoni sentimenti e di facili morali, poteva essere tranquillamente letta e vista sotto una luce completamente diversa e decisamente, più intrigante.
Il burattino che diventa bambino cosciente di sé, attraverso tutta una serie di prove dolorose e impegnative da cui trarre spunti di riflessione e non solo di facile insegnamento.
Non mancava, come in tutte le tradizioni religiose o spirituali, il demiurgo, il creatore, nella figura di Geppetto (in questo caso inconsapevole). Non mancano i demoni e le figure tentatrici che provano a impossessarsi della sua anima promettendo paradisi artificiali. Non manca la figura caritatevole pronta al perdono come la Fata Turchina e neanche la cattiva coscienza e predicatore inascoltato come il Grillo parlante.
Non mancano le illusioni, le delusioni, le rovinose cadute, le facili scorciatoie e l'amara presa di coscienza. E tutto questo non somiglia tremendamente all'accidentato cammino della razza umana, e del singolo individuo? Quale migliore rappresentazione del duro, lungo apprendistato rappresentato dall'evoluzione fisica, di coscienza e spirituale dell'umanità e dell'intero universo conosciuto?
E se questa consapevolezza avviene attraverso una lettura apparentemente semplice non è certo meno apprezzabile e valida che se fatta all'interno di verbose, pesanti anche se dotte, ma troppo spesso intellegibili ai più, citazioni e argomentazioni filosofiche?
Come affermava Ermete Trismegisto “Come nel grande, così nel piccolo”.
Riscoprire la grandezza e la miseria dell'umana condizione, anche tra le righe e le facili allegorie di una fiaba, può contribuire a dimensionare noi stessi all'interno di quel gioco complesso, duro, di difficile comprensione e di ancor più difficile attraversamento, che è la vita. Vita che, come Pinocchio, dovremo forzatamente scoprire diversa e con significati altri rispetto quelli che non siano i semplici appagamenti egoistici, rinchiusi nel recinto immaginario di soli edonistici traguardi.
giovedì 18 febbraio 2021
LA RETORICA DEL CORAGGIO
Dell'ambiente sociale in cui sono nato e cresciuto, credo d'aver già raccontato abbastanza da far intuire che il mio approccio alla vita non sia stato segnato esattamente da un percorso sul red carpet degli agi e dei facili riconoscimenti. Comunque, grazie a fortuna, combinazione, incontri, predisposizione personale e familiare, quello che sembrava un sentiero già segnato dalla sorte ha potuto prendere, sia pur faticosamente e progressivamente l'aspetto di un percorso di “normalità” (ammesso che esista una normalità). Situazione che, però non poteva non tener conto dell'habitat e delle condizioni in cui essa si era maturata, rappresentando rispetto l'esistente intorno, un'eccezione piuttosto che la regola. La consapevolezza di ciò rendeva, se possibile, ancora più serrato la sensazione di dover “ripagare”, in una qualche maniera le opportunità avute. Quindi scegliere di fare l'insegnante e di impegnarsi in politica e nel sociale sembrarono scelte conseguenti e, quasi naturali. Null'altro sembrava poter dare un senso più alto e nobile nell'ambito delle cose, per me, potenzialmente possibili. Le due scelte convissero tra loro più o meno felicemente per circa 4/5 anni. Almeno fino a che la vita e le sue spietate condizioni costrinsero a valutare che, continuare con la precarietà e i relativi scarsi introiti, non erano più compatibili c on le precarie finanze personali e familiari. Fui così, diciamo “costretto” a impegnarmi nella ricerca del famoso posto fisso, partecipando a decine di concorsi pubblici che spaziavano a 360° dal posto di spazzino a quello di educatore nelle carceri o mediatore culturale in Regione. Comunque in quel lasso di tempo l'impegno politico assorbiva la maggior parte del tempo e mi portava progressivamente, anche a ricoprire posti di responsabilità oltre che nel partito, anche nelle istituzioni pubbliche. Fu proprio in questa veste che le mie convinzioni e la capacità di averle fatte proprie furono messe decisamente alla prova. Come consigliere circoscrizionale (non erano ancora diventati municipi) si stava nelle varie commissioni, perciò per la mia giovane età e per la mia occupazione del momento fui messo in quella che si occupava di cultura, scuola, politiche giovanili. Si consideri che le circoscrizioni (municipi) di Roma equivalgono, comunque, come popolazione e complessità dei problemi, a città di medie dimensioni. La mia in particolare aveva all'epoca circa centomila abitanti.
Tra le altre cose la commissione scuola si occupava degli asili nido e delle relative graduatorie per l'inserimento, vista la scarsità dei posti disponibili.
Accadde, così che una mattina, stranamente arrivò una telefonata dal Direttore didattico (l'attuale dirigente) del circolo scolastico in cui prestavo più o meno, saltuariamente la mia opera di precario. Telefonata in cui mi si invitava a passare in direzione l'indomani mattina. Considerando che quelle volte in cui ci si incrociava nei corridoi della scuola, quasi mai rispondeva al mio cordiale buongiorno, la cosa mi turbò non poco. Nell'attesa dell'incontro ripercorsi mentalmente gli accadimenti dei giorni passati per cercare di trovare una qualche inadempienza, errore o mancanza talmente grave da dover essere trattata addirittura personalmente dal grande capo.
“Buongiorno direttore. Voleva vedermi?”.
“Oh, buongiorno signor Mari.... (signor Mari....?) chiuda la porta e si accomodi”.
Avete presente Fantozzi a rapporto col mega direttore galattico? Ecco , più o meno, quella era la sensazione: “Mi hanno detto che lei, signor Mari...., fa parte della commissione scuola circoscrizionale, non è vero?”
Da lì in poi capii che, forse non ero il Fantozzi di turno e che per una volta i ruoli erano, se non proprio rovesciati, comunque, diversificati. Difatti il gran capo, in pratica, mi spiegò la delicata situazione familiare del figlio rimasto da solo con un bambino piccolo e con l'assoluta necessità di trovare posto in un nido. In pratica, stava chiedendo a me, supplente precario, una raccomandazione per agevolare l'inserimento del nipote nelle graduatorie dell'asilo. In quel periodo ero già abituato alle telefonate, alle richieste e all'ascolto delle situazioni più disperate che chiedevano un occhio di riguardo per la stessa questione, ma a tutte rispondevo che tutto quello che potevo sicuramente promettere era l'impegno al più rigoroso controllo della corretta applicazione dei criteri e dei relativi punteggi faticosamente condivisi. Ma, indubbiamente, ribadire tali motivazioni davanti il tuo capo, era chiaramente cosa leggermente più delicata che avrebbe comportato, una maggiore capacità diplomatica e anche un pochino di coraggio. Ci salutammo, io con un evidente disagio, lui con un calore e affabilità, decisamente imbarazzante. Mi parve chiaro che non avesse colto appieno la mia posizione. Forse espressa, data la comprensibile particolare situazione, certo con chiarezza, ma senza la necessaria durezza e indignazione.
Comunque, vuoi per il fato, vuoi per i criteri adottati il bambino rientrò tra gli aventi diritto, senza che io muovessi un dito, che, d'altra parte non avrei, comunque, fatto. Non mi affannai certo a comunicargli la cosa, e, cercai anche di evitare di transitare dalle parti del suo ufficio. Ma dopo qualche giorno, fu lui che mi convocò nuovamente in direzione. Il suo atteggiamento fu ancora più affabile e confidenziale, ringraziandomi calorosamente in modo cameratesco. Nonostante gli espressi la mia assoluta estraneità alla questione, ci tenne a farmi intendere che capiva e apprezzava la mia modestia e il riserbo, ma che entrambi,(con strizzata d'occhio) sapevamo come fosse andata. Un po' alla Totò e al suo dichiarare:”Siamo uomini di mondo, noi!” Poi passò con improvvisa serietà, e complicità abbassando il tono di voce e guardandomi negli occhi:”Signor Mari...., lei vorrebbe fare l'insegnante nella vita?”,
“Sarebbe il mio obiettivo, in effetti”
“Bene, allora so che il prossimo anno uscirà il concorso, io posso aiutarla a far diventare il suo sogno realtà. Faccia la domanda, subito dopo mi venga a trovare e io le garantisco che non solo lei sarà un insegnante- Ma che lo sarà proprio in questa scuola (a cento metri da dove abitavo). Alla fine di quell'anno scolastico, in cui il direttore ci tenne a ricordarmi il suo impegno, come detto, fui costretto a cambiare totalmente lavoro e vincendo uno dei tanti concorsi, mi ritrovai casualmente ferroviere. Il famoso concorso uscì, in effetti, l'anno successivo. E, per amor di sincerità fui,anche se per pochissimo tempo, tentato di approfittare di quella promessa del direttore. Ma il pensiero di tradire tutto quello per cui avevo vissuto e cercato di mettere in pratica fino ad allora, mi impedì, devo dire senza troppa fatica, di alzare la cornetta o andarlo a trovare. Il risultato e' stato, ovviamente, che rimasi ferroviere. Non felicemente, ma senza rimorsi.
Sempre, più o meno in quel periodo in cui ero consigliere, proprio per quella posizione, mi fu offerta la possibilità di vincere facilmente un concorso come funzionario al Comune di Roma. Ruolo con ottime possibilità di sviluppo e di carriera. Questa volta con la motivazione, meglio che, in certi posti ci vada uno dei nostri piuttosto che un democristiano. Risposi che se il democristiano fosse stato più bravo di me era giusto che quel posto fosse il suo e che il mio impegno in politica era proprio per affermare e rappresentare certi valori e certi principi. Non certo per promozione personale.
Racconterò in altra occasione le lusinghe cui fui sottoposto quando mi dimisi da quell'incarico, da parte di vari esponenti di altre forze politiche. Tutte persone che,al pari del direttore e del compagno che mi propose la questione del funzionario, non avevano capito nulla della serietà, del valore, e della preminenza di certi valori ideali nella mia personale scala. Affermati, non certo con la drammaticità del sacrificio supremo, come per altri in diverse condizioni, ma capaci, comunque di resistere alle lusinghe di percorrere un'autostrada più comoda piuttosto che il sentiero accidentato e scomodo su cui sarei potuto rimanere.
Perchè a volte sento il bisogno di ricordare alcuni passaggi cruciali, eppur quasi dimenticati del proprio vissuto? Perchè forse aiuta qualcuno a capire il perchè di certi giudizi e di certe scelte. Scelte che possono sembrare figlie di una rigidità ideologica o di un settarismo estremista, identitario e, per certi versi gratificante.
Di queste attribuzioni l'unica che posso condividere è quella che riguarda la gratificazione perchè è indubbiamente vero che niente è altrettanto appagante che lo stare in pace con la propria coscienza che non ha appartenenza politica o religiosa.
Quindi, e arrivo a bomba al nocciolo della questione, non “sfrugugliate” con la questione del coraggio , pompandola solo per aver espresso il proprio punto di vista dalla comoda location di un posto in parlamento o in un qualsiasi altro ruolo politico o amministrativo. E non giudicate chi si è distaccato, magari aanche con dolore, da quel mondo che si nutre e vive esteriormente di retorica ma immerso fino al collo nel compromesso e (questa si) nell'autopromozione e autoesaltazione.
La supremazia della coscienza sull'interesse, sia personale che di gruppo, arrivata ad essere considerata quasi un difetto anziché una virtù. Buona solo per esaltarne retoricamente il luminoso esempio in figure del passato, tradendola però, costantemente, nella pratica quotidiana.
Adattandola ogni volta ai propri limitati interessi immediati piuttosto che a quelli collettivi di largo respiro.
Se è considerata una colpa questa linearità di comportamento, ebbene siamo colpevoli. Ma della nostra eventuale “colpa” ne rispondiamo sempre e soltanto noi stessi. Altri, con le loro, coinvolgono colpevolmente intere comunità (spesso vittime della sindrome di Stoccolma) ma soprattutto gli interessi e i diritti dei più bisognosi e derelitti.
Eppure i posturologhi e gli ortopedici lo dicono sempre,.
Anche se si passa tanto tempo seduti su una poltrona, per evitare problemi, bisogna stare sempre con la schiena diritta.
E chi vuol capire capisca.
MIZIO
lunedì 25 gennaio 2021
NE USCIREMO. SI, MA COME?
Ne usciremo. Certo che ne usciremo. Nessuna pandemia è per sempre. Invece una delle poche cose che sembrano per sempre è il cinico, insensibile, crudele modo con cui il potere, in particolare quello di ultima generazione vede il suo (e nostro) futuro. Sempre maggiore potere e centralità per il suo, sempre più precario e insicuro quello della stragrande maggioranza.
“E' finito il tempo in cui si andava a scuola, all'università e poi si lavorava. Adesso per tutta la vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. Il sistema deve aiutare tutto questo.”
Queste le parole di Enrico Letta. Non uno qualunque. Un ex presidente del consiglio. Un rappresentante di quel “progressismo” e di quell'europeismo tanto osannato e tanto supportato in nome della sempre meno valida e sufficiente motivazione di un frontismo antidestra e antisovranista..
Una dichiarazione non sorprendente, non casuale e neanche originale. Visto che fa seguito alle parole profetiche di D'Alema (si proprio lui) del lontano 1999, con cui annunciava la fine del posto fisso e apriva la strada alla tragica logica del precariato. Obiettivo da sempre caro alla destra, e applicato, però praticamente, soprattutto, dalla cosiddetta “sinistra” progressista. Nel mezzo decenni di continui attacchi al lavoro e ai lavoratori. Continue forme di precariato sempre più odioso e penalizzante. Fino ad arrivare alla riforma delle riforme in materia, del Job's act renziano che, di fatto seppellisce lo statuto dei lavoratori e i suoi diritti.
Quindi nessuna sorpresa se un rappresentante di quel mondo ribadisca addirittura pubblicamente, non so se con compiacimento, o più semplicemente con l'asettica analisi del docente universitario, ponendolo come dato di fatto obbligato e irreversibile.
A questo segue (temporalmente ma non casualmente) la nostra cara vecchia Unione Europea che, nella crisi pandemica sembrava aver recuperato una sua funzione e una dimensione più giusta e umana, che detta le condizioni per l'accesso ai fondi del Recovery fund.
Condizioni che, se è vero riguardino tutti i paesi europei, sembrano però scritte con un occhio alla situazione del paese con le maggiori criticità, l'Italia, appunto.
Condizioni che smentiscono clamorosamente il “senza condizioni” di cui ci si era beati incoscienti e convinti fino a ieri.
Riallacciandoci, però, all'incipit iniziale, rimane solo da stabilire se certe considerazioni di alcuni personaggi e di alcune forze politiche siano figlie di un realismo ormai rassegnato o di un disegno strategico sposato e portato avanti con convinzione.
In entrambi i casi sembra chiaro che ci sia l'abbandono, ormai irreversibile, di qualsiasi progetto alternativo di rapporti sociali.
Quando sentiamo un rappresentante della sinistra cosiddetta radicale, come Fratoianni, che di un'alleanza raccogliticcia, con forze estremamente diverse fra loro che si trovano a governare insieme, ne auspica addirittura una sua progettualità futura e stabile, il tutto diventa improvvisamente chiaro e, allo stesso tempo, incomprensibile. La logica del continuo scegliere il meno peggio, come già qualcuno dichiarava tempo fa, porta inevitabilmente a far trionfare il peggio e se ne diventa anche inconsapevolmente complici.
E, alla luce di questa situazione ancor più incomprensibile appare l'ostinata, penalizzante, stupida frammentazione delle residue forze ed energie di sinistra che, da troppo tempo, hanno rinunciato masochisticamente ad avere un ruolo e una funzione propositiva e significativa, se non in ottica promozionale e autogratificante limitata all'interno della propria ristretta cerchia.
Appare chiaro che con la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, l mondo sia diventato, agli occhi di molti, unipolare e immodificabile.
E lo è veramente se, chi ha coscienza, sensibilità e progettualità rinuncia, più o meno coscientemente, a mettersi al servizio per un nuovo progetto. Un nuovo manifesto, un nuovo patto sociale, politico, economico, generazionale che faccia trovare i nuovi punti di coagulo degli interessi collettivi. Che non sia fossilizzato sul classico e lineare schematismo tra padrone e lavoratore, forse non più attuale e con troppe variabili . Come possiamo intendere la figura del piccolo artigiano o commerciante con un paio di dipendenti? Padrone o lavoratore, “carnefice” o vittima?
Lo stesso “padroncino”, rispetto le aggressive politiche delle multinazionali, del e-commerce che rischiano di spazzarlo via insieme ai suoi lavoratori, come lo inquadriamo in un ipotetico nuovo e diverso assetto sociale? Non andrebbero recuperate le sue ragioni ad una funzione propositiva, creativa e solidale piuttosto che lasciare il suo risentimento, la sua rabbia alla mercè di un populismo d'accatto e pericoloso?
E il rapporto con la natura, l'ambiente e le sue risorse non andrebbero inquadrate in una nuova e più adeguata visione che punti al rispetto, salvaguardia e al riequilibrio sostanziale dello stesso, piuttosto che valutarlo in senso esclusivamente utilitaristico, tipico del capitalismo, di una certa visione cristiana, ma anche del socialismo storico?
Se poi introduciamo pure la questione della robotizzazione e digitalizzazione dell'industria 4.0, che spazzerà via milioni di posti di lavoro appare indispensabile che a fronteggiare e gestire tali innovazioni epocali non possa essere lasciato solo l pensiero debole del meno peggio e dell'asservimento passivo alle logiche del potere capital-liberista.
Al momento sembra che non ci siano le condizioni per poter immaginare un processo di tal genere, ma basterebbe, che ognuno intanto si ponesse in discussione, (so che è difficilissimo ma è il prerequisito necessario).
Dovrebbe anche essere sufficiente avere la coscienza (perchè sarà così) che seppur la pandemia passerà, prima o poi, non passeranno l'ingiustizia, il prepotere, gli squilibri complessivi e, anzi, li conosceremo probabilmente anche nelle forme più ciniche e peggiori.
MIZIO
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martedì 12 gennaio 2021
LA GROTTA DEI CENTO SCALINI
Le storie degli spazi bianchi.
Ci sono più cose negli spazi bianchi tra le righe che nelle parole scritte.
Già avevo raccontato, in altri momenti, degli immensi spazi verdi della campagna romana che, in quegli anni, resisteva all'avanzare tumultuoso, caotico, devastante della periferia cittadina. Spazi che, però, visti con gli occhi dei bambini che eravamo allora, si trasformavano più che facilmente nelle scenografie di favolose avventure. Avventure in cui innocenti ramarri diventavano spaventosi draghi, colorate farfalle messaggeri divine e le marrane spaventosi corsi d'acqua tropicali in cui le piccole rovelle assolvevano all'ingrato compito di temibili piranha. Tutto questo avendo sullo sfondo, privilegio assoluto di essere nati a Roma l'ombra dei colossali resti degli acquedotti romani, inseriti e protetti oggi nel parco denominato, appunto, degli acquedotti.
Credo sia all'interno di un naturale processo di crescita anche necessario, quello di trovare, sempre nuovi stimoli e nuove sfide. La caccia nei prati, i bagni nelle pozze, le scalate e le arrampicate sui pini e sulle maestose vetuste arcate in pietra, erano già state affrontati più volte, non senza rischi e/o rovinose cadute, ma avevano, ormai perso il fascino del proibito o del rischioso. Rimanevano solo alcuni limiti da superare, tra cui quello di attraversare la Tuscolana, che, allora per noi rappresentava il limite consentito dalle apprensive madri. Cosa che facemmo, comunque, senza grosse problematiche di coscienza, in occasione della venuta di un grosso circo, forse Orfei, negli spazi di fronte la chiesa di San Giovanni Bosco. Scoprimmo, nell'occasione, che l'oltre Tuscolana, era assolutamente simile a quello che già conoscevamo. Niente di più, niente di meno e, se non fosse stato per la curiosità suscitata dal circo, sarebbe potuto tranquillamente rimanere un tabù senza altro significato,oltre quello di sfida al divieto dei genitori.
Per il fumare, eravamo ancora troppo piccoli, anche se qualcuno, aveva già azzardato l'ebbrezza di qualche tiro rischiando di tossire fuori anche le tonsille. Il sesso era, altrettanto ovviamente, un curioso mistero ma assolutamente fuori portata e, anche tutto sommato, a quell'età poco avvertito come cosa importante o necessaria. Avremmo conosciuto in seguito, in modo assolutamente confuso, travolgente e impattante, cosa significasse con i tanti tormenti e le rare gioie.
Durante l'inverno spesso, ci si riuniva a casa di qualcuno e, agevolati dal buio e dalla noia, spesso partivano racconti rimasticati e rivisti dai narratori, per renderli ancor più spaventosi, di spiriti, fantasmi, avvenimenti inquietanti con lupi mannari e altri mostri. Fatti di cui si giurava e spergiurava la veridicità accertata personalmente o, più spesso, dai nostri genitori, cosa che spazzava via eventuali dubbi.
E fu in uno di quei momenti che qualcuno accennò alla presenza nei prati vicino la ferrovia, di una grotta misteriosa chiamata “dei cento scalini”. Presenza che tutti conoscevamo ma, che fino ad allora, nessuno aveva mai ipotizzato neanche lontanamrnte di andare a cercare. Figuriamoci, addirittura, pensare di entrarci dentro. Cosa non certo dovuta, come già dimostrato, al timore dei rimproveri genitoriali, quanto, piuttosto, alla sinistra fama che l'accompagnava e alle inquietanti voci che la riguardavano. Tutto sommato l'ignoto, il mistero per quanto affascinanti e attraenti rappresentano comunque e sempre, un limite difficilmente valicabile o sperimentabile a cuor leggero.Dubitare e ironizzare al sicuro in casa, è un conto. Affrontarne il potenziale, anche se improbabile rischio, proprio per la sua componente di imponderabilità è tutt'altro.
Ma, figuriamoci se,a quell'età, nel momento in cui qualcuno lanciò l'idea di andarla a visitare, qualcun altro abbia avuto la voglia di mostrarsi timoroso o, ancor peggio, vigliacco.
E, fu così che tra mille timori, mai ostentati chiaramente, cercando magari astutamente il cavillo o l'impedimento che potesse mettere in dubbio la cosa o almeno, ritardarla, si arrivò, comunque al giorno fatidico. “E' deciso, si va! E, se avete paura, statevene a casa da mammà!”
Ovviamente nessuno pensò di rischiare lo sbeffeggio e l'emarginazione perenne. Così, armati di candele (le torce allora erano merce rara e preziosa), fiammiferi, un po' di corda e qualche bastone (per la serie”non si sa mai”), l'improbabile manipolo di piccoli cacciatori del mistero si mise in cammino, seguendo le indicazioni di qualcuno che conosceva l'ubicazione approssimativa della famosa grotta. Era nel mezzo di un campo, normalmente seminato a grano. Si presentava non come una grotta, come l'avevamo immaginata, ma come un piccolo manufatto in cemento. Manufatto alla cui apertura ci avvicinammo con malcelato timore e altrettanta manifesta curiosità.
Accidenti se era buio là dentro. Abituando gli occhi all'oscurità si intravedeva, subito dopo l'ingresso, una scala con i famosi scalini che in realtà, pur essendo tanti, erano meno dei cento del nome.
Il buco nero e inquietante che si percepiva alla fine degli scalini a tutto induceva meno che alla tranquillità, Comunque, piano piano, cercando di non scivolare su quegli scalini umidi, tenendoci stretti l'uno all'altro, lentamente, al tenue chiarore della luce delle candele arrivammo nel fondo. No, decisamente non era una grotta naturale. C'erano sarcofaghi, piccole colonne, nicchie laterali, aperture basse laterali parzialmente piene di terra che sembravano portare ad altri locali.Su tutte spiccava, però, la galleria principale. Galleria che, si vociferava,portasse fin sotto San Giovanni in Laterano e che seguimmo finchè la piccola luce in alto dell'entrata rimase visibile e rassicurante. Nostra personale stella polare che ci indicava la via del ritorno. Quando non fu più in vista e il proseguire diventò ancor più difficoltoso per il tanto materiale franato e, anche per qualche osso inquietante trovato tra la terra e i sassi, decidemmo che la prova coraggio era stata superata da tutti a pieni voti. Si poteva,quindi, senza rischio alcuno di perdita di stima perenne, tornare fuori alla luce del sole. Luce che mai fu accolta con maggior piacere e sollievo.
Il tabù era stato, comunque infranto. Ci ritornammo, poi altre volte, sempre con un po' di timore, ma senza più la necessità di dover dimostrare qualcosa.
Ogni volta scoprimmo altre cose interessanti ma mai quello di cui si vociferava ed si temeva di più. Nè lamenti di anime in pena né apparizioni di spiriti inquieti. O, forse, nel caso ci fossero state veramente presenze strane, avranno sicuramente, provato tenerezza e manifestato il dovuto rispetto a bambini che, coraggiosi e incoscienti quanto si vuole, ma che mai avrebbero potuto sfidare forze dell'occulto.
Per quelle ci sarebbero state necessarie maggiori conoscenze, e,ancor più sicuramente, una maggiore maturità.
MIZIO
https://www.parcodegliacquedotti.it/il-nostro-esperto-tomba-dei-cento-scalini/
martedì 15 dicembre 2020
UN PARTITO, DATEMI UN PARTTO
C'è un disperato bisogno...anzi no. Forse sono io che ho un disperato bisogno di un partito, serio, organizzato, presente, ideologico, ma anche pragmatico se servisse per migliorare le condizioni degli ultimi. Novecentesco o millenians che sia, perché non è certo questo il punto. L'importante è che sappia stare laddove serve stare e non dove conviene. Che sappia scegliere sempre secondo coscienza e non secondo convenienza. Che sia affidabile, non interpretabile e non episodico. Che non segua la moda del momento ma rappresenti valori senza tempo. I cui dirigenti e componenti scelgano l'empatia, la giustizia, la pace e l'amore. Si l'amore, quello necessario, indispensabile, libero e equilibrato. L' odio lo si lasci a chi vive per vincere e impone la competizione tra gli esseri umani, come elemento naturale e ineluttabile. Nelle guerre e nella violenza si son sempre pasciuti lor signori e ad affondare sono sempre stati i poveracci. Nell'amore si deve e si può trovare spazio, ragione e realizzazione per la vera rivoluzione.
Si potrebbe dire che detta così, l'esigenza epidermica di un riferimento di tal fatta possa derivare da una carenza quasi affettiva. E, per certi versi, lo è sicuramente, anche se la linea immaginata non è certo quella del porgere l'altra guancia ma quella dell'utilizzare la parte migliore di ognuno.
Se la politica, l'appartenenza, la vita stessa non viene vissuta con la giusta dose di passionalità e dandole un senso che vada oltre il soddisfacimento della quotidianità, perde gran parte del suo valore.
Inoltre, credo si sia anche stanchi (parlo sempre per me stesso), di somigliare a quei topini da vlaboratorio messi in un labirinto. Labirinto cui cambiano continuamente i percorsi, per il solo gusto sadico di fare stupide prove utili, forse ad altri, ma non certo ai topini stessi.
Si avverte il bisogno di una meta (parlo sempre per me) di qualcuno che ne indichi la strada e di chi ci tenga compagnia nel percorso.
Troppi gli esperimenti da laboratorio politico, fatti sulla buona fede dei sempre più smarriti spettatori.
Troppe messe in scena con gli stessi poco credibili attori e con gli stessi ripetuti, retorici, improbabili canovacci, degni, al massimo, di una sceneggiatura da telenovela.
Non servono, perlomeno non per i tanti, e non si sente il bisogno di questo. Così come non si sente quello della difesa strenua della propria piccola, orgogliosa ma impalpabile identità.
Sono ormai (ahimè) abbastanza maturo e attento per capire le ragioni pavide degli uni e anche la rabbia feroce degli altri.
Ma, altrettanto sicuro che non servano né l'opportunismo spacciato per necessario realismo ma nemmeno l'intransigenza, sia pur coerente, ma sterile. Essendo presente, in entrambi gli aspetti, il serio rischio di rappresentarsi in senso limitato e retorico.
Il perché di questa riflessione mi pare chiaro che venga, sia da un percorso fatto di tappe, accidenti e fallimenti personali, che lasciano l'amaro in bocca ma, soprattutto, dal vedere reiterati errori, liturgie, passaggi che pensavamo veramente appartenenti a un passato non più proponibile.
Ma forse, non sono neanche errori, sono calcoli, speranze, investimenti per un prossimo futuro personale, altrimenti incerto.
Gente che ha limitato coscientemente la democrazia votando la diminuzione dei parlamentari. Gli stessi che non hanno la forza (o la volontà?) di cambiare in senso proporzionale una legge elettorale, si preparano una scialuppa di salvataggio, più o meno con le stesse parole d'ordine e modalità. Imbarcando un po' di tutto e sperando, insieme a quegli altri dell'altro cantiere della sinistra, di rimanere attaccati alla nave madre del PD e sperando di essere tratti a bordo nelle prossime elezioni.
Non mi scandalizzo e non condanno ma, evitiamo di prenderci in giro. È una questione di rispetto reciproco.
Si potrebbero riportare dichiarazioni e intenti di qualche anno fa che, cambiando solo la data, sembrano l' esatta fotocopia delle speranzose, entusiastiche, emozionate dichiarazioni attuali.
D'altra parte non posso neanche non sottolineare l'incapacità e l'orgogliosa supponenza di essere nel giusto, che impedisce ai tanti cespugli della sinistra radicale di trovare una base comune non per autopromozione, ma per diventare quello strumento critico, alternativo, significativo e credibile di cui vi sarebbe tanto bisogno per i lavoratori e per gli ultimi in generale.
Ma se non siamo in grado di cambiare neanche noi stessi, difficilmente si può pensare di cambiare il mondo.
Così noi continueremo ad avvertire coscientemente, ma con sempre meno speranze, la necessità di qualcosa in cui tornare ragionevolmente a credere.
MIZIO
lunedì 30 novembre 2020
DECIMA MALAFEDE: RISERVA O GIARDINETTO PUBBLICO?
Sto seguendo da lontano e con i contatti social del posto una guerriglia a colpi di critiche, accuse reciproche e anche colpi bassi. Frutto di diverse visioni e approcci ma anche, di probabili mire e interessi elettorali legati alle prossime elezioni comunali. Sarebbero cose “normali" e di cui potrebbe interessare il giusto, se non fosse che il tutto si svolge sulla pelle dell'ambiente e, in particolare della mai abbastanza protetta e difesa Riserva di Decima Malafede facente parte del circuito di Roma Natura.
In questo caso si parla,nello specifico, solo di una singola parte di questa e non si tratta del rischio legato alle solite speculazioni edilizie o all'incombente disastrosa minaccia dell'Autostrada Roma-Latina ma, molto più semplicemente, il modo di intendere la protezione e la valorizzazione ambientale. In particolare la porzione in questione è la Valle del Risaro attraversata dal fosso di Malafede e la cui contiguità con la riserva del Litorale e quella presidenziale di Castel Porziano ne ha fatto un luogo prezioso da salvaguardare, sia per gli aspetti naturalistici che ambientali nel senso più ampio dell'accezione. Difatti la rendono ancora più meritevole di protezione e studio la presenza di antichi insediamenti umani e i ritrovamenti effettuati di resti di una fauna scomparsa da millenni, come addirittura di mammuth. La presenza di un equilibrio secolare tra una vegetazione riparia fitta, apparentemente disordinata e, spesso inpenetrabile, ma in grado di fornire cibo e protezione ad una fauna interessante e unica a due passi dai moderni palazzoni della periferia romana. Fino a diversi anni fa la presenza di piccoli ma preziosi specchi d'acqua e una presenza arborea limitata ma fondamentale di salici e pioppi neri, garantiva la presenza anche di testuggini palustri e interessanti nidificazioni di martin pescatore o pendolini, fondamentali indicatori dell'equilibrio e della buona salute complessiva dell'ambiente. Purtroppo tutto questo è stato compromesso, nel tempo, da scarichi abusivi, sversamenti e inquinamenti.
La presenza della sola Riserva non sembra essere stata sufficiente a limitare o eliminare tali attentati, quindi qualcuno, in buona fede, spero, ha ritenuto opportuno contribuire alla pulizia e fruizione delle stesso habitat con la realizzazione di un sentiero ciclopedonabile affiancato al fosso, che facilita e incentiva la fruizione dello stesso addirittura con il posizionamento di panchine.
Tutto ciò, se meritevole e auspicabile in aree urbanizzate per fornire spazi attrezzati di svago e relax in parchi e giardini pubblici, mal si concilia con la funzione prima di una Riserva. Quella di protezione e salvaguardia ambientale. Converrete con me che la presenza di un sentiero attrezzato con il continuo e libero movimento di chicchessia addirittura con cani al seguito, mal si concilia con tale concetto. Il disturbo arrecato alla fauna e l'eliminazione di quella porzione di vegetazione non possono essere considerati danni trascurabili e compensati dall'eliminazione degli scarichi abusivi.
Si potrebbe dire meglio nessuna discarica ma anche maggior prudenza e rispetto da parte di tutti. Mi è capitato anche di leggere (purtoppo)frasi tipo. “..Non è un problema se gli uccellini (in senso dispregiativo) si devono spostare un po' più in là...” A parte l'ignoranza (in senso letterale e relativo alla dichiarazione) dimostrata per quanto riguardano le interconnessioni e l'equilibrio indispensabile tra esseri viventi non ci si rende conto che questa è proprio la dinamica e la logica che ha portato il nostro paese, (e il mondo intero) a un passo dal limite del non ritorno.
Non sono solo le grandi opere o le grandi speculazioni a peggiorare l'ambiente, lo fanno quotidianamente e inconsapevolmente, anche le mille piccole scelte che spostano sempre un po' più in là le problematiche e le responsabilità, fino a che il pò più in là non sarà più possibile avendo ormai, consumato e alterato tutto lo spazio utile.
Una riserva, insomma è tale se assolve ad una funzione di protezione, salvaguardia e testimonianza. Diventa altro se viene intesa in senso esclusivamente di profitto (mediatico o elettorale) o con superficialità,anche comprensibile ma non condivisibile.
E' vero che gli uccellini non votano, ma fanno infinitamente meno danni delle persone,e non dimentichiamo mai che di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Le foto rappresentano tracce della vita che, nonostante tutto si svolge (svolgeva?) in assenza di disturbi, sulle rive del fosso di Malafede.
MIZIO
domenica 29 novembre 2020
IN FILA PER IL PANE?
"Tutti in fila per l' IPhone e poi si piange miseria". Siamo sinceri, quanti di noi l'hanno detto o pensato. Magari di getto, istintivamente, in modo non ragionato, ma l'abbiamo fatto. Poi ti torna in mente il Berlusca di qualche anno fa e le sue esternazioni "Io vedo tutti i ristoranti pieni". Ed era vero, i ristoranti erano pieni nella stessa misura in cui sono vere le file per l'acquisto dell'ultimo giocattolo di tendenza. Questo dimostra quanto, anche non volendo, spesso si sia condizionati nel giudizio e quanto sia facile cadere preda di retorica o massificazione di pensiero. Eppure non sarebbe difficile separare il grano dal loglio. Basterebbe riflettere sul fatto che, se è incontestabile il condizionamento di migliaia di persone che si concretizza nella partecipazione compulsiva ai riti e ai feticci della moderna società consumista, meno visibile ma più corposa è la stragrande maggioranza che a quei riti si sottrae. Ci si sottrae per scelta, per tanti ma anche, se non soprattutto, per l'impossibilità materiale a parteciparvi della maggioranza
Perchè, anche se colpiscono, in negativo, quelle file non dobbiamo permettere alla nostra capacità analitica e critica di offuscare o sottovalutare l'enorme tasso di esclusione sociale e di povertà presente nella società. E, se la nostra attenzione non può che essere più orientata ai problemi e ai diritti dei lavoratori e degli esclusi, lo snobismo nei confronti di chicchessia non può portare ad una semplice condanna o derisione prevenuta e preventiva.
Molti, non la maggioranza ovviamente, di quelli in fila erano, e potrebbero essere ancora, parte dei nostri riferimenti sociali o politici. Potenzialità ed energie che non possiamo permettere che vengano abbandonate o considerate perse solo perchè, in assenza di modelli credibili e alternativi, si affidano alla corrente del pensiero collettivo apparentemente vincente e unico.
Credo, ormai, di essere pesantemente ripetitivo o inutilmente didattico ma, finchè questo modello manca e si presenta, nella progettualità, diviso, incoerente, litigioso, spocchioso, insomma sostanzialmente inutile, anche la capacità di essere credibili nella critica e nell'indignazione diventa solo uno sterile esercizio snobistico.
Sono finiti gli I'Phone? Dategli Huawey, no!
Ad maiora
MIZIO
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